1 - Dalla Romanza allo Swing
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Nell’ottocento, la Romanza da salotto fu un modo di far musica della
media borghesia, a modico prezzo, come l’aristocratico Concerto
di casa.
Studiare il pianoforte, il violino, il canto era abituale per i
giovani di buona famiglia. Gli autori delle Romanze da salotto,
Tosti, Rotoli, Denza, Pinsuti, semplificavano le melodie in modo
che non mettessero in soggezione le risorse dei cantanti dilettanti,
ma allo stesso tempo desse una sensazione di vocalità raffinata
per tenori e soprano, mezzosoprani e baritono. Il gioco incoraggiava
il dilettantismo e gli editori divulgavano trascrizioni musicali
per canto e pianoforte, ma anche per mandolino e violino.
I testi letterari, colti, una sorte di Ars Amatoria, fungevano da
messaggi e contromessaggi d’amore. Narravano l’iter di una passione
amorosa dalla A alla zeta: Dichiarazione, Corteggiamento, Serenata,
Mattinata, Profferte amorose.
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La guerra del '15-'18 interruppe la velleità borghese e furono canti
di guerra e conquiste: 'Tripoli bel suol d'amore' e 'Piave'.
Nonostante l'asprezza dei tempi c'era la determinazione a dimenticare,
c'era l'intenzione di riassumere tutto il dramma e la gioia della
vita in una storia d'amore consumata tra le pareti vellutate del
locale notturno. Nei 'Tabarin' nei 'Café Chantant' furono macchiettisti
e fini dicitori che espressero l'atteggiamento dannunziano del coraggio,
dell'amore tempestoso, delle passioni, del vitalismo. La nuova borghesia
senza blasoni, irrequieta e vogliosa di vivere, guardava al disopra
del proprio ceto e delle proprie reali possibilità. Questi nuovi
ricchi trasformavano in spettacolo di massa il Tabarin.
L'immagine sognata della donna era ricca di mistero e di tragedia,
di voluttà e di peccato; così si creò il divismo attorno a cantanti
come Gino Franzi e Anna Fougez. Di fronte a un tale pubblico l'attore
del Tabarin era costretto a uscire dagli schemi, a inventare cose
nuove, a fare di se stesso un personaggio d'urto, a interpretare,
aldilà d'ogni copione, quelle che erano le caratteristiche del suo
pubblico.
Gino Franzi e Anna Fougez furono protagonisti di questo periodo
complesso della musica italiana. Intanto il contrasto fra quanto
ostentavano sulla scena e la loro vita privata:
Gino Franzi col bicchiere di Champagne in mano, elegante nel suo
frac blu notte, porgeva le canzoni sentimentali e romantiche, dalla
frase melodica ampia e suadente, accompagnandosi con gesti ampi
e lenti del braccio. Oppure, con ritmo appena accennato, le fioriture
delicate e sensuali, evocava le notti perdute dei Viveurs, le donne
ammaliatrici, l'amore aggressivo e violento.
In realtà era astemio, e nonostante il successo gli concedesse ingenti
guadagni, sperperava il denaro in donazioni a amici e parenti, o
si faceva truffare da antiquari poco scrupolosi.
Benché all'auge del successo costituisse anche sentimentalmente
con Anna Fougez la coppia più famosa del teatro italiano, finì in
miseria, e dopo la guerra sposò Nada Mery, una sua appassionata
ammiratrice dei tempi brillanti, che rincontrò dopo tanto tempo.
Anche la Soubrette Anna Fougez era immischiata nella doppia faccia
del varietà. Il mondo di lustrini, di luci colorate, di pennacchi
e di frac, lo spumeggiare delle coppe di Champagne, le favolose
mance elargite ai camerieri, l'ovattato splendore rosso e oro dei
separés costituivano soltanto la facciata dei Tabarin. Dietro tutto
ciò, non c'era soltanto la faticosa esistenza delle soubrettine
che mai avrebbero raggiunto la fama e che, appena sfiorite, sarebbero
finite 'come le lucciole' ad ammiccare ai clienti fuori la porta
del locale; c'era pure la accorta parsimonia dei proprietari dei
locali: gente assai lontana, per mentalità, dai leggendari e munifici
impresari del Tabarin Francese.
Se da un lato c'era il mondo fantastico e ricco del dannunzianesimo,
dall'altro c'era il Pascoli che rievocava una realtà fatta di cose
e persone modeste: pareva che la poesia-racconto, la canzone-racconto
potessero essere dedicate a una raffigurazione della vita in tono
minore, all'altra faccia dell'esistenza comune, così diversa dai
sogni di grandezza diffusi in quegli anni.
Uno degli interpreti più famosi della canzone-racconto fu Armando
Gill, l'autore di "come pioveva ", una vera e propria novella in
versi, un bozzetto sentimentale nel quale non manca nessuno degli
elementi tipici della malinconia dell'epoca: la pioggia, la sera,
il ricordo del passato, un amore buttato via che all'improvviso
ricompare, la stretta di mano nell'intimità della carrozza e la
consapevolezza che l'incontro altro non può se non ravvivare l'amarezza
del tempo perduto. Questa è intima aderenza a una realtà sotterranea,
segreta, tenuta nascosta dalla febbre di vita dei Tabarin e dal
dannunzianesimo.
Le canzoni impostate su questi temi ebbero tanta fortuna, perché
facevano da contrasto alla moda più chiassosa.
Armando Gill, da Napoli alla conquista dell'Italia settentrionale,
incontrò soltanto amarezza e decadenza finché la Seconda Guerra
Mondiale non lo zittì come tutti gli altri.
Le notti brave dei ricchi, sfrondate del loro alone misterioso e
fiabesco, sono l'illusione maturata a spese di qualche povera donna
appoggiata ai lampioni, e testimonia la vacuità, la banalità dei
miti creati attorno alle luci del Tabarin.
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Fu il Tango, nei primi decenni del novecento europeo, il segno della
vita moderna e della moderna morale. Ci furono Tanghi più o meno
famosi, ma dipese dalla ballabilità della musica, non dal valore
dei concetti esposti nei versi. Nei balli è il disegno melodico
e le parole che determinano il carattere principale della canzone.
Nel Tango è la danza che prevale.
Nell'America latina, il connubio tra il tamburo africano degli schiavi
negri e il Tango Andaluso, fu musica di origine spontanea elaborata
poi da musicisti 'colti'. Nacque il Tango.
Il protagonista che esegue le figure complesse e sensuali del Tango
Argentino è il 'Compadrito', una specie di teppista urbano che veste
colori sgargianti, fuma come un maledetto, regge le sbornie, sa
maneggiare il coltello e vive alle spalle di qualche donna (o finge
il tutto). Il Compadrito rassomiglia dannatamente a un personaggio
che nella stessa epoca s'affaccia in Europa e diventa macchietta,
protagonista di spettacolo, simbolo vivente delle tendenze scapestrate
della moda: il Gigolot.
Il successo europeo del Tango Argentino fu dovuto al fanatismo che
pervase l'Europa, percorsa da una ventata del 'gusto del proibito',
nonostante le resistenze accademiche di danza e il parere del Vaticano.
Nel 1921, il film 'I quattro cavalieri dell'Apocalisse' di Rex Ingram,
conteneva una scena in cui Rodolfo Valentino e Alice terry ballavano
il Tango 'La Cumparsita'. Fu un'esplosione di entusiasmo che mantenne
vivo il Tango per decenni.
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Le canzoni italiane erano di origine "colta", costruite a tavolino
da musicisti e parolieri, quasi mai spontanee.
In passato "farle imparare" spettava ai cantanti del Tabarin, ma
pochi potevano permettersi di trascorrere la serata bevendo Champagne.
Né i primi dischi potevano arrivare a tutti gli strati della società:
il prezzo del grammofono non era certo dei più accessibili. Fu la
radio che provocò una vera e propria rivoluzione. In pochissimo
tempo divulgò canzoni ovunque. Contribuì una spinta psicologica:
possedere una radio, intendersi di radio, captare segnali e suoni
dallo spazio significava, per le fantasie di allora, impadronirsi
di un segreto, partecipare a un miracolo; e in più prestigio e qualificazione
per chi la possedeva, per cui la si ostentava invitando amici, e
gli ascoltatori si moltiplicavano all'infinito.
Vittorio Belleli, il primo cantante radiofonico, fu quanto di più
improvvisato. Intanto prima nei locali si usava talvolta il Megafono
di latta. Quando il Maestro Cinico Angelini, alla sala Gay, una
balera di Torino, lo sentì cantare, fece che tecnici dell'EIAR apprestassero
strumenti di registrazione nella sala, e le trasmissioni cominciarono.
Subito compositori improvvisati, con paginette di quaderno piene
di versi, andavano e venivano tra il Maestro Angelini dell'EIAR
e la sala Gay, dove il cantante in poche ore imparava e cantava.
Finalmente venne costruito il microfono che il cantante usò per
la prima volta all'Odeon di Milano nel 1933.
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La generazione dei cantanti-dicitori viene travolta da un nuovo
genere di canzoni che viene dall'America. E' una canzone fortemente
ritmata, o meglio "sincopata", scorrevole e brillante, che ha successo
per la sua capacità di comunicare agli ascoltatori un bisogno di
muoversi, di danzare. Le belle frasi di un tempo lasciano il posto
a versi brevi, in cui prevalgono i valori ritmici.
Il Maestro Vittorio Mascheroni inondò l'Italia di allegra, scanzonata,
facile e brillante musica sincopata.
Altri Italiani d'ingegno si dedicarono alla produzione di musica
sincopata: Giovanni D'Anzi nel 1926 con 'Charlestomania', Eldo Di
Lazzaro nel 1927 con 'Piccinina'.
Erano tempi in cui i testi delle canzoni avevano spesso un sottinteso,
un'allusione politico-socio-culturale, cosa che creò problemi agli
autori. La musica americana invece dilagava nelle piste da ballo
che sorgevano dappertutto, nei circoli rionali, nei caffè, negli
atri degli alberghi, negli stabilimenti balneari, ovunque ci fosse
spazio disponibile e pavimentazione adatta: veglie danzanti, Tè
danzanti, a Sanremo c'erano pure gli aperitivi danzanti dalle undici
a mezzogiorno.
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Però, l'atteggiamento autarchico nel campo del costume,
della cultura e del divertimento da parte del regime italiano
degli anni '30, considerò il mondo Jazz in arrivo, come
degenerato, negroide e capitalistico. Ne è esempio l'azione
dimostrativa contro la sede Fonit di Milano, accusata di
importare e vendere dischi americani.
Poiché i cantanti di musica leggera seguono i gusti spontanei
del pubblico, il Regime cerca di innestare, nella musica
leggera, l'opera lirica, prodotto nazionale per eccellenza.
Squilla l'appello ai tenori: A essi viene affidato il compito
di risanare il gusto italiano dell'esotismo. Tito Schipa,
Beniamino Gigli, Tito Gobbi, Giuseppe Lugo e tutti i massimi
rappresentanti dell'opera lirica aderiscono all'appello.
Comincia, per loro, una nuova popolarità.
Nel 1937, Tito Schipa rese celebre la canzone 'Vivere',
come squillante grido di felicità. Tuttavia, rileggendo
i versi della composizione di Bixio, ci si accorge che è
una felicità quanto meno un po' strana; più ebbra che serena:
- Goder la vita e far tacere il cuore.
- Vivere senza rimpianti
senza mai conoscere cos'è l'amore
- Finalmente torna la realtà
e la commedia dell'amore
in una farsa trasformata sarà.
Come dire: per essere felici smettiamola di essere innamorati
e di pensare agli altri.
Gli anni '35 '39 sono considerati, almeno per i ceti medi,
come 'tempi felici', i tempi del benessere che consisteva
nella possibilità offerta a gran parte della piccola borghesia
di comprare una radio o un grammofono o una cucina economica
o una motocicletta e di ostentare questo bene come simbolo
di prestigio, come attestato di felicità raggiunta.
E' di questo periodo la 'battaglia del grano', quando per
diminuire l'importazione del grano si bonificò e si fruttò
ogni acro del terreno nazionale nella produzione del grano.
Per questo nelle canzoni, tante allusioni alla vita agreste.
Il benessere riguardava la classe impiegatizia, non certo
gli operai e i contadini, e si poteva godere a fondo solo
dimenticando il prezzo che era costato e che continuava
a costare: il beneficio di pochi a scapito di altri; e i
pochi avevano sogni di grandezza: L'impero coloniale, supremazia
dell'Italia in politica internazionale. Insomma era difficile
capire dove finisse l'illusione e dove cominciasse la realtà.
'Vivere' inaugurò la felicità di cui non era il caso parlare.
E' in questo contesto che vengono messi in evidenza ogni
aspetto dei propri caratteri particolari contro il cosmopolitismo
dei paesi 'nemici'; l'Italia ufficiale ripropose con irruenza
la 'canzone all'italiana', coinvolgendo in essa, per conferirle
il massimo prestigio, i più illustri artisti dell'opera.
In pratica, si intendeva la musica leggera, come una derivazione,
una divulgazione dell'opera lirica (ma non riuscirono a
imbrigliare la canzone napoletana).
L'opera lirica, prodotto culturale dei ceti più illuminati
e nobili, che promossero il risorgimento costruendo l'Italia
'una e indipendente', venne imposta come 'tipico prodotto
nazionale'. In effetti, la musica operistica di cultura
borghese fu la sola manifestazione artistica dell'Italia
'colta'. L'imitazione 'più semplice', 'più immediata', 'più
divertente' fu l'operetta, smembrata a sua volta in tante
canzoni diremmo 'di consumo': le Romanze. Ed ecco scendere,
dai palcoscenici, solenni i tenori 'verso il popolo'. Durò
pochi anni, ma cambiarono l'Italia e l'Europa; fu la guerra.
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I giovani dovettero ricorrere a sottili sotterfugi, per continuare
a reperire i pochi dischi americani che riuscivano a giungere in
Italia e che tenevano vivo un desiderio di libertà. Così accanto
alla melodia imperante (Giovinezza!), appaiono le prime canzoni
definite 'ritmo moderato' o 'ritmo allegro', affidate a cantanti
come Ernesto Bonino e Alberto Rabagliati, dallo stile nuovo e moderno
arrangiato dal Maestro Gorni Kramer.
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2 - I protagonisti della musica leggera italiana
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Il Maestro Pippo Barzizza è stato uno dei più applauditi direttori
d'orchestra italiani. Ha lanciato cantanti e si è imposto come compositore
per un lungo periodo. Inoltre è stato il primo arrangiatore di musica
italiano.
Ha iniziato la sua attività di musicista suonando il violino. Ma
successivamente, Barzizza, ha voluto conoscere un po' tutti gli
strumenti, il pianoforte, la fisarmonica, la famiglia dei sassofoni,
e anche la batteria.
Compose moltissime canzoni negli stili più disparati: 'Sera' bellissima
pagina fin troppo ardita per il suo tempo e melodicamente perfetta;
'Paquito Lindo' Tango, commento musicale di film. Solo sul finire
della carriera intensificò la composizione di colonne sonore.
All'inizio di carriera violinistica, ebbe spesso l'incarico di estrarre
dai dischi, spesso gracchianti, le partiture per i vari strumenti;
bisognava ascoltare e tradurre il suono confuso dal trombone del
grammofono, nello spartito di ogni strumento. Questa attività l'aiutò
a padroneggiare la tecnica musicale.
Barziza si dedicò con amore allo studio di un po' tutti gli strumenti
che costituiscono l'organico tradizionale delle orchestre di musica
leggera. L'interesse per la ricerca, il desiderio di sentirsi 'pioniere'
in un mondo in cui nessuno si staccava dai 'clichés' tradizionali,
gli diedero una notevole spinta e gli consentirono di diventare
uno fra i più bravi 'arrangiatori' italiani: non aveva o quasi concorrenti.
Gli esami per entrare nella sua orchestra facevano tremare le gambe
ai più esperti. Era indispensabile conoscere perfettamente la musica:
orecchianti consentiti erano solo i batteristi e i cantanti; questi
ultimi, però, erano costretti a lunghissime ore con lo studio dell'interpretazione,
dei 'respiri', delle 'legature', della perfetta aderenza alle matematiche
leggi musicali, ne l'assoluto rispetto della fonetica e della dizione.
Nei ranghi della sua orchestra, però, militavano voci che, dopo
severissimi collaudi ai quali egli le sottoponeva, non avevano più
nulla da temere per i futuri cimenti.
Per coloro che vogliono dedicarsi al difficile ruolo di orchestratori
e arrangiatori, scrisse un trattato per facilitare il loro arduo
compito. Il libro di Barzizza, ancor oggi, resta vivo ed è presente
nella biblioteca di tutti coloro che, in Italia, si sono dedicati
all'arrangiamento di un brano. Gli esempi e gli schemi basilari
sono portati con tale chiarezza e semplicità, che non vi è la possibilità
di interpretarli erroneamente. La conoscenza diretta dei vari strumenti
ha permesso all'autore del testo una approfondita e perfetta esemplificazione
del miglior uso da fare delle varie voci che compongono l'orchestra.
Riascoltati oggi, i dischi di Barzizza, denunciano l'evidente tentativo
di seguire l'evoluzione delle più note orchestre americane; cosa
lodevole in sé, ma che lo ha costretto più volte a mutare stile
e concezione, danneggiando l'affermazione della propria personalità.
Il momento di maggior gloria, nell'attività di Peppe Barzizza, fu
quello torinese, che ebbe il suo culmine nel periodo precedente
il conflitto mondiale, dal 1938 al 1942.
Ritiratosi a Sanremo, lontano dalle battaglie tra discografici ed
editori, continuò la sua attività nell'ambito della canzone, insegnando
musica a giovanissimi allievi.
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Vero nome Angelo Cinico, con la sua orchestra ha regalato
al pubblico della canzone italiana ritornelli da cantare, parole
da ricordare, momenti da non cancellare. Quasi trent'anni della
nostra musica leggera hanno visto tra i protagonisti assoluti questo
maestro e la sua orchestra.
I primi fenomeni di acceso fanatismo per artisti non appartenenti
al mondo della lirica si sono verificati parallelamente all'aumentare
della popolarità di Angelini e dei cantanti che, in tanti anni di
carriera, ha saputo lanciare. Angelini capì quale e quanta importanza
avessero le voci, se inserite abilmente nell'impasto strumentale
dell'orchestra.
Teniamo presente che il nostro protagonista si affacciò alla ribalta
in un periodo in cui la canzone italiana era appena allo stato artigianale,
ma era riuscito ad ottenere con la sua orchestra una particolare
qualità di suono, che la distinguesse dalle formazioni concorrenti.
I brani trasmessi, anche non cantati, erano riconoscibili al primo
ascolto; magari esecuzioni discutibili, comunque sempre personalissime
e inconfondibili. Il segreto di questa "ricetta magica" è quel tanto
di impalpabile, di irreale, che accompagna l'ascesa di quasi tutti
i fenomeni. Un musicista direbbe, da tecnico, che non trova una
spiegazione logica; un profano direbbe che Angelini era così popolare
perché presenta canzoni facili, sempre ben cantate, talvolta anche
belle. In verità Angelini non ha mai dimenticato di "lavorare" unicamente
per il proprio pubblico, sordo ai suggerimenti e alle ammirazioni
di colleghi e musicisti. Tuttavia, era proprio infischiandosi dei
colleghi e delle loro sentenze che egli costruiva la sua notorietà,
centrando sempre il bersaglio del successo popolare, al contrario
di quanto capitava ai suoi moltissimi antagonisti.
Torino era allora la capitale italiana della danza, con numerosissime
"sale da ballo", dove si svolgevano ogni giorno, trattenimenti pomeridiani
e serali con un pubblico sempre strabocchevole: studenti, sartine,
sfaccendati, Viveurs, signore in vena di evasione, mariti in cerca
di avventure; c'era un cocktail di varia umanità in cerca di svago,
oltre ad un buon numero di veri appassionati del ballo.
Una delle sale che l'élite torinese frequentava per sfuggire alla
noia, era la "sala Gay", dove 'agiva' l'orchestra Angelini, che
aveva un vero e proprio cantante: Vittorio Belleli. La Radio scelse
la 'sala Gay' per i suoi collegamenti esterni e le trasmissioni
ebbero tale successo che l'orchestra Angelini fu chiamata ad esibirsi
regolarmente anche negli auditori.
Avendo girato, quale violinista, mezzo mondo, Angelini conosceva
i gusti della gente e non gli fu difficile assecondarli in pieno.
Intuì che la canzone, diventando ballabile, avrebbe avuto un grande
avvenire: le parole avrebbero dato il loro galeotto contributo agli
idillio nascenti, avrebbero sostituito il timido balbettamento di
una frase galante, sarebbero diventate complici in tanti balli 'guancia
a guancia'.
Nei concorsi 'voci nuove' dell' EIAR, molti cantanti ebbero modo
di salire alla ribalta dello spettacolo musicale legando i loro
nomi alle semplici note di un motivetto, al testo un p' ingenuo
di un ritornello; restando nei ricordi di chi li ascolta in un momento
particolare. Modesti, puntuali, educati, attenti, i cantanti trasmettevano
'in diretta' nelle ore di massimo ascolto per un'invisibile platea
sempre più numerosa, più esigente.
Dopo la guerra, fino al 1960, ci fu il Boom di cantanti e vendita
di dischi e Angelini era il re della canzone italiana. Fu all'avanzare
di correnti musicali d'oltremanica e d'oltreoceano, allo sbocciare
dei primi contestatori sul piano musicale, al dilagante fenomeno
del cantautorismo, allo sconcertante fiorire e sfiorire di nomi
e di mode, alla necessità di essere più 'personaggi' che 'artisti',
che Angelini si ritirò in buon ordine, a notorietà intatta.
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Il tempo delle canzoni 'alla maniera del Trio Lescano' è finito
con l'avventodei nuovi 'miti canori'. Resta la nostalgia di note
briose, di uno stile allegro e spigliato, quanto più gonfi di preoccupazioni
universali era i tempi. Canzoni gentili, di sapore romantico o agreste,
tuffate in ritmi svelti e sereni: canzoni tali da strappare il sorriso.
Bisogna ricordare l'atmosfera nella quale esso si esibiva, per apprezzarne
ancora oggi le canzoni. Sarebbe ingeneroso pretendere di dare un
giudizio sulla bravura del Trio Lescano e sulle canzoni del suo
repertorio, giudicando soltanto dal punto di vista estetico.
Con la radio, le esigenze dei radio ascoltatori si erano educate
alle mode musicali anche straniere. E delle novità straniere, l'Italia
aveva già assimilato lo Swing, ossia quella specie di Jazz molto
edulcorato, privo dell'aggressività e genuinità della musica spontanea
negra, ma che svolse una funzione innovatrice riguardo alla musica
da ballo e allo stile delle canzoni. L'originaria vigoria, bruta
e insieme dolcissima, del Jazz negro, già mitigata e resa meno inquitante
dallo Swing, divenne leziosa, cinguettante, sofisticata, grazie
all'avvento di Trii femminili: dalle Boswell Sisters, alle Peters
Sisters, alle Andrew Sisters. Da qui venne in mente di reclutare
per la radio italiana le tre sorelle olandesi che si chiamavano
Leschan e indurle a cantare assieme: loro, che volevano fare le
ballerine!
Una spolveratina di educazione italica e melodrammatica alla scala;
infine una buona dose di lezioni dal 'mago' della canzone italiana
che fu il Maestro Prato. Questi gli ingredienti del Trio Lescano.
'Tulipan', cavallo di battaglia del Trio, permise alle tre sorelle
di esibirsi in preziosi ricami ritmici, che facevano venire la pelle
d'oca ai tradizionalisti, ma mandavano in sollucchero i giovani.
'Maramao perché sei morto': filastrocca-scioglilingua, difficile
da cantare anche per un toscano, figurarsi le tre sorelle olandesi,
che mai riuscirono a impadronirsi perfettamente della lingua italiana.
Ma divertivano le civettuole storpiature linguistiche, in un'epoca
in cui gli accenti stranieri erano banditi.
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Natale Cadognotto, detto Natalino Otto, per un decennio è stato
la voce moderna della canzoni italiana. La sua vivace canzone 'sincopata'
e il senso del linguaggio jazzistico, l'aveva imparato esibendosi
sulle navi da crociera e in america. Lo Swing superficiale che anima
le sue canzoni, quell'ingenuo impegno di 'sincopare', rappresentò
per molti una piacevole novità in un banale paesaggio di un'Italia
profondamente provinciale percorsa da ansie inappagate di novità,
e dominata ancora dalla melodia pseudo-italiana.
Nataliano Otto ha recitato con onestà e coerenza la sua parte nel
futile e spregiudicato mondo della musica leggera.
Un 'foglio d'ordine', nel 1926, stabiliva che gli italiani dovevano
cantare in italiano, ma per un ambiguo equilibrio internazionale,
la musica leggera 'moderna' riusciva a trovare un suo posto, anche
se questo tipo di musica on era ben visto dalle autorità.
Nel 1927, Gorni Kramer e Natalino Otto debuttarono insieme a Viareggio
per il pubblico dei bagnanti con un repertorio in buona parte di
gusto americano.
Fu con la guerra d'Africa che il Re e Imperatore, oltre che il Duce
e fondatore dell'Impero, portarono la gioventù del Littorio a specchiarsi
nei valori eterni della stirpe, nella memoria di Roma, nelle forze
vive della Nazione, e non ci fu più posto per ambiguità musicali.
'Polvere di stelle' fu ribattezzata 'Cosmo'.
'Mister Paganini' . . . 'Maestro Paganini'.
'Saint Louis Blues' . . . 'La tristezza di San Luigi'
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Odoardo Spadaro fu l'unico Chansonnier del teatro italiano.
Chansonnier non vuol dire né cantante né attore né dicitore, ma
indica una mescolanza geniale di tutte queste virtù, aggiungendone
altre inconfondibili: la ricchezza della fantasia, l'immediatezza
delle battute, la capacità di improvvisare sul palcoscenico, di
passare da una canzone a una barzelletta a un gioco di prestigio
a un'imitazione.
Nell'ampio repertorio di canzoni dedicate alla sua città natale,
Firenze, Lo Chansonnier mostra un'eleganza un po' insolente, non
aliena da una nostalgia sempre repressa dall'ironia, che sono diventati
un po' lpa sigla dello spirito fiorentino nel mondo.
Spadare nacque nel 1893 a Firenze, e salì presto sui palcoscenici
invece di avviarsi alla professione di avvocato. Per questo andò
incontro alle mille difficoltà che la vita di artista gli procurava.
Dovette emigrare in francia, prima a Marsiglia, dopo a Parigi dove
conobbe il successo. Al 'Moulin Rouge' recitò a fianco a Mistinguette
e a Gabin, ma non fu lì che divenne lo chansonnier che conosciamo,
ancora non aveva un suo repertorio. Fu quando dopo il successo si
mise da solo e seguì gli emigranti italiani verso le americhe. A
Buenos Aires faceva avanspettacoloprima della proiezione, e ogni
settimana cambiava repertorio cje creava da sé. Alla Partenza per
il ritorno in Italia, una ragazzina, figlia di emigranti, gli domandò:
'Signor Spadaro, davvero lei è di Firenze?' - 'Sì' - 'Allora la
porti un bacione a Firenze'. Sulla nave Spadaro compose la canzone
che la ragazzina gli aveva suggerito.
Si avvicinava la guerra e tante cose erano cambiate in Europa. Il
Moulin Rouge ora era un cinema. Reclutò dodici ragazze della famosa
'Troupe blue-Bells' e si esibì in Italia e in Francia alle Folies
Bergères: ma l'epoca della spensieratezza era finita. Spentisi i
riflettori della Parigi notturna, si accesero quelli, saettanti
nelle notti infuocate, dell'artiglieria contraerea.
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A nove anni suonava la fisarmonica nel complesso del padre Francesco
Gorni, che gli fu maestro severo, ma anche lo zio Cesare Rossi del
Liceo musicale di Mantova lo istruì in Armonia e Contrappunto. A
sedici anni eseguiva 'a solo' di contrabbasso nell'orchestra del
teatro regio di Parma. Ma era la fisarmonica, il Jazz e le canzoni
il suo futuro. Il padre gli affidò un secondo complesso, con la
disperazione degli orchestrali, perché il giovane maestro pensava
più a giocare che a 'lavorare', e quando l'imberbe, ma già esperto
fisarmonicista, si lanciava in imprevedibili e virtuosistiche improvvisazioni,
facevano fatica improba a seguirlo.
Kramer componeva brani per virtuosismi alla sua fisarmonica, faceva
arrangiatore per la Curci e compose canzoni per la Sugar. Aveva
rapporti con i grandi editori della Galleria del Corso di Milano,
Ma quando i discografici si impadroniranno del mercato musicale,
negli anni '50, Kramer non si farà condizionare e fonda una sua
casa editrice. Negli anni Cinquanta sarà uno dei protagonisti del
'Boom' della commedia musicale.
Lo hanno accompagnato nella sua esperienza musicale Natalino Otto,
il Quartetto cetra, i commediografi 'Garinei e Giovannini'. Visse
il passaggio dal Teatro di Rivista, alla Rivista-Commedia Brillante,
Alla commedia Musicale, nella decade più felice del nostro teatro
musicale leggero. E arrivò nel '54 la Televisione, dove partecipò
in tutti i programmi musicali ed è diventato un personaggio televisivo.
Ma la sua musica divenne veramente popolare con il Quiz canoro 'il
Musichiere', prima importante produzione musicale RAI di Via Teulada,
nuovo centro appena inaugurato.
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Da sconosciuto a erede di Rodolfo Valentino: La favola moderna di
Alberto Rabagliati comincia così, improvvisamente, da un concorso
cinematografico, che fa di uno studente poco più che diciottenne
un divo della celluloide. Ma i tempi sono cambiati e in America
non attira più l'Appeal Latin Lover di Valentino. La crisi del '29
e il New Deal, il nuovo corso per la democrazia e la dignità umana,
lo lasciano solo ed emarginato dal mondo dello spettacolo.
Nel 1931-'33, l'Italia, a differenza dell'America, attraversava
un periodo apparentemente felice. Una specie di romanticismo languoroso
riemergeva nella piccola borghesia nazionale. Nel cinema, nei fotoromanzi
Rabagliati interpretò l'innamorato che scambiava sguardi impossibili,
sognando felicità senza fine. Dopo l'America, ora in Italia mandava
in deliquio: il sorriso era sempre lo stesso, bello anche se poco
convinto, pulito e schietto anche se non conquistatore. Un sorriso
da 'guarda cosa s'ha da fare per vivere'.
Finché, 'Maître de plaisir' all'Excelsior di Venezia, Ingaggiò l'orchestra
Lecuona, e una sera per scherzo si mise a cantare lui stesso. Ebbe
un buon successo, e continuò a cantare. Con i Lecuona, che incontrò
ancora a Parigi, girò il mondo vestito da Cubano. In Italia, nella
RAI, la sua voce, troppo esotica, troppo strana, non era permessa.
Solo La casa discografica Cetra gli lasciò incidere sei facciate
di dischi. E stavolta fu veramente il successo, il trionfo.
Alberto Rabagliati, con i suoi esotismi, con la sua musica sincopata,
diventò divo sul serio negli anni più crudi della storia italiana,
quando la guerra era scoppiata. Fu un divo straordinario: la Radio
dopo averlo respinto, gli offrì un intero programma intitolato al
suo nome: 'Quando canta Rabagliati'.
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Partito nella vita con un handicap fisico molto duro, quando ha
scoperto il dono della voce, non ci ha fatto più caso. Cantare era
la sola cosa facile della sua infanzia; un'evasione, un uscir da
quel mondo povero e faticoso; così, cantando, scoperse di 'possedere
una voce'.
La sua forza fu di essere estremamente umile, di accettare consigli
da tutti, di cercare di capire la radice di quel particolare canto
che deve dare senso e vigore a una canzone. Così, la voce c'era,
nitida, chiara, limpida, capace di arrivare senza sforzo al 'La',
perciò seguendo i consigli, cercò di interpretarle le canzoni più
che cantarle.
La musica lo ha accompagnato per un lungo viaggio durato molti anni.
Con essa ha vissuto la sua vera vita, come una liberazione da se
stesso, come un impulso che lo ha portato a misurarsi con contanti
moderni, con il vantaggio che, essendo un cantante completo nelle
canzoni 'spiegate' (voce, canto, estensione vocale, passione, interpretazione),
poté affrontare le canzoni moderne con quanto di strano e di arduo
è in esse.
Tajoli, da viaggiatore instancabile, ha saputo portare le sue note
nostalgiche tra gli emigranti Italiani di tutto il mondo, 'visitando'
con tenerezza la loro nostalgia, e accogliendo ovunque applausi:
in Australia, in Canada, nell'America Latina; in Giappone è particolarmente
apprezzato e molte locandine finemente affrescate lo hanno fatto
conoscere ai Giapponesi.
Il suo Handicap fu un valico che non gli fece percorrere la via
della televisione, benché partecipando a Sanremo ha lasciato ricordi
ancora vivi: 'Sole, pioggia e vento'.
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Tante illusioni, tanti sogni, e poi la realtà. Fuggiva di casa par
andare a ballare, la realtà erano le botte di papà al ritorno. Sognava
di cantare ascoltando la radio, la realtà era che lavorava in una
fabbrica. La cugina la illuse che con la sua bella voce poteva cantare
belle canzoni, ma il maestro da cui andarono per esaminare la voce
fu chiaro: "non c'è niente da fare". Stufa, cominciò a insistere:
possibile che tutto le andasse sempre contro? e difatti, infine,
venne presa in considerazione e a un concorso canoro risultò prima.
Ma a casa non poteva rivelare il trionfo. Pure il Maestro Angelini
che ora la istruiva, esitava ad aprirle la strada. Così si mise
a protestare alla radio che voleva cantare. "Ma questa vuole proprio
cantare?", si sbigottì Angelini. "Pare di sì" risposero. Per questo
Nilla pizzi si trasferì a Roma, dove fece tre anni di tirocinio
alla RAI: Solfeggio, Lezioni, Scale, Arpeggi, Gorgheggi. Alla RAI
mise a posto la voce, le note, il fraseggio, la dizione. Così alla
vigilia di Sanremo, fu pronta per imparare la prima canzone: 'Grazie
dei fior'. Nilla piacque subito, divenne subito famosa perché possiede
una abilità unica nel dare risalto alla parola, nel rendere il valore
ironico e appassionato insieme di ogni canzone. Glielo insegnò Angelini
che un cantante può durare nel tempo se ha da dire, da trasmettere
qualcosa al pubblico. Però questo qualcosa lo deve naturalmente
sentire ed elaborare profondamente il cantante stesso. Se dentro
c'è il vuoto, non si stabilisce nessun contatto con il pubblico.
E Nilla aveva un mondo tutto suo da far conoscere, pieno d'amore,
di affetti generosi e di sogni che consentono di sperare, di avere
persino fiducia nella gente.
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Enrico Gentile, Giovanni Giacobetti, Iacomo Iacomelli, ed Enrico
De angelis dall'iniziale dei loro nomi formarono la sigla E.G.I.E.,
e con questa sigla si fecero conoscere nel mondo dello spettacolo
e della rivista, come quartetto vocalista.
Grandi consumatori di dischi americani, nel 1940, prepararono due
pezzi in quello stile, ma quando si presentarono alla radio per
un'audizione si accorsero che avevano bisogno di un repertorio tutto
italiano. Conoscevano, nell'ambito musicale, Virgilio Savona, un
giovane palermitano che studiava a Roma al Santa Cecilia, il quale
li aiutò assegnando le parti vocali, facendo gli arrangiamenti e
scrivendo qualche canzoncina per il complesso. L'impatto con la
radio non fu felice; nel rimpasto Virgilio Savona prese il posto
di Iacomelli, e cominciarono a esibirsi in spettacoli da Nord a
Sud dell'Italia. Cantavano L'arca di Noè, Il Visconte di Castelfombrone,
Pattuglie Gaie, Rane nello Stagno, Ruote di carro, . . .
La sigla E.G.I.E. non reggeva con i nuovi nomi, così la cambiarono
in CETRA. Il gruppo non era ancora affiatato, Gentile faceva spesso
serate 'a solo', Savona insegnava in una scuola di canto, dove conobbe
Lucia Mannucci sua futura moglie. Anche la guerra contribuì a disgregare
il Quartetto Cetra; più volte parteciparono agli spettacoli ricreativi
per le Forze Armate, con formazioni provvisorie del gruppo vocale.
L'ultimo scambio fu alla fine delle peripezie della guerra, dopo
aver scambiato tante volte i partecipanti al gruppo, quando Enrico
De Angelis, sposatosi, decise di cambiare attività e lasciare i
vecchi amici. Il suo posto fu preso da Lucia Mannucci, e dall'Ottobre
del '47, al teatro delle Arti a Roma, rimase la formazione definitiva
conosciuta per decenni: Lucia Mannucci, Virgilio Savona, Giovanni
Giacobetti e Felice Chiusano.
Il Quartetto Cetra partecipò a riviste e commedie musicali da un
lato e varietà televisivi dall'altro, ha perfezionato una formula
molto gustosa di interpretazione delle canzoni, che è poi una versione
moderna in chiave uomristica dell'antica 'Sceneggiata'.
Con le tournée estere furono conosciuti in tutto il mondo, e in
Italia erano inseriti regolarmente negli spettacolo televisivi a
fianco dei più grandi presentatori, cantanti e attori, che nel tempo
si sono succeduti fino alla fine degli anni '80.
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Claudio Villa è un tenore. E' la qualità della sua voce, prima che
il cantante di canzoni, che dà un tratto tipico alla sua personalità
sia artistica che umana, oltre che un carattere caparbio e ostinato.
Studiando musica, mirava a Carlo Buti, e all'opera lirica, non all'esotismo
rilisciato e un poco lezioso del Rabagliati. Quando occupò il posto
di Carlo Buti, aveva un timbro più chiaro, più brillante, e di falsetti,
sgomitolati come stelle filanti in parabole ascendenti e discendenti,
era ancor più prodigo del suo predecessore.
Nel dopoguerra, con l'occupazione delle truppe anglo-americane,
la dilatazione delle borgate, la criminalità, il problema del pane,
c'era un senso di ingenua e provinciale nostalgia per certe forme
di vita di altri tempi. Si presentiva che ci si stava accomiatando
dal mondo dell'economia agricola per addentrarci nel mondo delle
industrie e della civiltà di massa. Era l'America che, insieme alla
farina, ci forniva canzoni e ritmi di danza, ma l'Italia melodrammatica
aveva Villa che, imperterrito e controcorrente, cantava 'Casetta
di trastevere' e 'Serenata celeste', o addirittura 'Borgo antico',
melodramma per l'estrema periferia con i ragazzi di vita di Pier
Paolo Pasolini. Erano canzoni che rappresentavano una primordiale,
ma profetica elegia sugli sconci urbanistici dei nostri giorni,
sui centri storici intasati di automobili, sugli alberi sterminati,
sulle campagne spopolate, sui vecchi paesi di collina destinato
all'abbandono e allo sgretolamento. Villa cantava queste canzoni
con il fraseggio imperioso dei tenori, con le consonanti martellate
dei cantanti romani di tutti i tempi e con l'accento mordente e
insolente degli stornellatori che dà sempre l'impressione che il
protagonista maschile sia 'un duro', anche quando la protervia della
protagonista femminile lo mandava curvo come un salice piangente:
'Vecchia Roma' e 'Luna rossa' furono l'elegia delle elegie su un
modo di vivere, di sentire e di fare l'amore che andava a catafascio.
La sua voce soave e timbrata, carezzevole e vibrante, aveva una
commossa sincerità non sempre trovata nel repertorio successivo.
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La canzone classica napoletana è sì
musica popolare di Napoli, ma è, meglio, il repertorio che va dagli
inizi dell'Ottocento all'immediato secondo dopoguerra, e rappresenta
uno dei punti d'eccellenza della canzone italiana, divenuti nel
corso degli anni simbolo dell'Italia musicale nel mondo. I brani
del periodo sono stati interpretati nel corso del tempo da numerosi
interpreti di fama mondiale i quali hanno contribuito alla diffusione
della musica napoletana.
Nonostante sia una musica popolare (musica pop), quindi di tradizione
orale, appartiene eccezionalmente alla popular music (Pop music).
I due elementi che aiutarono la propagazione ed il successo dell'attività
musicale furono sia la nascita, intorno ai primi dell'Ottocento
di negozi musicali e di case editrici musicali, di brani antichi;
sia i cosiddetti "posteggiatori", ossia musici vagabondi che suonavano
le canzoni o in luoghi al chiuso o davanti alle stazioni della posta
o lungo le vie della città, talvolta spacciando anche le "copielle",
fogli contenenti testi e spartiti dei brani parzialmente modificati.
Fra la seconda metà dell'Ottocento e la prima metà del Novecento,
la canzone fu arricchita di elementi caratterizzanti, nei suoi temi,
di decadentismo, pessimismo e drammatismo ad opera di intellettuali
che ne modificarono lo spirito originario. In quel periodo i maggiori
musicisti e poeti si cimentano nella composizione di numerose canzoni
ponendo le basi per la nascita della canzone classica napoletana,
pietra miliare della canzone italiana ed uno dei repertori più conosciuti
all'estero.
Nel secondo dopoguerra, invece, Renato Carosone mescola ai ritmi
della tarantella le melodie e gli strumenti tipici del jazz, contribuendo
così ancor di più all'esportazione in America della canzone napoletana,
ma la stagione del repertorio classico è finita.
Oggi, Bruno Venturini rilegge in chiave lirica i più famosi brani
del repertorio classico della canzone napoletana, dando vita ad
una significativa opera antologica, nella continuità del bel canto
italiano nel mondo, che ha avuto nel grande tenore Enrico Caruso
la sua massima espressione vocale.
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Nel
1950 la canzone Italiana, era snobbata, e poco capita dalla maggioranza
del popolo, che parlava solo il dialetto, e non capiva i testi di
alcuni brani. La canzone Italiana era però la preferita, anche se
per qualche tempo gli Italiani si rivolsero a generi musicali di
altre nazioni. Erano gi anni delle canzoni Francesi, Edith Piaf
con "La vie en rose" divenne la beniamina degli ascoltatori raffinati
e colti, ai quali tutto non si riduceva nell'apprendere una strofa,
o in un ritornello. I ritmi latino-americani ebbero nel nostro paese
una grande notorietà, ricordiamo "Besame Mucho".
Danze stravaganti ed esotiche, tipo la "Rumba" la "Samba" erano
in voga, ma non riuscirono a mettere da parte la canzone melodica
Italiana. Era il periodo della concupiscente, prorompente, Rita
Hayworth, con la sua "Amado mio" nel film dove interpretò Gilda.
Quando nacque l'idea del festival della canzone Italiana, la città
di Sanremo era ancora mal ridotta, con tanti problemi da affrontare
e risolvere. il Teatro comunale era andato distrutto dai bombardamenti,
la guerra era finita da poco, però c'era la volontà di uscire dall'impedimento
guerresco. La città era intenzionata di riprendersi il suo ruolo
principale nel campo turistico e floricolo.
In quegli anni protagonista era solo la radio, e le canzoni diffuse
divennero il simbolo della nostra società.
Si racconta che il festival sia nato quasi casualmente, nell'indifferenza,
generale. Fu il pubblico invece a decretarne il grande successo.
Grazie all'interessamento di alcuni personaggi, del gestore della
Casa da Gioco, Pier Busseti, e del Maestro Razzi della Rai, nacque
il -Festival di Sanremo- e fu la Radio a diffondere, la sera del
lunedì del 29 gennaio 51, le prime note del festival nella case
Italiane, trasmissione in diretta da uno dei locali più eleganti,
il salone delle feste del casinò. Il presentatore Nunzio Filogamo
così annunciò il suo saluto, che divenne proverbiale, dicendo; "Cari
Amici, vicini e lontani...".
"Orchestra della canzone" diretta dal maestro Cinico Angelini. Le
20 canzoni che giunsero in gara, e proposte al pubblico della casa
da Gioco, furono interpretate da Nilla Pizzi, Achille Togliani e
del Duo Fasano.
10 Canzoni in gara la prima sera, ed il pubblico presente attraverso
una votazione. scelse le 5 per la finale. La terza serata sempre
il pubblico scelse,tra le dieci canzoni finaliste, le tre canzoni
vincenti.
Vinse con la canzone "Grazie dei fior" Nilla Pizzi. Il suo disco
ebbe un grande successo, infatti ebbe un fatturato di 36000
copie.
La canzone vincitrice del primo festival, diventò popolare, e ancora
oggi fa parte della storia della musica leggera. Grazie alla diffusione
della Radio.
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