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Dinastia Mitologica |
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DINASTIA
MITOLOGICA GRECA
COSMOGONIA
La contemplazione dei
cieli è stata e rimane una delle più lunghe
e affascinanti avventure della mente umana.
La suggestione, il fascino e lo sgomento che
tali osservazioni hanno provocato, in
passato fecero sì che astronomia e
cosmologia permeassero ogni attività umana.
L'uomo "primitivo" viveva immerso
nell'Universo circostante con una
compartecipazione ben più totalizzante,
anche se ovviamente meno consapevole,
dell'uomo "moderno". Chi possedeva le chiavi
per leggere e interpretare il cosmo
suscitava rispetto e timore nelle proprie
genti.
Le inevitabili lacune della conoscenza umana
si prestarono spesso ad essere riempite da
credenze irrazionali (così almeno è come
oggi ci appaiono) che portarono a miti e a
dogmi religiosi.
Anche la cosmologia, complesso di dottrine
scientifiche o filosofiche che studiano
l'ordine, i fenomeni e le leggi
dell'universo, e la cosmogonia, cioè quella
unione di miti e di teorie che ogni popolo
ha elaborato per rendersi ragione
dell'origine dell'Universo, sono state campo
di battaglia di un conflitto che ancora oggi
si combatte su diversi fronti: quello tra
comprensione e ignoranza.
Le cosmologie più antiche potranno apparirci
ingenue: le nostre attuali conoscenze sono
in grado di confutare pienamente
l'asserzione che, per esempio, sia una
lucertola a circondare e così facendo,
tenere unito il nostro mondo.
Esemplifichiamo la questione con una
analogia: nel passaggio da due a tre
dimensioni, quello che sembrava un piano su
cui giacciono due circonferenze
completamente separate, ci appare come un
anello tagliato orizzontalmente dal piano su
cui ci sembrava giacessero le circonferenze.
La nostra conoscenza attuale ha, per così
dire, aggiunto una dimensione in più al
nostro punto di vista scientifico,
rendendolo più completo e in grado di
smascherare alcuni miti e dogmi [immagine].
Questo "gap" ci rende, in molti casi,
indubbiamente più tranquilli e fiduciosi
nelle nostre capacità di comprensione
rispetto a quelle dei nostri predecessori.
Ma "per apprendere in quale direzione si
sviluppi la fisica, c'è solo un mezzo:
confrontare il suo stato attuale con quello
di un'epoca anteriore" (M. Planck, La
conoscenza del mondo fisico).
Studiando il passato si diventa più
consapevoli del cammino dell'uomo in quella
che si può definire "protoscienza" e quindi
delle basi su cui poggiano le nostre attuali
conoscenze scientifiche.
Non si può inoltre negare la bellezza e il
fascino ancestrale racchiuse nelle "storie
del mondo"; gli uomini che ci hanno
preceduto le hanno raccontate nel tentativo
di rispondere alle stesse domande che ancora
oggi sono la spinta di ogni ricerca umana,
sia interiore che scientifica.
Le domande, comuni agli uomini di ogni
cultura e civiltà, trovano quindi una prima
risposta nelle cosmologie "primitive", se
con questo termine intendiamo i sistemi non
scientifici nel senso moderno del termine
sviluppatisi prima delle teorie greche a
tutti note o parallelamente ad esse, ma
senza subirne le influenze.
La lettura delle cosmogonie antiche porta a
un'ulteriore riflessione: basterà molto meno
di qualche migliaio di anni a trasformare la
nostra scienza in "protoscienza".
Oggi con il termine "energia oscura" si
intende quel fluido cosmico dalle proprietà
peculiari (come una pressione negativa,
capace di produrre una forma di repulsione
gravitazionale ) che è stato ipotizzato per
l'autoconsistenza dello schema attuale
dell'universo: esso appare infatti piatto,
ma manca la materia, anche oscura, che
potrebbe renderlo tale; per di più appare in
espansione accelerata. Se qualcuno
sostenesse che un tale fluido (curioso e
inquietante il nome che è stato scelto per
descriverlo: quintessenza), non è altro che
il nutrimento di quella enorme lucertola che
racchiude l'universo, espandendosi con esso,
nessuno scienziato attuale potrebbe
dimostrare il contrario.
CAOS
"Lo Spazio che non è
contenuto, ma che contiene tutto, è la
personificazione primaria della semplice
Unità... l'estensione illimitata". "Ma
l'estensione illimitata di che cosa?"
"L'Ignoto Contenitore di Tutto, la Causa
Prima Sconosciuta". Questa è una definizione
ed una risposta molto esatta.
Lo Spazio è il Contenitore ed il Corpo
dell'Universo. è un corpo di un'estensione
illimitata, i cui princìpi manifestano nel
nostro mondo fenomenico soltanto la parte
più grossolana.
" Nessuno ha mai veduto gli Elementi nella
loro pienezza". Noi dobbiamo attingere il
nostro sapere dalle espressioni originali e
dai sinonimi dei popoli primitivi.
Il Chaos era chiamato dagli antichi privo di
senno perché — il Chaos e lo Spazio essendo
sinonimi — esso rappresentava e conteneva in
sé tutti gli Elementi nel loro stato
rudimentale e indifferenziato. Gli antichi
facevano dell'Æther il quinto Elemento, la
sintesi degli altri quattro; poiché l'Æther
dei filosofi greci non era il suo residuo,
per quanto in realtà essi avessero molte più
cognizioni della scienza attuale su questo
residuo (Etere), il quale si considera
giustamente quale agente operatore di molte
Forze che si manifestano sulla terra.
Poiché l'Essenza dell'Aether, o lo Spazio
Invisibile, era considerata divina in quanto
si supponeva che fosse il Velo della
Divinità, così essa veniva pure considerata
quale intermediaria fra questa vita e quella
successiva. Gli antichi ritenevano che
quando le Intelligenze attive dirigenti —
gli Dèi — si ritiravano da una porzione
qualsiasi dell'Æther nel nostro Spazio, o
dei quattro regni che essi governavano,
allora quella particolare regione cadeva
sotto il dominio del male, così chiamato a
causa dell'assenza del bene.
L'esistenza dello Spirito, l'Etere, è negata
dal Materialismo, mentre la Teologia ne fa
un Dio personale. II cabalista ritiene che
ambedue siano in errore, e dice che
nell'Etere gli elementi rappresentano
soltanto la Materia, le Forze Cosmiche
cieche della Natura, mentre lo Spirito
rappresenta l'Intelligenza che le dirige. Le
dottrine cosmogoniche Ariane, Ermetiche,
Orfiche e Pitagoriche, sono tutte basate su
una formula incontestabile, cioè che l'Æther
e il Chaos, o, nel linguaggio platonico, la
Mente e la Materia, erano i due princìpi
primordiali ed eterni dell'Universo, del
tutto indipendenti da qualsiasi altra cosa.
Il primo di essi era il princìpio
intellettuale che tutto vivifica, mentre il
Chaos era un princìpio liquido "senza forma
né intelletto"; dalla loro unione nacque
l'Universo, o piuttosto il Mondo Universale,
la prima Divinità androgina — divenendo la
Materia Caotica il suo Corpo e l'Etere la
sua Anima. Secondo la fraseologia di un
frammento di Hermeias: "Il Chaos, ottenendo
l'intelletto da questa unione con lo
Spirito, risplendette di piacere e così fu
generato il Protogono, la Luce
(Primogenita)". Questa è la Trinità
Universale, basata sulle concezioni
metafisiche degli antichi, i quali,
ragionando per analogia, fecero dell'uomo,
che è un composto di Intelletto e di
Materia, il Microcosmo del Macrocosmo, o
Grande Universo.
"La Natura aborre il Vuoto", dicevano i
Peripatetici, i quali, benché materialisti
alla loro maniera, comprendevano forse
perché Democrito ed il suo maestro Leucippo
insegnassero che i primi princìpi di tutte
le cose contenute nell'Universo erano gli
Atomi ed il Vuoto. Quest'ultimo significa
semplicemente la Forza latente o la
Divinità, la quale, precedentemente alla sua
prima manifestazione — quando divenne la
Volontà che dette il primo impulso a questi
Atomi — era il grande Nulla, o Nessuna-Cosa;
e di conseguenza, in ogni senso, un Vuoto o
Chaos.
COSMO
Nelle antiche filosofie, Chaos, Theos,
Kosmos, e Spazio, sono identificati per
tutta l'eternità come lo Spazio Unico
Ignoto, di cui l'ultima parola non sarà
forse mai conosciuta. Inoltre, la parola
stessa "Dio", al singolare, che include
tutti gli Dèi o Theoi, pervenne alle nazioni
civili "superiori" da una strana sorgente,
da una sorgente interamente e
preminentemente fallica quale è quella del
Lingham indiano nella sua nuda franchezza.
Alle razze latine esso pervenne dall'ariano
Dyaus (il Giorno); agli slavi dal Bacco
greco (Bagh-bog); ed alle razze sassoni
direttamente dall'ebraico Yod o Jod.
Quest'ultimo è maschio e femmina, e Yod è il
fallico gancio. Di qui deriva il sassone
Godh, il germanico Gott e l'inglese God. Si
può dire che questa parola simbolica
rappresenti il Creatore dell'Umanità Fisica,
sul piano terrestre; ma certamente non aveva
niente a che fare con la Formazione o
"Creazione" sia dello Spirito che degli Dèi
o del Cosmo.
Chaos-Theos-Kosmos, la Triplice Divinità, è
tutto in tutto. Di conseguenza, si dice che
essa è maschio e femmina, bene e male,
positivo e negativo, l'intera serie delle
qualità contrarie. Quando è latente non è
conoscibile e diviene la Divinità
Inconoscibile. Essa può essere conosciuta
soltanto nelle sue funzioni attive, e quindi
quale Forza-Materia e Spirito vivente, le
correlazioni e la risultante, o
l'espressione sul piano visibile, dell'Unità
ultima e per sempre sconosciuta. A sua volta
questa Triplice Unità produce i Quattro
Elementi Primari, conosciuti nella nostra
Natura terrestre visibile, ciascuno
divisibile in sottoelementi, dei quali circa
una settantina sono conosciuti dalla
Chimica. Ogni Elemento Cosmico come il
Fuoco, l'Aria, l'Acqua e la Terra,
partecipando delle qualità e dei difetti dei
loro Primari, è, nella sua natura, Bene e
Male, Forza o Spirito, e Materia, ecc.; e
ciascuno, quindi, è in pari tempo Vita e
Morte, Salute e Malattia, Azione e Reazione.
Essi formano costantemente la Materia sotto
l'impulso incessante dell'Elemento Unico,
l'inconoscibile, rappresentato nel mondo dei
fenomeni dall'Aether. Essi sono "gli Dèi
immortali che danno nascita e vita a tutto".
Empedocle.
Empedocle (ca. 450 a.C.), chiamava questi
elementi "rizòmata" ("radici", plurale di
"rizoma" ) di tutte le cose, immutabili ed
eterne. L'unione di tali radici determina la
nascita delle cose, e la loro separazione,
la morte. Si tratta perciò di apparenti
nascite e apparenti morti, dal momento che
l'Essere (le radici) non si crea e non si
distrugge, ma è soltanto in continua
trasformazione.
L'aggregazione e la disgregazione delle
radici sono determinate dalle due forze
cosmiche e divine Amore (Eros) e
Discordia (Eris, o Odio), secondo un
processo ciclico eterno. In una prima fase,
tutti gli elementi e le due forze cosmiche
sono riunite in un Tutto omogeneo, nel
Cosmo, il regno dove predomina Eros. Ad un
certo punto, sotto l'azione di Eris, inizia
una progressiva separazione delle radici.
L'azione della Discordia, non è ancora
distruttiva, dal momento che le si oppone la
forza dell'Amore, in un equilibrio variabile
che determina la nascita e la morte delle
cose, e con esse quindi il nostro mondo.
Quando poi Eris prende il sopravvento su
Eros, e ne annulla l'influenza, si giunge al
Caos, dove regna la Discordia e dove è la
dissoluzione di tutta la materia. A tal
punto il ciclo continua grazie ad un nuovo
intervento dell'Amore che riporta il mondo
alla condizione intermedia in cui le due
forze cosmiche si trovano in nuovo
equilibrio che dà nuovamente vita al mondo.
Infine, quando Eros si impone ancora
totalmente su Eris si ritorna alla
condizione iniziale del Cosmo. Da qui il
ciclo ricomincia.
Il processo che porta alla formazione del
mondo è quindi una progressiva aggregazione
delle radici. Tale unione, non ha carattere
finalistico, è assolutamente casuale. E tale
casualità si evidenzia a proposito degli
esseri viventi. All'inizio infatti le radici
si uniscono a formare arti e membra
separati, che solo in seguito si uniranno,
sempre casualmente tra di loro. Nascono così
mostri di ogni specie (come ad esempio il
Minotauro), che, dice Empedocle quasi
anticipando Charles Darwin, sono scomparsi
solo perché una selezione naturale favorisce
alcune forme di vita rispetto ad altre,
meglio organizzate e perciò più adatte alla
sopravvivenza.
Per Empedocle le quattro radici sono anche
alla base della conoscenza. Egli infatti
sostenne che i processi della percezione
sensibile (degli oggetti esterni) e della
conoscenza razionale fossero possibili solo
in quanto esisteva una identità di struttura
fisica e metafisica tra il soggetto
conoscente, ossia l'uomo, e l'oggetto
conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia
l'uomo che gli enti erano formati da
analoghe mescolanze quantitative delle
quattro radici ed erano mossi dalle medesime
forze attrattive e repulsive. Questa
omogeneità rendeva possibile il processo
della conoscenza umana, che si basava dunque
sul criterio del simile. Infatti così
affermò Empedocle: «noi conosciamo la terra
con la terra, l'acqua con l'acqua, il fuoco
con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio
con l'odio».
La Tetraktys pitagorica
Per i pitagorici, la "Tetraktys"
rappresentava la successione aritmetica dei
primi quattro numeri naturali (o più
precisamente numeri interi positivi), un
«quartetto» che geometricamente «si poteva
disporre nella forma di un triangolo
equilatero di lato quattro», ossia in modo
da formare una piramide che sintetizza il
rapporto fondamentale fra le prime quattro
cifre e la decade: 1+2+3+4=10. «A
dimostrazione dell'importanza che il simbolo
aveva per Pitagora [c. 575 a.C. - c. 495
a.C.], la scuola portava questo nome e i
suoi discepoli prestavano giuramento sulla
tetraktys.»
Il significato simbolico.
A ogni livello della tetraktys corrisponde
uno dei quattro elementi:
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1° livello. Il punto superiore:
l'Unità fondamentale, la
compiutezza, la totalità, il
Fuoco
2° livello. I due punti: la
dualità, gli opposti
complementari, il femminile e il
maschile, l'Aria
3° livello. I tre punti: la
misura dello spazio e del tempo,
la dinamica della vita, la
creazione, l'Acqua
4° livello. I quattro punti: la
materialità, gli elementi
strutturali, la Terra.
|
A sua volta il dieci
rimanda all'Unità poiché 10=1+0=1. Inoltre
«nella decade "sono contenuti egualmente il
pari (quattro pari: 2, 4, 6, 8) e il dispari
(quattro dispari: 3, 5, 7, 9), senza che
predomini una parte". Inoltre risultano
uguali i numeri primi e non composti (2, 3,
5, 7) e i numeri (4, 6, 8, 9) secondi e
composti. Ancora essa "possiede uguali i
multipli e sottomultipli: infatti ha tre
sottomultipli fino al cinque (2, 3, 5) e tre
multipli di questi, da sei a dieci (6, 8,
9)". Infine, "nel dieci ci sono tutti i
rapporti numerici, quello dell'uguale, del
meno-più e di tutti i tipi di numero, i
numeri lineari, i quadrati, i cubi. Infatti
l'uno equivale al punto, il due alla linea,
il tre al triangolo, il quattro alla
piramide"». Forse «è nata così la
teorizzazione del "sistema decimale" (si
pensi alla tavola pitagorica)», tuttavia
solo per quanto riguarda la Grecia e non per
l'intera storia della civiltà e della
matematica, che attesta la preesistenza di
tale intuizione rispetto ai Pitagorici.
Aristotele
A questi quattro elementi Aristotele ne
aggiungerà un quinto che egli chiamerà
Etere e che costituisce la materia delle
sfere celesti.
L'etere (confluito in latino come Æther),
sinonimo di quintessenza (dal latino
medievale quinta essentia), era un elemento
che secondo Aristotele si andava a sommare
agli altri quattro già noti: il fuoco,
l'acqua, la terra, l'aria.
Aristotele credeva che l'etere fosse eterno,
immutabile, senza peso e trasparente.
Proprio per l'eternità e l'immutabilità
dell'etere, il cosmo era un luogo
immutabile, in contrapposizione alla Terra,
luogo di cambiamento.
Secondo gli alchimisti medievali, l'etere
sarebbe il composto principale della pietra
filosofale. Essi indicarono con l'etere o
quintessenza la forza vitale dei corpi, una
sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa
che muta i metalli in oro possiede altre
virtù straordinarie: come, ad esempio,
conservare la salute umana integra sino alla
morte e di non lasciar passare la morte (se
non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la
sapesse usare potrebbe rendersi immortale.
Questo lapis non è certamente nient'altro
che seme di vita, gheriglio e quintessenza
dell'intero universo, da cui gli animali, le
piante, i metalli e gli stessi elementi
traggono sostanza.
L'intera allegoria è altamente filosofica, e
in realtà la troviamo ripetuta in tutti gli
antichi sistemi di filosofia. Così la
ritroviamo in Platone, il quale, avendo
pienamente abbracciate le idee che Pitagora
aveva portate dall'India, le rielaborò e le
pubblicò in una forma più intelligibile di
quella del misterioso sistema numerico
originale del Saggio di Samo. Così, in
Platone, il Kosmos è il "Figlio", che ha per
Padre e Madre il Pensiero Divino e la
Materia.
La scienza moderna considera con disprezzo
la Cosmolatria come una superstizione. Però,
prima di deriderla, la scienza stessa
dovrebbe, come consigliava uno scienziato
francese, "riformare completamente il
proprio sistema di educazione
cosmopneumatologica.
I moderni Caos - Energia - Vuoto
Il "vuoto" appare come "nulla" ed in termini
matematici lo si definisce come "zero" ,
perché esso è lo stato di "vuoto" o di
"energia zero" = energia potenziale del
"vuoto", che però di fatto non è un vuoto
assoluto ma e' un pieno totale; infatti gli
scienziati hanno scoperto recentemente che
il "vuoto" non è vuoto, ma alla temperatura
dello zero assoluto vi è una energia
fondamentale E, che chiamano "Energia duale"
E = E+ ed E- (energia duale ed
indissolubile).
Definizione di E
E+, e' formata dai famosi "Puncta" di
Ruggero Boscovich, scienziato del 1700, che
per primo formulò una teoria unificata fra
micro cosmo e macrocosmo, teoria simile ad
alcune moderne.
Questa Energia E, si manifesta per
contrapposti (E+ ed E-), ciò significa che
il "Puncta", che ha la caratteristica di
sembrare una "particella" in realta' e' un
buco puntiforme virtuale CentroMosso = un
vortice, questo "buco" è eternamente
instabile e quindi in moto eternamente
potenziale, e quando incontra - interagisce
- un altro puncta (dello stesso tipo di
energia a potenziale diverso E- ), forma una
coppia, vi si avviluppa e forma di
conseguenza, per il suo intrinseco movimento
centro mosso, un vortice di energia/moto
(Energia Cosmica) che li "lega assieme", li
coniuga, li sposa, formando l'insieme
denominato: "particella" multiforme ("parte"
di un insieme di "celle" )= curvatura dello
spazio-tempo e dell'ETERe fluttuante, ma
eternamente stabile in loco ed in eterno
movimento sussultorio, come le onde nella
massa dell'oceano .
L'Energia null'altro e' che la "variazione
pulsante dell'Etere.
Definizione di Vuoto e di campo
La teoria quantistica dei Campi della fisica
moderna ci costringe ad abbandonare la
classica distinzione fra particelle
materiali e vuoto. La teoria del campo
gravitazionale di Einstein e la teoria dei
campi mostrano entrambe che le particelle
non possono essere separate dallo spazio che
le circonda. Da una parte, esse determinano
la struttura di questo spazio, mentre
dall'altra non possono venire considerate
come entità isolate, ma devono essere viste
come condensazioni di un campo continuo che
è presente in tutto lo spazio.
Nella teoria dei campi, il campo è visto
come la base di tutte le particelle e delle
loro interazioni reciproche.
"II campo esiste sempre e dappertutto (e' il
nome moderno dell'Etere degli antichi), non
può mai essere eliminato. Esso è il veicolo
di tutti i fenomeni materiali. è il "vuoto"
dal quale il protone crea i mesoni n.
L'esistere e il dissolversi delle particelle
sono semplicemente forme di moto del campo".
Infine, la distinzione tra materia e spazio
vuoto dovette essere abbandonata quando
divenne evidente che le particelle virtuali
possono generarsi spontaneamente dal vuoto,
e svanire nuovamente in esso, senza che sia
presente alcun nucleone o altra particella a
interazione forte. Qui un "diagramma
vuoto-vuoto" per un processo di questo tipo:
tre particelle - un protone (p), un
antiprotone (f), e un pione (n) - emergono
dal nulla e scompaiono nuovamente nel vuoto.
Secondo la teoria dei campi, eventi di
questo tipo avvengono di continuo. Il vuoto
è ben lungi dall'essere vuoto.
Al contrario, esso contiene un numero
illimitato di particelle che vengono
generate e scompaiono in un processo senza
fine.
In questo aspetto della fisica moderna c'è
dunque la più stretta corrispondenza con il
Vuoto del misticismo orientale. Il "vuoto
fisico" — come è chiamato nella teoria dei
campi — non è uno stato di semplice
non-essere, ma contiene la potenzialità di
tutte le forme del mondo delle particelle.
Queste forme, a loro volta, non sono entità
fisiche indipendenti, ma soltanto
manifestazioni transitorie del Vuoto
soggiacente ad esse. Come dice il sùtra, "la
forma è vuoto, e il vuoto in realtà è
forma".
La relazione tra le particelle virtuali e il
vuoto è una relazione essenzialmente
dinamica; il vuoto è certamente un "Vuoto
vivente, cioe' intelligente" = Vuoto
QuantoMeccanico -, pulsante in ritmi senza
fine di "creazione e distruzione", che si
puo' definire un eterno "amplesso".
La scoperta della qualità dinamica del vuoto
è considerata da molti fisici uno dei
risultati più importanti della fisica
moderna. Dall'avere una funzione di vuoto
contenitore dei fenomeni fisici, il "nuovo"
vuoto è passato ad essere una qualita' e
quantità dinamica della massima importanza.
I risultati della fisica moderna sembrano
quindi confermare le parole del saggio
cinese Chang Tsai: "Quando si conosce che il
Grande Vuoto è pieno di Ki, si comprende che
non esistono cose quali il non-essere".
DIVINITA'
La Cosmogonia, oltre agli elementi (Fuoco,
Aria, Acqua, Terra), considera anche le
divinità. Queste divinità esistono come
essenze vitali oscure e capricciose finché
Eros non le induce ad armonizzare ed
acquisire delle personalità più clementi
come la Concordia. E allora Caos, miscuglio
indescrivibile ed inestricabile, incomincia
a delinearsi come Cosmo e quindi ordine.
Le divinità derivano o direttamente dal
Caos, oppure dalla interazione fra le entità
divine stesse (Erebo e la Notte "Nyx"
generano i loro opposti Etere e il Giorno):
- Erebo: una specie di abisso
senza fondo fatto di tenebre.
- Tartaro: il luogo sotterraneo
in cui i malvagi subivano i dovuti
tormenti.
- Nyx: la notte buia e
misteriosa che dava però riposo e
portava buoni consigli;
- Emera: Il giorno.
- Destino ( o Fato): una
divinità ora benigna e ora ostile, in
ogni modo divinità potentissima ed
inesorabile dai voleri imperscrutabili,
alla quale tutti gli altri dèi dovevano
sottomettersi e ubbidire.
Niente e nessuno poteva cambiare ciò che
egli aveva stabilito.
- Ubris: Tracotanza, insolenza
compiuta verso gli dei. Il sentimento
dell'uomo di volersi fare pari agli dei,
puntualmente punito severamente.
- Dione l'istinto sessuale
E altre divinità:
il Biasimo, la Pena, il Sonno, i Sogni,
l'Inganno, la Brama, la Rissa, il Travaglio,
l'Oblio, la Fame, la Vecchiaia, la Morte,
...
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TEOGONIA
GEA
(Gaia o la Tellus romana) non nasce dal
Caos, ma sorge o si desta quando Eros inizia
a interagire con Eris per ripristinare il
Cosmo. E' la prima Dea, madre di tutti gli
Dei e degli uomini.
Come vedremo negli eventi divini, gli dei
per procreare si uniscono fra di loro, ma si
possono unire pure alle divinità derivate
dal Caos, e pure con gli uomini. Gea invece
creò i primi suoi figli da se stessa:
- URANO ( il cielo stellato).
- PONTO (il mare profondo)
PONTO e Gea procrearono:
- Nereo: il mare in bonaccia, fu il
padre delle Nereidi
- Taumante: Il maestoso mare. Padre
delle Arpie e di Iride.
- Euribia: la violenza del mare
tempestoso, sposò il Titano Crio
- Forco e Ceto: Fratello e
sorella, i pericoli del mare in tempesta.
E dalla loro unione nacquero le Fòrcidi,
ossia le Graie e le Gorgoni, ed un serpente
dal terribile aspetto. Quest'ultimo era il
custode nelle caverne dei pomi aurei.
le Graie (Enio, Perfredo e Dino)
erano tre vecchie dai capelli grigi ed un
solo occhio che facevano da sentinelle alle
Gorgoni (Steno, Eurialo e Medusa).
Di queste, le prime due erano immortali e
non potevano invecchiare, la terza invece
era mortale. Esse abitavano "sull'altra riva
dell'inclito Oceano, all' estremità del
mondo presso il soggiorno della Notte, dove
si trovano le Esperidi dalla voce sonora".
Medusa, il cui nome in greco
significa "colei che domina", inizialmente
era stata una donna bellissima con capelli
meravigliosi. Poseidone si innamorò di lei,
si trasformò in uccello e la rapì. La
sedusse nel tempio di Atena, e Medusa
nascose il volto dietro l'egida della dea.
Atena, offesa sia per averli scoperti nel
suo tempio, sia perchè la Gorgone aveva
osato vantare i suoi capelli come più belli
di quelli della dea, la punì trasformandola
in mostro con gli occhi di fuoco, la lingua
penzolante, con zanne enormi e serpi al
posto dei capelli. Inoltre, pietrificava
chiunque la guardasse.
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Gea come sposo scelse Urano e
assieme governarono il creato dando inizio a...
Il REGNO DI URANO Gea (la Dea Madre) e
Urano (il cielo stellato) generarono:
tre Ecatonchiri (o Centimani):
Briareo (o Egemone), Gie (o Gige) e Cotto.
Gea li generò fecondata
dalla pioggia che Urano fece cadere dal
cielo sulla Terra.
Ognuno di loro aveva cento braccia e
cinquanta teste che sputavano fuoco, il
resto del corpo (quindi dal busto in giù)
era di aspetto umano.
Non erano giganti, ma uomini. Sono i primi
mostri ad apparire nella "cronologia
mitologica" greca; sono perciò appartenenti
a quella schiera di mostri che è stata
definita come "Prima Generazione Cosmica".
Una progenie rinnegata degli dei, che le
stesse divinità hanno paura di affrontare.
tre Ciclopi: Bronte (tuono), Sterope
(fulmine) ed Arge (lampo).
In epoca arcaica gli antichi mitografi
distinguevano tre stirpi di ciclopi:
- I figli di Urano e Gea appartengono alla
prima generazione divina di Ciclopi.
"Costruttori", che avrebbero costruito tutti
i monumenti preistorici che si vedevano in
Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da
blocchi enormi il cui peso e dimensione
sembrano sfidare le forze umane (le "mura
ciclopiche");
- Poi c'erano gli alti conoscitori
dell'arte della lavorazione del ferro:
Ciclopi aiutanti di Efesto (Vulcano).
Ciclope (significa 'occhio rotondo').
Caratterizzati dalla presenza di un solo
occhio.
- Nell'Odissea di Omero (libro IX), Ulisse
incontra in Sicilia i loro figli: i barbari
Ciclopi, che, ormai scordata l'arte degli
avi che lavoravano come fabbri, vivevano
dediti alla pastorizia e isolati l'uno
dall'altro in caverne.
« Questi si affidano
ai numi immortali: non piantano alberi,
non arano campi; ma tutto dal suolo
per loro vien su inseminato e inarato,
orzo e frumento e viti che portano vino
nei grappoli grossi, che a loro matura
la pioggia celeste di Zeus »
(Odissea, IX, 107-111)
Omero dà il nome di uno solo di loro,
Polifemo, che fece prigioniero Ulisse e i
suoi compagni.
Una qualche verità storica riguardo
all'esistenza di una popolazione o tribù che
rispondesse al nome di "Ciclopi" ci viene
data da Tucidide nel libro VI delle sue
Storie allorquando si accinge a parlare
delle popolazioni barbare esistenti in
Sicilia prima della colonizzazione greca.
Così scrive:
« Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese
fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali
io non saprei dire né la stirpe né donde
vennero né dove si ritirarono: basti quello
che è stato detto dai poeti e quello che
ciascuno in un modo o nell'altro conosce al
riguardo. »
L'ipotesi più attendibile rimane oggi quella secondo cui i
Ciclopi, antichi fabbri, fossero in realtà
degli artigiani emigrati da oriente fino
alle isole Eolie dove si sono trovate tracce
della lavorazione dei metalli.
I riscontri archeologici potrebbero così confermare il mito che li
voleva residenti proprio su tali Isole. La
presenza di un occhio solo potrebbe essere
una tradizione legata all'usanza di coprire
con una benda l'occhio sinistro per
proteggerlo dalle scintille ovvero da un
ipotetico tatuaggio sulla fronte
rappresentante il Sole, essere cui questi
antichi artigiani poterono probabilmente
essere devoti.
12 Titani:
|
Sei maschi
Oceano
Ceo
Crio
Iperione
Giapeto
Crono
|
Sei femmine (Titanidi)
Tea
Rea
Temi
Teti
Febe
Mnemosine
|
Vivevano su una montagna della Tessaglia. Erano talmente
forti che ancora oggi si usa dire uno sforzo o una forza titanica per indicare
una forza veramente grande.
Urano, disgustato dall'aspetto mostruoso dei suoi figli, i
Ciclopi e gli Ecatonchiri e ossessionato dall'idea che potessero privarlo
un giorno del dominio dell'universo, li fece sprofondare tutti al centro della
terra.
IL SANGUE DI URANO
Gea, triste e irata per la sorte che Urano
il suo sposo aveva destinato ai figli decise
di reagire. Costruì all'insaputa di Urano un
falcetto con del ferro estratto dalle sue
viscere e radunati i suoi figli Titani,
tentò di convincerli a muovere guerra contro
il padre. Ma uno solo, il più giovane osò
seguire il consiglio della madre, il titano
Crono, che armato dalla madre, si nascose
nella Terra ed attese l'arrivo del padre.
Era infatti abitudine di Urano, discendere
la notte dal cielo per abbracciare la sua
sposa nell'oscurità. Non appena Urano si
presentò, Crono saltò fuori e con una mano
immobilizzò il padre, mentre con l'altra lo
evirava con il falcetto.
I genitali di Urano caddero a fecondare la
schiuma del mare, e da una conchiglia nacque
. . .
Afrodite la dea dell'amore.

Nata dalla spuma fecondata del mare, dentro
una conchiglia, fu spinta da Zefiro sulla
spiaggia dell'isola di Cipro.
Afrodite venne subito accolta a Cipro dalle
Ore che erano le figlie di Temi (dea
dell'ordine dei sessi, insito nella
natura);esse la rivestirono perché era
emersa dalla conchiglia nuda. Soltanto dopo
essere stata vestita, adornata e incoronata,
Afrodite con solenne pompa, fu introdotta
all'Olimpo, dove tutti gli dei furono
conquistati dal suo fascino; un po' meno le
dee, gelose di vedere offuscato il loro
prestigio femminile, e sopra tutte, Giunone
e Minerva. La conchiglia fu da allora
considerata un animale marino sacro alla
grande dea dell'amore.
La Venere dei Romani, dea della bellezza e
dell'amore sensuale; era rappresentata, il
corpo cinto di rose e di mirto, velato il
fiore della sua femminilità da una
misteriosa cintura, tirato il carro da
passeri, colombi e cigni, col giocondo
corteggio del riso, dei giochi, dello
zefiro, delle grazie e degli amorini.
Nonostante l'aspra gelosia di Giunone (ERA)
non impedì però a questa, di implorare in
prestito dalla rivale il prezioso cinto,
quando tentò di riaccendere l'amoroso fuoco,
ormai assopito, nel marito Giove, l'eterno
infedele: e, in quella congiuntura, Ermete
(Mercurio) trovò modo di trafugare, sagace
maestro di frodi, dalle stesse mani di
Giunone l'afrodisiaco Cinto che Afrodite
stentò poi a recuperare.
Dea dell'amore e della bellezza, rappresenta
l'attrazione tra le parti dell'universo.
Simboleggia anche l'istinto naturale di
fecondazione e di generazione con cui gli
esseri si riproducono con i quattro elementi
in eterno.
Amata dagli dèi e dai mortali, Afrodite
aveva una sfera di potenza vastissima; era
venerata con vari epiteti alludenti alla sua
qualità di suscitatrice della vegetazione e
protettrice della navigazione o dei
combattenti (in tal caso era venerata
accanto ad Ares).Gli epiteti di "celeste" e
di "tutto il popolo" sono riferiti ad
Afrodite quale dea dell'amore spirituale e
sensuale. Il suo culto era originario di
Cipro ma la più antica sede era l'isola di
Citera. In Occidente ebbe il maggior centro
in Sicilia.
Le Moire assegnarono ad Afrodite un solo
compito divino, quello di fare l'amore; ma
un giorno Atena la sorprese mentre
segretamente tesseva un telaio, e si lagnò
che tentasse di usurpare le sue prerogative;
Afrodite le fece le scuse e da quel giorno
non alzò più nemmeno un dito per lavorare.
Diede figli ad Ares, Efesto, Dioniso, Ermes;
ebbe Enea, dall'eroe Anchise, ma il suo
grande amore fu àdone. All'antichissima, e
certo più diffusa, tradizione di Afrodite
terrestre e sensuale, fu col tempo
contrapposta, sull'autorevole testimonianza
del poeta Esiodo, l'altra celeste e
spirituale, simbolo della forza animatrice
della natura, e rappresentata con in mano lo
scettro ed in fronte una stella.
Ares e Afrodite
Ben di rado Afrodite cedeva in prestito alle
altre dee il magico cinto che faceva
innamorare chiunque lo portasse, poiché era
molto gelosa dei suoi privilegi. Zeus
l'aveva data in sposa a Efesto, il dio
fabbro zoppo. Ma il vero padre dei tre figli
che diede alla luce, Fobo, Deimo e Armonia,
era Ares, l'impetuoso, litigioso e ubriacone
dio della guerra. Efesto non si accorse di
essere ingannato finché gli amanti non
indugiarono a letto troppo a lungo nel
palazzo di Ares in Tracia, ed Elio, sorgendo
nel cielo, lì scoprì intenti ai loro
piaceri, e andò a raccontare tutto a Efesto.
Efesto, furibondo, si ritirò nella sua
fucina e forgiò una rete di bronzo, sottile
come un velo ma solidissima, e la assicurò
segretamente ai lati del suo talamo. Quando
Afrodite ritornò dalla Tracia, tutta sorrisi
e con la scusa pronta (assicurò infatti che
si era recata a Corinto per sbrigare certe
faccende), Efesto le disse: "Perdonami, cara
consorte, ma debbo recarmi per una breve
vacanza a Lemno, la mia isola favorita".
Afrodite non si offrì di accompagnarlo,
anzi, non appena Efesto fu partito, mandò a
chiamare Ares, che si precipitò al palazzo.
Ambedue si coricarono senza perder tempo nel
talamo di Efesto, ma all'alba si trovarono
prigionieri della reteº, completamente nudi
e senza possibilità di scampo. Efesto,
ritornato dal suo viaggio, li colse sul
fatto e invitò tutti gli dei a far da
testimoni al suo disonore. Annunciò poi che
non avrebbe liberato la moglie finché non
gli fosse stata restituita la preziosa dote
che aveva dovuto pagare a Zeus, padre
adottivo della sposa.
Gli dei accorsero subito per vedere Afrodite
nell'imbarazzo, ma le dee, per un delicato
senso di pudore, rimasero a casa. Apollo,
canzonando Ermes, gli disse: "Scommetto che
non ti spiacerebbe trovarti al posto di
Ares, con la rete e il resto." Ermes giurò
sulla sua testa che non gli sarebbe
dispiaciuto affatto, anche se le reti
fossero state tre anzichè una, e, mentre le
dee scuotevano la testa in segno di
disapprovazione, Ermes e Apollo scoppiarono
in una gran risata.
Zeus era così disgustato che rifiutò di
restituire la dote o di intromettersi in un
litigio tanto volgare tra moglie e marito,
dichiarando che Efesto era stato uno sciocco
a mettere in piazza gli affari suoi.
Poseidone che, al vedere il nudo corpo di
Afrodite, si era subito innamorato di lei e
a fatica celava la sua gelosia per Ares,
finse di prendere le parti di Efesto.
"Poiché Zeus rifiuta di venirti in aiuto",
gli disse, "propongo che Ares, per riavere
la libertà, ti paghi il valore equivalente
alla dote di cui si discuteva poc'anzi."
"Benissimo", disse Efesto di cattivo umore,
"ma se Ares non mantiene la promessa dovrai
prendere il suo posto sotto la rete." "In
compagnia di Afrodite?", chiese Apollo
ridendo. "Non posso nemmeno immaginare che
Ares non mantenga la promessa", disse
Poseidone, "ma se non la mantenesse, sono
disposto a pagare il debito in vece sua e a
sposare Afrodite." Così Ares fu rimesso in
libertà e ritornò in Tracia, mentre Afrodite
andò a Pafo, dove recuperò la propria
verginità bagnandosi nel mare.
Afrodite ringraziò a modo suo anche
Poseidone per essere intervenuto in suo
favore, e gli generò due figli, Rodo ed
Erofilo. Inutile dire che Ares non mantenne
la sua promessa, sostenendo che, se Zeus si
era rifiutato di pagare, egli poteva fare
altrettanto. Alla fine Efesto rinunciò al
risarcimento, perché era pazzamente
innamorato di Afrodite e non aveva
intenzione di divorziare da lei.
Anchise ed Enea
Benché Zeus, contrariamente a quanto taluni
sostengono, non giacesse mai con Afrodite,
sua figlia adottiva, la magica cintura agiva
anche su di lui sottoponendolo a una
tentazione continua, ed egli infine decise
di umiliare la dea facendola innamorare
disperatamente di un mortale. Costui fu il
bell'Anchise, re dei Dardiani, nipote di
Ilo: una notte, mentre egli dormiva nella
sua capanna di mandriano sul monte Ida,
presso Troia, Afrodite si recò da lui
travestita da principessa frigia, il corpo
avvolto in un manto di un bel rosso
sgargiante, e si giacque con Anchise su un
letto di pelli d'orso e di leone, mentre le
api gli ronzavano intorno. Quando all'alba
si separarono, Afrodite rivelò al giovane la
sua identità e gli fece promettere di non
dire ad alcuno che era andato a letto con
lei. Anchise, atterrito all'idea di aver
svelato la nudità di una dea, la supplicò di
risparmiargli la vita. Afrodite lo rassicurò
dicendo che non aveva nulla da temere e che
il loro figliolo sarebbe diventato famoso.
Alcuni giorni dopo, mentre Anchise stava
bevendo in compagnia di certi amici, uno di
essi gli chiese: "Non pensi sia più
piacevole andare a letto con le figlia del
Tal dei Tali anziché con Afrodite?" "No",
rispose sbadatamente Anchise, "perché sono
andato a letto con tutti e due e il paragone
mi sembra assurdo".
Zeus udì questa vanteria e scagliò contro
Anchise una folgore che l'avrebbe ucciso
senz'altro, se Afrodite non l'avesse salvato
all'ultimo momento proteggendolo con la
magica cintura. La folgore scoppiò ai piedi
di Anchise senza ferirlo, ma lo spavento fu
tale che il giovane da quel giorno non
riuscì più a raddrizzare la schiena e
Afrodite, dopo avergli generato il figlio
Enea, perse ogni interesse per lui.
Dioniso e Priapo
Afrodite cedette poi alle lusinghe di
Dioniso e gli generò Priapo, un orrendo
fanciullo dagli enormi genitali: fu Era che
gli diede quell'osceno aspetto, in segno di
disapprovazione per la promiscuità di
Afrodite. Priapo è giardiniere e porta
sempre con sé un coltello da potatura.
Nato deforme con pancia enorme, lingua lunga
e membro mostruosamente smisurato.
Nascendo così brutto Afrodite lo rinnegò e
lo abbandonò ad Abarnis (campo dei
mentitori) regione intorno a Lampsaco nella
Misia. Lo allevarono dei pastori che dalla
sua mostruosità fallica ne avevano tratto
dei buoni auspici per la fertilità dei campi
e delle greggi.
Il culto di Priapo risale ai tempi di
Alessandro Magno e fu largamente ripreso
anche dai Romani, soprattutto collegato ai
riti dionisiaci e alle orge dionisiache.
Così Priapo divenne il dio dell'istinto
sessuale e della forza generativa maschile e
della fertilità delle campagne: proteggeva
gli orti e le vigne dai ladri e dai golosi
uccelli. Spesso, cippi di forma fallica
venivano usati a delimitare gli agri di
terra coltivabile. Questa tradizione è
continuata nel corso dei secoli, infatti
ancora oggi, possiamo trovare diversi esempi
di cippi fallici in Italia, nelle campagne
di Sardegna, Puglia (soprattutto nella
provincia di Lecce) e Basilicata o nelle
zone interne di Spagna, Grecia e Macedonia.
Nell'arte romana, veniva spesso raffigurato
in affreschi e mosaici, generalmente posti
anche all'ingresso di ville ed abitazioni
patrizie. Il suo enorme membro era infatti
considerato un amuleto contro invidia e
malocchio. Inoltre, il culto del membro
virile eretto, nella Roma antica era molto
diffuso tra le matrone di estrazione
patrizia a propiziare la loro fecondità e
capacità di generare la continuità della
gens. Per questo, il fallo veniva usato
anche come monile da portare al collo o al
braccio. Sempre a Roma, le vergini patrizie,
prima di contrarre matrimonio, facevano una
particolare preghiera a Priapo, affinché
rendesse piacevole la loro prima notte di
nozze.
Dopo un banchetto Priapo, ubriaco, tentò di
fare violenza A Estia, ma un asino col suo
raglio svegliò la dea che dormiva e gli
altri dèi, che lo costrinsero a darsi alla
fuga. L'episodio ha un carattere di
avvertimento aneddotico per chi pensi di
abusare delle donne accolte in casa come
ospiti, sotto la protezione del focolare
domestico: anche l'asino simbolo della
lussuria condanna la follia criminale di
Priapo.
Ogni anno a Priapo veniva sacrificato un
asino, questo rito venne istituito dallo
stesso Priapo. Ad espiazione dell'accaduto
il dio pretese un sacrificio annuale di un
asino. Anche a causa dell'importanza che
esso aveva nella vita contadina, sia per una
sorta di analogia fra i membri virili di
Priapo e dell'asino.
Era figurato come vecchio barbuto seminudo
munito di falce e con un enorme membro
eretto.
Ispirò la poesia Priapea dai versi e dai
contenuti alquanto sconci. Ci sono giunti
all'incirca 80 carmi priapei.
Plutone ed Erice
"Dalla vita sciolse la cintura, ricamata e
variopinta,
dov'erano racchiusi tutti gli incanti; vi
erano amore, desiderio,
dolci parole e la seduzione che rapisce la
mente...".
Omero (Iliade - canto XIV)
Così Omero dice di Venere e della sua
cintura che potrebbe benissimo essere caduta
sulla Terra a stringere la vetta del monte
Erice, e qui, aver seminato tutti i suoi
incantamenti. Qui, "Venere, dall'alto della
sua vetta, vide Plutone( il dio degli
Inferi) che ancora vagava, e stretto a sé il
suo alato figliolo disse: Armi e mani mie,
figlio, strumento della mia potenza, prendi
le frecce con cui vinci tutti, o Cupido, e
scagliane una veloce nel petto del dio a cui
è toccato in sorte l'ultimo dei tre regni …"
(Ovidio, Metamorfosi, libro V - 360- 368),
decretando in un momento la sorte del dio
delle tenebre, di Proserpina, della madre
Cerere, colei che fece dono del grano agli
abitanti dell'isola Trinacria, e di un'altra
città, anch'essa a giocar con le nuvole nel
cuore più alto dell'isola.
Qui, su questo monte che porta il nome del
re , nacque Erice per volere di Afrodite e
di Plutone, tutto si riconcilia e trova
fondamento: la bellezza e l'immensità
convivono stretti in un unico sguardo,
infinito e sublime oggi come nel giorno in
cui Venere allevava quì il suo piccolo
Cupido.
Erice era dunque eroe e re degli Elimi, ed è
il nome che diede alla montagna sulla cui
cima venne edificato il tempio di Afrodite
Ericina, sua madre. La nascita della città è
però anche egata alla figura di Enea che
condivide con il re Elimo la madre. Nella
narrazione virgiliana, Enea approda sulla
costa ai piedi del monte e celebra il rito
funebre per il padre Anchise. L'incidente di
alcune navi lo costringe poi a lasciare qui
alcuni suoi compagni che fondano, appunto,
la città.
Essendo Ercole giunto dunque nel territorio
di Segesta, Erice , che era un gran
lottatore (come sappiamo anche dall'episodio
di Entello che sfida il campione troiano,
nel V libro dell'Eneide) lo invitò ad un
duello: se avesse perduto, gli avrebbe
ceduto il suo territorio, se invece avesse
vinto, Ercole gli avrebbe dovuto cedere i
buoi: « Quando Ercole si avvicinò alle
località della zona di Erice, lo invitò alla
lotta Erice, il figlio di Afrodite e di
Bute, che allora era re di quei luoghi. Alla
contesa era aggiunta un'ammenda: Erice
avrebbe consegnato la regione, Ercole i
buoi. Ma la prima condizione irritò Erice
perché, messa la regione a confronto con
essi, i buoi erano di valore di gran lunga
inferiore. Quando però, replicandogli,
Ercole dichiarò che se li avesse persi
sarebbe stato privato dell'immortalità,
Erice approvò il patto e combattè».
La lotta si concluse con l'uccisione di
Erice: Ercole vincitore continuò il suo
viaggio, ma lasciò il regno del suo
avversario agli abitanti della regione,
concedendo loro di goderne i frutti finché «
non fosse comparso e non li avesse chiesti
uno dei suoi discendenti » (Diodoro, ivi).
Così con questo mito veniva a costituirsi
come un'ipoteca politico-culturale su Erice
e sul suo territorio" (V. Adragna, Erice,
Trapani, 1986).
Più tardi due Eraclidi, Dorieo e Pirro,
facendosi forti di questo mito (la cui
elaborazione letteraria risale, con ogni
probabilità, alla perduta Gerioneide del
poeta Stesicoro), rivendicarono per sé il
territorio lasciato loro, per così dire, in
eredità dal mitico antenato. Prima di Dorieo
e di Pirro un altro discendente di Ercole,
Pentatlo di Cnido, venne nella Sicilia
occidentale, ma Diodoro (V, 9) non specifica
se questi fosse giunto nell'isola a
rivendicare i possedimenti lasciati da
Ercole.
Ermes ed Ermafrodito
Lusingata dall'aperta dichiarazione di
Ermes, Afrodite passò una notte con lui, e
il frutto di quella breve avventura fu
Ermafrodito, creatura dal doppio sesso.
Ermafrodito era un giovinetto con seno
femminile e lunghi capelli. Come
l'androgino, o donna barbuta, l'ermafrodito
ebbe una certa notorietà per le sue
anormalità fisiche, ma da un punto di vista
religioso ambedue simboleggiano il periodo
di transizione tra il matriarcato e il
patriarcato. Ermafrodito è il divino paredro
che si sostituisce alla regina e porta un
seno finto. Androgine è la figura della
madre di un clan pre-ellenico che ha
rifiutato l'ordine patriarcale e allo scopo
di mantenere le sue prerogative e
legittimare i figli nati da lei e da un
padre schiavo, si mette una falsa barba,
come accadeva in Argo. Dee barbute come
Afrodite cipria e dei effeminati come
Dioniso corrispondono a questi stati sociali
di transizione.
Afrodite fu per antonomasia la dea della
bellezza quando vinse la gara suscitata
dalla dea della Discordia tra lei, Era e
Atena, promettendo al giudice, che era il
figlio di Priamo, Paride Alessandro, il
possesso della donna più bella del mondo,
cioè Elena, moglie di Menelao, re di Sparta;
e creando così i prodromi della guerra di
Troia.
Durante tutta la guerra ella accordò la sua
protezione ai Troiani e a Paride in
particolare, e anche ad Enea, che aveva
generato con Anchise. Ma la protezione di
Afrodite non potè impedire la caduta di
Troia e la morte di Paride. Tuttavia riuscì
a conservare la stirpe troiana e grazie a
lei Enea, col padre Anchise e il figlio Iulo
(o Ascanio), riuscì a fuggire dalla città in
fiamme e a cercarsi una terra dove darsi una
nuova patria. In tal modo Roma aveva come
particolare protettrice Afrodite-Venere:
ella passava per essere l'antenata degli
Iulii, i discendenti di Iulo, a loro volta
discendenti d'Enea, e perciò della dea. Per
questo Cesare le edificò un tempio, sotto la
protezione di Venere Madre, la Venus
Genitrix.
La bellezza di questa divinità è
stata celebrata da poeti e scrittori
antichi e moderni che ne hanno messo
in risalto attributi particolari
della personalità e si sono comunque
sentiti affascinati da lei. Amore
sacro dunque, e amore profano, forza
primigenia della natura, dea
protettrice di tutte le forma di
vita e presso molti popoli.
Il pomo che la Paolina Borghese
(1805-1808) di Antonio Canova
tiene nella mano sinistra richiama
la "Venere Vincitrice" del giudizio
di Paride che avrebbe potuto
scegliere tra Giunone (il Potere),
Minerva (la Scienza) e Venere.
|
 |
Anche l'arte figurativa si ispirò
particolarmente alla dea che rappresentò
l'essenza stessa della bellezza e
l'espressione più appassionata della gioia
di vivere. Le famose Veneri della scultura
greca, quali quelle di Prassitele, di Fidia,
di Scopas, o la Venere imperiale del Canova,
così come le rappresentazioni pittoriche,
dagli affreschi pompeiani ai dipinti di
soggetto mitologico susseguitisi nel corso
dei secoli, ci forniscono sempre, nella
rappresentazione delle belle forme, la
possibilità di avvicinarci all'idea della
bellezza assoluta come espressione del dono
che gli dei fecero agli uomini per
rallegrarli, per vivificarli o per
consolarli.
* * *
Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita di
Urano, si sparse sulla terra da cui furono
generati:
Le Erinni, divinità infernali;
Culto:
Le Erinni sono divinità antiche. La parola
sta a significare uno spirito dell'ira e
della vendetta. Le Erinni perseguitavano in
particolare chi si macchiava di delitti di
sangue nell'ambito familiare, rendendo folle
il colpevole o adoprandosi in modo tale che
altri mortali si vendicassero su di lui. Si
accanivano anche contro gli spergiuri,
contro chi disobbediva a genitori e anziani;
punivano – non solo sulla terra ma anche
nell'aldilà – la mancanza di rispetto verso
i deboli, la violazione delle leggi
dell'ospitalità, il comportamento impietoso
verso i supplici e in generale chiunque non
rispettasse, spinto da tracotanza, le norme
etiche. Le Erinni avevano un santuario a
Colòno (sobborgo di Atene) ed erano venerate
ad Argo e a Sicione. Nei sacrifici venivano
loro offerti soprattutto agnelli neri e una
bevanda costituita da miele e acqua.
Secondo Esiodo esse furono generate dal
sangue sgorgato dall'evirazione di Urano che
cadde sulla Madre Terra a fecondarla (ci
sono altre versioni riguardo alla loro
nascita). Sono sorelle del Terrore, della
Destrezza, della Collera, della Lite, del
Giuramento, della Vendetta,
dell'Intemperanza, dell'Alterco, del
Trattato, dell'Oblio, della Paura, del
Valore, della Battaglia; ma sono anche
sorelle di Afrodite, anche lei nata
dall'evirazione di Urano ed esattamente
dalla spuma dei suoi genitali che caddero in
mare.
Descrizione delle Erinni.
Le Erinni sono esseri vegliardi, serpenti
per capelli, teste di cane, corpi neri come
il carbone, ali di pipistrello e occhi
iniettati di sangue. Stringono nelle mani
pungoli dalle punte di bronzo, fiaccole e
fruste che constavano di cinghie guarnite di
ferro: le loro vittime muoiono in preda ai
tormenti.
Non sempre le Erinni erano alate. Il loro
alito e la loro traspirazione erano
insopportabili. Dai loro occhi colava una
bava velenosa. La loro voce somigliava
talvolta al muggito dei buoi. Per lo più
esse si avvicinavano però abbaiando, perché
non meno di Ecate anch'esse erano cagne. Non
si conosce il numero esatto delle Erinni ma
si fa spesso riferimento a tre di loro:
Aletto ( l'incessante), Tisifone (la
rappresaglia) e Megera (l'ira invidiosa). Ma
può succedere, che venga invocata una sola
per tutte, un'unica Erinni. Meglio
conosciute come le Furie ( o anche Manie),
esse possiedono molteplici nomi che le
identificano. Non conviene citare il loro
nome nel corso di una conversazione, ecco
perchè di solito le si chiama "Eumenidi",
cioè "le Gentili". Le Erinni vivono
nell'Erebo, sono le compagne di Ecate e il
loro compito è quello di punire i crimini di
parricidio e di spergiuro: ascoltano le
lagnanze mosse dai mortali contro
l'insolenza dei giovani nei riguardi dei
vecchi, dei figli nei riguardi dei genitori,
degli ospitanti nei riguardi dell'ospite e
delle assemblee cittadine nei riguardi del
supplice e puniscono tali crimini inseguendo
senza posa i colpevoli, di città in città,
di regione in regione.Le Erinni sono la
personificazione dei rimorsi di coscienza,
capaci di uccidere un uomo che per
trascuratezza o sbadataggine abbia infranto
un tabù. Costui impazzirà, si getterà giù da
una palma di cocco o si avvolgerà il capo in
un mantello (come Oreste) e rifiuterà di
mangiare o di bere finché morrà di inedia,
anche se nessuno, all'infuori di lui,
conosce la sua colpa. Il metodo comunemente
usato in Grecia per purificare chi si era
macchiato di omicidio era di sacrificare un
maiale e mentre l'ombra della vittima ne
beveva avidamente il sangue, lavarsi in
acqua corrente, radersi il capo per cambiare
aspetto e partire per l'esilio per un anno
intero, in modo da far perdere le tracce
all'ombra assetata di vendetta. Se il sangue
versato però era quello di una madre, la
maledizione che ricadeva sul capo
dell'omicida era così potente che gli
abituali mezzi di purificazione non
bastavano, e per non ricorrere al suicidio
bisognava amputarsi un dito con un morso. La
Nemesi è la personificazione della vendetta
Divina (inizialmente era considerata la
"debita esecuzione" dell'annuale dramma di
morte). Le Erinni, ovvero i rimorsi di
coscienza, sono quindi sorelle della Nemesi,
la Vendetta Divina.
Il quinto giorno di ogni mese lasciavano le
loro dimore per recarsi sulla terra e punire
i colpevoli accompagnate dal Terrore, dalla
Rabbia e dal Pallore e una volta raggiunti i
colpevoli gli rodevano il cuore. Secondo
alcuni autori avevano anche il compito di
ottenebrare la mente degli uomini e di
condurli quindi al delitto ed alla sventura.
Aletto, Tisifone e Megera.
Aletto entrò nel Panteon degli dei romani
col nome di Furina ed al suo culto fu
preposto un flamen minor. Tra le sue
apparizioni letterarie, si ricordano quelle
nell'Eneide di Virgilio (libro VII), nella
Divina Commedia di Dante (Inferno, canto IX)
e nell'Enrico VI di Shakespeare (Parte II,
5.5.39). Nella mitologia greca il nome
Megera significa "l'invidiosa". Megera era
preposta all'invidia ed alla gelosia e
induceva a commettere delitti, come
l'infedeltà matrimoniale. Tisifone era
incaricata di castigare i delitti di
assassinio: patricidio, fratricidio,
matricidio, omicidio. Un mito racconta che
si innamorò di Citerone, che uccise col
morso di uno dei serpenti presenti sul suo
capo.
Il mito di Oreste.
Figlio di Agamennone e Clitemnestra, era
fratello di Elettra e di Ifigenìa. Dopo
l'assassinio del padre a opera di
Clitemnestra e del suo amante Egisto, viene
messo in salvo dalla sorella Elettra presso
Stròfio re della Fòcide, marito della
sorella di Agamennone. Qui Oreste è allevato
insieme a Pìlade, figlio di Strofio, e tra i
due nasce una amicizia così profonda, che
quando Oreste, divenuto adulto, decide di
tornare ad Argo per vendicare l'uccisione
del padre, Pilade lo accompagnerà.
Perseguitato dalle Erinni, dopo il
matricidio, egli vaga in preda alla follia
da un luogo all'altro finché non giunge, su
consiglio di Atena, ad Atene e si sottopone
al giudizio del tribunale della città,
l'Areòpago, da cui è assolto. Le Erinni
vengono placate con l'istituzione del culto
delle Eumenidi: così termina il racconto
nell'Orestea di Eschilo, rappresentata nel
458 a.C.
L'Orestea di Eschilo (459-458 a.C.).
Prima che Oreste si potesse vendicare su
Clitemnestra ed Egisto, rispettivamente sua
madre e l'amante, uccisori del padre
Agamennone, l'oracolo di Delfi lo avvisò che
le Erinni non avrebbero facilmente perdonato
un matricidio e gli donò, in nome di Apollo,
un arco di corno col quale respingere i loro
attacchi, se fossero divenuti
insopportabili. Oreste, con l'aiuto della
sorella Elettra, riuscì a far credere a
Clitemnestra di portare le ceneri del suo
defunto figlio, ed ella per la gioia della
scampata vendetta chiamò Egisto. Oreste
trafisse Egisto con una spada e decapitò,
secondo alcune versioni, la madre, che cadde
accanto al cadavere dell'amante. Altri
autori negano che Oreste abbia ucciso
Clitemnestra con le proprie mani e
affermarono che la consegnò ai giudici i
quali la condannarono a morte e sua unica
colpa, seppur si può chiamare colpa, fu di
non aver interceduto in favore della madre.
E' improbabile che le Erinni siano state
introdotte a caso nel mito che pare contenga
un ammonimento morale contro la minima
disobbedienza o il minimo insulto di un
figlio nei confronti della madre. Anche il
rifiutarsi di difendere la causa della
propria madre, per quanto malvagia essa
fosse, era una colpa sufficiente, secondo
l'antica legge, per scatenare la
persecuzione delle Erinni. Egisto e
Clitemnestra vennero sepolti fuori dalle
mura di Micene e durante la guardia di notte
alle tombe, le Erinni apparvero ad Oreste e
agitarono i loro flagelli. Esasperato da
quei feroci attacchi, l'arco di corno
donatogli da Apollo non gli fu d'aiuto.
Oreste si abbandonò su un giaciglio dove
giacque per 6 giorni, il capo avvolto in un
mantello, rifiutando sia di cibarsi sia di
lavarsi. Giunse da Sparta il vecchio
Tindareo che accusò Oreste di matricidio e
ingiunse ai capi micenei di giudicarlo.
Tindareo sosteneva che Oreste doveva
limitarsi a permettere ai suoi concittadini
di esiliare la madre. E se avessero chiesto
la sua morte, avrebbe dovuto intercedere in
suo favore. I giudici commutarono la
sentenza di morte in sentenza di suicidio.
Oreste, Pilade ed Elettra decidono di punire
Menelao per essersi schierato a sfavore loro
uccidendo Elena, sua moglie, responsabile
della guerra di Troia, ma intercede Apollo
che prende Elena e la porta con sé
nell'Olimpo e colà ella divenne immortale e
Oreste ricevette la protezione di Apollo.
Oreste si mise in cammino per Delfi, sempre
inseguito dalle Erinni. Apollo promise che
avrebbe interceduto per lui, ma intanto
Oreste doveva partire in esilio per un anno
e, solo una volta finito l'esilio, recarsi
ad Atene e abbracciare l'antica statua di
Atena annullando la maledizione. Mentre le
Erinni ancora dormivano Oreste fuggì, ma
l'ombra della defunta Clitemnestra entrò nel
sacro recinto e incitò le Erinni ad eseguire
il loro compito, ricordando che esse avevano
spesso ricevuto dalle sue mani libagioni di
vino e crudeli banchetti di mezzanotte. Le
Erinni allora partirono di nuovo
all'inseguimento, sprezzanti delle minacce
di Apollo ed erano instancabili, nonostante
Oreste si purificasse spesso con sangue di
maiale e acqua corrente. Tali riti tuttavia
bastavano appena a placare le sue
tormentatrici per un'ora o due e ben presto
egli perse il senno. Di fronte all'isola di
Cranae si trova una pietra grezza chiamata
Pietra di Zeus Guaritore, sulla quale Oreste
sedette e fu temporaneamente guarito dalla
follia. Lungo la strada che conduce da
Megalopoli a Messene sorge il santuario
delle Dee Folli (appellativo delle Erinni di
Clitemnestra che colpirono Oreste con una
crisi di follia). Vi è anche un piccolo
tumulo con sopra un dito di pietra e
chiamato La Tomba del Dito e indica il luogo
dove Oreste, in preda alla disperazione, si
amputò un dito per placare le Nere Dee, e
alcune di loro divennero Bianche e Oreste
recuperò il senno. Egli poi si rasò il capo
e fece un'offerta espiatoria alle Dee Nere e
un'offerta di ringraziamento alle Bianche.
Libagioni di vino, anziché di sangue, e
offerte di ciocche di capelli, anziché
dell'intera chioma, sono varianti di questo
rito propiziatorio, dal significato ormai
scordato, così come lo è l'attuale
consuetudine di vestirsi di nero che non è
più messa coscientemente in rapporto con
l'antica usanza di ingannare le ombre dei
morti alterando il proprio aspetto. Dopo un
anno di esilio Oreste si recò ad Atene,
entrò nel tempio di Atena, sedette e
abbracciò il simulacro. Arrivarono le Nere
Erinni, ansimanti per la corsa ed iniziarono
ad accusarlo presso gli ateniesi. Atena,
udite le suppliche di Oreste, ordinò
all'Areopago di giudicare quello che allora
era soltanto il secondo caso di omicidio che
ad esso si presentava. Apollo apparve nel
processo in veste di difensore e la più
vecchia delle Erinni come pubblica
accusatrice. Apollo sostenne che oramai la
società era divenuta patriarcale e che
dunque l'uccisione della madre non era poi
così grave come lo si riteneva una volta
(sovvertimento della società matriarcale).
La votazione si chiuse alla pari e Atena
diede il suo voto decisivo in favore di
Oreste. Le Erinni minacciarono che se la
sentenza non fosse stata mutata esse
avrebbero versato nell'Attica una goccia del
sangue del loro cuore che avrebbe isterilito
il suolo, distrutte le messi e ucciso tutti
i fanciulli di Atene. Pare che in realtà
fosse un eufemismo per indicare una goccia
di sangue di mestruo, anziché di cuore. Un
antichissimo sortilegio praticato dalle
streghe che volevano maledire una casa o un
campo consisteva nel corrervi attorno nude
nella direzione opposta a quella del sole
per nove volte mentre erano mestruate. Atena
per placare le Erinni fece loro un'offerta
irrinunciabile di un santuario e di vari
culti che avrebbero avuto ad Atene
(libagioni, riti propiziatori). Alcune
accettarono l'offerta e si chiamarono da
quel momento in poi Venerande. Le altre, che
non accettarono la trasformazione della
società da matriarcale a patriarcale,
continuarono a perseguitare Oreste. Oreste
le chiamò Eumenidi.
L' Oreste di Euripide (408 a.C.).
Nell'Oreste di Euripide la vicenda si svolge
ad Argo, dove Oreste incalzato dalle Erinni
e in preda a un delirio che non gli dà
tregua (simbolo evidente dei rimorsi e del
turbamento interiore per il matricidio)
attende di essere giudicato dal tribunale
argivo. L'arrivo di Elena e Menelao con la
figlia Ermione fa nascere in Oreste la
speranza di trovare in Menelao una difesa e
un sostegno. Invano, poiché egli spaventato
anzi dall'ira del vecchio Tìndaro, che
frattanto era sopraggiunto, e dalla collera
dei cittadini, non si schiera dalla parte di
Oreste e mantiene un atteggiamento molto
cauto. Elettra e Oreste sono condannati a
morte: viene loro concesso di potersi
uccidere anziché morire lapidati. Oreste,
Elettra e Pilade tramano allora di uccidere
Elena, per punire il vile comportamento di
Menelao, e di prendere in ostaggio Ermione
barattando con lei la salvezza. Elena però,
colpita da Oreste, si sottrae alla morte con
una misteriosa sparizione. Sopraggiunge
allora Menelao, che vuole riprendersi la
figlia e vendicarsi per quanto accaduto alla
moglie, ma Oreste e Pilade minacciano di
uccidere Ermione. Solo l'intervento di
Apollo come deus ex machina risolverà la
vicenda: il dio rivela infatti di aver posto
in salvo Elena per ordine di Zeus e predice
a Oreste che dovrà recarsi ad Atene e
sottostare a un processo di cui saranno
arbitri gli dèi; sposerà inoltre Ermione,
mentre a Pilade toccherà Elettra.
Secondo un'altra versione ancora del mito –
seguita da Euripide nell'Ifigenia in Tauride
– Apollo avrebbe predetto a Oreste che
sarebbe guarito dal suo delirio entrando in
possesso del simulacro di Artemide - che si
trovava nel Chersonèso taurico - e
portandolo in Attica. Arrivati in Tauride,
Oreste e Pilade sono però fatti prigionieri
dagli indigeni che intendono sacrificarli
alla dea, in quanto stranieri, secondo un
barbaro rituale. Sacerdotessa di Artemide
era però Ifigenìa, sorella di Oreste; i due
fratelli si riconoscono, e dopo aver rubato
la statua fuggono insieme a Pilade.
Riflessioni: La colpa da espiare.
(Di Adalberto Bonecchi)
Noi oggi possiamo sorridere per i tratti
caratteriali degli dei che popolavano il
loro Olimpo, ma essi hanno avuto il coraggio
di non fantasticare la promessa di una
paciosa vita ultraterrena come base
dell'agire umano. Nelle Eumenidi di Eschilo
si scontrano due giustizie: l'antica delle
Erinni e la nuova di Apollo, che avvertiamo
più consona con il nostro sentire odierno.
La nuova coscienza dei Greci ha potuto
recepire questo senso della giustizia solo
come proveniente da un dio, secondo le
modalità del pensiero di allora. E' questo
il presupposto per la trasformazione delle
terrificanti Erinni in Eumenidi, le
"benevole", in un'assimilazione del Terrore
Divino nel tribunale umano. Apollo è il
giovane dio che le vecchie dee calpesta, per
proteggere il suo supplice. Apollo le
scaccia: non accetta la scusa che
Clitemnestra ha si ucciso, ma senza versare
sangue di consanguinei. Apollo,
rappresentante di una nuova organizzazione
sociale non più basata solo su vincoli di
sangue, ricorda che così dicendo esse
vilipendono Afrodite, la dea dell'amore che
sostiene che il talamo nuziale è vincolo
assai più grave del giuramento e la
giustizia lo protegge. Il momento è
drammatico e lo scontro fortissimo tra la
vecchia concezione basata appunto su vincoli
di sangue diretti e la nuova, in cui
Afrodite è simbolo di unioni non più
consanguinee. Il verdetto dell'Aeropago
sancirà il compromesso tra queste due
visioni. Il protettore di questi nuovi
legami è Apollo, addirittura in modo
provocatorio istigando il matricidio e
proteggendo chi l'ha compiuto. Ma ai Greci
questa visione doveva sembrare eccessiva, se
Eschilo non ha lasciato l'ultima parola al
dio, ma invia Oreste ad Atena e a un
tribunale che dovrà mediare tra visioni del
mondo e dei rapporti umani tanto differenti.
La costituzione dell'Aeropago è un momento
di grande civiltà, nonostante la truculenza
dei delitti: il "colpevole", infatti, non è
semplice preda dei propri deliri interiori
materializzati nelle Erinni, ma può passare
attraverso un momento di giudizio
collettivo, in cui il suo gesto acquista
nuovo significato. Quale che sia il responso
del tribunale, esso giungerà finalmente
dall'esterno e non sarà il semplice effetto
di una dialettica interiore senza speranza.
Le Erinni infatti sono il senso di colpa, il
ricordo, il rimpianto. All'inizio del
secondo stasimo, il coro delle Erinni è
ancora una volta turbato, al pensiero delle
rovine a cui porteranno le nuove leggi, se
la causa di Oreste, il matricida, dovesse
prevalere: a quel punto ognuno si sentirà
autorizzato a compiere qualsiasi misfatto,
in particolare nell'ambito della propria
famiglia di origine. Le Erinni innalzano
dunque un canto al terrore, come fondamento
della convivenza e saggezza: una sorta di
posto di guardia nel cuore degli uomini. La
sentenza dell'Aeropago rigetta la vecchia
giustizia familiare, non scaccia le Erinni,
ma anzi le Innalza a difesa della città
nella forma mitigata delle Eumenidi. La
tragedia segna il passaggio adolescenziale
dalla legge familiare alla legge di gruppo,
ma, come nell'Atene del V secolo, questo
passaggio non elimina le Erinni, bensì le
eregge a protettrici della dimensione
collettiva. La paura e un'angoscia di fondo
sempre pronta a emergere restano così il
marchio del rapporto con l'Altro, con cui
non è possibile una relazione paritaria, ma
solo una sottomissione basata sulla paura.
Nell'Aeropago si combatte una battaglia tra
legge materna familiare e legge paterna
sociale. Lo sostiene chiaramente Apollo
quando, difendendo Oreste, afferma che la
morte di Clitemnestra non può essere
considerata alla stessa stregua di quella di
Agamennone, nobile eroe onorato da Zeus
dello scettro regale. E' dunque superiore
Agamennone a Clitemnestra, perché la sua
condizione è regale, cioè riconosciuta dalla
comunità: per giunta egli è stato ucciso per
mano di una donna e non in guerra. E quando
le Erinni si appellano al principio della
consanguineità, ricordando che Oreste
uccidendo la madre ha versato sangue delle
proprie vene, Apollo svilisce la funzione
della madre nella procreazione, affermando
che generatore è colui che getta il seme,
mentre la madre è semplice contenitore del
feto. Vi è qui nel suo estremismo,
certamente oggi non condivisibile, un'idea
meno arcaica della procreazione. Atena vota
in favore di Oreste, anche perché ella è
stata generata dal padre, senza l'aiuto del
grembo materno. La sentenza è nota: i voti
pro e contro Oreste sono pari, ma siccome in
caso di parità sarà il giudizio di Atena a
fare la differenza, il matricida è salvo.
Questa sentenza, che fonda l'ordine
giuridico, è dunque contraddittoria: i nuovi
dei e la nuova giustizia non hanno sconfitto
le vecchie tradizioni e l'ambiguità tragica,
irrisolvibile, permane. Le Erinni
minacciarono, se la sentenza non fosse stata
mutata, di lasciar cadere sull'Attica una
goccia di sangue del loro cuore, che avrebbe
isterilito il suolo, distrutte le messi e
ucciso tutti i fanciulli di Atene. Il sangue
di cui si parla in realtà è il sangue
versato fra i consanguinei, che rompe la
successione delle generazioni; è il sangue
di mestruo e degli aborti delle donne, segno
mortifero della mancata fecondazione. Ma
Atena traduce la minaccia di Erinni anche in
un senso strettamente politico: il Male che
può minare la forza della città sono anche,
soprattutto, gli odi intestini che pure
Erinni ha il potere di aizzare. Per far
desistere Erinni dai propositi di maleficio,
Atena offre loro una serie di vantaggi
(omaggi e onori). (Peithò = la Persuasione).
Perché la parola persuasiva non è
sufficiente a regolamentare i rapporti tra
gli esseri umani? Perché la necessità del
rispetto e del timore? Ma oltre che sul
piano sociale, anche su quello più
strettamente individuale non possiamo non
chiederci perché siano così rari gli esseri
umani che sanno vivere decentemente senza
bisogno di essere terrorizzati dall'idea del
carcere, degli inferni o, quanto meno, da
implacabili Erinni interiori.
Le ninfe Melie (ninfe dei Frassini)
protettrici delle greggi;
Le ninfe erano delle divinità inferiori che
personificavano i diversi aspetti della
natura.
Si diceva che le ninfe abitassero nei fiumi,
nelle fonti, nei torrenti, nei mari, ecc. e
facevano sovente parte della corte di
divinità maggiori.
Le ninfe assumevano nomi diversi a seconda
dei luoghi che abitavano: le Nereidi del
mare, le Oceanine dell'Oceano, le Agrostine
dei campi, le Naiadi delle acque dolci, le
Avernali del mondo dei morti, le Oreadi dei
monti, le Napee dei boschi, le Auloniadi
delle valli e dei burroni, le Driadi e le
Amadriadi delle piante, le Alseidi dei
boschi, le Meliadi dei frassini.
Le ninfe non era immortali ma avevano una
vita lunghissima e rimanevano giovani per
sempre. Erano rappresentate come delle
fanciulle giovani e bellissime, nude e con
lunghissimi capelli.
I Giganti.
Creature gigantesche
dalla forza spaventosa, simbolo della forza
bruta e della violenza sconvolgitrice della
natura quali i terremoti e gli uragani:
Alcioneo, Encelado, Efialte, Pallante,
Ippolito, Porfirione, Mimante, Grazione,
Polibote, Olto, Clizio, Agrio, Toante,
Eurito
- I NEFILIM
La teoria prevalente per stabilire un legame
tra la scienza e i Giganti (Nephelim) è
quella che sostiene che i Nephilim fossero
neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro
resti ossei), o forse un ibrido tra Homo
sapiens e uomo di Neanderthal. Questa teoria
assomiglia a quella che associa la leggenda
dei draghi alle ossa di dinosauro.
Molti studiosi pensano che l'uomo moderno
abbia condiviso gli stessi territori dei
neandertaliani per molti millenni, e che la
regione del Vicino Oriente sia stata
l'ultimo habitat per uno sparuto numero di
tribù superstiti di Homo sapiens
neandertalensis o di H. neandertalensis.
Dunque, è concepibile che sia rimasta una
memoria popolare di queste tozze e forti
creature, tramutata in leggenda che evolse
successivamente in popolari racconti
mitologici, più o meno adattati al loro
gusto dalle varie civiltà. Ad esempio, in
Sardegna, creature ancestrali, tozze e
pelose sono raffigurate dalle maschere dei
"Mamuthones".
- TAVOLETTE SUMERE
Secondo Zecharia Sitchin, 450.000 anni fa un
popolo proveniente dallo spazio e da un
pianeta chiamato Nibiru atterrò sul nostro
pianeta e attraverso un esperimento genetico
creò l'uomo. Sembra che Sumeri Assiri e
Babilonesi abbiano identificato questo
pianeta nel Dio Marduk, il re degli Dèi.
Così Nippur si popolò di Dèi. Venivano dal
pianeta Nibiru che ogni 3600 anni appare nel
nostro sistema solare. Giunsero 450.000 anni
fa e appartenevano tutti al popolo dei
Nefilim, il popolo dei razzi, gli Dèi...
- LA TEORIA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI
- GENESI UMANO-RETTILE -
Zecharia Sitchin ed Erich Von Daniken hanno
scritto libri sostenendo che i Nephilim
siano i nostri antenati e che noi siamo
stati creati (con l'ingegneria genetica) da
una razza aliena.
Nei voluminosi libri di Sitchin si impiega
l'etimologia della lingua semitica e
traduzione delle tavolette in scritta
cuneiforme dei Sumeri per identificare gli
antichi dei mesopotamici con gli angeli
caduti (i "figli di Elohim" della Genesi).
Osservando che tutti gli angeli vennero
creati prima della Terra, lui constata che
non possono essere della Terra... e dunque,
potrebbero tutti essere considerati
semanticamente come dei puri
"extraterrestri".
Nei suoi libri David Icke presenta una
teoria simile, nella quale esseri
interdimensionali rettiliani danno luogo ad
una progenie servendosi dell' ingegneria
genetica, con tratti fisici di alta statura,
pelle chiara, e suscettibilità a qualsiasi
forma di suggestione ipnotica (che a suo
parere, avviene quando i "demoni" posseggono
la loro progenie e pretendono fedeltà), ed
afferma che questa linea di sangue rimane in
controllo del mondo sin dai giorni dei
Sumeri fino ad oggi .
Va detto, per completezza, che le teorie di
David Icke sono considerate da alcune
comunità di ufologi come vero e proprio
Debunking.
- ANUNNAKI
Nella mitologia sumera il termine Anunnaki,
ossia "figli di An", indica l'insieme degli
dèi sumeri.
Essi erano costituiti in un'assemblea,
presieduta da An, dio del cielo. Tale
assemblea si componeva dei sette supremi, di
cui facevano parte i quattro principali dei
creatori (An, Enlil, Enki, Ninhursag), con
l'aggiunta di Inanna, Utu e Sin e di 50 dei
minori, detti anche Igigi.
Vi è un'interpretazione non ortodossa di un
traduttore dal sumerico (Zecharia Sitchin)
che indicherebbe negli Annunaki degli alieni
provenienti da Nibiru, un pianeta del nostro
sistema solare.
Nel Vecchio Testamento biblico, nel Libro
della Genesi, vengono citati i Nephilim; è
ormai dato quasi certo che i Nephilim (o
nefilim) null'altro sarebbero che gli
Anunnaki stessi.
- INTERPRETAZIONE DI ZECHARIA SITCHIN
Il nome accadico Anunnaki vuol dire "Coloro
che dal Cielo sono venuti sulla Terra".
Secondo Zecharia Sitchin il "cielo" degli
Anunnaki cui si riferiscono i testi
sumerici, detto Ni.bi.ru, era il "pianeta
del transito", il "centro del cielo", cioè
un pianeta del nostro Sistema Solare.
Sitchin è uno studioso ben noto a chi segue
la cosiddetta archeologia spaziale: è nato
in Russia ma è cresciuto in Palestina, e qui
ha acquisito una completa padronanza della
lingua ebraica antica e moderna, studiando
in modo approfondito le lingue semitiche ed
europee, l'Antico Testamento, la storia e
l'archeologia del Medio Oriente.
In particolare, ha compiuto ricerche sul
mito di Gilgamesh e sui racconti biblici.
Gilgamesh è un re semileggendario di Uruk
(quinto re della I dinastia, forse realmente
esistito attorno al 2600 a.C.), la sua
leggenda ha dato luogo a una serie di poemi;
nel corso del II millennio a.c., gli scribi
accadici ne hanno fatto un'epopea in dodici
canti, il cui soggetto è la ricerca
illusoria dell'immortalità. Uno degli
episodi, quello concernente il Diluvio con
il personaggio di Utnapishtim, presenta
notevoli analogie col racconto del Diluvio
biblico.
Nei testi sumerici scritti in grafia
cuneiforme si trovano altre cronache affini
ai racconti biblici come, ad esempio, la
creazione dell'uomo. La prima colonia di
Sumer fu la città E.ri.du, nome che
significa letteralmente "Casa costruita
lontano", essa sorgeva su una collina eretta
artificialmente alla foce dell'Eufrate, in
mezzo alla edinu, che significa "pianura", o
anche E.din, "Patria dei Giusti", da cui
deriva "Eden", biblico nome del giardino
paradisiaco, prima dimora terrestre
dell'uomo.
Le teorie di Sitchin sono esposte in una
serie di libri facenti parte di un vasto
progetto editoriale, iniziato nel 1976 e
denominato The Earth Chronicles (Cronache
della Terra). Come molti sostenitori della
paleoastronautica, Sitchin è convinto che
opere come La Bibbia, L'epopea di Gilgamesh,
le iscrizioni reali degli Accadi e dei
Sumeri, debbano essere considerate come vere
e proprie documentazioni
storico-scientifiche; e da questi testi ne
ricava che la nascita e lo sviluppo della
vita sulla Terra sarebbe stata guidata da
esseri extraterrestri. Nella Bibbia questi
esseri vengono chiamati col nome di Nephilim
(o Nefilim, dalla parola ebraica Nafal,
"caduti") che significa "coloro che sono
scesi (o caduti) sulla Terra dal Cielo",
mentre nella lingua degli Accadi questi
esseri diventano gli Anunnaki, che
letteralmente significa "coloro che sono
venuti sulla Terra".
Gli Anunnaki avrebbero avuto un ruolo
importante nella veloce evoluzione della
civiltà umana e in particolare di quella
sumerica. I signori di Nibiru, sin
dall'antichità, sarebbero scesi sulla Terra
per sfruttare le risorse minerarie del
nostro pianeta. All'inizio furono inviate
delle sonde automatiche per verificare
l'abitabilità del nostro mondo. Quando il
pianeta Nibiru giunse nel punto della sua
orbita più vicino alla Terra fu inviata una
prima spedizione umana capeggiata da Enlil,
un nome che ricorre spesso nella mitologia
dei Sumeri. I luoghi scelti furono la Valle
del Nilo, la Valle dell'Indo e la
Mesopotamia.
- RITROVAMENTO REPERTI ARCHEOLOGICI
18/09/2007 Rinvenuti scheletri umani giganti
nel "The Empty Quarter" (Il Settore Vuoto),
nel Nord dell'India. E se fossere uomini
vissuti hai tempi dei dinosauri ?
Tutto ha avuto inizio da una normale
attività esplorativa nel deserto Indiano, in
un luogo chiamato "The Empty Quarter" (Il
Settore Vuoto), nel Nord dell'India. In
questa regione sono venuti alla luce i resti
di uno scheletro umano di taglia eccezionale
(vedere comparazione nell'immagine).
La scoperta è stata fatta nel 2004 dal Team
National Geographic (Divisione Indiana), con
l'appoggio dell'Esercito Indiano, poiché
l'area è sotto la giurisdizione
dell'Esercito. Sembra che siano state
trovate anche delle tavolette con iscrizioni
che affermavano che gli dei Indiani, come il
mitologico "Brahma", avessero generato
persone di taglia eccezionale: molto alti,
grandi, e assai potenti, in grado di poter
abbracciare un grosso tronco di albero e
sradicarlo.
La Mitologia Greca ricca di leggende
tramandate sui giganti, ne ha fatto gli dei
che stiamo trattando in questo compendio
mitologico.
Urano, riuscì però a scappare lontano e da
allora mai più si avvicinò alla Madre Terra,
sua sposa.
Il governo della terra, sarebbe toccato a
Oceano, il più anziano fratello, ma Crono,
con l'inganno, riuscì a impossessarsi del
trono e a regnare sul creato.
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Il REGNO DI CRONO
La prima cosa che fece
Crono fu quella di liberare i suoi fratelli
dalla prigionia alla quale il padre li aveva
relegati ad eccezione dei Ciclopi e degli
Ecatonchiri nei confronti dei quali nutriva
seri dubbi sulla loro lealtà nei suoi
confronti. Questo, da parte sua, fu un
errore che negli anni a venire gli sarebbe
costato molto caro. Ma i Titani proclamarono
Crono signore dell'universo.
Nella tradizione orfica, Crono è il primo
Dio che ha regnato sul cielo e sulla terra,
ha portato alle leggende dell'età dell'oro.
Si raccontava in Grecia che, in quei tempi
lontanissimi, egli regnasse ad Olimpia. In
Italia, in cui Crono è stato identificato
con Saturno, si poneva il suo trono sul
campidoglio. Gli si attribuiva il regno
dell'Africa, della Sicilia e, in genere, di
tutto l'occidente mediterraneo. Più tardi,
quando gli uomini erano diventati malvagi,
con la generazione del bronzo e soprattutto
del ferro, Crono era risalito al cielo.
Esiodo raccontava un mito relativo alle
differenti razze che si sono succedute
dall'origine dell'umanità: oro, argento,
bronzo e ferro, per esprimere il progressivo
svilimento della razza umana. A queste
quattro ne aggiunse una quinta, quella della
stirpe divina degli uomini-Eroi che precede
l'ultima età, quella del ferro, come estremo
tentativo di recupero prima dell'inevitabile
caduta finale. All'inizio, quindi, c'era una
razza d'oro. Si era nel periodo in cui Crono
regnava ancora in Cielo. Gli uomini vivevano
allora come gli dei, liberi d'affanni, al
riparo dalle fatiche e dalla miseria, non
conoscevano la vecchiaia ma trascorrevano i
giorni sempre giovani tra i banchetti e le
feste; giunto il tempo di morire, si
addormentavano dolcemente; non erano
sottomessi alla legge del lavoro, tutti i
beni appartenevano a loro spontaneamente, la
terra produceva naturalmente abbondante
raccolto ed essi, in mezzo ai campi,
vivevano in pace.
Crono scelse Rea, sua sorella, come sposa e
insieme governarono sugli dei e sugli
uomini. Ma la sua tranquillità fu minata da
un triste vaticinio. Poichè Urano e Gaia,
depositari della saggezza e della conoscenza
dell'avvenire, gli avevano predetto che
sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi
figli. Terrorizzato, per tentare di
ingannare il destino, iniziò a divorare i
suoi figli non appena nascevano, tenendoli
così prigionieri nelle sue viscere. Così
generò e successivamente divorò Estia,
Demetra, Era, Ade e Poseidone. Adirata per
vedersi privata in tal modo di tutti i suoi
figli, Rea, incinta di Zeus, fuggì a Creta e
qui partorì segretamente. Poi, avvolgendo un
masso con panni, lo diede a Crono perchè lo
divorasse. Egli lo inghiottì senza
accorgersi dell'inganno.
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato
portato in una caverna del monte Ida
nell'isola di Creta e affidato alle cure
della ninfa Amaltea che possedeva una capra
che aveva due capretti la quale costituiva
l'orgoglio del suo popolo per le superbe
corna ricurve all'indietro e per le mammelle
ricche di latte, degne di allattare il
grande Zeus.
Un giorno la capra si spezzò un corno
urtando contro un albero perdendo metà della
sua bellezza. Il corno fu raccolto da
Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e
lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il
re degli dei, pose Amaltea fra le
costellazioni e rese fecondo il corno che
ancor oggi porta il suo nome, cornucopia
(dal latino "cornu=corno" e "copia =
abbondanza").
Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli
il miele ed un'aquila gli portava ogni
giorno il nettare dell'immortalità. I suoi
pianti erano coperti dai Cureti che
battevano il ferro per impedire ad alcuno di
sentire i suoi vagiti.
Quando fu adulto, Zeus, aiutato da Meti, una
delle figlie di Oceano, fece assorbire a
Crono una droga che lo costrinse a vomitare
tutti i figli divorati. Questi, guidati dal
loro giovane fratello Zeus, dichiararono
guerra a Crono, che aveva come alleati i
suoi fratelli Titani. La guerra durò dieci
anni, e un'oracolo della terra promise
infine la vittoria a Zeus se avesse preso
come alleati gli esseri fatti un tempo
precipitare da Crono nel Tartaro. Zeus li
liberò e riportò la vittoria. Allora Crono e
i Titani furono incatenati al posto degli
Ecatonchiri, che divennero i loro guardiani.
Oceano
Oceano è il potente
flusso primordiale dell'acqua che gira
attorno alla terra.
E' rappresentato come un fiume che
scorre attorno al disco piatto che è la
Terra, delimitandone le frontiere più
lontane, sia a est che a ovest. Man mano
che la conoscenza della Terra si faceva
più precisa, il nome d'Oceano fu
riservato all'Oceano Atlantico, il
limite occidentale del mondo antico.
Nell'antichità si credeva che le stelle
e il sole sorgevano e tramontavano nelle
sue acque.
Teti sua moglie è una corrente d'acqua,
come un grande fiume che vi si muove
dentro, e con Oceano da vita a tutte le
le sorgenti, i fiumi e il mare. I figli
di Oceano, i fiumi, sono migliaia
(Acheloo, Alfeo, Ladone, Eridano,
Meandro, Simoenta, Strimone, Eveno,
Scamandro, Nilo). Altrettante le figlie,
le Oceanine.le quali si unirono a un
gran numero di dei e mortali per
generare molti figli: Stige (la
maggiore), Elettra, Doride (moglie di
Nereo), Asia, Calliroe, Climene (moglie
di Giapeto), Eurinome (antica regnante
dell'Olimpo scacciata in seguito da
Crono e Rea), Europa, Meti (la prima
moglie di Zeus), Clizia, Dione,
Criseide, Calipso, Pleione (madre delle
Pleiadi e delle Iadi), Anfitrite (moglie
di Poseidone), ninfe, antiche divinita'
protettrici dei pozzi, delle sorgenti e
dei ruscelli.
L'acqua è il principio di tutte le cose.
Essa e' il simbolo della vita e della
fecondità. Numerosi sono i miti relativi
a sorgenti e fontane dell'eterna
giovinezza e della vita, e numerose le
credenze sulle acque miracolose che
guariscono da tutte le malattie
dell'anima e del corpo.
L'acqua e' elemento che provoca la
pioggia benefica e la rinascita delle
sorgenti, della vegetazione e
dell'agricoltura per la vita degli
animali e degli uomini, il riscatto dei
terreni dalla desertificazione o la
forza eversiva quando e' rotto il suo
equilibrio nel territorio.
Oceano, nelle cui acque si bagnavano le
fanciulle greche prima delle nozze,
aveva un'inesauribile potenza
generatrice e perciò era considerato
come il capostipite di antiche famiglie.
Oceano non è mai stato in buoni rapporti
con Crono, in quanto sarebbe dovuto
spettare a lui il dominio sul mondo dopo
Urano, dato che lui era il più anziano.
Infatti, nella Titanomachia, Oceano non
appoggiò il fratello e rimase neutrale.
Ceo
Fra i Titani
rappresentava l'intelligenza. Sposò
sposò sua sorella, la "brillante" Febe,
con la quale generò Leto (Latona) e
Asteria.
Ceo era il portavoce della saggezza di
suo padre Urano, e di sua madre Gea. In
questo senso le sue due figlie erano i
due rami di chiaroveggenza: Leto e suo
figlio Apollo presiedevano la potenza
della luce e del cielo. La figlia
Asteria fu la sposa del titano Perse,
che gli diede una figlia che chiamarono
Ecate: ammantata dal denso alone di
mistero, insidioso e terrifico, che
conferiscono la notte, le tenebre e gli
spiriti dei morti.
Crio
Dio della forza,
rappresenta l'ideale della forza e della
potenza fisica. E' l'Ariete del cielo.
Crio è il meno famoso. E' uno dei pochi
che non si è sposato con una sua sorella
Titanide; infatti, sua moglie è Euribia,
figlia di Gaia e Ponto, ed ebbero
Astreo, Pallante (figlia di cui sarà
Nike, la Vittoria), Perse.
Unendosi con Eos figlia di Iperione, ha
generato i Venti (Zefiro, Borea, Noto,
Eosforo).
Iperione
Dio del sole, della
vigilanza e dell'osservanza, Si unì in
matrimonio a sua sorella Teia, dal quale
ebbe tre figli: Elio (il Sole), Eos
(l'Aurora) e Selene (la Luna).
Elios sorge ogni mattina dall'Oceano per
condurre il carro del sole e data la
capacità del sole di penetrare
dappertutto, è invocato come testimone
nei giuramenti.
Eos, Dea dell'aurora, è destinata ad
alzarsi presto per agevolare il lavoro
del fratello Elios.
Selene, Dea della luna, percorre il
cielo sopra un carro trainato da quattro
buoi bianchi.
Giapeto
Sposò Climene, una
delle figlie di Oceano e Teti, dalla
quale ebbe quattro figli: Atlante,
Menezio, Prometeo ed Epimeteo. Dunqueè
il progenitore degli uomini.,perché
attraverso Prometeo, si ricollega
Deucalione, il padre della stirpe umana,
dopo il diluvio universale. Mentre
Pirra, moglie di Deucalione, sarebbe
figlia di Epimeteo e Pandora.
Atlante possedeva il giardino delle
Esperidi, dove maturavano i famosi pomi
d'oro. Ebbe una numerosa discendenza.
figlie sue furono le Pleiadi avute da
Pleione, da Etna ebbe le Iadi, da
Esperide le Esperidi.
Fu pietrificato da Perseo con la testa
della Medusa, venne identificato con le
montagne che portano il suo nome.
Tea
Titanide, sorella e
sposa di Iperione con cui generò Elios,
Selene ed Eos (Il sole, la luna e
l'aurora). "E Teia ad Elios grande die'
vita, e a Selene lucente, ed all'Aurora,
che brilla per quelli che stan su la
terra, e pei Beati, ch'àn vita perenne,
signori del cielo, poscia che ad
Iperïóne, domata in amore soggiacque"
(Esiodo, Teogonia).
Rea
Personificazione
delle forze della natura, dea della
terra e degli animali, veniva
rappresentata accompagnata da sacerdoti
(coribanti), da leoni e da altri animali
selvaggi
Rea sposò suo fratello Crono che, per
evitare di perdere il potere così come
era capitato a suo padre Urano
(spodestato da Crono stesso), prese a
divorare i figli via via che Rea li
partoriva. Per prima divorò Estia quindi
Demetra, Era, Ade e Poseidone.
Rea era furiosa. Mise al mondo Zeus, il
suo terzo figlio maschio, sul Monte
Liceo, in Arcadia (o secondo altre
versioni a Creta, dove era fuggita
precedentemente) e dopo aver tuffato
Zeus nel fiume Neda lo affidò alla madre
Terra. A Crono invece era stata
recapitata una pietra avvolta in fasce
al posto di suo figlio Zeus. Così il
Titano ingoiò la pietra mentre Zeus fu
nascosto in una grotta a Creta dove
visse sino al momento in cui costringerà
il padre con un potente veleno a
rigettare i fratelli.
Rea (o Cibele) Aveva il compito di
proteggere la fertilità, la natura, il
grano mietuto e posto nei granai.
Venerata come madre degli dei, tutelava
le montagne e le fortezze. Essendo
raffigurata con una corona che aveva la
forma delle mura di una città, presso i
romani era nota anche come Mater
turrita.
Al culto di Cibele erano preposti
sacerdoti eunuchi chiamati Coribanti,
che guidavano i fedeli in riti
orgiastici accompagnati da urla selvagge
e da una frenetica musica di flauti,
tamburi e cembali.
Sta a rappresentare insieme a Crono la
regalità, anteriore all'avvento di Zeus.
Il suo culto si diffuse in gran parte
nella Grecia continentale in cui si dava
ai propri santuari il nome di metroon
(Olimpia, Atene, il Pireo, ecc.),
A Roma, questo culto fu introdotto, in
204 a.C. Per riceverla, si costruì un
tempio sul palatino e si commemorò ogni
anno quest'evento con la festa di
megalesia, accompagnata da giochi
megalesiani (4-10 aprile). La grande
festa annuale di Cibele comprendeva
cerimonie simboliche dove si
rappresentava la storia degli amori
della dea, il dolore, la mutilazione, la
morte ed il resurrezione di Atys, suo
figlio; processioni di sacerdoti
(coribanti), che camminavano con la
statua in legno della dea; corse, danze,
ecc., tutto ciò evocando l'agonia della
morte della vegetazione e, quindi, il
suo grande risveglio.
Gli strumenti del culto erano il
coltello incoronato, il corno, il flauto
di Frigia, i cembali, le castagnette, il
timpano.
Le rappresentazioni dell'immagine di
Cibele sono numerose, soprattutto nell'
Asia minore. All'origine, un semplice
meteorite simbolizzava la dea: tale era
la pietra nera di Pessinonte. Poco a
poco, sotto l'influenza dello
antropomorfismo greco, si rappresentò
Cibele sotto le caratteristiche di una
donna seduta che tiene un leone sulle
proprie ginocchia, o affiancata da due
leoni.
Temi:
Temi non è la dea
della Giustizia come erroneamente si
crede, ma la dea delle leggi naturali e
perciò vigila su quanto è lecito ed
illecito, regola la convivenza fra gli
dèi, fra i mortali e i due sessi.
La Giustizia invece è rappresentata da
una delle Ore, Dike (sua figlia), I cui
attributi sono la spada e la bilancia
assieme alla cornucopia e agli occhi
bendati (l'imparzialità della legge) e
simboleggia il diritto e la giustizia. è
spesso rappresentata come una donna con
l'aria autorevole che tiene i piatti
d'una bilancia con la quale pesa le
argomentazioni delle controparti.
Teti
Sposa Oceano, uno dei
suoi fratelli, e diviene madre di tutti
i fiumi del mondo e degli esseri
femminili acquatici detti Oceanine.
è lei che quando il figlio Achille,
angustiato da Agamennone per la
sottrazione della bella Briseide, va in
riva al mare a sfogarsi, apparendogli
gli domanda:
Figlio, a che piangi? e qual t'opprime
affanno?
Dì, non celarlo in cor; meco il dividi.
(Iliade I).
E saputo il fatto subito va sull'Olimpo
da Zeus:
Innanzi a lui
la Dea s'assise; colla manca strinse
le divine ginocchia; e colla destra
molcendo il mento, e supplicando, disse:
- Giove padre, se d'opre e di parole
giovevole fra' numi unqua ti fui,
un mio voto adempisci.
Col cuore amareggiato di madre chiede a
Zeus di volgere la guerra a favore dei
troiani in modo da fare un dispetto ad
Agamennone.
Il Sommo Dio acconsente per poi
ricambiare nuovamente le sorti quando
Achille addolorato ed infuriato per la
morte dell'amico Patroclo riprende la
battaglia.
Teti si identificava con una enorme
massa d'acqua che scorreva nell'oceano
pur restandone distinta e rappresentava
l'elemento femminile fertile dei mari e
dei fiumi che nutriscono la terra. La
sua dimora era localizzata nell'estremo
Occidente, oltre il giardino delle
Esperidi, dove tramonta il sole.
E' un meraviglioso giardino difeso dalle
Esperidi dove fruttificano arance e
limoni, simbolo della fecondità e
dell'amore (ancor oggi i fiori di
arancio), e una delle fatiche di Ercole
fu quella di portare agli uomini questi
pomi d'oro.
Quando Aesacos, figlio di Priamo e di
Alexirhoe , dopo la morte della moglie
Asterope non riuscì a darsi pace
cercando più volte la morte, gettandosi
in mare da un'erta rupe, Téthys si mosse
a compassione e lo tramutò in un uccello
pescatore; in tal modo potè abbandonarsi
alla sua ossessione, senza offendere il
creato.
Teti aveva cinquanta Nereidi come
assistenti, sirene gentili figlie della
ninfa Doride e di Nereo figlio di Ponto
e di Gea.
Febe
Sposata al fratello
Ceo, da lui ebbe Asteria e Leto (o
Latona), madre di Apollo e Artemide.
E' la dea ispiratrice negli oracoli
prima dell'avvento di Apollo. E' lei che
dona il potere all'oracolo di Delfi e
Apollo l'attributo di "Febo", lo prende
da lei. Per il suo genetliaco Apollo
riceve in regalo l'oracolo da Febe
perché attraverso Latona, è suo nipote.
Mnemosine
MNEMOSINE è la
memoria che gli Esseri figli di ERA
dovranno usare per affrontare le
contraddizioni nella loro esistenza.
MNEMOSINE è il conoscere le cose
attraverso le quali il soggetto prende
le decisioni nelle quali esercita la
propria volontà. Esercitando la propria
volontà il soggetto sceglie i migliori
adattamenti per costruire sé stesso.
Fu amata dal nipote Zeus, che le si
presentò sotto forma di pastore.
Mnemosine e Zeus giacquero insieme per
nove notti sul monte Pierio e dopo un
anno nacquero nove figlie: le Muse.
Attraverso MNEMOSINE si aprono dei
"canali di passione" con i quali
collegare il singolo Essere alla
MNEMOSINE universale. Questi "canali di
passione" quando praticati dall'Essere
della Natura e dall'Essere Umano,
travolgono come una valanga emozionale
l'Essere figlio di ERA. Questa Coscienza
di Sé sono le MUSE!
Esiodo elenca nove muse. Ogni MUSA è un
"canale di passione" capace di condurre
l'Essere Umano che la evoca fuori dai
confini della ragione. E' un canale che
può portare l'Essere Umano nell'infinito
collegandolo alla MNEMOSINE che figlia
di URANO STELLATO e GAIA fa risuonare
tutte le voci dell'infinito.
Le mani, le passioni e l'intuire è la
triade attraverso la quale gli Esseri
Umani possono riuscire ad uscire dalla
ragione e giungere nell'infinito che li
circonda. La mani, le passioni e
l'intuire portano a praticare
l'impeccabilità dell'individuo che
chiama la MUSA a sorreggere il suo
cammino di uscita dalla ragione.
Proviamo ad elencare le MUSE nominate da
Esiodo: CLIO, EUTERPE, TALIA, MELPOMENE,
TERSICORE, ERATO, POLIMNIA, URANIA e
CALLIOPE. Quale di queste MUSE è la più
importante? Quella praticata dal singolo
individuo! Quella che emerge dentro la
singola persona, diversa da ogni persona
e praticata in maniera soggettiva!
Sotto
il regno di Crono la terra conobbe l'età
dell'oro, ma la sua tranquillità fu minata
da un triste vaticinio: gli fu infatti
predetto che il suo regno avrebbe avuto fine
per mano di uno dei suoi figli.
Terrorizzato, per tentare di ingannare il
destino iniziò a divorare i suoi figli non
appena nascevano, tenendoli così prigionieri
nelle sue viscere.
Rea, disperata, subito dopo la nascita del
suo ultimogenito Zeus, si recò da Crono e
anziché presentargli il figlio, gli consegnò
un masso avvolto nelle fasce che Crono
ingoiò senza sospettare nulla.
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IL REGNO DI ZEUS
Nel
frattempo il piccolo Zeus era stato portato
in una caverna del monte Ida nell'isola di
Creta e affidato alle cure della ninfa
Amaltea che possedeva una capra che aveva
due capretti la quale costituiva l'orgoglio
del suo popolo per le superbe corna ricurve
all'indietro e per le mammelle ricche di
latte, degne di allattare il grande Zeus.
Un giorno la capra si spezzò un corno
urtando contro un albero perdendo metà della
sua bellezza. Il corno fu raccolto da
Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e
lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il
re degli dei, pose Amaltea fra le
costellazioni e rese fecondo il corno che
ancor oggi porta il suo nome, cornucopia
(dal latino "cornu=corno" e "copia =
abbondanza").
Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli
il miele ed un'aquila gli portava ogni
giorno il nettare dell'immortalità. I suoi
pianti erano coperti dai Cureti che
battevano il ferro per impedire ad alcuno di
sentire i suoi vagiti.
La conquista del regno
celeste:
Titanomachia. Quando Zeus fu grande,
salì in cielo e con l'inganno fece bere a
Crono una speciale bevande preparata da
Metis che gli fece vomitare i figli che
aveva divorato e dopo ciò dichiarò guerra al
padre per impossessarsi del suo scettro. I
Titani si schierarono al fianco del fratello
Crono da cui ne scaturì una guerra chiamata
Titanomachia.
Ebbe così inizio una lunga guerra che durò
dieci anni che vide da una parte Crono, al
cui fianco si schierarono i Titani e
dall'altra Zeus, al cui fianco c'erano i
suoi fratelli Poseidone e Ade.
Entrambe le parti si battevano senza
esclusione di colpi. La terra era devastata
dai Titani che con la loro forza cambiavano
i contorni della terra, distruggendo
montagne scagliandole nell'Olimpo, il monte
più alto della Grecia, dove Zeus ed i suoi
fratelli avevano stabilito il proprio regno.
La guerra sarebbe andata avanti ancora per
parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta
per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi
e stringere un'alleanza con loro. I Ciclopi,
per ripagare Zeus di avergli reso la libertà
fabbricarono per lui le armi che sarebbero
entrate nella leggenda e con le quali
avrebbe retto il suo regno dalla cima
dell'Olimpo: le folgori.
Zeus liberò anche gli Ecatonchiri, che con
le loro cento braccia iniziarono a scagliare
una quantità infinita di massi contro gli
alleati di Crono che assieme alle folgori
scagliate da Zeus, decretarono la vittoria
finale.
Sulla sorte che Zeus fece fare al padre
Crono ci sono diverse ipotesi. Secondo
alcuni fu condotto a Tule e sprofondato in
un magico sonno. Secondi altri, Crono viene
liberato dalle catene, riconciliato con Zeus
e dimorante nelle Isole dei Beati. Questa
tradizione considera Crono come un re buono,
il primo che abbia regnato sul cielo e sulla
terra, e generò le leggende dell'Età
dell'Oro. Si narrava in Grecia che in tempi
lontanissimi egli regnasse ad Olimpia su un
mondo felice di pace e abbondanza. Presso i
Romani - dove Crono fu assimilato a Saturno
(pur essendo, questi, una divinità di
origine propriamente italica) - si
favoleggiava della beata Età dell'Oro e si
poneva il trono del dio, costruito da Romolo
stesso, sul Campidoglio.
Certa è invece la sorte che fu destinata ai
Titani: furono incatenati nel Tartaro, e la
loro custodia fu affidata agli Ecantonchiri.
Gli antichi per spiegare la causa dei
terremoti, immaginavano i Titani sprofondati
nelle viscere della terra, schiacciati da
montagne e isole ed i loro tentativi di
liberarsi sarebbero la causa dei terremoti.
Da un dialogo (Luciano: Saturnali) tra Crono
detronizzato e vecchio, ed un suo sacerdote:
" (…) Crono: Ti dirò. In prima essendo
vecchio e perduto di podagra (e questo ha
fatto creder al volgo che io ero incatenato)
io non potevo bastare a contenere la gran
malvagità che c'è ora: quel dover sempre
correre su e giù, a brandire il fulmine, e
folgorare gli spergiuri, i sacrileghi, i
violenti, era una fatica grande e da
giovane; onde con tutto il mio piacere la
lasciai a Zeus. Ed ancora mi parve bene di
dividere il mio regno tra i miei figlioli,
ed io godermela zitto e quieto , senza aver
rotto il capo da quelli che pregano e che
spesso domandano cose contrarie, senza dover
mandare i tuoni, i lampi e talora i rovesci
di grandine. E così da vecchio meno una vita
tranquilla, fo buona cera, bevo del nettare
più schietto, e fo un po' di
conversazioncella con Giapeto e con altri
dell'età mia; ed egli si ha il regno e le
mille faccende. (…)"
Terminava così il regno di Crono, secondo
sovrano della divina famiglia e aveva inizio
quella di Zeus, terzo sovrano e figlio suo.
Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono ed
avere precipitato gli alleati del padre, i
Titani, nel Tartaro, regnava sereno sulla
stirpe divina e sugli uomini.
(Omero: Iliade, VIII, 3)
"Su l'alto Olimpo il folgorante Giove
Tenea consiglio. Ei parla e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
Tutti ed abbiate il mio voler palese;
E nessuno di voi, nè Dio nè Diva,
Di frangere s'ardisca il mio decreto;
Ma tutti insieme il secondate ...
... degli Dei son io
Il più possente ... "
La Gigantomachia
La gigantomachia è la guerra che i Giganti
ingaggiarono contro gli Dei dell'Olimpo,
aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani
incatenati.
Gea, si era recata infatti a Pallade, dove
avevano dimora i Giganti, suoi figli
generati con Urano. Ad essi chiese aiuto per
muovere guerra contro Zeus. I Giganti,
acconsentendo alla richiesta della madre,
forti anche della profezia secondo la quale
nessun immortale sarebbe stato in grado di
batterli, guidati da Porfirione, il più
forte tra loro e da Alcioneo, si recarono
nell'Olimpo e iniziarono quella che gli
storici chiamarono GIGANTOMACHIA.
La profezia della loro invincibilità nei
confronti degli immortali era nota anche a
Zeus, pertanto lo stesso decise di far
partecipare alla lotta, oltre a tutti gli
dei, anche il semidio Eracle (noto anche
come Ercole), suo figlio, generato assieme
ad Alcmena .
I Giganti che parteciparono furono
ventiquattro, altissimi e terribili, con
lunghi capelli inanellati e lunghe barbe e
code di serpenti a coprire i piedi. Per
raggiungere la vetta dell'Olimpo dovettero
mettere tre monti uno sopra l'altro.
Alcioneo ne fu il capo. Fu anche il primo
che Eracle abbatté. Fu la volta di
Porfirione: riuscì quasi a strangolare Era
ma, ferito al fegato da una freccia di Eros,
la sua brama omicida si trasformò in
lussuria e tentò di violentare la dea. Zeus
divenne pazzo di gelosia e abbatté il
gigante con una folgore. Eracle lo finì a
colpi di clava.
Efialte ebbe uno scontro con Ares che,
sempre con l'aiuto di Eracle, riuscì a
trarsi in salvo. E la storia si ripete con
Eurito contro Dioniso, Clizio contro Ecate,
Mimante contro Efesto, Pallade contro Atena:
alla fine tocca sempre a Eracle dare il
colpo di grazia.
Demetra ed Estia, donne pacifiche, stanno in
disparte, mentre le tre dispettose Moire
scagliano pestelli di rame da lontano.
Scoraggiati, i Giganti superstiti scappano.
Atena riesce a scagliare un grosso masso
contro Encelado che crolla in mare e diventa
l'isola di Sicilia. Poseidone strappa un
pezzo a Coo e lo scaglia nel mare, dove
diventa l'isola di Nisiro, nel Dodecaneso.
Ermes abbatte Ippolito e Artemide Grazione,
mentre i proiettili infuocati lanciati dalle
Moire bruciano le teste di Agrio e Toante.
Sileno, il satiro nato dalla Terra, si vantò
di aver fatto scappare i Giganti col raglio
del suo asino, ma Sileno era sempre ubriaco,
e veniva accolto all'Olimpo solo per ridere
di lui.
Zeus contro Tifone
In realtà però, una nuova minaccia si
affacciava all'orizzonte che avrebbe portato
Zeus ad intraprende un'ennesima lotta contro
un temibile nemico: Tifone.
Quando gli dei ebbero vinto i Giganti, Gea,
ancora piu' adirata, si unisce al Tartaro e,
in Cilicia, partorisce Tifone che aveva
natura mista, di uomo e di bestia. Per la
statura e la forza,Tifone era superiore a
tutti i figli di Gea e non aveva eguali
sulla terra.
La sua forza e la sua imponenza superavano
di gran lunga quelle di tutti i figli della
Terra.
Fino alle cosce aveva una forma umana, ma di
spaventosa enormità: era più grande di tutte
le montagne, e la sua testa spesso sfiorava
le stelle.
Le sue braccia aperte toccavano da una parte
il tramonto e dall'altra l'aurora, e
terminavano con cento teste di serpente.
Dalle cosce in giù, invece, aveva smisurate
spire di vipera: se le stendeva, gli
arrivavano fino alla testa, e producevano
orrendi sibili.
Tutto il suo corpo era alato; un pelo irsuto
gli ondeggiava sulla testa e sulle guance, e
gli occhi sprizzavano fiamme.
Con tutta la sua mostruosa grandezza, Tifone
si mise a scagliare massi infuocati contro
il cielo, fra urla e sibili. Dalla bocca
delle sue cento teste sgorgavano torrenti di
fuoco reso ancora più orribile dall'ira che
lo animava. Così spaventoso e così enorme
era Tifone quando sferrò il suo attacco
contro lo cielo. Quando gli dei videro che
assaliva il cielo, la sorpresa e lo spavento
fu tale che andarono a rifugiarsi in
Egitto,e poiché lui li inseguiva,si
trasformarono in animali (Apollo in corvo,
Artemide in gatta, Afrodite in pesce, Ermes
in cigno, ecc.), lasciando da solo Zeus ad
affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima
iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano
mano che Tifone si avvicinava, lo colpì
ripetutamente con la falce. Il mostro
sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò
per scagliare il colpo mortale, fu afferrato
da Tifone per le gambe ed immobilizzato.
Tifone fu rapido a strappargli la falce con
la quale gli recise i tendini delle mani e
dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in
Cilicia, rinchiudendolo in una grotta
chiamata Korykos, mentre i suoi tendini,
deposti in una sacca di pelle d'orso, li
affidò alla custodia della dragonessa
Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato, quando
Ermes, figlio di Zeus, ripresosi dallo
spavento decise di reagire. Rubò la sacca a
Delfine e trovata la grotta dove era stato
imprigionato il padre, lo liberò e lo curò
rendendolo nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura
lotta contro Tifone, che riuscì a
sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di
Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte
Etna, dove ancora giace. Le eruzioni del
vulcano altro non sarebbero che le fiamme
scagliate da Tifone per la rabbia di essere
stato vinto.
(Ovidio: Metamorfosi 346-358): "(...) la
vasta isola della Trinacria si accumula
sulle membra gigantesche, e preme,
schiacciando con la sua mole Tifone, che osò
sperare una dimora celeste. Spesso, invero,
egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la
sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio
Peloro, la sinistra da Pachino; i piedi sono
schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli
grava sul capo. Giacendo qui sotto, il
feroce Tifone getta rena dalla bocca e
vomita fiamme. Spesso si affatica per
scuotersi di dosso il peso della terra, e
per rovesciare con il suo corpo le città e
le grandi montagne. Perciò trema la terra, e
lo stesso re del mondo del silenzio teme che
il suolo si apra e si squarci con larghe
voragini."
Dopo questa ennesima lotta sostenuta da
Zeus, seguì un nuovo periodo di
tranquillità. Gli dei fecero ritorno
all'Olimpo dove Zeus aveva stabilito la loro
dimora.
POSEIDONE
Poseidone (Nettuno
per i Romani) era, nella mitologia
ellenica, il dio del mare, della
navigazione, delle tempeste e dei
terremoti. Con Zeus e Ade s'era diviso
il regno di Crono, Poseidone fu uno
degli dei più potenti dell'Olimpo.
Abitava negli abissi del mare Egeo,
presso la Tracia, in una casa rilucente
d'oro. Andava per mare ritto su di un
cocchio d'oro e con un tridente nella
mano destra come simbolo di comando,
trainato da cavalli marini che
galoppavano sul pelo dell'acqua, mentre
tutte le creature marine accorrevano
gioiose, tributando un caldo saluto al
loro signore.
Aveva per attributi il tridente, regalo
dei ciclopi, il toro, il delfino ed il
cavallo che avrebbe addomesticato. Nelle
sue vaste stalle vi erano cavalli
bianchi dalla criniera d'oro e dagli
zoccoli di bronzo; vi era pure un carro
d'oro con cui comandava ai mostri marini
ed alle tempeste.Il culto di Poseidone
era molto importante nell'antica Grecia
perché i greci erano per lo più
pescatori e marinai. Era inoltre
considerato anche il dio dei terremoti
che provocava sbattendo il suo
formidabile tridente.
A Poseidone/Nettuno era sacro anche il
delfino, sempre apprezzato dai marinai
in quanto il suo apparire era segno di
mare calmo e, quando nuotava vicino alle
imbarcazioni, si riteneva che
contribuisse a mantenerle in rotta.
I Greci, grandi navigatori, ovviamente
avevano un particolare culto per la
massima divinità marina. Non vi fu luogo
o città della Grecia dove non venissero
innalzate statue o templi per il dio che
squassava le onde col tridente. Gli fu
costruito un tempio sull'istmo di
Corinto e là si svolgevano i giochi
Istmici, ai quali accorrevano tutti i
Greci. Gli si intitolavano anche città,
come Paestum, nell'Italia meridionale,
che nacque come Posidonia, ossia città
di Poseidone.
I marinai rivolgevano preghiere a
Poseidone perché concedesse loro un
viaggio sicuro e talvolta come
sacrificio annegavano dei cavalli in suo
onore. Quando mostrava il lato benigno
della sua natura Poseidone creava nuove
isole come approdo per i naviganti ed
offriva un mare calmo e senza tempeste.
Quando invece veniva offeso e si sentiva
ignorato allora colpiva la terra con il
suo tridente provocando mari tempestosi
e terremoti, annegando chi si trovasse
in navigazione ed affondando le
imbarcazioni.
E al dio delle acque era stata
consacrata anche una pianta: il pino. Le
navi erano infatti quasi interamente
costruite con tavole di legno di pino (o
di cedro del Libano), considerato il
migliore per la loro realizzazione.
Veniva onorato il 23 luglio, con le
festività dei Neptunalia, a cui furono
poi uniti i ludi Neptunialicii (dal III
secolo a.C.) Il suo tempio si trovava al
Circo Flaminio all'interno del Campo
Marzio a Roma. Nella mitologia Romana
aveva una divinità associata (paredra)
detta a volte Salacia a volte Venilia.
In onore al Dio Nettuno, vi è anche la
città di Nettuno, nella provincia di
Roma nel Lazio.
Avendo cospirato con Era e Apollo contro
Zeus, venne punito ed esiliato nella
Troade al servizio di Laomedonte. Questi
gli negò il compenso pattuito per la
costruzione delle mura della città.
Poseidone, irato, fece scaturire dal
mare un mostruoso drago. Per placarlo,
il re dovette esporre la figlia Esione
per essere divorata dal mostro. La
giovane fu salvata e liberata da Eracle
che uccise il mostro.
Per punizione per aver offeso Zeus,
Poseidone ed Apollo furono mandati a
servire il re di Troia Laomedonte:
questi disse loro di costruire un'enorme
cinta muraria che corresse tutt'attorno
alla città, promettendo di ricompensarli
per questo servizio, ma poi non mantenne
la parola data. Per vendicarsi,
Poseidone mandò ad attaccare la città un
mostro marino che però venne ucciso da
Eracle.
Dall'umore instabile come il mare era
ora sorridente e benevolo ora burrascoso
e violento, con il suo tridente aveva il
potere di rendere il mare calmo o
agitato. poteva cambiare forma a suo
piacimento: simbolo dell'incostanza del
mare.
Le sue contese con altre divinità si
spiegano col fatto che egli era anche
dio delle acque terrestri, prima che il
suo regno fosse ridotto al solo mare.
Atena era in competizione con Poseidone
per diventare la divinità protettrice
della città di Atene che, all'epoca in
cui si svolge questa leggenda, ancora
non aveva un nome. Si accordarono in
questo modo: ciascuno dei due avrebbe
fatto un dono agli Ateniesi e questi
avrebbero scelto quale fosse il
migliore, decidendo così la disputa.
Poseidone piantò al suolo il suo
tridente e dal foro ne scaturì una
sorgente. Questa avrebbe dato loro sia
nuove opportunità nel commercio che una
fonte d'acqua, ma l'acqua era salmastra
e non molto buona da bere. Secondo altre
versioni Poseidone offrì invece il primo
cavallo Atena invece offrì il primo
albero di ulivo adatto ad essere
coltivato. Gli Ateniesi scelsero l'ulivo
e quindi Atena come patrona della città,
perché l'ulivo avrebbe procurato loro
legname, olio e cibo. Si pensa che
questa leggenda sia sorta nel ricordo di
contrasti sorti nel periodo Miceneo tra
gli abitanti originari della città e dei
nuovi immigrati.
Poseidone, avido di regni terrestri, un
giorno rivendicò l'Attica piantando il
suo tridente nell'acropoli di Atene
facendo scaturire, immediatamente, un
pozzo d'acqua salata che vi si trova
ancora. Più tardi, durante il regno di
Cecrops, arrivò Atena venne e si
installò in modo più piacevole piantando
il primo ulivo vicino al pozzo.
Poseidone, furioso, la sfidò in
combattimento ed Atena era pronta ad
accettare se Zeus non si fosse
interposto e non avesse ordinato loro di
sottoporsi ad un arbitrato. Zeus non
emise un verdetto, ma tutti gli altri
dei sostennero Poseidone e tutte le dee
sostennero Atena. E così, a maggioranza
di una voce, il tribunale decretò che
Atena aveva più diritti sul territorio
perché lo aveva dotato di un regalo più
utile.
Poseidone contese ad Atena anche
Trézène, una città del Peloponneso; in
quest'occasione Zeus diede l'ordine che
la città fosse divisa tra i due e ciò
che fu sgradevole all'uno ed all'altro.
Contese Corinto a Elios, ma ricevette
soltanto l'istmo, mentre l'acropoli
restò ad Elios. Furioso, provò a
prendere a Era l'Argolide ed era pronto
a combattere ancora, rifiutando di
apparire dinanzi ai suoi pari olimpici,
che, diceva, erano prevenuti contro lui.
Di conseguenza, Zeus sottopose l'affare
ai dio-fiumi Inachos, Céphise ed
Asterione, e il giudizio che scaturì fu
a favore di Era.
Rivendica anche l'invenzione della
briglia, benché Atena l'abbia inventata
prima di lui; ma non gli contestano di
avere istituito le corse dei cavalli.
Poseidone fu allevato dai Telchini di
Rodi e si unì alla loro sorella Alia,
che gli dette sei maschi e, secondo
alcune tradizioni, anche la figlia Rodo,
da cui il nome dell'isola di Rodi.
Afrodite fece impazzire i figli,
inducendoli ad attentare alla propria
madre, per cui Poseidone li precipitò
nei visceri della terra con un colpo di
tridente.
Glauco è una figura della mitologia
greca, figlio di Poseidone e di una
Naiade.
Come il padre fu una divinità del mare.
La sua figura appare ne Le Argonautiche
di Apollonio Rodio e nelle Metamorfosi
(libro XIII) di Ovidio.
Secondo la leggenda, nacque umano,
praticò l'attività di pescatore, la sua
immortalità e la sua natura di divinità
marina derivarono da un'erba magica. Il
suo corpo mutò sembianze, assumendo una
forma di coda di pesce nella parte
inferiore.
Si ricordano i suoi amori, da quello per
Scilla fino al tentativo di circuire
Arianna. Glauco cercò di sedurre Scilla
senza successo, impedito da Circe che lo
coprì di ridicolo.
Poseidone, innamoratosi di Anfitrite,
una delle Nereidi figlie di Nereo e di
Doride, la chiese in sposa ma la
fanciulla intimorita, per timidezza
fuggì via nascondendosi nelle acque
dell'Oceano, oltre le colonne d'Ercole.
Il dio inviò, allora, un delfino alla
sua ricerca e ritrovatala la convinse
alle nozze. La novella sposa, gelosa di
Scilla la mutò in un mostro dai dodici
piedi e dalle sei bocche che divoravano
i marinai che attraversano lo Stretto di
Messina.
Da Anfitrite ebbe figli Tritone,
Bentesecime e una figlia di nome Roda
(spesso confusa con Rodo), poi moglie di
Elio, dio del Sole.
Da Eurite Poseidone ebbe il figlio
Alirrozio, protagonista di due diverse
versioni del mito: secondo la prima,
tentò di usare violenza ad Alcippe
figlia del dio Ares, che quindi lo
uccise; secondo l'altra, Alirrozio si
adirò perché l'Attica era stata
destinata ad Atena anziché al padre
Poseidone e, per rappresaglia, cercò di
recidere l'ulivo che la dea aveva donato
a quella regione; ma l'ascia gli cadde
dalle mani e gli tagliò la testa.
Da Ifimedia, figlia di Triope, ebbe i
giganti Oto ed Efialte, detti Aloadi,
che crescevano in modo smisurato: quando
raggiunsero l'altezza di quasi venti
metri decisero di assaltare l'Olimpo e
dare battaglia agli dei, manifestando
l'intenzione di prosciugare il mare,
riempiendolo di massi, e di allagare la
terra. Suscitarono quindi le ire divine
e, secondo una versione, furono
fulminati da Zeus; secondo un'altra,
furono uccisi con l'inganno da Artemide,
che assunse le forme di una cerbiatta e
si slanciò tra i due, che si trafissero
a vicenda nella fretta di colpirla.
Amò anche Alope figlia di Cercione,
contro il volere del padre di lei, ed
ebbe un figlio che fu abbandonato dalla
nutrice nella foresta. Poseidone mandò
una giumenta, animale a lui sacro, per
allattare il bambino che, dopo diverse
disavventure, fu allevato da un pastore
e chiamato Ippotoo, poi capostipite
della tribù degli Ippotoontidi. Alope fu
invece messa a morte da Cercione e fu
trasformata in fonte da Poseidone.
Secondo una diversa versione del mito,
Poseidone era padre dello stesso
Cercione re di Eleusi e possedeva forza
e crudeltà smisurate: costringeva alla
lotta i viandanti e poi squartava i
vinti, legandoli alle cime ravvicinate
di alberi opposti, che poi rilasciava,
provocando così lo smembramento delle
sue vittime. Fu ucciso da Teseo.
Eufemo, nato da Poseidone e da Europa,
eccelleva nella corsa al punto da poter
scivolare sulle acque senza bagnarsi i
piedi.
Secondo alcuni mitografi, succedette a
Tifi come pilota della nave Argo e prese
parte alla caccia contro il Cinghiale
Calidonio, figlio della scrofa Fea. Era
questi grande come un toro, con setole
acuminate come dardi, zanne lunghe come
falci e alito che uccideva chiunque lo
respirasse. Fu mandato da Artemide a
devastare il paese di Oeneo, re di
Calidone.
Una delle figlie di Poseidone, Lamia, fu
amata da Zeus e mise al mondo la Sibilla
Libica. Le Sibille erano profetesse
rivelatrici degli oracoli di Apollo, e
molte sono le sacerdotesse con questo
nome e le leggende che le riguardano.
Secondo una delle tante storie, la prima
profetessa fu appunto la figlia di
Lamia, chiamata Sibilla dai Libici.
Una donna mortale di nome Tiro,
discendente di Eolo, era sposata con
Creteo (dal quale aveva avuto un figlio,
Esone), ma era innamorata di Enipeo, una
divinità fluviale: la donna si offrì ad
Enipeo che però la rifiutò. Un giorno
Poseidone, incapricciatosi di Tiro,
assunse le sembianze di Enipeo e dalla
loro unione nacquero i due gemelli Pelia
e Neleo. Abbandonati alla nascita dalla
madre, furono nutriti dalla giumenta
inviata da Poseidone, cui l'animale era
consacrato. Secondo una leggenda, Pelia
fu colpito da un calcio della giumenta
che gli deturpò il volto, da cui il suo
nome, derivato dal greco pelion, cioè
"livido". Diventati adulti, i due
gemelli ritrovarono la madre, soggetta
alle angherie della propria matrigna
Sidero; Pelia uccise quest'ultima,
nonostante ella si fosse rifugiata nel
tempio di Era, e tale sacrilegio fu la
causa della sua morte, dopo una vita
lunga e densa di fatti e misfatti.
Dalla ninfa Satiria - considerata figlia
di Minosse, re di Creta - Poseidone ebbe
Taranto, eponimo della città omonima,
mentre il nome di lei fu dato al locale
Capo Satirione. Così si giustifica la
tradizione che attribuisce origini
cretesi alla città di Taranto.
Amico - il Gigante nato anch'egli dal
dio del mare, che aveva inventato il
pugilato e il cesto, e regnava sui
Bebrici in Bitinia - metteva a morte,
prendendoli a pugni, gli stranieri che
approdavano nella sua terra. Quando vi
sbarcarono gli Argonauti egli li sfidò
in combattimento; Polluce accettò la
sfida e, con la sua prontezza e abilità,
riuscì vincitore sulla violenza del
gigante. La posta della lotta era che il
vincitore avrebbe ucciso l'avversario,
ma Polluce si contentò di far promettere
ad Amico, vincolandolo con un solenne
giuramento, di rispettare in futuro gli
stranieri.
I poemi omerici ci narrano di Poseidone
che insieme ad Apollo costruì le mura
inespugnabili di Troia, per ricompensare
il re Laomedonte della sua ospitalità.
Nell'Odissea Poseidone svolge un ruolo
importante a causa del suo odio e
irriducibile ira nei confronti di
Ulisse, che gli aveva accecato il figlio
Polifemo. L'inimicizia di Poseidone nei
suoi confronti impedisce per molti anni
ad Odisseo di fare ritorno ad Itaca nel
lungo viaggio di ritorno in patria,
malgrado gli interventi a favore del suo
protetto di Atena e dello stesso Zeus.
Demetra era alla ricerca di sua figlia
Persefone, stancata e scoraggiata dalla
sua ricerca era poco pronta trattare
innamoramenti con nessun dio o Titano,
allora si trasformò in giumenta ed andò
nutrirsi con il gregge di un certo
Oncos, figlio di Apollo che regnava a
Oncéion in Arcadia. Ma non riuscì ad
ingannare Poseidone, che si trasformò
anch'egli e venne a congiungersi ad
essa; da quest'unione nacquero la ninfa
Despoena ed il cavallo selvaggio
Aerione.
Argolide fu essiccata da Poseidone,
furioso che questo territorio che ambiva
gli era stato rifiutato. Fu allora che
Amymoné ricevette da suo padre Danaos
l'ordine di scoprire una fonte per
dissetare la popolazione e soprattutto,
con la sua condotta, di non dispiacere a
Poseidone. Ma, in cammino, incontrò un
satiro che tentò di violentarla e chiamò
Poseidone che cacciò l'imprudente
lanciandogli il suo tridente; l'arma si
piantò in una roccia da cui scaturì,
immediatamente, una fonte limpida e
fresca che Amymoné supplicò di lasciare
scorrere. Poseidone, che si era
innamorato, acconsentì a condizione che
la giovane donna si fosse data a lui;
Amymoné non esitò un solo momento e da
quest'unione nacque Nauplios.
Figlio di Poseidone e della Pleiade
Alcione è Irieo, padre di Orione e re di
Iria, città della Beozia. Secondo altre
leggende, Irieo era invece un umile
contadino che, per aver accolto nella
sua capanna Zeus, Poseidone ed Ermes, fu
premiato con l'esaudimento di un
desiderio. Chiese pertanto un figlio,
che gli dei fecero nascere fecondando la
pelle del bue sacrificato in loro onore.
Quel figlio fu Orione.
Secondo altre versioni, il gigantesco
cacciatore Orione era invece figlio
dello stesso Poseidone e di Euriale.
Accolto nei cieli in forma di
costellazione, era apportatore di
pioggia. Dice Virgilio (Eneide, I,
873-877, nella trad. di A. Caro): "...
quando / Orion tempestoso i venti e 'l
mare / Sì repente commosse, e mar sì
fero / Venti sì pertinaci, e nembi e
turbi / Così rabbiosi ..." Così pure
Parini (La caduta, 1-4): "Quando Orion
dal cielo / Declinando imperversa, / E
pioggia e nevi e gelo / Sopra la terra
ottenebrata versa, / ...".
Poseidone ebbe un rapporto sessuale con
Medusa sul pavimento del tempio di Atena
che, per vendicarsi dell'affronto,
trasformò la Gorgone in un mostro.
Quando, tempo dopo, fu decapitata
dall'eroe Perseo dal suo collo emersero
il cavallo alato Pegaso ed il gigante
Crisaore.
con Melanto si unì sotto forma di
delfino, da cui il nome Delfo del
figlio; e suoi figli sembrano essere
anche i Lestrigoni, giganti antropofagi
che attaccarono le navi di Ulisse,
quindi collocati tra il Lazio e la
Campania.
Figlio suo è anche l'aggressivo gigante
Anteo figlio di Gea (o Gaia, la Madre
Terra) che costringeva tutti coloro che
attraversavano la sua terra - la Libia o
il Marocco - a lottare con lui. Dopo
averli vinti e uccisi, con i loro crani
ornava il tempio dedicato a Poseidone.
Era invulnerabile finché toccava con i
piedi la madre Terra che gli infondeva
rinnovato vigore, ma Eracle, durante il
suo passaggio in Libia, riuscì ad averne
la meglio, sollevandolo sulle spalle.
Da Lisianassa Poseidone ebbe Busiride
che figura nella leggenda come re
d'Egitto, posto sul trono da Osiride
quando questi intraprese il viaggio
intorno alla terra. Tuttavia il suo nome
non compare nelle dinastie faraoniche e
potrebbe essere una deformazione di
"Osiride".
Era un tiranno crudele, colpevole di
molti misfatti, al quale l'indovino
cipriota Frasio aveva vaticinato che
solo il sacrificio di un forestiero, una
volta l'anno, avrebbe allontanato la
carestia che si era abbattuta
sull'Egitto. Il vate fu quindi la prima
vittima e lo stesso Eracle, transitando
per il Paese, fu catturato e destinato
al sacrificio, ma riuscì a sciogliersi
dai vincoli e a riacquistare la libertà,
dopo aver ucciso Busiride e tutti i
sacerdoti.
Secondo una leggenda era figlio di
Poseidone - e non di Oceano, come tutti
i fiumi - anche Acheloo, dio del fiume
omonimo, oggi Aspropotamo. Come
dio-fiume aveva il potere di assumere
qualunque forma e quindi si trasformò in
serpente e poi in toro per combattere
Eracle quando questi chiese in moglie
Deianira, già sposata con Acheloo. Nella
lotta che ne seguì, Eracle gli strappò
un corno e Acheloo si dichiarò vinto;
rinunciò a Deianira e donò al rivale il
proprio corno che, consacrato a Copia,
dea dell'abbondanza (cornu copiae),
acquistò il potere di elargire fiori e
frutti in quantità. Mutilato e
sconfitto, Acheloo si gettò nel fiume,
che prese il suo nome.
Legato al ciclo di Eracle è un altro
figlio di Poseidone, chiamato Sileo, che
aveva per fratello Diceo, ossia "il
Giusto", cioè di nome e di fatto
l'opposto del fratello. Questi era
infatti il crudele padrone di una vigna,
in Tessaglia, e costringeva i passanti a
lavorare per lui, prima di metterli a
morte. Eracle, ricevuto l'ordine di
punire Sileo, si mise al suo servizio
ma, invece di accudire le viti, devastò
la vigna e uccise lo stesso Sileo con un
colpo di zappa. Poi si innamorò della
figlia di lui e la sposò ma, di lì a
poco, dovette assentarsi e la giovane
morì per il dolore del distacco. Lo
stesso Eracle fu trattenuto a forza dal
gettarsi sulla pira funebre dell'amata
moglie.
Con Afrodite ebbe figli: Rodo, Erice,
Erofilo
ADE
Ade era figlio di
Crono e di Rea, e i suoi fratelli e
sorelle erano Estia, Demetra, Era, Zeus
e Poseidone. Secondo il mito venne
divorato dal padre insieme ai suoi
fratelli e sorelle.
Ade partecipò alla Titanomachia,
nell'occasione in cui i Ciclopi gli
fabbricarono la kunée, un copricapo
magico in pelle d'animale che gli
permetteva di diventare invisibile: si
poté introdurre così segretamente nella
dimora di Crono rubandogli le armi e,
mentre Poseidone minacciava il padre col
tridente, Zeus lo colpì con la folgore.
In seguito, ricevette la sovranità del
mondo sotterraneo e degli Inferi, quando
l'universo fu diviso con i suoi due
fratelli Zeus e Poseidone, che ottennero
rispettivamente il regno dell'Olimpo e
del mare.
Viene annoverato saltuariamente fra le
divinità olimpiche, nonostante questo
sia contrario alla tradizione canonica;
Ade è d'altra parte assai poco presente
nella mitologia, essendo essenzialmente
legato ai racconti mitologici legati
agli eroi: Orfeo, Teseo ed Eracle sono
tra i pochi mortali ad averlo
incontrato. Inoltre la tradizione lo
vuole riluttante ad abbandonare il mondo
dell'aldilà: le uniche due eccezioni si
ricordano per il rapimento di Persefone
e per ricevere alcune cure dopo essere
stato ferito da una freccia di Eracle.
Nella mitologia latina inizialmente
Plutone è definito Signore degli Inferi,
e solo successivamente Signore dell'Ade.
Altro termine utilizzato è Averno, nome
del lago dal quale si può accedere agli
inferi.
La leggenda lo vuole padrone delle
greggi solari, al pascolo nell'isola
Erizia, la cosiddetta isola rossa, dove
il Sole muore quotidianamente. Il
pastore era chiamato Menete.
Persefone:
Ade, innamorato di Persefone, la rapì
con l'accordo di Zeus mentre stava
raccogliendo dei fiori in compagnia
delle ninfe, secondo il mito nelle
attuali pianure di Enna. Sua madre,
Demetra, disperata per la scomparsa
della figlia, la cercò per nove giorni
arrivando fino alle regioni più remote:
il decimo giorno, con l'aiuto di Ecate
ed Elio, seppe che il rapitore era il
dio degli Inferi. Adirata, Demetra
abbandonò l'Olimpo e scatenò una
tremenda carestia in tutta la terra,
affinché questa non offrisse più i suoi
frutti ai mortali e agli dei. Zeus tentò
allora di riconciliare Ade e Demetra,
affinché si evitasse la fine del genere
umano: inviò il messaggero Ermes al
fratello, ordinandogli di restituire
Persefone, a patto che ella non si fosse
cibata del cibo dei morti. Ade non si
oppose all'ordine ma, poiché Persefone
era effettivamente digiuna dal
rapimento, la invitò a mangiare prima di
tornare dalla madre: le offrì così un
melograno, frutto proveniente dagli
Inferi, in dono. In procinto di mettersi
sulla via di Eleusi, uno dei giardinieri
di Ade, Ascalafo, la vide mangiare pochi
grani del melograno: in questo modo si
compì dunque il tranello ordito da Ade,
affinché Persefone restasse con lui
negli Inferi. Allo scatenarsi nuovamente
dell'ira di Demetra, Zeus propose un
nuovo accordo, per cui, dato che
Persefone non aveva mangiato un frutto
intero: sarebbe rimasta nell'oltretomba
solamente per un numero di mesi
equivalente al numero di semi da lei
mangiati, potendo così trascorrere con
la madre il resto dell'anno; avrebbe
trascorso così sei mesi con il marito
negli Inferi, e sei mesi con la madre
sulla terra. La proposta fu accettata da
entrambi, e da quel momento si
associarono la primavera e l'estate ai
mesi che Persefone trascorreva in terra
dando gioia alla madre, e l'autunno e
l'inverno ai mesi che passava negli
Inferi, durante i quali la madre si
struggeva per la figlia.
Menta e Leuce:
Secondo Ovidio e Strabone, Ade tentò di
approfittarsi della ninfa Menta.
Persefone, gelosa del marito, si
dispiacque dell'unione e si infuriò
quando Menta proferì contro di lei
minacce spaventose e sottilmente
allusive alle proprie arti erotiche
molto sviluppate. Persefone, sdegnata,
la fece a pezzi: Ade le consentì di
trasformarsi in erba profumata, la
menta, ma Demetra la condannò alla
sterilità, impedendole di produrre
frutti.
Leuce, un'altra ninfa figlia di Oceano,
fu rapita da Ade e trasformata da
Persefone in pioppo bianco presso la
fontana della Memoria.
Per Ade si sacrificavano, unicamente
nelle ore notturne, pecore o tori neri,
e coloro che offrivano il sacrificio
voltavano il viso: secondo Omero,
infatti, Ade era il più ripugnante degli
dei. Il suo culto non era molto
sviluppato ed esistono poche statue con
sue raffigurazioni.
Dei pochi luoghi di culto a lui
dedicati, il solo degno di nota è
Samotracia, mentre si suppone ne
esistesse un secondo situato nell'Elide,
a nord ovest del Peloponneso; è
possibile che un altro centro del suo
culto si trovasse ad Eleusi,
strettamente connesso con i misteri
locali. Euripide indica che Ade non
riceveva libagioni rituali.
Veniva solitamente rappresentato come un
uomo maturo, barbato e feroce, spesso
seduto su un trono e dotato di una
patera e di uno scettro, con il cane a
tre teste protettore degli Inferi,
Cerbero. A volte si trovava anche un
serpente ai suoi piedi. Indossa molto
spesso un elmo, oppure un velo che gli
copre il volto e gli occhi.
Si hanno sue rappresentazioni in
moltissimi contesti ceramici,
soprattutto nelle pìnakes di Locri
Epizefiri. Altri esempi si conoscono in
alcuni affreschi della Tomba dell'Orco
(altro nome del dio) a Tarquinia, mentre
ad Orvieto se ne ha una raffigurazione
all'interno della Tomba Golini I. Per la
Grecia si ricordano un trono del
Partenone attribuito a Fidia ed una base
colonnare da Efeso, più esattamente dal
Tempio di Artemide. Nel mondo romano i
sarcofagi, soprattutto in età tardo
antica, usavano rappresentare il ratto
di Proserpina e dunque una
raffigurazione del dio infernale.
ERA
Considerata regina
dell'Olimpo.Di matronale bellezza, di
impeccabili costumi, proteggeva la
castità del matrimonio e la santità del
parto. Fu dai Romani assimilata
all'italica Giunone.
Figlia di Crono e di Rea, fu la terza ad
essere stata ingoiata dal padre.
Fu allevata nella casa di Oceano e Teti,
e poi nel giardino delle Esperidi. Zeus
amava segretamente Era già dal tempo in
cui Crono regnava sui Titani, ma, come
spesso accade ai giovani, non sapeva
come fare a dichiararle il suo amore.
Particolare è il modo in cui fu sedotta
da Zeus . Egli, per conquistarla,
scatenò un tremendo temporale e,
trasformatosi in cuculo, si lasciò
bagnare per bene. Quando dopo la pioggia
la Dea decise di fare una passeggiatina
vide il povero uccellino e, commossa, lo
prese in mano per riscaldarlo. Come lo
fece, Zeus assunse le sue vere sembianze
e la sedusse.
Sulla cima del monte Ida sposò Zeus. Era
è la patrona del matrimonio propriamente
detto e rappresenta l'archetipo
simbolico dell'unione di uomo e donna
nel talamo nuziale, tuttavia non è certo
famosa per le sue qualità di madre. I
figli legittimi nati dalla sua unione
con Zeus sono Ares, Ebe (la dea della
giovinezza), Eris (la dea della
discordia) ed Ilizia (protettrice delle
nascite).
Nei tempi più antichi la sua
associazione più importante era quella
con il bestiame, come dea degli armenti,
venerata specialmente nell'isola Eubea
detta "ricca di mandrie". Il suo epiteto
più comune nei poemi omerici, "boopis",
viene sempre tradotto "dall'occhio
bovino" dal momento che, come i Greci
dell'età classica, la nostra cultura
rifiuta la più naturale traduzione "dal
volto di vacca" o "dall'aspetto di
vacca": un'Era dalla testa bovina come
il Minotauro verrebbe percepita come un
oscuro e spaventoso demone. Tuttavia
sull'isola di Cipro sono stati trovati
dei teschi di toro adattati ad essere
usati come maschera, il che suggerisce
un probabile antico culto dedicato a
divinità con un simile aspetto.
Era veniva ritratta come una figura
maestosa e solenne, spesso seduta sul
trono mentre porta come corona il
"Polos", il tipico copricapo di forma
cilindrica indossato dalle dee madri più
importanti di numerose culture antiche.
In mano stringeva una melagrana, simbolo
di fertilità e di morte usato anche per
evocare, grazie alla somiglianza della
sua forma, il papavero da oppio. Omero
la definiva la Dea dagli occhi "bovini"
per l'intensità del suo regale sguardo.
Le bastava agitarsi sul trono per fare
tremare l'Olimpo, al suo sposo Zeus,
bastava aggrottare le ciglia per avere
lo stesso risultato.
Nelle raffigurazioni ellenistiche il
carro di Era era trainato da pavoni, una
specie di uccello che in Grecia è
rimasta sconosciuta fino alle conquiste
di Alessandro: Aristotele, l'istitutore
di Alessandro si riferiva a
quest'animale come all'"uccello
persiano". Il motivo artistico del
pavone fu riportato molto più tardi,
quando si fusero tra loro le figure di
Era e Giunone.In epoca arcaica, un
periodo durante il quale ad ogni dea
dell'area egea era associato il "suo"
uccello, veniva associato ad Era anche
il cuculo che appare in alcuni frammenti
che raccontano la leggenda dei primi
corteggiamenti alla vergine Era da parte
di Zeus.
L'importanza di Hera fin dall'età
arcaica è testimoniata dai grandi
edifici di culto che vennero realizzati
in suo onore.
I templi di Era costruiti in due dei
luoghi in cui il suo culto fu
particolarmente sentito, l'isola di Samo
e l'Argolide, risalgono al VIII secolo
a.C. e furono i primissimi esempi di
tempio greco monumentale della storia
(si tratta rispettivamente dell'Heraion
di Samo e dell'Heraion di Argo).
Nella cultura greca classica, gli altari
venivano costruiti a cielo aperto. Era
potrebbe essere stata la prima divinità
a cui fu dedicato un tempio dotato di un
tetto chiuso, che fu eretto circa
nell'800 a.C. a Samo, e fu
successivamente sostituito dall'Heraion,
uno dei templi greci più grandi in
assoluto. I santuari più antichi, per i
quali vi sono meno certezze circa la
divinità a cui erano dedicati, erano
realizzati secondo un modello Miceneo
chiamato "casa-santuario". Gli scavi
archeologici di Samo hanno portato alla
luce offerte votive, molte delle quali
risalenti al VIII e VII secolo a.C., che
rivelano come Era non fosse considerata
soltanto una dea greca locale di
ambiente egeo: attualmente il museo
raccoglie statuette che rappresentano
dèi, supplici e offerte votive di altro
tipo provenienti dall'Armenia, da
Babilonia, dalla Persia, dall'Assiria e
dall'Egitto, a testimonianza dell'alta
considerazione di cui godeva questo
santuario e del grande flusso di
pellegrini che attirava.
Era fu sempre fedele al suo sposo e fu
perciò venerata come simbolo della
santità e della devozione coniugale.
Della sua fedeltà diede prova
specialmente quando ISSIONE, re dei
Lapiti, invitato da Giove ad un
banchetto tra gli dei osò corteggiarla,
tradendo così il sacro rispetto
dell'ospitalità e la stima di cui il re
degli dei lo aveva onorato.
La Dea infatti avvertì subito il marito,
che, astutamente, per cogliere sul fatto
l'intraprendente e punirlo come
meritava, escogitò una insidia veramente
singolare. Prese una nuvoletta, le diede
le forme e la fisionomia di Giunone: si
nascose poi fra le altre nuvole e attese
gli eventi. Di nulla sospettando,
Issione cadde nel tranello e, sorpreso
da Giove mentre tentava con parole di
miele la bella nuvola, fu da lui
condannato nel Tartaro a girare su se
stesso senza posa, per l'eternità,
legato a una ruota infuocata, spinta da
venti furiosi. Dalla nuvola di Issione
Giove fece poi nascere i CENTAURI,
mostri dal corpo di cavallo con forma
umana dal petto in su, perché rimanesse
il ricordo del suo tradimento.
A tanta fedeltà della moglie - come già
si è detto - non ne corrispondeva
altrettanta da parte di Giove. Da ciò
l'ira continua di Giunone, che, superba,
gelosa, vendicativa, perseguitava
spietatamente non solo le Dee, le Ninfee
e le donne amate da Giove, ma anche gli
innocenti figli che da loro nascevano.
L'Olimpo spesso tremava per i fragorosi
litigi della coppia divina, e guai a chi
osava frapporsi!!!!
Così, quando da Giove e da ALCMENA,
regina di Tebe, nacque ERCOLE, Giunone
lo perseguitò fin dalla nascita mandando
sulla sua culla due serpenti che lo
uccidessero (ma il prodigioso fanciullo
li strozzò entrambi con le proprie
mani!), e poi costringendolo a servire
il re EURISTEO (che gli impose le famose
dodici fatiche!) nella speranza che
morisse affrontando pericoli e mostri di
ogni genere.
Un'altra volta Giove s'innamorò di IO,
giovane principessa greca. Per fare in
modo che nessuno, e in particolare
Giunone, sospettasse qualcosa, escogitò
un nuovo stratagemma: trasformò la
giovinetta in giovenca. Giunone capì
l'inganno e astutamente… gliela chiese
in dono. Giove, per non tradirsi, fu
costretto a stare al gioco: " Prendila
pure! E' tua! Di giovenche ce ne sono
tante! ". La dea, per nulla ingannata da
quella faccia tosta, avuta la Giovenca,
la diede in custodia ad ARGO, un gigante
che aveva cento occhi, cinquanta dai
quali, a turno, rimanevano sempre
spalancati quand'egli dormiva.
La partita sembrava ormai
definitivamente chiusa a favore di
Giunone, sennonché Giove, per liberare
la sua amata giovenca, incaricò MERCURIO
di addormentare completamente il severo
custode con una dolce, soporifera
melodia e poi di ucciderlo. Allora
Giunone, furibonda, si vendicò contro
l'infelice Io per mezzo di un tafano che
incominciò a punzecchiarla tanto
furiosamente, che la povera Giovenca fu
costretta ad una fuga precipitosa fino
al lontano Egitto, dove, finalmente, ad
un tocco di Giove, riebbe la figura
umana e fu quindi venerata dagli Egizi
come una dea dal nome di ISIDE. Anche
l'ira, di Giunone, allora, si placò; ma
la dea, non dimentica dei servigi resi
del fedelissimo e sfortunato Argo, volle
che i suoi cento occhi ornassero la coda
del pavone a lei sacro, che, come
abbiamo già ricordato, con i suoi
cangianti, purissimi colori è il simbolo
dell'incantevole cielo stellato.
I suoi simboli sacri erano la vacca ed
il pavone.
Moglie fedele e gelosa era famosa per
perseguitare le amanti ed i figli di
Zeus e per non dimenticare mai alcuna
offesa.
Le vendette di Era venivano tramandate
in varie leggende, tra di esse
probabilmente la più famosa è quella nei
confronti del principe troiano Paride
che le aveva preferito Afrodite in una
gara di bellezza e che, per questa
ragione, aiutò i greci nella guerra di
Troia finché la città non venne
distrutta.
Efesto:
Era, resa gelosa dal fatto che Zeus era
diventato padre di Atena senza di lei
(infatti l'aveva avuta da Metide),
decise di per ripicca di mettere al
mondo Efesto senza la collaborazione del
marito, semplicemente battendo il suolo
con la mano, un gesto di grande
solennità nella cultura greca antica.
Rimasta però disgustata al vedere la
bruttezza di Efesto lo scagliò giù
dall'Olimpo. Efesto si vendicò del
rifiuto subito dalla madre costruendole
un trono magico che, una volta che ella
vi si sedette, non le permise più di
alzarsi. Gli altri dèi pregarono più
volte Efesto di tornare sull'Olimpo e
liberarla, ma egli rifiutò
ripetutamente. Allora Dioniso lo fece
ubriacare e lo riportò sull'Olimpo
incosciente, trasportandolo con un mulo.
Efesto accettò di liberare Era, ma solo
dopo che gli fu concessa in moglie
Afrodite.
Eracle:
Era era la matrigna dell'eroe Eracle,
nonché la sua principale nemica. Quando
Alcmena era incinta di Eracle, Era tentò
di impedirne la nascita facendo annodare
le gambe della puerpera. Fu salvata
dalla sua serva Galantide che disse alla
dea che il parto era già avvenuto,
facendola desistere. Scoperto l'inganno,
Era trasformò Galantide in una donnola
per punizione.
Quando Eracle era ancora un bambino, Era
mandò due serpenti ad ucciderlo mentre
dormiva nella sua culla. Eracle però
strangolò i due serpenti afferrandoli
uno per mano, e la sua nutrice lo trovò
che si divertiva con i loro corpi come
fossero giocattoli.
E fu per il suo accanimento, per la
volta che scatenò una tempesta contro
l'eroe, che Zeus adirato la appese nel
cielo con un'incudine d'oro appesa ai
piedi.
Una descrizione dell'origine della Via
Lattea dice che Zeus aveva indotto con
l'inganno Era ad allattare Eracle:
quando si era accorta di chi fosse,
l'aveva strappato via dal petto
all'improvviso e uno schizzo del suo
latte aveva formato la macchia nel cielo
che ancor oggi possiamo vedere (un'altra
versione afferma che fu Ermes ad
avvicinare Eracle al seno di Era, che
era addormentata, per fargli bere il
latte benedetto. A causa di un morso di
Eracle, però, la dea si sveglio e, per
togliere il seno di bocca ad Eracle,
cadde una goccia del suo latte formando
la Via Lattea). Gli Etruschi dipinsero
un Eracle adulto e già con la barba
attaccato al seno di Era.
Era fece in modo che Eracle fosse
costretto compiere le sue famose imprese
per conto del re Euristeo di Micene e,
non contenta, tentò anche di renderle
tutte più difficili. Quando l'eroe stava
combattendo contro l'Idra di Lerna lo
fece mordere ad un piede da un granchio,
sperando di distrarlo. Per causargli
ulteriori problemi, dopo che aveva
rubato la mandria di Gerione, Era mandò
dei tafani per irritare e spaventare le
bestie, quindi fece gonfiare le acque di
un fiume in modo tale che Eracle non
potesse più guadarle con la mandria,
costringendolo a gettare nel fiume
enormi pietre per renderlo
attraversabile. Quando finalmente riuscì
a raggiungere la corte di Euristeo, la
mandria fu sacrificata in onore di Era.
Euristeo avrebbe voluto sacrificare alla
dea anche il Toro di Creta, ma Era
rifiutò perché la gloria di un simile
sacrificio sarebbe andata di riflesso
anche ad Eracle che l'aveva catturato.
Il toro fu così lasciato andare nella
piana di Maratona diventando famoso come
il Toro di Maratona.
Alcune leggende dicono che Era alla fine
si riconciliò con Eracle, dato che
l'aveva salvata da un gigante che
tentava di stuprarla, e gli concesse
anche come moglie sua figlia Ebe.
Eco:
Una volta, Zeus convinse una ninfa di
nome Eco a distrarre Era dai suoi amori
furtivi. Quando Era scoprì l'inganno
condannò la ninfa a non aver più una
voce propria e a poter, da allora in
poi, soltanto ripetere le parole altrui.
Latona:
Quando Era venne a sapere che Latona era
incinta e che il padre era Zeus, con un
incantesimo impedì a Latona di partorire
facendo sì che ogni terra ove si recasse
risultasse ostile nei suoi confronti.
Latona trovò l'isola galleggiante di
Delo, che non era né terraferma né una
vera e propria isola ed era troppo
inospitale per poterla peggiorare. Su
questa partorì mentre veniva circondata
da cigni. In segno di gratitudine Zeus
fissò Delo, che da allora fu sacra ad
Apollo, con quattro pilastri. Vi sono
anche altre versioni della storia. In
una di queste Era rapì la figlia Ilizia,
la dea della nascita, per impedire a
Latona di cominciare il travaglio, ma
gli altri dèi la costrinsero a lasciarla
andare. Alcune leggende dicono che
Artemide, nata per prima, aiutò la madre
a partorire Apollo, mentre un'altra
sostiene che Artemide, nata il giorno
precedente sull'isola Ortigia, aiutò la
madre ad attraversare il mare fino a
giungere a Delo per mettere al mondo il
fratello.
Callisto e Arcade:
Callisto, una ninfa che faceva parte del
seguito di Artemide, fece voto di
restare vergine, ma Zeus si innamorò di
lei e assunse l'aspetto di Apollo
(secondo altre versioni di Artemide
stessa) per adescarla e sedurla. Era
allora, per vendicarsi del tradimento,
trasformò Callisto in un'orsa. Tempo
dopo Arcade, il figlio che Callisto
aveva generato con Zeus, quasi uccise
per errore la madre durante una battuta
di caccia e Zeus, per proteggerli da
ulteriori rischi, li mise in cielo
trasformandoli in costellazioni.
Semele e Dioniso:
Dioniso era figlio di Zeus e di una
mortale. Era, gelosa, tentò di uccidere
il bambino mandando dei Titani a fare a
pezzi Dioniso dopo averlo attirato con
dei giocattoli. Nonostante Zeus fosse
riuscito infine a scacciare i Titani con
i suoi fulmini, erano riusciti a
divorarlo quasi tutto e ne era rimasto
solo il cuore salvato, a seconda delle
versioni della leggenda, da Atena, Rea,
o Demetra. Zeus si servì del cuore per
ricreare Dioniso, ponendolo nel grembo
di Semele (per questo Dioniso diventò
conosciuto come "il due volte nato"). Le
versioni della leggenda sono comunque
molte e varie.
Io:
Un giorno Era stava per sorprendere Zeus
con una delle sue amanti, chiamata Io,
ma Zeus riuscì ad evitarlo all'ultimo,
trasformando Io in una giovenca bianca.
Era, tuttavia, ancora insospettita,
chiese a Zeus di darle la giovenca in
dono. Una volta ottenutala, Era la
affidò alla custodia del gigante Argo,
perché la tenesse lontana da Zeus. Il re
degli dèi allora ordinò ad Ermes di
uccidere Argo, cosa che il dio fece
addormentando il gigante dai cento occhi
grazie al suono del suo flauto e poi
tagliandogli la testa. Era prese gli
occhi del gigante e, per onorarlo, li
pose sulle piume della coda del pavone,
il suo animale sacro. Quindi mandò un
tafano a tormentare Io, che cominciò a
fuggire per tutto il mondo conosciuto,
fino a giungere in Egitto dove, dopo
aver partorito il figlio Epafo,
riacquistò forma umana.
Lamia:
Lamia era una regina della Libia della
quale Zeus si era innamorato. Era per
vendicarsi trasformò la donna in un
mostro, ed uccise i figli che aveva
avuto da Zeus. Una diversa versione
della leggenda dice che Era le uccise i
figli e Lamia si trasformò in un mostro
per il dolore. Lamia venne anche colpita
da Era con la maledizione di non poter
mai chiudere gli occhi, in modo che
fosse per sempre condannata a vedere
ossessivamente l'immagine dei suoi figli
morti. Zeus, per consentirle di
riposare, le concesse il potere di
cavarsi temporaneamente gli occhi e poi
rimetterli al loro posto.
Gerana:
Gerana era una regina dei Pigmei che si
vantò di essere più bella di Era. La
dea, furibonda, la trasformò in una gru
e proclamò solennemente che gli uccelli
suoi discendenti sarebbero stati in
eterna lotta contro il popolo dei
Pigmei.
Altre leggende su Era:
Cidippe:
Cidippe, una sacerdotessa di Era, doveva
partecipare ad una cerimonia in onore
della dea. Dato che il bue che avrebbe
dovuto essere aggiogato al suo carro non
arrivava, i suoi due figli, Bitone e
Cleobi, trainarono essi stessi il carro
per 8 km per permetterle di prendere
parte al rito. Cidippe rimase
impressionata dalla loro devozione e
chiese ad Era di premiare i suoi figli
con il miglior dono che una persona
potesse ricevere. Come risposta, Era
dispose che i fratelli morissero nel
sonno senza soffrire.
Tiresia.
Tiresia era un sacerdote di Zeus: quando
era giovane si imbatté in due serpenti
arrotolati tra loro e, con un bastone,
uccise il serpente femmina. Fu allora
improvvisamente trasformato in una donna
e, cambiato sesso, divenne una
sacerdotessa di Era, si sposò ed ebbe
dei figli (tra i quali Manto). Altre
versioni dicono che diventò invece una
famosa ed abile prostituta. Passati
sette anni, Tiresia trovò altri due
serpenti intrecciati e questa volta
uccise il serpente maschio, recuperando
il suo sesso originario. A questo punto,
dato che era stato sia uomo che donna,
Era e Zeus lo convocarono per
chiedergli, visto che aveva vissuto
entrambi i ruoli, se durante il rapporto
amoroso provasse più piacere l'uomo o la
donna. Zeus sosteneva fosse la donna,
Era naturalmente l'opposto. Quando
Tiresia si mostrò propenso a confermare
le tesi di Zeus, Era lo accecò
infuriata. Zeus allora, non potendo
rimediare a ciò che la consorte aveva
fatto, per compensarlo del danno gli
diede il dono della profezia.
Una versione diversa della leggenda di
Tiresia dice che fu invece accecato da
Atena per averla vista mentre faceva il
bagno nuda, e Zeus gli diede la profezia
per le suppliche di sua madre Cariclo.
Mitopsicologia:
L'esegesi psicologica del mito di Era
descrive un archetipo di donna e moglie
abbastanza particolare: l'obiettivo
della donna Hera è il controllo e la
gestione del ménage familiare, più che
la ricerca di un'intesa sessuale col
proprio uomo.
Tali donne non ricercano di godere della
presenza del proprio compagno, ma
costruiscono case lustre e
contemplative, tavole ben preparate,
facciate dipinte e infiorate per i
vicini.
Era-Giunone, Vesta e altre dee del
focolare, dedite al matrimonio come
istituzione, non sono amanti
particolarmente eccitanti: lo dimostrano
i continui tradimenti di Zeus.
Tali donne sono sessualmente povere,
piene di inibizioni. L'eros è messo alla
porta, e il rapporto coniugale ne
risulta appiattito. Con una donna così,
sopprimendo la relazione erotica, il
rapporto d'amore si sposta sul modello
di altri affetti familiari, come la
sorella e la madre.
Se il partner della donna Hera non è una
persona forte, risulta spesso essere più
vicino al bambino viziato, prima dalla
mamma e poi dalla moglie.
Altrimenti tale marito è simile a Zeus.
E allora la perfetta donna Hera prorompe
in violente e vocianti scenate: come ci
raccontano i miti l'Olimpo intero
tremava, quando la regina degli dèi era
infuriata.
Tale donna non è gelosa in senso
erotico, ma è posseduta da una gelosia
impersonale, poiché "qualcosa" nel suo
focolare non va come lei vuole che vada.
La donna Hera, seppur conosca le
attività libertine dell'uomo Zeus, non
chiede il divorzio, non rompe il legame
coniugale, poiché quello che conta di
più è l'istituzione del matrimonio, e
non la coppia.
DEMETRA
Demetra, Cerere
presso i romani, era figlia di Crono e
Rea, e apparteneva alla prima
generazione divina degli dei Olimpi, i
fratelli Zeus, Ade e Poseidone e le
sorelle Era ed Estia e fu inghiottìta
per seconda dal padre.
Demetra era dea di alto rango: figlia di
Crono e di Rea, e sorella di Zeus,
dunque una pari del signore degli uomini
e degli dei. Questa parità virtuale si
realizzava a volte come autonomia
rispetto alla sovranità di Zeus.
Demetra era la dea delle plebi rustiche
in opposizione all'aristocrazia
cittadina che si riferiva a Zeus come
fonte del suo potere; era la dea che
prometteva una specie d'immortalità
oltretombale contro l'ordine di Zeus che
fissava nella mortalità l'invalicabile
limite umano; era la dea delle
esperienze mistiche che elevavano l'uomo
all'altezza degli dei, mentre l'ordine
di Zeus considerava ogni sconfinamento
dall'umano come il peccato per
eccellenza (hýbris) e lo puniva
inesorabilmente. Questa posizione di
Demetra la metteva in relazione con
altre divinità ugualmente opposte a
Zeus, quali Ade, Posidone e Dioniso.
Raramente è stata ritratta con un
consorte o un compagno: l'eccezione è
rappresentata da Giasione, il giovane
cretese che giacque con Demetra in un
campo arato tre volte e fu in seguito,
secondo la mitologia classica, ucciso
con un fulmine da un geloso Zeus. Con
Giasione ebbe Pluto, il dio della
ricchezza.
Poseidone una volta inseguì Demetra che
aveva assunto l'antico aspetto di
dea-cavallo. Demetra tentò di resistere
alla sua aggressione, ma neppure
confondendosi tra la mandria di cavalli
del re Onkios riuscì a nascondere la
propria natura divina; Poseidone si
trasformò così anch'egli in uno stallone
e si accoppiò con lei. Demetra fu
letteralmente furibonda per lo stupro
subito, ma lavò via la propria ira nel
fiume Ladona. Dall'unione nacquero una
figlia, il cui nome non poteva essere
rivelato al di fuori dei Misteri
Eleusini, ed un cavallo dalla criniera
nera chiamato Arione. Anche in epoche
storiche, in Arcadia Demetra era adorata
come una dea dalla testa di cavallo.
Le storie orfiche accennano al suo
congiungimento con Zeus dal quale è nata
Core o Persefone, l'unica figlia di
Demetra.
Cerere, madre di Proserpina, era la dea
che insegnò agli uomini l'arte del
coltivare la terra. La figlia, di
leggiadra bellezza, amava lo sbocciare
dei fiori e si trastullava tra i campi.
Un giorno di primavera, il Dio Plutone
(Ade), re del mondo sotterraneo e
fratello di Giove, sbucò in Sicilia dal
lago di Pergusa rimanendo estasiato
dalla visione davanti ai suoi occhi: in
mezzo ai prati, la giovane Proserpina,
assieme alle ninfe che la
accompagnavano, raccoglieva fiori
variopinti e profumati. Plutone se ne
innamorò e - naturalmente - la rapì.
Elios, il dio Sole, informò
dell'accaduto Demetra (Cerere). La madre
per nove giorni e nove notti cercò
Proserpina, per tutta la terra,
facendosi luce di notte con un pino da
lei divelto e acceso nel cratere
dell'Etna. Le ricerche furono però
infruttuose e Cerere si adirò,
prendendosela con gli uomini: siccità,
carestie e pestilenze si abbatterono
sull'umanità. Gli uomini allora chiesero
l'intervento di Giove, supplicandolo di
trovare una soluzione; Giove voleva
porre rimedio facendo tornare Proserpina
sulla terra ma ella non volle tornare,
perchè aveva provato il dolce sapore del
melograno, simbolo d'amore, donatole da
Plutone. Giove, impietosito dal dolore
della sorella Cerere, stabilì allora che
Proserpina abitasse per otto mesi, da
gennaio ad agosto, sulla terra assieme
alla madre e per quattro mesi da
settembre a dicembre, sotto terra col
marito Plutone. Questi quattro mesi sono
chiaramente quelli invernali, durante i
quali le sementi vengono messi sotto
terra e la maggior parte della
vegetazione ingiallisce e muore.
Nel pantheon classico greco, Persefone
ricoprì il ruolo di moglie di Ade, il
dio degli inferi. Diventò la dea del
mondo sotterraneo. Inutile aggiungere
che, in questo modo, implicitamente
Giove aveva deciso che in Sicilia le
stagioni fossero solo due, a tutto
beneficio delle generazioni future di
turisti di tutto il mondo, che in questa
regione trovano uno tra i più temperati
climi del mondo.
Oggi si parla sempre più spesso dei
cambiamenti climatici e della sparizione
delle stagioni intermedie quali autunno
e primavera. Sarà una constatazione dei
fatti, ma mitologicamente parlando, così
era stato disposto dall'ALTO!
Demetra, come Rea e Gea, era venerata
come Madre Terra; ma Gea figurava
l'elemento delle forze primordiali, Rea
figura la potenza generatrice della
terra, mentre, Demetra figura la
divinità della terra coltivata, la dea
del grano, dell'ordine costituito. Con
il dono dell'agricoltura, base di
civiltà per tutte le popolazioni,
Demetra dà agli uomini anche le norme
del vivere civile e, di conseguenza, le
leggi.
Il suo campo d'azione comprendeva la
cerealicoltura e le istituzioni civili,
riferite all'introduzione
dell'agricoltura. Veniva
significativamente chiamata la
"Legislatrice" , attributo che
identifica Demetra in colei che
insegnando agli uomini la coltivazione
dei cereali li sottrae alla barbarie e
li fa partecipi di una civiltà fondata
sulle leggi.
Demetra ruppe ogni relazione col mondo
di Zeus (l'Olimpo) e andò a vivere tra
gli uomini, cui insegnò la coltivazione
dei campi e diede i principi
fondamentali del vivere civile. In una
versione di questo mito, consegnataci da
un famoso poema attico del sec. VI a. C.
(l'Inno a Demetra, attribuito a Omero),
la dea si rifugia a Eleusi, presso il re
Celeo, e qui introduce le iniziazioni
misteriche, che, in questo contesto,
stanno al posto dell'agricoltura come
fattore di miglioramento della
condizione umana.
Mentre stava cercando la figlia
Persefone, Demetra assunse le sembianze
di una vecchia di nome Doso e con
quest'aspetto fu accolta con grande
senso dell'ospitalità da Celeo, re di
Eleusi nell'Attica. Questi le chiese di
badare ai suoi due figli, Demofoonte e
Trittolemo, che aveva avuto da Metanira.
Per ringraziare Celeo della sua
ospitalità, Demetra decise di fargli il
dono di trasformare Demofoonte in un
dio. Il rituale prevedeva che il bimbo
fosse ricoperto ed unto con l'ambrosia,
che la dea stringendolo tra le braccia
soffiasse dolcemente su di lui e lo
rendesse immortale bruciando nottetempo
il suo spirito mortale sul focolare di
casa. Demetra una notte, senza dire
nulla ai suoi genitori, lo mise quindi
sul fuoco come fosse un tronco di legno
ma non poté completare il rito perché
Metanira, entrata nella stanza e visto
il figlio sul fuoco, si mise ad urlare
di paura e la dea, irritata, dovette
rivelarsi lamentandosi di come gli
sciocchi mortali non capiscano i rituali
degli dei.
Invece di rendere Demofoonte immortale,
Demetra decise allora di insegnare a
Trittolemo l'arte dell'agricoltura, così
il resto della Grecia imparò da lui a
piantare e mietere i raccolti. Sotto la
protezione di Demetra e Persefone volò
per tutta la regione su di un carro
alato per compiere la sua missione di
insegnare ciò che aveva appreso a tutta
la Grecia. Tempo dopo Trittolemo insegnò
l'agricoltura anche a Linco, re della
Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla
a sua volta ai suoi sudditi e tentò di
uccidere Trittolemo: Demetra per punirlo
lo trasformò allora in una lince.
Il mito degli agricoltori nasce intorno
al VII-VIII millennio prima di Cristo
quando si trovano già ampie
testimonianze di quell'età che venne
chiamata l'età dell'agricoltura e che
significò, per la storia dell'umanità,
un grande progresso. Ma, anche in questo
periodo - come nel periodo della caccia
- la natura continuava a mantenere per
l'uomo un gran numero di segreti e solo
attraverso il mito l'uomo può ordinare
il suo mondo, può trovare una logica per
quello che accade. In questo periodo,
rispetto all'età della caccia, lo
scenario mitico cambia profondamente
anche se i miti della caccia non
scompaiono, anzi, finiscono per
sovrapporsi a volte a quelli degli
agricoltori.
I CEREALI:
La scoperta dei cereali contribuì nel
Pleistocene a rendere più facile la vita
e a creare una certa sicurezza fisica e
morale.
Aumentarono le nascite, diminuì la
mortalità infantile e ci si poté
permettere di tenere con sé gli anziani
e i malati. E' possibile che i rapporti
di forza tra uomini e donne, giovani e
vecchi diventassero più sfumati, mentre
la presenza degli anziani in una società
è molto importante, implicando le
nozioni di memoria, tradizione,
esperienza, radici culturali.
E non senza motivo la Cultura con
l'iniziale maiuscola, quella di interi
popoli, e la coltivazioni delle piante
derivano dalla stessa parola.
Le donne, addette alla raccolta dei
vegetali notarono come il seme
proveniente da spighe non aperte desse,
a seguito di nuove semine, un cereale
più resistente. A partire da quel
momento, cominciarono a delinearsi i
culti delle dee madri tutelari dei
raccolti e delle messi, ormai posti
sotto il segno della femminilità
feconda. In tali culti si può scorgere
sia il ricordo di antiche raccoglitrici,
sia un evidente rapporto con il
simbolismo generale della donna: le
analogie fra il "grembo" della terra e
quello materno, o tra la permanenza
ciclica della vegetazione e la
fisiologia femminile si sono senz'altro
affacciate alla mente dei primi
agricoltori, tanto più che il grano
seminato in autunno richiede nove mesi
prima di essere raccolto in estate.
Gli uomini molto primitivi non hanno
conosciuto attrezzi per frantumare il
grano perché avevano mandibole talmente
forti da rompere anche le noci. In
seguito, quando la forza della mandibola
è retrocessa ed è aumentata
l'intelligenza, l'uomo si è aiutato a
frantumare il grano con delle pietre.
La tostatura di cereali poteva essere
adottata prima dell'immagazzinamento
contro l'attacco di muffe e parassiti.
Le granaglie venivano immagazzinate e
conservate in silos sotterranei,
documentati in molti villaggi neolitici.
Si tratta di fosse circolari o pozzetti
scavati nel terreno, che talvolta
conservano ancora parte dell'originaria
chiusura in argilla; le pareti di queste
fosse potevano essere rivestite di
argilla indurita e arrossata dal fuoco.
I chicchi potevano quindi essere ridotti
in farina tramite la macinatura,
utilizzando le macine, grandi pietre
piatte, sulle quali si sfregava una
pietra più piccola, lunga e stretta, il
macinello. L'uso di macine e macinelli è
generalizzato in tutti i periodi della
Preistoria e della Protostoria,
arrivando fino alla piena età storica.
La materia prima utilizzata per questi
strumenti consisteva in rocce dal potere
abrasivo.
Raffigurazioni dell'antico Egitto
mostrano come questo duro lavoro venisse
svolto da schiave, che lo effettuavano
inginocchiate sulla pietra per macinare.
Più tardi i molini primitivi furono
sostituiti da altri più potenti.
nell'Antica Grecia e nella Roma
repubblicana, vennero azionati da
schiavi oppure da animali come asini e
cavalli.
I primi mulini a mano preistorici
consistevano di un "piatto" di roccia di
grande resistenza sul quale veniva
sparsa una manciata per volta di
frumento. I chicchi venivano frantumati
con altra pietra dura, focaia, di forma
rotondeggiante o piatta.
Il mulino idraulico si diffuse nel mondo
Greco - Romano dal 1° secolo a.C. mentre
era presente in Cina già dal V° secolo
a.C. Veniva ubicato in prossimità di
corsi d' acqua, rapide, cascate,
torrenti, poiché aveva bisogno di tanta
acqua per consentire alla macina
superiore, collegata con un asse
verticale ad una ruota di pale sulla
quale precipitava con violenza l' acqua,
di attivare il sistema molitorio.
Invenzione antica, il mulino ad acqua é
tuttavia medioevale dal punto di vista
della diffusione. Tutte le testimonianze
indicano il I secolo a.C. come periodo e
l'area dell' Oriente mediterraneo come
culla dell'invenzione di questa
macchina.
Amata in quanto apportatrice di messi,
Demetra era anche ovviamente temuta, in
quanto capace, all'inverso, di provocare
carestie, come ricorda il mito di
Erisittone che, avendola offesa
tagliando degli alberi da un frutteto
sacro, ne venne punito con una fame
insaziabile.
Demetra viene solitamente raffigurata
mentre si trova su un carro, e spesso
associata ai prodotti della terra, come
fiori, frutta e spighe di grano. A volte
viene ritratta insieme a Persefone.
L'iconografia di Demetra è nota dai
testi, dagli ex voto dei santuari e da
numerose opere d'arte. Da tipi di
tradizione forse micenea, in cui la dea
è raffigurata con teste animalesche
(cavallo, capra, mucca), si passa,
soprattutto dal sec. VI a. C., al tipo
tradizionale della dea stante o seduta
in trono con chitone e himátion, in capo
il pólos, il kálathos o il modio e nelle
mani lo scettro, le fiaccole oppure le
spighe. Oltre a statuette fittili,
monete, raffigurazioni vascolari e
rilievi eleusini, nei quali Demetra
appare in compagnia della figlia
Persefone e di Trittolemo.
Col suo mito gli antichi si riferirono
ai cicli della natura, delle stagioni,
dei raccolti, in particolare ai frutti
della terra che trascorrono parte
dell'anno nascosti sotto la superficie
per poi sbocciare e fruttificare. Al
nucleo centrale della leggenda di
Demetra, il cui significato era rivelato
solo agli iniziati dei Misteri di
Eleusi, si aggiunsero in varie epoche
miti secondari, come quello della
violenza che subì da Poseidone. Un'altra
leggenda vuole che Demetra si sia
innamorata di Iasione dal quale ebbe
Pluto, la ricchezza.Tutti i miti, anche
se contraddittori, sono comunque
concordi nel non attribuire un marito a
Demetra, che generò i suoi figli al di
fuori di ogni vincolo coniugale.
Negli scritti di Teocrito si trovano
tracce di quello che fu il ruolo di
Demetra nei culti arcaici:
* "Per i Greci Demetra era ancora la dea
dei papaveri"
* "Nelle mani reggeva fasci di grano e
papaveri"
Una statuetta d'argilla trovata a Gazi
sull'isola di Creta, rappresenta la dea
del papavero adorata nella cultura
Minoica mentre porta i baccelli della
pianta, fonte di nutrimento e di oblio,
incastonati in un diadema. Appare dunque
probabile che la grande dea madre, dalla
quale derivano i nomi di Rea e Demetra,
abbia portato con sé da Creta nei
Misteri Eleusini insieme al suo culto
anche l'uso del papavero, ed è certo che
nell'ambito dei riti celebrati a Creta,
si facesse uso di oppio preparato con
questo fiore.
Quando a Demetra fu attribuita una
genealogia per inserirla nel Pantheon
classico greco, diventò figlia di Crono
e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue
sacerdotesse erano chiamate Melisse.
Cerere era già presente nel Pantheon dei
popoli italici preromani, specialmente
gli osco umbro sabelli e fu, in seguito,
identificata con la dea greca Demetra.
Il suo culto era inizialmente associato
a quello delle antiche divinità rustiche
di Liber e Libera e presentava delle
similitudini con i riti celebrati a
Eleusi in onore di Demetra , Persefone e
Iacco (uno dei nomi di Dioniso).
Tale culto è attestato al santuario dei
13 altari di Lavinio grazie al
ritrovamento di una lamina metallica
sulla quale vi è l'iscrizione Cerere(m)
auliquoquibus, interpretata come offerta
alla dea di interiora dell'animale
sacrificato, bollite in pentola.Un suo
santuario a Roma era ai piedi
dell'Aventino, fondato nel V secolo
a.C.. In suo onore si celebravano le
"Cerealia", ogni 12 aprile, durante le
quali venivano sacrificati buoi e i
maiali, ed offerti frutta e miele. Si
compivano anche sacrifici per purificare
la casa da un lutto familiare.
Cerere è legata anche al mondo dei
morti. Una fossa che veniva aperta
soltanto in tre giorni particolari, il
24 agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre.
Questi giorni sono dies religiosi, vale
a dire che ogni attività pubblica veniva
sospesa perché l'apertura della fossa
metteva idealmente in comunicazione il
mondo dei vivi con quello sotterraneo
dei morti. In quei giorni non si
attaccava battaglia con il nemico, non
si arruolava l'esercito e non si
tenevano i comizi. L'apertura del mundus
era un momento delicato e pericoloso,
non tanto per paura che i morti
uscissero in massa invadendo il mondo
dei vivi ma al contrario perché, il
mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo
dei morti, specialmente in occasione di
scontri e battaglie.
Un altro riferimento al mondo dei morti
sembra essere il termine cerritus che
significa "invaso dallo spirito di
Cerere". Il termine indica qualcuno che
oggi si definirebbe "posseduto" (come il
termine analogo larvatus). Secondo
Renato Del Ponte questo termine potrebbe
rivelare un'antica concezione della dea
come mater larvarum ("madre degli
spettri"), anche in relazione al fatto
che il termine cerritus viene definito
da Marziano Capella come vox obsoleta,
"termine antiquato" quindi "arcaico"
ESTIA
Dea del focolare
domestico. Era la prima figlia di Crono
e di Rea, quindi sorella maggiore di
Zeus. Per diritto di nascita era una
delle dodici maggiori divinità
dell'Olimpo, dove tuttavia non abitava,
cosicché non protestò quando Dioniso
crebbe d'importanza e la sostituì nella
cerchia dei dodici. Poiché non si
coinvolse nelle storie di guerra che
hanno tanta parte nella mitologia greca.
Il suo culto è uno dei più semplici ed è
quasi privo di leggende. E' la meno
conosciuta fra le divinità più
importanti dell'antica Grecia. Era
tuttavia tenuta in grande onore, veniva
invocata e riceveva le offerte migliori
in ogni sacrificio che i mortali
presentavano agli dèi.
Viene descritta come 'la venerabile
vergine Estia', una delle tre dee che
Afrodite non riesce a sottomettere, a
persuadere, a sedurre o anche soltanto a
'risvegliare a un piacevole desiderio'.
Fece voto di castità non perché non
fosse bella, infatti Afrodite fece sì
che Poseidone e Apollo si innamorassero
di Estia e chiesero la sua mano, ma lei
aveva fatto giuramento di restare
vergine e così li respinse entrambi.
Zeus, data la decisione della sorella di
restare vergine ed evitando così un
possibile concorrente al trono,respinse
le loro proposte.
Persino il dio Priapo che tentò di farle
violenza non ci riuscì perchè il raglio
di un asino svegliò la dea che dormiva
dopo un banchetto, e gli altri dei che
lo costrinsero a darsi alla fuga.
L'episodio ha un carattere di
avvertimento aneddotico per chi pensi di
abusare delle donne accolte in casa come
ospiti, sotto la protezione del focolare
domestico: anche l'asino, simbolo della
lussuria, condanna la follia criminale
di Priapo.
Insieme alla sua equivalente divinità
romana, Vesta, non era nota per i miti e
le rappresentazioni che la riguardavano,
e fu raramente rappresentata da pittori
e scultori con sembianze umane, in
quanto non aveva un aspetto esteriore
caratteristico. La sua presenza si
avvertiva nella fiamma viva, posta al
centro della casa, del tempio e della
città. Il simbolo di Estia era un
cerchio. I suoi primi focolari erano
rotondi e così i suoi templi. Né
abitazione né tempio erano consacrati
fino a che non vi aveva fatto ingresso
Estia, che, con la sua presenza, rendeva
sacro ogni edificio. Era una presenza
avvertita a livello spirituale come
fuoco sacro che forniva illuminazione,
tepore e calore.
Suo attributo è il focolare, santuario
della pace e della concordia. Suo
simbolo era il cerchio e la sua presenza
era avvertita nella fiamma viva posta
nel focolare rotondo al centro della
casa e nel braciere circolare nel tempio
di ogni divinità.
Estia compariva spesso insieme a Ermes,
messaggero degli dèi, noto ai romani
come Mercurio, la cui effigie fu una
pietra a forma di colonna, chiamata
erma.
Nelle case, il focolare rotondo di Estia
era posto all'interno, mentre il
pilastro fallico di Ermes si trovava
sulla soglia. Il fuoco di Estia
provvedeva calore e santificava la
dimora, mentre Ermes rimaneva sulla
soglia a portare fortuna e a tenere
lontano il male. Anche nei templi queste
due divinità erano legate l'una
all'altra.
Così, nelle dimore e nei tempIi, Estia
ed Ermes erano insieme ma separati.
Ciascuno dei due svolgeva una funzione
distinta e preziosa.
Estia provvedeva il luogo sacro dove la
famiglia si riuniva insieme: il luogo
dove fare ritorno a casa.
Ermes dava protezione sulla soglia della
porta ed era guida e compagno nel mondo,
dove la comunicazione, la capacità di
orientarsi, l'intelligenza e la buona
fortuna sono tutti elementi assai
importanti.
Ogni città, nell'edificio principale,
aveva un braciere comune, il pritaneo,
dove ardeva il fuoco sacro di Estia, che
non doveva spegnersi mai. Poiché le
città erano considerate un allargamento
del nucleo familiare, era adorata anche
come protettrice di tutte le città
greche.
Nelle famiglie, il fuoco di Estia
provvedeva a riscaldare la casa e a
cuocere i cibi.
Era nota per i miti e le
rappresentazioni che la riguardavano: la
sua importanza stava nei rituali
simbolizzati dal fuoco.
Perché una casa diventasse un focolare,
era necessaria la sua presenza. Quando
una coppia si sposava, la madre della
sposa accendeva una torcia sul proprio
focolare domestico e la portava agli
sposi nella nuova casa, perché
accendessero il loro primo focolare.
Questo atto consacrava la nuova dimora.
Dopo la nascita di un figlio, aveva
luogo un secondo rituale estiano.Il
neonato diventava membro della famiglia
dopo cinque giorni dalla nascita, con un
rito in cui il padre lo portava
camminando attorno al focolare, come
simbolo della sua ammissione nella
famiglia.
Ogni volta che una coppia o una comunità
si accingevano a fondare una nuova sede,
Estia li seguiva come fuoco sacro,
collegando la vecchia residenza con la
nuova, forse come simbolo di continuità
e di interdipendenza, di coscienza
condivisa e d'identità comune.
I coloni che lasciavano la Grecia,
portavano con sé una torcia accesa al
pritaneo della loro città natale, il cui
fuoco sarebbe servito a consacrare ogni
nuovo tempio ed edificio. Un rito che
sopravvive anche nelle Olimpiadi
moderne.
Estia provvedeva al luogo dove sia la
famiglia che la comunità si riunivano
insieme: il luogo dove si ricevevano gli
ospiti, il luogo dove fare ritorno a
casa, un rifugio per i supplici. La dea
e il fuoco erano una cosa sola e
formavano il punto di congiunzione e il
sentimento della comunità, sia familiare
che civile.
Per lungo tempo credetti stoltamente che
ci fossero statue di Vesta,
ma poi appresi che sotto la curva cupola
non ci sono affatto statue.
Un fuoco sempre vivo si cela in quel
tempio
e Vesta non ha nessuna effige, come non
ne ha neppure il fuoco.
(Ovidio, Fasti, V, 255-258)
Più tardi, nell'antica Roma, il suo
fuoco sacro veniva custodito dalle
Vestali, che dovevano incarnare la
verginità e l'anonimato della Dea. In un
certo senso, ne erano la
rappresentazione umana, sue immagini
viventi, al di là di ogni raffigurazione
scolpita o pittorica.
Le fanciulle scelte come vestali
venivano portate al tempio in età molto
giovane, per lo più quando non avevano
ancora sei anni. Tutte vestite allo
stesso modo, con i capelli rasati come
neo iniziate, qualunque cosa le rendesse
distinguibili e riconoscibili veniva
eliminata. Vivevano isolate dagli altri,
erano onorate e tenute a vivere come
Estia: se venivano meno alla verginità
le conseguenze erano atroci. I rapporti
sessuali della vestale con un uomo
profanavano la dea, e come punizione la
vestale veniva sepolta viva in una
piccola stanza sotterranea, priva di
aria, con una lucerna, olio, cibo e un
posto per dormire. La terra soprastante
veniva poi livellata come se sotto non
ci fosse niente. In tal modo la vita
della vestale (personificazione della
fiamma sacra di Estia) che cessava di
impersonare la dea veniva spenta,
gettandovi sopra la terra, come si fa
per spegnere la brace ancora ardente nel
focolare.
Estia era la maggiore delle tre dee
vergini. A differenza delle altre due,
non si avventurò nel mondo a esplorare
luoghi selvaggi come Artemide, o a
fondare città come Atena. Rimase nella
casa o nel tempio, racchiusa all'interno
del focolare.
A uno sguardo superficiale, l'anonima
Estia sembra avere poco in comune con
un'Artemide dalla vivace intraprendenza
o con un'intelligente Atena
dall'armatura dorata. Eppure, qualità
fondamentali e impalpabili accomunavano
le tre dee vergini, per quanto fossero
diverse le loro sfere di interesse o le
loro modalità d'azione. Tutte e tre
erano "complete" in , se stesse',
qualità che caratterizza la dea vergine.
Nessuna di Ioro fu vittima di divinità
maschili o di mortali. Ciascuna aveva la
capacità di concentrarsi su quanto la
interessava, senza lasciarsi distrarre
dal bisogno altrui o dal proprio bisogno
degli altri.
L'archetipo Estia ha in comune con le
altre due dee vergini una messa 'a
fuoco' della coscienza (è la dea del
'focolare'). Tuttavia, l'orientamento di
questa messa a fuoco è diverso. Artemide
o Atena, che sono orientate verso il
mondo esterno, si concentrano sul
conseguimento di mete o sulla
realizzazione di progetti.
Estia invece si concentra
sull'esperienza soggettiva interna:
quando medita, ad esempio, è
completamente concentrata.
La percezione di Estia avviene
attraverso lo sguardo interiore e
l'intuizione di ciò che sta accadendo.
La modalità estiana ci permette di
stabilire un contatto con quelli che
sono i nostri valori, mettendo a fuoco
ciò che è significativo a livello
personale. Grazie a questa
polarizzazione interna noi possiamo
percepire l'essenza di una situazione,
intuire il carattere degli altri e
comprenderne il modello di comportamento
o il significato delle azioni. Questa
prospettiva interiore dà chiarezza, in
mezzo alla miriade di particolari
confusi che si presentano ai nostri
sensi.
L'introversa Estia, quando si occupa di
ciò che la interessa può anche diventare
emotivamente distaccata e
percettivamente disattenta a quanto la
circonda. In aggiunta alla tendenza a
ritirarsi dalla compagnia degli altri,
il suo essere 'una in sè stessa' è una
qualità che ricerca la tranquillità
silenziosa, che si ritrova più di tutto
nella solitudine.
Estia è il 'punto fermo' che dà senso
all' attività, il punto di riferimento
che consente a una donna di rimanere ben
salda in mezzo al caos del mondo
esterno, al disordine o alla consueta
agitazione della vita quotidiana. Quando
Estia è presente nella personalità di
una donna, la sua vita acquista un
senso.
Il focolare di Estia, di forma
circolare, con il fuoco sacro al centro,
ha là stessa forma del mandala,
un'immagine usata nella meditazione come
simbolo di completezza e di totalità. A
proposito del simbolismo dei mandala,
Jung ha scritto: "Il loro motivo di base
è l'idea di un centro della personalità,
di una sorta di punto centrale
all'interno dell' anima al quale tutto
sia correIato, dal quale tutto sia
ordinato e il quale sia al tempo stesso
fonte di energia. L'energia del punto
centrale si manifesta in una coazione
pressoché irresistibile, in un impulso a
divenire ciò che si è; così come ogni
organismo è costretto, quali che siano
le circostanze, ad assumere la forma
caratteristica della propria natura.
Questo centro non è sentito né pensato
come lo, ma, se così
si può dire, come Sé".
Il Sé è ciò che sperimentiamo
internamente quando sentiamo un rapporto
di unità che ci collega all' essenza di
tutto ciò che è fuori di noi. A questo
livello spirituale, 'unione' e
'distacco' sono paradossalmente la
stessa cosa.
Quando ci sentiamo in contatto con una
fonte interna di amore e di luce
(metaforicamente, scaldate e illuminate
da un fuoco spirituale), questo 'fuoco'
scalda coloro che amiamo e con cui
condividiamo il focolare e ci tiene in
contatto con chi è lontano.
Il sacro fuoco di Estia ardeva sul
focolare domestico e nei templi. La dea
e il fuoco erano una sola cosa e univano
le famiglie l'una all' altra, le
città-stato alle colonie. Estia era
l'anello di congiunzione spirituale fra
tutti loro. Quando questo archetipo
permette la concentrazione sulla
spiritualità, l'unione con gli altri è
un' espressione del Sé.
Estia, in quanto dea del focolare, è
l'archetipo attivo nelle donne che
considerano le occupazioni domestiche
un' attività significativa e non
semplicemente 'le faccende di casa'. Con
Estia, la cura del focolare diventa un
mezzo attraverso il quale la donna,
insieme alla casa, mette ordine nel
proprio sé.
La donna che è in contatto con questo
aspetto archetipico, nello svolgere le
mansioni quotidiane sente nascersi
dentro un senso di armonia interiore.
Attendere alle cure domestiche è un'
attività che induce alla concentrazione
e che equivale alla meditazione. Se
dovesse parlare del proprio mondo
interno, la donna Estia potrebbe
scrivere un libro intitolato Lo Zen e
l'arte della cura della casa. Si dedica
alle faccende domestiche perché la
interessano di per sé e perché le piace.
Trae una pace profonda da quello che fa,
come accade a ogni donna che vive in una
comunità religiosa, per la quale ogni
attività viene compiuta 'al servizio di
Dio'.
Quando Estia è presente, la donna si
dedica ai lavori della casa con la
sensazione di avere davanti a sé tutto
il tempo possibile. Non tiene d'occhio
l'orologio, perché non si muove sulla
base di un orario e non 'inganna il
tempo'. Si trova quindi in quello che i
greci chiamavano kairos, tempo propizio:
'sta partecipando àl tempo', e ciò la
nutre psicologicamente (come succede in
quasi tutte le esperienze dove perdiamo
il senso del tempo). Mentre smista e
ripiega la biancheria, rigoverna i
piatti e mette in ordine, non ha fretta,
ed è pacificamente concentrata in ogni
cosa che fa.
Le custodi del focolare rimangono sullo
sfondo mantenendo l'anonimato: spesso la
loro presenza è data per scontata e non
sono personalità che fanno notizia o
diventano famose.
L'archetipo Estia fiorisce nelle
comunità religiose, specialmente là dove
si coltiva il silenzio.
Gli ordini contemplativi cattolici e le
religioni orientali la cui pratica
spirituale si basa sulla meditazione
forniscono un buon ambiente per le donne
Estia.
Le vestali e le suore hanno in comune
questo modello archetipico. Le giovani
donne che entrano in convento rinunciano
alla precedente identità. Il loro primo
nome viene cambiato e il cognome non
viene più usato. Vestono tutte allo
stesso modo, si sforzano di praticare
l'altruismo, vivono una vita di castità
e dedicano quella vita al servizio
religioso. Poiché le religioni orientali
attirano molti occidentali, tanto negli
ashram quanto nei monasteri è possibile
trovare donne che impersonano Estia.
Entrambe le discipline mettono in primo
piano la preghiera o la meditazione.
Subito dopo segue la cura della comunità
(o governo della casa), che viene svolta
nel convincimento che sia anch'essa una
forma di adorazione.
La maggior parte delle donne Estia che
vivono in un tempio sono anche creature
anonime che partecipano in modo discreto
ai riti quotidiani della spiritualità e
alle cure domestiche della comunità
religiosa.
Donne famose che appartengono a queste
comunità combinano l'aspetto Estia con
altri archetipi forti: santa Teresa di
Avila, famosa per i suoi scritti
mistici, combinava Estia con un aspetto
Afrodite; Madre Teresa di Calcutta,
Premio Nobel per la Pace, sembra una
combinazione di Estia e della materna
Demetra.
Le superiore di conventi che si rivelano
abili amministratrici e sono mosse dalla
spiritualità, accanto a Estia, hanno
forti tratti Atena.
Come sorella maggiore della prima
generazione degli dèi dell'Olimpo e zia
nubile della seconda generazione, Estia
aveva la posizione di un' anziana
onorata.
Si teneva al di sopra o al di fuori
degli intrighi e delle rivalità della
sua divina parentela ed evitava di farsi
coinvolgere dalle passioni del momento.
Quando nella donna è presente questo
archetipo , gli eventi non hanno su di
lei lo stesso impatto che sugli altri.
Quando Estia è la dea presente, la donna
non è 'attaccata' alla gente, agli
esiti, al possesso, al prestigio o al
potere. Si sente completa così com'è.
Poiché la sua identità non è importante,
non è legata alle circostanze esterne, e
quindi niente che possa accadere la
esalta o la sconvolge.
Possiede la libertà interiore dal
desiderio concreto, la libertà dall'
azione e dalla sofferenza, libertà dalla
necessità interna ed esterna e tuttavia
è circondata da una grazia di senso, una
bianca luce immobile eppure mobilissima.
Il distacco di Estia dà a questo
archetipo la qualità della 'donna
saggia'. è come una donna anziana che
abbia visto tutto e ne sia venuta fuori
con lo spirito non offuscato e il
carattere temprato dall' esperienza.
La dea Estia era onorata nei templi di
tutti gli altri dèi. Quando Estia
condivide il 'tempio' (o la personalità)
con altre divinità archetipiche, dà a
obiettivi e propositi la sua dimensione
di saggezza.
In questo senso, la donna Era che
reagisce con dolore alla scoperta
dell'infedeltà del compagno, se possiede
anche l'archetipo Estia, non sarà
vulnerabile come è caratteristico di
quella dea. Gli eccessi di tutti gli
altri archetipi vengono mitigati dal
saggio consiglio di Estia, una presenza
forte, portatrice di una verità, di una
visione spirituale profonda.
Il pilastro (Erma) e l'anello circolare
sono diventati rispettivamente il
simbolo del principio maschile e di
quello femminile.
In India e in altri paesi dell'oriente
pilastro e cerchio sono 'accoppiati'. Il
lingam fallico rivolto verso l'alto
penetra la yoni o anello, che si trova
sopra di lui, come nel gioco del lancio
dei cerchi. Qui, pilastro e anello si
fondono, mentre greci e romani
mantennero collegati, ma separati,
questi due simboli che rappresentavano
Ermes e Estia.
A sottolineare ulteriormente questa
separazione, Estia è una dea vergine,
che non verrà mai penetrata, è la più
anziana degli dèi dell'Olimpo ed è anche
la zia nubile di Ermes, che veniva
considerato il più giovane tra loro:
un'unione estremamente improbabile.
Dal tempo dei greci in poi, le culture
occidentali hanno messo l'accento sulla
dualità, su una separazione o
differenziazione fra maschile e
femminile, mente e corpo, logos ed eros,
attivo e ricettivo, che divennero tutti,
rispettivamente, và!ori superiori e
inferiori.
Quando Estia ed Ermes venivano entrambi
onorati presso il focolare domestico e
nei templi, i valori femminili estiani
erano, semmai, i più importanti: alla
dea andavano infatti i più alti onori. A
quei tempi la dualità era complementare.
Ma da allora, Estia ha perso valore ed è
stata dimenticata. I suoi fuochi sacri
non vengono più custoditi e ciò che
rappresentava non è più onorato. Quando
i valori femminili legati al suo
archetipo vengono dimenticati e
disonorati, l'importanza del santuario
interno - il viaggio interiore per
trovare senso e pace - e della famiglia
come santuario e sorgente di calore,
diminuisce o va perduta. Scompare anche
il senso di sottostante legame con gli
altri, così come, negli abitanti di una
città, di un paese o della terra, il
bisogno di sentirsi uniti da un vincolo
spirituale comune.
A livello mistico, Estia ed Ermes
rappresentano le idee archetipiche dello
spirito e dell' anima.
Ermes è lo spirito che accende l'anima.
In questo senso, è come il vento che
soffia sulla brace sotto cui cova il
fuoco, al centro del focolare, e che fa
alzare la fiamma.
Allo stesso modo, le idee possono
infiammare sentimenti profondi e le
parole possono dare espressione a ciò
che fino allora era rimasto
inesprimibile e illuminare ciò che era
stato percepito in modo oscuro.
IL GENERE UMANO
Prometeo "colui
che è capace di prevedere".
Figlio di Giapeto e
dell'oceanina Asia ( o Climene, Figlia di
Oceano e di Teti) viveva con il fratello
Epimeteo il cui nome vuol dire "colui che
comprende in ritardo". Entrambi facevano
pertanto parte della famiglia dei Titani che
avevano osato sfidare Zeus quando aveva
combattuto contro Crono, suo padre, per
impossessarsi del trono. Prometeo però, a
differenza dei fratelli, si era schierato
con Zeus ed aveva partecipato alla lotta
solo quando oramai volgeva al termine. Come
premio aveva ricevuto di poter accedere
liberamente all'Olimpo anche se, nel
profondo del suo cuore, i sentimenti che
Prometeo provava nei confronti di Zeus non
erano amichevoli a causa della sorte che
questi aveva destinato ai suoi fratelli .
La nascita del primo uomo.
Zeus, per la stima che riponeva in Prometeo,
gli diede l'incarico di forgiare l'uomo che
modellò dal fango e che animò con il fuoco
divino.
A quell'epoca, gli uomini erano ammessi alla
presenza degli dei, con i quali
trascorrevano momenti conviviali di grande
allegria e serenità. Durante una di queste
riunioni tenuta a Mekone, fu portato un
enorme bue, del quale metà doveva spettare a
Zeus e metà agli uomini. Il signore degli
dei affidò l'incarico della spartizione a
Prometeo che approfittò dell'occasione per
vendicarsi del re degli dei.
Divise infatti il grosso bue in due parti ma
in una celò la tenera carne sotto uno spesso
strato di pelle e nell'altra, macinò insieme
le ossa ed il grasso che ricoprì con un
sottile strato di pelle tanto da far
sembrare quest'ultima il boccone più
succulento. Zeus, poiché gli toccava la
prima scelta, optò per la parte
all'apparenza più ricca. Subito dopo
accortosi dell'inganno, più che mai irato,
privò gli uomini del fuoco, riportandolo
nell'Olimpo. Prometeo, considerata ingiusta
la punizione, rapì qualche scintilla
dall'Olimpo nascondendola in un giunco e
riportò così il fuoco agli uomini.
Zeus, accortosi dell'inganno che Prometeo
gli aveva perpetrato, decise una punizione
ben più grande di quella che aveva destinato
ai suoi fratelli: ordinò ad Ermes e ad
Efesto d'inchiodare Prometeo ad una rupe nel
Caucaso, dove un'aquila (Echidna) durante il
giorno gli avrebbe roso il fegato con il suo
becco aguzzo mentre durante la notte si
sarebbe rigenerato.
Ecco come Luciano racconta il meritato (a
suo giudizio) supplizio di Prometeo
(Dialoghi):
E poi mi stanno a dire che Prometeo
Non meritava d'esser inchiodato
A quelle rupi? Egli ci diede il fuoco,
Ma niente altro di buono. Fece un male,
Per qual, cred'io, tutti gli Dei l'aborrono:
Le femmine formò! Numi beati,
Che brutta razza! Ora, ammogliati; ammoglia.
Tutti i vizi con lei t'entrano in casa.
La nascita della prima donna
Zeus, non contento della punizione che aveva
inflitto a Prometeo, decise di punire anche
la stirpe umana.
Dato che nel mondo non esisteva ancora la
donna Zeus diede incarico ad Efesto di
modellare un'immagine umana servendosi di
acqua e di argilla che non avesse nulla da
invidiare alla bellezze delle dee, per
l'infelicità del genere umano. Efesto fu
tanto bravo nel modellarla che la donna che
ne ebbe origine era superiore ad ogni elogio
e ad ogni possibile immaginazione. Tutti gli
dei furono incaricati da Zeus di riporre in
lei dei doni: Atena le donò delle vesti
morbide e leggere a significare il candore,
fiori per adornare il corpo ed una corona
d'oro mentre Ermes pose nel suo cuore
pensieri malvagi e sulle curve sinuose delle
sue labbra, frasi tanto seducenti quanto
ingannevoli.
Narra Esiodo (Le opere e i giorni)
"L'adornò del cinto
E delle vesti, le donar le Grazie
E Pito veneranda aurei monili,
E de' più vaghi fior di primavera
L'Ore chiamate, le intrecciar corone.
Ma l'uccisor d'Argo, Mercurio, a lei,
Ché tal di Giove era il voler, l'ingegno
Scaltri d'astuzie e blande parolette
E fallaci costumi …"
A questa creatura fu dato nome Pandora (dal
greco "pan doron" = "tutto dono") perché
ogni divinità dell'Olimpo le aveva fatto un
regalo.
Mancava solo il regalo di Zeus che fu
superiore a tutti gli altri doni. Egli
infatti, donò alla fanciulla un vaso (il
vaso di Pandora), con il divieto di aprirlo,
contenente tutti i mali che l'umanità ancora
non conosceva: la vecchiaia, la gelosia, la
malattia, la pazzia, il vizio, la passione,
il sospetto, la fame e così via.
Quindi Zeus affidò la fanciulla ad Ermes
perché la portasse in dono a Prometeo che
però, pensando ad un inganno, rifiutò il
dono. Allora Zeus ordinò ad Ermes di
portarla a Epimeteo, fratello di Prometeo,
che appena la vide si innamorò di lei e
l'accettò come sua sposa nonostante i moniti
del fratello che gli aveva raccomandato di
non accettare alcun dono dagli dei.
Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)
"Aveva Prometeo a lui
Fatto divieto d'accettar mai dono
Venutogli da Giove, ché funesto
Esser questo potea; ma, del fratello
Obliando Epimeteo i saggi avvisi.
Accettollo, e del male, allor che il dono
Era già suo, di subito s'accorse."
Dopo poco che Pandora era sulla terra, presa
dalla curiosità aprì il vaso. Da esso veloci
corsero come fulmini sulla terra tutti i
castighi che Zeus vi aveva riposto: la
malattia, la morte, il dolore, e tanti
altri, fino ad allora sconosciuti. L'unico
dono buono che Zeus aveva posto nel vaso
rimase incastrato sotto il coperchio che
subito Pandora aveva chiuso: era l'Elpis, la
speranza.
La leggenda narra che dopo trent'anni
Prometeo fu liberato dal supplizio da Eracle
(Ercole) che recatosi fino alla cima del
Caucaso con una freccia uccise l'aquila
liberando così Prometeo al quale Zeus
concesse di ritornare nell'Olimpo.
Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)
"Di propria mano scoperchiato il vaso,
Che i mali in sé chiudea, questi si sparsero
Tra i mortali, e sol dentro vi rimase
All'estremo dell'orlo la Speranza,
Perché la donna, subito, il coperchio
Riposto, il volo a lei contese. Tale
Era il cenno di Giove. A stuolo a stuolo
Vagano intanto i mali, e n'è ripiena
La terra e il mare, e n'è ripiena
La terra e il mare; assalgono le genti
Il di e la notte insidiosi e taciti,
perché la voce accortamente il Nume
Loro preclude."
In questo modo fu punito il genere umano per
non avere rispettato il volere del re degli
dei, sovrano di ogni creatura e di ogni
altra cosa sulla terra e nel cielo.
Il diluvio
universale
Zeus, nell'età del bronzo, epoca nella quale
gli uomini erano crudeli e sanguinari e
trascorrevano la loro vita ad uccidere ogni
essere vivente che incontravano, disgustato
dalla natura stessa dell'uomo, decise di
cancellare l'umanità dalla terra allagando
tutta la terra con un diluvio universale.
Prometeo, appreso dell'imminente diluvio che
Zeus aveva deciso di scatenare sul mondo
corse da suo figlio Deucalione per
avvertirlo di quello che stava per accadere.
Deucalione, che all'epoca era il re della
Tessaglia, costruì allora un'arca nella
quale si rifugiò con la moglie Pirra, figlia
di Epimeteo e di Pandora, sua cugina e
moglie, prima che iniziasse il diluvio.
Appena ebbero finito di costruirla iniziò il
diluvio universale che implacabile spazzò
ogni forma di vita sul pianeta abbattendosi
per nove giorni e per nove notti. Il decimo
giorno, cessata la pioggia, l'arca si arenò
sul monte Parnaso (Pindaro, Olimpiche 9, 41
ss.).
Qui aspettarono che le acque si ritirassero,
e quando misero piede sulla terra ferma
scesero a valle e la prima cosa che fecero i
due naufraghi fu di offrire un sacrifico in
onore di Zeus per ringraziarlo di averli
salvati e andarono a pregare Temi presso il
fiume Cefiso. Zeus, commosso, disse a
Deucalione che avrebbe esaudito un suo
desiderio e questi allora chiese che la
terra fosse ripopolata. La sua preghiera fu
tanto accorata che Zeus consigliò allora a
Deucalione di andare a Delfi, per
interpellare l'oracolo. Una volta presso
l'oracolo, Deucalione lo interrogò e questi
gli consigliò "Andando via dal tempio
velatevi il capo, slacciatevi le vesti e
alle spalle gettate le ossa della grande
madre".
Per lungo tempo Deucalione e Pirra pensarono
a cosa potessero essere le ossa dell'antica
madre, fino a quando capirono che
sicuramente si trattava delle pietre, in
quanto sia lui che Pirra discendevano da
Gea, la Madre Terra e le ossa non potevano
essere altro che le sue pietre.
E così entrambi si velarono il capo e si
incamminarono buttandosi alle spalle delle
pietre, e da quelle gettate da Pirra
nascevano delle donne mentre da quelle
gettate da Deucalione nascevano degli
uomini. Così, dopo il diluvio mandato da
Zeus, Pirra divenne la madre del genere
umano ripopolando la terra con le pietre e
la terra si ripopolò del genere umano.(Inde
genus durum sumus experiensque laborum / et
documenta damus qua simus origine nati
"(Ovidio, Metamorfosi I, 414-415).
Quando Deucalione morì venne sepolto vicino
al tempio di Zeus in Atene (Ovidio,
Metamorfosi I, 177-415).
ELLENO: Figlio di Decaulione e di Pirra. Fu
il capostipite di tutti i Greci, per via dei
figli e dei nipoti che furono a loro volta
capostipiti delle varie genti greche. I nomi
dei parenti e delle genti greche: dal nipote
Acheo vennero gli Achei; dal figlio Doro i
Dori; dal nipote Ion gli Ioni; dal figlio
Eolo gli Eoli.
Racconta Luciano nei Dialoghi (Dialoghi, V):
"... Onde in un attimo venne quel si gran
abisso ai tempi di Deucalione, che tutto
andò sommerso nelle acque: e ne scampò solo
una barchetta approdata sul monte Licoride,
nella quale fu serbata la semenza di questa
razza umana, che doveva rigerminare più
scellerata di prima."
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Le NINFE
- Epigee (ninfe terrestri)
- Agrostine , dei campi.
- Aloniadi, dei burroni.
- Oreadi> o Orestiadi,
delle montagne (vedi Eco).
- Napee, delle valli.
- Alseidi, dei boschi e
della pelle.
- Auloniadi
- Lemoniadi, ninfe dei
proci.
- Coricidi
- Driadi (o Amadriadi),
che vivevano ciascuna in una quercia o
comunque in una pianta (una di esse è
Crisopelea).
- Meliadi o Melie, delle
piante di frassino.
- Epimelidi, protettrici dei
meli e degli ovini.
- Ileori
- Esperidi
- Idriadi (ninfe acquatiche)
- Avernali, dei piedi
invernali.
- Oceanine
- Aliadi
- Psamidi
- Nereidi, del mare (dette
anche Oceanine o Malie).
- Naiadi o Efidriadi o Idriadi,
delle sorgenti.
- Eleadi
- Potameidi, dei fiumi.
- Limnìadi o Lìmnadi,
dei laghi e degli stagni.
- Creneidi e Pegee, delle
fonti.
Ninfe celesti
- Pleiadi
- Iadi
- Eliadi
- Alcionidi
Lampadi, ninfe invernali.
Tiadi, chiamate anche Menadi
o Baccanti da Esiodo, in quanto le
ninfe sono per la maggior parte, delle
creature umane.
Ninfe Cure, nutrici di neonati.
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LE SETTE SPOSE E LA DISCENDENZA DI ZEUS
Zeus oltre ad essere il
dio supremo di tutti gli dei era una
divinità celeste dispensatrice di luce, di
calore e da lui dipendevano tutti gli eventi
atmosferici era infatti anche il re del
tuono, dei lampi, dei fulmini mediante i
quali manifestava la sua approvazione o no.
La sua casa era l'Olimpo dal quale regolava
tutto l'ordine universale e nelle sue mani
era il destino di tutti gli uomini anche se
la sua volontà era sottoposta ad una volontà
suprema, quella del Fato le cui leggi e
decisioni neanche il potente re degli dei
poteva cambiare.
Aveva diversi soprannomi tra i quali
ricordiamo: Zeus Horkios in quanto il suo
nome rendeva sacri i giuramenti; Zeus Xenios
come dio dei vaticini e dell'ospitalità;
Zeus Efestios come difensore del focolare
domestico; Zeus Soter come salvatore del
popolo.
- Zeus/METIS
figlia di Oceano e di
Teti (che impersonificava la saggezza, la
ragione e l'intelligenza), fu la prima
moglie di Zeus ma che fece una triste fine
in quanto sia Urano che Gea avevano predetto
a Zeus che sarebbe stato detronizzato da un
figlio di Metis pertanto quando questa
rimase incinta di Atena Zeus la ingoiò per
essere sicuro di mantenere il regno.
Tutto ebbe inizio quando a Zeus, in quel
periodo sposo di Metis, fu predetto da Gea e
da Urano che un giorno Metis avrebbe
partorito due figli, il secondo dei quali lo
avrebbe detronizzato. Zeus, spaventato da
quella profezia e dato che Metis era incinta
del loro primo figlio, decise di non correre
rischi e la ingoiò.
Il tempo riprese a scorrere sereno per Zeus
che si era anche dimenticato della fine che
aveva fatto fare alla moglie. Un giorno però
iniziò ad essere assalito da violentissime
fitte alla testa. Non potendole sopportare
chiese ad Efesto di colpirlo in testa con il
suo martello. Efesto si rifiutava di
eseguire l'ordine in quanto non capiva cosa
stesse succedendo ma date le urla e le
insistenze di Zeus alla fine lo colpì
violentemente in testa. Nel momento stesso
in cui il suo martello toccò la testa di
Zeus l'Olimpo tremò, i lampi sconquassarono
il cielo e dal suo cranio uscì una densa
nuvola nella quale si trovava una creatura,
vestita con una lucente armatura, che teneva
alla sua destra un giavellotto: era nata
Atena, la dea guerriera che si sarebbe
contrapposta ad Ares personificazione della
guerra brutale e violenta.
I mitografi diedero alla sua nascita una
concezione naturalistica e videro in Atena
la personificazione del lampo che disperde
le nuvole e riporta il sereno (da qui il suo
epiteto di Glaucopis, cioè dagli occhi
scintillanti).
Atena manifestò doti non solo come guerriera
ma anche come donna saggia ed accorta.
Infatti divenne ben presto anche la dea
della ragione, della arti, della
letteratura, della filosofia, del commercio
e dell'industria. Era la personificazione
della saggezza e della sapienza in tutti i
campi delle scienze conosciute. Insegnò agli
uomini la navigazione, ad arare i campi, ad
aggiogare i buoi, a cavalcare ed alle donne
insegnò anche a tessere, a tingere e a
ricamare. Era anche una dea fiera che puniva
severamente chi osava competere con lei
Con il passare del tempo Atena chiese al
padre che le fosse consacrata una regione
della terra che la potesse onorare. Già da
diverso tempo però Poseidone era in attesa
che Zeus gli assegnasse una regione e fu
così che tra le due divinità si accese una
violenta disputa per avere il dominio
sull'Attica.
Zeus, dato che non sapeva che fare decise
allora di proclamare una sfida tra Poseidone
ed Atena: chi tra i due avesse fatto alla
città il dono più utile, ne avrebbe avuto la
supremazia e Cecrope fu posto ad arbitro
della contesa.
Cecrope è il primo leggendario re di Atene.
Nacque dal suolo stesso dell'Attica, ed era
rappresentato con un corpo da uomo
terminante con una coda di serpente.
Nell'antichità, infatti, il serpente era uno
dei simboli della terra. A lui sono
attribuiti i primi segni di civiltà, come
l'abolizione dei sacrifici cruenti, il
principio della monogamia, l'invenzione
della scrittura e l'uso di seppellire i
morti. La tomba di Cecrope sembra sia da
collocarsi, secondo il mito, sull'acropoli
di Atene, nei pressi dell'Eretteo.
Quando la sfida iniziò alla presenza di
tutti gli dei, Poseidone toccò con il suo
tridente la terra e fece saltar fuori una
nuova creatura che mai prima di allora si
era vista, il cavallo che da quel momento
popolò tutte le regioni della terra e
divenne un grande aiuto per la vita
dell'uomo.
Atena, dal canto suo percosse il suolo con
il suo magico giavellotto e in conseguenza
di ciò scaturì dal terreno un albero di
olivo.
Cercrope, decise che fosse Atena la
vincitrice e da quel giorno la capitale
dell'Attica fu chiamata Atene in onore della
dea.
Da quel momento la vita iniziò a scorrere
serena in Attica ed Atena insegnava al suo
popolo le scienze e le arti.
Aracne,
figlia del tintore
Idmone, era una fanciulla che viveva
nella città di Colofone, nella Lidia,
famosa per la sua porpora. Era molto
conosciuta per la sua abilità di
tessitrice e ricamatrice in quanto le
sue tele erano considerate un dono del
cielo tanto erano piene di grazia e
delicatezza e le persone arrivavano da
ogni parte del regno per ammirarle.
Aracne era molto orgogliosa della sua
bravura tanto che un giorno ebbe
l'imprudenza di affermare che neanche
l'abile Atena, anche lei famosa per la
sua abilità di tessitrice, sarebbe stata
in grado di competere con lei tanto che
ebbe l'audacia di sfidare la stessa dea
in una pubblica gara.
Atena, non appena apprese la notizia, fu
sopraffatta dall'ira e si presentò ad
Aracne sotto le spoglie di una vecchia
suggerendo alla stessa di ritirare la
sfida e di accontentarsi di essere la
migliore tessitrice tra i mortali. Per
tutta risposta Aracne disse che se la
dea non accettava la sfida era perchè
non aveva il coraggio di competere con
lei. A quel punto Atena si rivelò in
tutta la sua grandezza e dichiarò aperta
la sfida.
Una di fronte all'altra Atena ed Aracne
iniziarono a tessere le loro tele e via
via che le matasse si dipanavano
apparivano le scene che le stesse
avevano deciso di rappresentare: nella
tela di Atena erano rappresentate le
grandi imprese compiute dalla dea ed i
poteri divini che le erano propri;
Aracne invece, raffigurava gli amori di
alcuni dei, le loro colpe ed i loro
inganni.
Quando le tele furono completate e messe
l'una di fronte all'altra, la stessa
Atena dovette ammettere che il lavoro
della sua rivale non aveva eguali: i
personaggi che erano rappresentati
sembrava che balzassero fuori dalla tela
per compiere le imprese rappresentate.
Atena, non tollerando l'evidente
sconfitta, afferrò la tela della rivale
riducendola in mille pezzi e tenendo
stretta la spola nella mano, iniziò a
colpire la sua rivale fino a farla
sanguinare.
Aracne, sconvolta dalla reazione della
dea, scappò via e tentò di suicidarsi
cercando di impiccarsi ad un albero. Ma
Atena, pensando che quello fosse un
castigo troppo blando, decise di
condannare Aracne a tessere per il resto
dei suoi giorni e a dondolare dallo
stesso albero dal quale voleva uccidersi
ma non avrebbe più filato con le mani ma
con la bocca perchè fu trasformata in un
gigantesco ragno.
Racconta Ovidio (Metamorfosi, IV, 23 e
segg.): " (...) Accetta Minerva la sfida
... la dea dai biondi capelli si
corrucciò del felice successo e stracciò
la trapunta tela che scopre le colpe dei
numi e colpì con la spola di citoriaco
bosso più volte la fronte di Aracne. Non
lo patì l'infelice: furente si strinse
la gola con un capestro e restò
penzoloni. Atena, commossa, la liberò,
ma le disse: - Pur vivi o malvagia, e
pendendo com'ora pendi. E perchè ti
tormenti nel tempo futuro, per la tua
stirpe continui il castigo e pei tardi
nepoti -. Poscia partendo la spruzza con
sughi di magiche erbette: subito il
crime toccato dal medicamento funesto
cadde e col crine le caddero il naso e
gli orecchi: divenne piccolo il capo e
per tutte le membra si rimpicciolisce:
l'esili dita s'attaccano, invece dei
piedi, nei fianchi: ventre è quel tanto
che resta, da cui vien traendo gli stami
e, trasformata in un ragno, contesse la
tela di un tempo" .
Scrive Dante Alighieri (Purgatorio, XII,
43-45):
O folle Aragne, sì vedea io te
Già mezza ragna, trista in su li stracci
De l'opera che mal per te si fé.
Ancor oggi, quando si vede un ragno
tessere la sua tela, si ripensa alla
sorte toccata alla tessitrice della
Lidia condannata per il resto della sua
vita a quel triste destino perchè aveva
osato essere più abile di una dea.
Tiresia
Tramandato da Callimaco, Nonno di
Panopoli, Properzio, Apollodoro.
L'indovino avrebbe perso la vista per
punizione di Atena; la dea, infatti, fu
vista dal giovane Tiresia mentre faceva
il bagno nuda, cosa che era
assolutamente proibita ai mortali. La
pena, di solito era la morte, ma a
Tiresia fu risparmiata in virtù
dell'amicizia della dea con la madre del
giovane Tiresia: la dea, anzi, come
compensazione della perdita della vista
diede a Tiresia anche la facoltà di
vaticinare.
Tiresia è come indovino, prima di tutto
un mediatore fra gli dei e gli uomini:
pertanto questo fatto gli permette di
partecipare dell'immortalità che
caratterizza gli dei. In effetti
Tiresia, che visse per sette
generazioni, non conobbe in termini
reali la morte. Dunque, questa posizione
privilegiata gli permette di essere un
mediatore, di avere una posizione
particolare proprio all'interno delle
generazioni regali della casa reale di
Tebe non solo tra i vivi, ma anche tra i
morti della famiglia stessa. Da un certo
punto di vista questa trascendenza può
apparire come una trasgressione
all'ordine abituale delle cose, fondato
sul rispetto delle opposizioni,
stabilito una volta per tutte
all'origine del mondo. Inoltre, Tiresia
è oggetto egli stesso di una repressione
che viene dagli dei; essi, infatti, mal
sopportano che i loro segreti siano
rivelati agli uomini da un indovino che,
a sua volta, sta anche dalla parte degli
uomini, esseri che, talvolta, non
riconoscono in lui l'autorità di un
indovino. (…) Ecco perché Tiresia, oltre
ad essere stato reso cieco dagli dei,
che, per supplire a questa mutilazione
gli hanno donato il bastone (che a sua
volta e il simbolo dello statuto da
intermediario che l'indovino occupa),
non è creduto dagli uomini che lo
prendono in giro e qualche volta lo
insultano. Nell'analisi del primo
episodio della prima versione (A), si è
dimostrato che questo tipo di relazioni
si organizzava, questa volta, attorno
alla figura di un serpente, il guardiano
di tutte le potenze che Gaia, la Terra,
raccoglie (…) Il serpente appariva come
il guardiano e il dispensatore della
potenza divina (...) Ecco perché anche
una coppia di serpenti intrecciati
attorno ad un bastone può diventare, per
un indovino, l'emblema della sua
funzione di mediatore, la cui
bisessualità successiva non ne è che un
aspetto. D'altra parte, il serpente
intrattiene dei rapporti privilegiati
con la vita e la morte; e in effetti
sotto forma di serpente che le anime
tornano alla terra e, inoltre, il fatto
che egli si spogli ogni anno della sua
pelle (che corrisponde alla sua
vecchiaia), fa sì che questo animale sia
considerato un essere dotato di una
longevità straordinaria, del tipo di
quella di cui è proprio dotato Tiresia.
Narciso
La storia che andiamo a narrare è la più
conosciuta della mitologia greca e sono
tante le sue versioni. Noi prendiamo
spunto da quanto ci narra Ovidio nelle
Metamorfosi per narrare le vicende di
questo giovane la cui bellezza, pari a
quella di un dio, fu la causa della sua
stessa rovina.
Il fanciullo di cui parliamo si chiama
Narciso ed era figlio della ninfa
Liriope e del fiume Cefiso(1)che,
innamorato della ninfa, la avvolse nelle
sue onde e nelle sue correnti,
possedendola. Da questa unione nacque un
bambino di indescrivibile bellezza e
grazia. La madre, poichè voleva
conoscere il destino del proprio figlio,
si recò dal vate Tiresia per sapere il
suo futuro.
Era questo il più grande fra tutti gli
indovini che la sorte aveva reso cieco
perchè aveva osato porre i suoi occhi
sulle nudità della dea guerriera Atena
che, dopo averlo punito per la sua
audacia rendendolo cieco, gli fece dono
del vaticinio.
Tiresia dopo aver ascoltato le richieste
di Liriope le disse in tono greve che
suo figlio avrebbe avuto una lunga vita
se non avesse mai conosciuto se stesso.
Liriope, che non comprese la profezia
dell'indovino, andò via e con il passare
degli anni dimenticò quanto gli era
stato profetizzato.
Gli anni passarono veloci e Narciso
cresceva forte e di una bellezza tanto
dolce e raffinata che tutte le persone
che lo rimiravano, fossero esse uomini o
donne, si innamoravano di lui anche se
Narciso rifuggiva ogni attenzione
amorosa. Si racconta della sua
insensibilità e vanità tanto che un
giorno regalò una spada ad Aminio, un
suo acceso spasimante, perchè si
suicidasse ed Aminio tanto era grande il
suo amore per Narciso, si trafisse il
cuore sulla soglia della sua casa.
Aminio morente invocò gli dei perchè
vendicassero la sua morte e al suo grido
rispose Artemide, che fece innamorare
Narciso di se stesso.
La Ninfa Eco
ebbe la ventura di incrociare Narciso,
incontro nefasto che fu la rovina di
entrambi i giovani.
Si narra che la sposa di Zeus, Era, la
cui gelosia era nota a tutti gli dei e a
tutti i mortali, era sempre alla ricerca
dei tradimenti del marito e sfortuna
volle che un giorno si rese conto che la
compagnia e le continue chiacchiere
della ninfa Eco, altro non erano che un
modo per tenerla a bada e distrarla per
favorire gli amori di Zeus dando il
tempo alle sue concubine di mettersi in
salvo. Grande fu la sua rabbia quando
apprese la verità e la sua ira si
manifestò in tutta la sua potenza: rese
Eco destinata a ripetere per sempre solo
le ultime parole dei discorsi che le si
rivolgevano.
Racconta Luciano (Epigrammi "A una
statua di Eco")
"Questa è l'Eco petrosa amica di Pane,
Che rimanda, ripete le parole,
E ti risponde in tutte le lingue umane;
E più scherzare coi pastori suole.
Dille qualunque cosa, odila e poi
Vanne pei fatti tuoi."
Un giorno mentre Narciso era intento a
vagare nei boschi e a tendere reti tra
gli alberi per catturare i cervi, lo
vide la bella Eco che, non potendo
rivolgergli la parola, si limitò a
rimirare la sua bellezza, estasiata da
tanta grazia. Per diverso tempo lo seguì
da lontano senza farsi scorgere e
Narciso, intento a rincorrere i cervi,
nè si accorse di lei nè si accorse che
si era allontanato dai compagni ed aveva
smarrito il sentiero. Iniziò Narciso a
chiamare a gran voce, chiedendo aiuto
non sapendo dove andare. A quel punto
Eco decise di mostrarsi a Narciso
rispondendo al suo richiamo di aiuto e
si presentò protendendo verso di lui le
sue braccia offrendosi teneramente come
un dono d'amore e con il cuore
traboccante di teneri pensieri.
Ma ancora una volta la reazione di
Narciso fu spietata: alla vista di
questa ninfa che si offriva a lui fuggi
inorridito tanto che la povera Eco
avvilita e vergognandosi, scappò via
dolente. Si nascose nel folto del bosco
e cominciò a vivere in solitudine con un
solo pensiero nella mente: la sua
passione per Narciso e questo pensiero
era ogni giorno sempre più struggente
che si dimenticò anche di vivere ed il
suo corpo deperì rapidamente fino a
scomparire e a lasciare di lei solo la
voce. Da allora la sua presenza si
manifesta solo sotto forma di voce, la
voce di Eco, che continua a ripetere le
ultime parole che gli sono state
rivolte.
Gli dei vollero allora punire Narciso
per la sua freddezza ed insensibilità e
mandarono Nemesi, dea della vendetta,
che fece si che mentre si trovava presso
una fonte e si chinava per bere un sorso
d'acqua, nel vedere la sua immagine
riflessa immediatamente il suo cuore
iniziò a palpitare e a struggersi
d'amore per quel volto così bello,
tenero e sorridente.
Racconta Ovidio (Metamorfosi III, 420 e
segg.):
"Contempla gli occhi che sembrano
stelle, contempla le chiome degne di
Bacco e di Apollo, e le guance levigate,
le labbra scarlatte, il collo d'avorio,
il candore del volto soffuso di rossore
... Oh quanti inutili baci diede alla
fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa
fosse quel che vedeva, ma ardeva per
quell'immagine ..."
Non consapevole che aveva di fronte se
stesso, ammirava quell'immagine e
mandava baci e tenere carezze ed
immergeva le braccia nell'acqua per
sfiorare quel soave volto ma l'immagine
scompariva non appena la toccava.
Rimase a lungo Narciso presso la fonte
cercando di afferrare quel riflesso
senza accorgersi che i giorni scorrevano
inesorabili, dimenticandosi di mangiare
e di bere sostenuto solo dal pensiero
che quel malefico sortilegio che faceva
si che quell'immagine gli sfuggisse,
sparisse per sempre(4).
Alla fine morì Narciso, presso la fonte
che gli aveva regalato l'amore anelando
un abbraccio dalla sua stessa immagine.
Quando le Naiadi e le Driadi andarono a
prendere il suo corpo per collocarlo
sulla pira funebre si narra che al suo
posto fu trovato uno splendido fiore
bianco che da lui prese il nome di
Narciso.
Narra Ovidio (Metamorfosi III 420 e
segg.):
"Languì a lungo d'amore non toccando più
cibo nè bevanda. A poco a poco la
passione lo consumò, e un giorno vicino
alla fonte ... reclinò sull'erba la
testa sfinita, e la morte chiuse i suoi
occhi che furono folli d'amore per sé.
... Piansero le Driadi, ed Eco rispose
alle grida dolenti. Già avevano
preparato il rogo, le fiaccole, la bara,
ma il suo corpo non c'era più: trovarono
dove prima giaceva, un fiore dal cuore
di croco recinto di candide foglie".
E gli antichi narrano ancora che a
Narciso non fu di lezione passare ad
un'altra vita in quanto, mentre
attraversava lo Stige, il fiume dei
morti per entrare nell'Oltretomba,
continuava a cercare il suo amato,
riflesso nelle acque del nero fiume.
In qualunque modo sia morto Narciso è
certo che questo mito è arrivato sino a
giorni nostri. Pittori, musicisti,
scrittori, psicologici, continuano a
trarre ispirazione dalla storia di
questo giovane. Era superbo? Era
egocentrico? Era egoista? Era ingenuto?
Ognuno ne dia l'interpretazione che
ritiene più consona anche se è certo che
in fondo il giovane Narciso cercava solo
una cosa: l'amore, come ogni creatura
che popola questa terra.
- Zeus/TEMI
Nel mondo antico la
Giustizia era una Dea, chiamata Dike quando
rappresentava la giustizia umana, e chiamata
Temi quando indicava la giustizia come legge
eterna. Il suo nome significa
"irremovibile", e quindi va considerata come
un'astrazione: essa è l'ordine cosmico ed il
suo nome veniva invocato nei giuramenti.
Essa era la personificazione della regola
naturale e sociale, e perciò vigila su
quanto è lecito ed illecito, regola la
convivenza fra gli dèi, fra i mortali e i
due sessi. L'ideale di Giustizia di cui è
emblema, era collegato con il Destino, il
Tempo e la Morte.
Dall'unione di Temi con Zeus nacquero:
ASTREA (o Diche) Dea della
giustizia, considerata il principio
fondamentale per lo sviluppo di ogni
società civile, perché diffuse i
sentimenti di giustizia, come fece la
madre prima di lei, e di bontà.
Secondo il mito la dea viveva in mezzo
agli uomini, durante l'età dell'oro dopo
disgustata dalla degenerazione morale
del genere umano, dapprima si rifugiò
nelle campagne, e poi, al principio
dell'età del ferro, risalì
definitivamente in cielo, dove splende
sotto l'aspetto della costellazione
della Vergine.
LE ORE
In origine Le Ore attiche erano
solamente due, Tallo (germoglio) e Carpo
(frutto), nomi alludenti alla semina e
alla crescita del frutto delle piante.
Esiodo nella Teogonia ne indica tre e
simboleggiavano il regolare scorrere del
tempo nell'alterna vicenda delle
stagioni (primavera, estate ed autunno
fusi insieme, inverno); poi ne fu
aggiunta una quarta (allusione
all'autunno); in epoca romana finirono
col personificare le ore vere e proprie,
divenendo 12 e da ultimo 24. Le ore si
presentano in duplice aspetto:
* in quanto figlie di Temi (l'Ordine
universale) assicuravano il rispetto
delle leggi morali;
* in quanto divinità della natura
presiedevano al ciclo della vegetazione.
Questi due aspetti spiegano i loro nomi:
* Eunomia, la Legalità;
* Diche, la Giustizia;
* Irene, la Pace;
oppure:
* Tallo, la Fioritura primaverile;
* Auso, il Rigoglio estivo;
* Carpo, la Fruttificazione autunnale.
Le Ore sorvegliavano le porte della
dimora di Zeus sull'Olimpo (le aprivano
e le richiudevano disperdendo o
accumulando una densa cortina di
nuvole), servivano Giunone - che avevano
allevata -, attaccavano e staccavano i
cavalli dal suo cocchio e da quello di
Elio; inoltre facevano parte del corteo
di Afrodite - insieme con le Cariti - e
di Dioniso.
Gli antichi le rappresentavano come
leggiadre fanciulle stringenti nella
mano un fiore o una pianticella,
immaginandole peraltro brune ed
invisibili con riferimento alle ore
della notte; ma, se si eccettua un
presunto matrimonio di Carpo con Zéfiro,
non ne fecero le protagoniste di alcuna
leggenda. Le onoravano con un culto
particolare ad Atene (dove fu loro
consacrato un tempio), ad Argo, a
Corinto, ad Olimpia.
Le Moire
Le Moire è il nome dato alle figlie di
Zeus e di Temi o secondo altri di
Ananke. Ad esse era connessa
l'esecuzione del destino assegnato a
ciascuna persona e quindi erano la
personificazione del destino
ineluttabile.
Erano tre: Cloto, nome che in greco
antico significa "io filo", che appunto
filava lo stame della vita; Lachesi, che
significa "destino", che lo svolgeva sul
fuso e Atropo, che significa
"inevitabile", che, con lucide cesoie,
lo recideva, inesorabile. La lunghezza
dei fili prodotti può variare,
esattamente come quella della vita degli
uomini. A fili cortissimi corrisponderà
una vita assai breve, come quella di un
neonato, e viceversa. Si pensava ad
esempio che Sofocle, uno dei più longevi
autori greci (90 anni), avesse avuto in
sorte un filo assai lungo. Grandissimo
onore diede loro ZEUS prudente,
le quali concedono agli uomini mortali
di avere il bene e il male
Si tratta di tre donne dall'anziano
aspetto che servono il regno dei morti,
l'Ade.
Il sensibile distacco che si avverte da
parte di queste figure e la loro totale
indifferenza per la vita degli uomini
accentuano e rappresentano perfettamente
la mentalità fatalistica degli antichi
greci.
Pindaro, in epoca più tarda, le indicò
invece come le ancelle di Temi, al suo
matrimonio con Zeus.
Esse agivano spesso contro la volontà di
Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti
all'obbedienza nei loro confronti, in
quanto la loro esistenza garantiva
l'ordine dell'universo, al quale anche
gli dei erano soggetti.
Si dice anche che avessero un solo
occhio grazie al quale potevano vedere
nel futuro e che spartivano a turno tra
loro.
Delle Moire (o Parche) parla anche
Virgilio nell'Eneide, nel famoso verso:
"Sic volvere Parcas" ("Così filano le
Parche").
- Zeus/EURINOME
Eurinome, Oceanina figlia
di Oceano e di Teti. Mangiare, pascolare,
nutrirsi, questo è essere EURINOME, un fare
divino anche dal punto di vista psichico:
fagocitare! Il fagocitare è il fare proprio,
non come possesso, ma come qualche cosa che
diventa parte di te; indistinguibile da te;
partecipe della tua Coscienza di Te! Questo
fagocitare come fare divino, fra gli Esseri
della Natura diventa il mangiare.
Ha tre figlie, le tre CARITI rappresentano
un potere incredibile nella vita degli
Esseri Umani. Il loro farsi DEI li porta a
sviluppare nei Sistemi Sociali umani, Quale
la bellezza, ma anche la riconoscenza, il
favore, il piacere e la gioia. La
manifestazione di queste DEE negli Esseri
della Natura li rende Radiosi (AGLAIA),
Gioiosi (EUFROSINE) e Fiorenti (TALIA). A
Roma le CARITI saranno identificate con le
tre GRAZIE. La gioia e la ricchezza al
seguito di APOLLO assieme alle MUSE.
Nela Teogonia di Esiodo si narra:
« [...]
Ed Eurinóme, figlia d'Ocèano, dal fulgido
aspetto,
tre Grazie guancebelle gli diede: Eufrosíne,
Talía
vezzosa, Aglaia: quando guardavano, a loro
dal ciglio
stillava amor, che scioglie le pene: il lor
guardo, un incanto.
- Zeus/DEMETRA
DEMETRA, assieme a Gea e
a Rea, era, venerata come Madre Terra; ma
Gea figurava l'elemento delle forze
primordiali, Rea figura la potenza
generatrice della terra, mentre Demetra
figura la divinità della terra coltivata, la
dea del grano, dell'ordine costituito. Con
il dono dell'agricoltura, base di civiltà
per tutte le popolazioni, Demetra dà agli
uomini anche le norme del vivere civile e,
di conseguenza, le leggi. Demetra, figlia di
Crono e di Rea era la madre di Persefone,
avuta dal fratello Zeus.
Proserpina (o Persefone)
Persefone era la dea della vegetazione
primaverile. Crebbe in Sicilia fino al
giorno in cui Ade il signore dei morti, la
rapì.
Un giorno Persefone, mentre coglieva dei
fiori con altre compagne si allontanò dal
gruppo e all'improvviso la terra si aprì e
dal profondo degli abissi apparve Ade, dio
dell'oltretomba e signore dei morti che, col
permesso di Zeus, la rapiva perché da tempo
innamorato di lei. La portò negli inferi per
sposarla ancora fanciulla contro la sua
volontà.
Demetra, accortasi che Persefone era
scomparsa, per nove giorni corse per tutto
il mondo alla ricerca della figlia sino alle
più remote regioni della terra. Ma per
quanto cercasse, non riusciva né a trovarla,
né ad avere notizie del suo rapimento.
All'alba del decimo giorno venne in suo
aiuto Ecate, che aveva udito le urla
disperate della fanciulla mentre veniva
rapita ma non aveva fatto in tempo a vedere
il volto del rapitore e suggerì pertanto a
Demetra di chiedere ad Elios, il Sole. E
così fu. Elios disse a Demetra che a rapire
la figlia era stato Ade.
Inutile descrivere la rabbia e l'angoscia di
Demetra, tradita dalla sua stessa famiglia
di olimpici. Demetra abbandonò l'Olimpo e
per vendicarsi, decise che la terra non
avrebbe più dato frutti ai mortali così la
razza umana si sarebbe estinta nella
carestia. In questo modo gli dei non
avrebbero più potuto ricevere i sacrifici
votivi degli uomini di cui erano tanto
orgogliosi.
La dea si mise quindi a vagare per il mondo
per cercare di soffocare la sua
disperazione, sorda ai lamenti degli dei e
dei mortali che già assaporavano l'amaro
gusto della carestia.
Il suo pellegrinaggio la portò ad Eleusi, in
Attica, sotto le spoglie di una vecchia,
dove regnava il re Celeo con la sua sposa
Metanira. Demetra fu accolta benevolmente
nella loro casa e divenne la nutrice del
figlio del re, Demofonte.
Col tempo Demetra si affezionò al fanciullo
che faceva crescere come un dio, nutrendolo,
all'insaputa dei genitori, con la divina
ambrosia, il nettare degli dei.
Attraverso Demofonte la dea riusciva in
questo modo a saziare il suo istinto
materno, soffocando il dolore per la perduta
figlia. Decise anche di donare a Demofonte
l'immortalità e di renderlo pertanto simile
ad un dio, ma, mentre era intenta a compiere
i riti necessari, fu scoperta da Metanira,
la madre di Demofonte. A quel punto Demetra,
abbandonò le vesti di vecchia e si manifestò
in tutta la sua divinità facendo risplendere
la reggia della sua luce divina.
Delusa dai mortali che non avevano gradito
il dono che voleva fare a Demofonte, si
rifugiò presso la sommità del monte
Callicoro dove gli stessi Eleusini gli
avevano nel frattempo edificato un tempio.
Il dolore per la scomparsa della figlia,
adesso che non c'era più Demofonte a
distrarla, ricominciò a farsi sentire più
forte che mai e a nulla valevano le
suppliche dei mortali che nel frattempo
venivano decimanti dalla carestia.
-------------------
Alla fine Zeus, costretto a cedere alle
suppliche dei mortali e degli stessi dei,
inviò Ermes, il messaggero degli dei,
nell'oltretomba da Ade, per ordinargli di
rendere Persefone alla madre. Ade,
inaspettatamente, non recriminò alla
decisione di Zeus ma anzi esortò Persefone a
fare ritorno dalla madre. L'inganno era in
agguato. Infatti Ade, prima che la sua dolce
sposa salisse sul cocchio di Ermes, fece
mangiare a Persefone un frutto di melograno,
compiendo in questo modo il prodigio che le
avrebbe impedito di rimanere per sempre nel
regno della luce.
Persefone ignorava il trucco di Ade: chi
mangia i frutti degli inferi è costretto a
rimanervi per l'eternità. Secondo altre
interpretazioni, il frutto che nel mito
stabilisce il contatto con il regno
dell'oltretomba non è il melograno ma, a
causa delle sue virtù narcotiche e
psicotrope, l'oppio, la cui capsula è
peraltro straordinariamente simile (eccetto
che per le dimensioni, più ridotte) al
frutto del melograno.
Grande fu la commozione di Demetra quando
rivide la figlia ed in quello stesso
istante, la terrà ritornò fertile ed il
mondo riprese a godere dei suoi doni.
Solo più tardi Demetra scoprì l'inganno teso
da Ade: avendo Persefone mangiato il frutto
di melograno nel regno dei morti, era
costretta a farvi ritorno, ogni anno, per un
lungo periodo.
Con l'intervento di Zeus si giunse ad un
accordo, per cui, visto che Persefone non
aveva mangiato il frutto intero, sarebbe
rimasta nell'oltretomba solo per un numero
di mesi equivalente alla quantità del mezzo
frutto da lei mangiato, potendo trascorrere
con la madre il resto dell'anno. Così
Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il
marito negli inferi e sei mesi con la madre
sulla terra. Demetra allora accoglieva con
gioia il periodico ritorno di Persefone
sulla Terra, facendo rifiorire la natura in
primavera ed in estate.
Allora Demetra decretò che nei sei mesi che
Persefone fosse stata nel regno dei morti,
nel mondo sarebbe calato il freddo e la
natura si sarebbe addormentata, dando
origine all'autunno e all'inverno, mentre
nei restanti sei mesi la terra sarebbe
rifiorita, dando origine alla primavera e
all'estate.
Gli antichi adombrarono in questo mito
riferimenti impliciti ai cicli della natura,
delle stagioni, dei raccolti, in particolare
ai frutti della terra che trascorrono parte
dell'anno nascosti sotto la superficie per
poi sbocciare e fruttificare. Questo era un
mito che esaltava insieme il valore del
matrimonio (sei mesi a fianco dello sposo),
la fertilità della Natura (risveglio
primaverile), la rinascita e il rinnovare la
vita dopo la morte, motivi questi che
rendevano la dea Persefone particolarmente
popolare e venerata. A lei si sacrificavano
vacche nere e sterili, il suo emblema è il
papavero, e aveva la base del suo culto in
Sicilia, in Beozia e ad Eleusi.
A Persefone si sacrificavano giovenche nere
e il suo emblema è il papavero. Aveva la
base del suo culto in Sicilia, in Beozia, ad
Eleusi, e in suo onore si eseguivano i
giochi Tarentini che duravano tre giorni ed
erano caratterizzati da un'eccessiva
sfrenatezza. Era celebrata in Grecia con le
feste Eleusine ed in Sicilia le Antesforie.
Nella mitologia latina presiedeva alla
crescita ed al germogliare delle messi. In
suo onore si celebravano i giochi Tarentini
che duravano tre giorni ed erano
caratterizzati da un'eccessiva sfrenatezza.
Testimonianze magno-greche del culto
dedicato a Persefone sono oggi rappresentate
dal notevole quantitativo di reperti
rinvenuti nell'area di Reggio Calabria,
soprattutto presso gli scavi di Locri
Epizefiri dei quali uno smisurato numero di
Pinakes (tavolette votive in terracotta) è
custodito al Museo Nazionale della Magna
Grecia di Reggio; mentre la magnifica
"Statua di Persefone" esposta oggi al museo
di Berlino, fu trafugata da Locri nel 1911 o
da Taranto nel 1912[1], ed acquistata da un
emissario del Kaiser di Prussia dopo aver
migrato per Spagna e Francia. Un ulteriore
testimonianza del culto di Persefone ci
viene da Oria, dove fu presente ed attivo
dal VI secolo a.C. fino all'età romana, un
importante santuario (oggi sito presso Monte
Papalucio), dedicato alle divinità Demetra e
Persefone. Qui vi si svolgevano culti in
grotta legati alla fertilità. Gli scavi
archeologici svolti negli anni ottanta,
infatti, hanno evidenziato numerosi resti
composti di maialini (legati alle due
divinità) e di melograno. Inoltre, a
sottolineare l'importanza del santuario,
sono state rinvenute monete di gran parte
della Magna Grecia, e migliaia di vasi
accumulatisi nel corso dei secoli come
deposito votivo lungo il fianco della
collina. Di particolare interesse sono
alcuni vasetti miniaturistici ed alcune
statuette raffiguranti colombe e maialini
sacri alle due divinità cui era dedicato il
luogo di culto. Altri esempi di ritrovamenti
della Kore si hanno a Gela, una delle
capitali della Magna Grecia. Diversi reperti
sono custoditi presso il Museo Regionale di
Gela, tra i più ricchi presenti nell'Isola.
KORE
Kore, altro nome di Proserpina, è
l'archetipo della fanciulla, nata e
cresciuta in un ambiente profondamente
femminile, allegra e leggera, sempre
positiva, in cui si accentua il lato
sventato, di giovine imprevidente: la donna
Persefone è distratta, svagata, poetica. è
attratta da Ade, il lato oscuro degli
uomini, e di lui ha bisogno, ma necessita di
tornare periodicamente dalla madre, in
quella primavera della quale si nutre da
sempre: è di solito una casa ricca di
affetti, di cose, di cultura femminile, che
le impediscono di crescere veramente. Ade è
costretto ad aspettarla pazientemente, ma sa
che tornerà. Per questi motivi Persefone è
considerata la dea della vegetazione
primaverile ma anche una divinità lunare per
la coincidenza della sua "comparsa -
scomparsa" con le fasi della luna.
- Zeus/MNEMOSINE
Mnemosine è la
personificazione della memoria (e secondo
altre fonti anche del canto e della danza),
titanide, figlia di Urano (il Cielo) e Gea
(la Terra).
Dopo la sconfitta dei Titani gli dei
chiesero a Zeus di creare un gruppo di
divinità che cantassero la vittoria.
Mnemosine fu amata da Zeus il quale le si
presentò sotto forma di pastore. Giacquero
insieme per nove notti sui monti della
Pieria e dopo un anno nacquero nove figlie:
le Muse. Le Muse furono rese responsabili di
ispirare canti funebri, la poesia, il dramma
e la danza...per questa ragione è solito che
gli artisti invochino la protezione e
l'ispirazione delle Muse. Compaiono spesso
associate alla compagnia di Apollo e Pegaso.
Saffo fu considerata da molti essere la
decima Musa. La nostra parola "museum"
deriva dal termine"museion" che è il tempio
dedicato alle Muse; e anche Musica.
Le genealogie differiscono, ma tutte
evidentemente si ricollegano, più o meno
indirettamente, a concezioni filosofiche sul
primato delle musica nell'Universo; le Muse
infatti presiedono al pensiero in tutte le
sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza,
storia, matematica, astronomia.
A partire dall'epoca classica il numero nove
s'è imposto e ciascuna, a poco a poco, ha
ricevuto una determinata funzione,
d'altronde variabile secondo gli autori; si
ammette in genere la lista seguente:
Calliope - poesia epica, Polimnia -
pantomima, Euterpe - flauto, Tersicore -
danza, Erato - lirica corale, Melpomene -
tragedia, Talia - commedia, Urania -
astronomia, Clio - storia.
CLIO
è la celebrazione. CLIO sono le storie
della vita. Le storie della specie. Le
storie delle trasformazioni dei Sistemi
Sociali. Raccontare cosa fu il passato
per conoscere i meccanismi attraverso i
quali costruire il futuro. Quante cose
sono dimenticate nella memoria degli
Esseri Umani ma non sono perdute. Ogni
cosa ha partecipato a costruire quello
che noi siamo. Ogni cosa è dentro di noi
e ci circonda. Un ululato di un lupo,
un'umana imprecazione, il canto di una
civetta. Nulla è andato perduto. Tutto è
manipolazione di quanto esiste e
manifestazione di quanto è esistito.
Ricorda e celebra! Celebra e segui le
orme e gli insegnamenti di chi ha
costruito un'esperienza.
EUTERPE
è la MUSA della musica strumentale.
E' un altro "canale di passione"
generato nell'Essere Umano per la musica
auletica. La musica del flauto. EUTERPE
è la trasformazione di un Essere Umano
nel divino, che usando uno strumento, un
oggetto, per costruire armonie riesce ad
entrare in relazione con le armonie
dell'universo. EUTERPE è la
trasformazione dell'Essere Umano per
entrare in sintonia con l'oggetto che
suona e poi con i suoni dell'universo.
Se al tempo di Esiodo questo strumento
era il flauto, oggi come oggi gli
strumenti sono numerosi.
TALIA
la MUSA, perché c'e anche una
CARITE (una Grazia).
Un altro "canale di passione" è la Musa
TALIA. La passione per la vita intesa
come una commedia che deve essere
recitata sul palcoscenico del mondo. Una
recitazione che impegna chi la esegue al
punto tale da co|||| propria personalità
a cambiare d'umore e di emozione a
seconda del personaggio che intende
recitare o della situazione che si
appresta a rappresentare.
TALIA la manifestazione della Follia
Controllata nell'Essere Umano attraverso
la quale costui affronta il mondo, gli
spettatori del mondo. Reagisce nei
confronti dei fenomeni percepiti che gli
arrivano dal mondo. Un Essere Umano che
decide come deve rappresentarsi. Quando
deve rappresentarsi. Un Essere Umano che
sceglie di organizzare la propria
apparenza in funzione del raggiungimento
di uno scopo nei confronti degli
spettatori. E ride TALIA! La sua
comicità è arte della rappresentazione.
E' la sua Follia davanti alla quale lo
spettatore altro non fa che ridere,
divertirsi: quanto è sciocca TALIA!
Quanto è immenso il suo progetto di
vita; quanto è serio! Quanto è sciocco
lo spettatore: costruisce il suo
giudizio guardando TALIA anziché
pescarlo dal proprio cuore! E TALIA fa
ridere lo spettatore. Nel farlo ridere
nasconde la fierezza, la determinazione
e la durezza del proprio progetto.
MELPOMENE
è come TALIA! Se TALIA presenta il lato
allegro e comico col quale nasconde la
propria determinazione e il proprio
progetto di vita, MELPOMENE presenta la
sua disperazione, la sua tragedia con
cui nascondere il proprio progetto di
vita. TALIA fa ridere lo spettatore;
MELPOMENE lo fa piangere! Due modi
diversi attraverso i quali rappresentare
la follia controllata degli Esseri
Umani. Due modi diversi per
rappresentare le umane passioni con cui
nascondere i progetti attraverso i quali
affrontare la vita. MELPOMENE costringe
lo spettatore a vivere delle sue stesse
passioni e delle sue stesse traversie.
Lo costringe ad essere partecipe.
Costringe l'attenzione dello spettatore
ad adeguarsi alla sua storia.
TERSICORE
è la danza. Provate ad addestrarvi
a danzare: Rappresentare l'universo
attraverso il fluire delle movenze. La
trasformazione soggettiva che comporta.
L'uso dell'Attenzione che ciò implica.
La manipolazione della propria
soggettività attraverso la quale devono
fluire le rappresentazioni della vita,
dei sentimenti, delle emozioni che dal
mondo arrivano al soggetto che danza e
che questo ritrasmette al mondo che lo
guarda. Danzare significa rappresentare.
Rappresentare quei fenomeni e quelle
tensioni che hanno inciso i propri
sentimenti attraversando la propria
attenzione.
L'individuo che danza manipola sé
stesso.
All'inizio è una manipolazione
dell'azione fisica, ma a mano a mano che
questa procede diventa manipolazione
delle sue emozioni, dei suoi sentimenti
della sua percezione del mondo. La
direzione del suo sentire sarà soltanto
sua, come soltanto sua sarà la
rappresentazione del mondo, ma lui la
trasmette. Lui prende il suo sentire e
costruisce una rappresentazione che dona
agli Esseri della propria specie. Non è
il sentire che gira vuoto nella vita, ma
è il sentire che viene rappresentato
attraverso la manipolazione della
soggettività dell'attore.
ERATO
è un canale di passione proprio degli
Esseri della Natura attraverso il quale
si manifesta AFRODITE. E' il canto
armonioso, la passione dell'amore e il
travolgere delle emozioni che
attraversano gli Esseri figli di ERA.
Quando le passioni amorose travolgono
gli Esseri, ogni prescrizione, ogni tabù
imposto dalla ragione crolla! Si
rimescola l'Energia Vitale e si sfondano
i confini posti dalla ragione. Nuovi
fenomeni, nuovi giudizi si formano negli
Esseri Umani, tutto cambia: la ragione
stessa!
Gli DEI TITANI posero dei fondamenti
nell'universo e ZEUS genera i canali di
passione per i figli di ERA affinché non
rimanessero prigionieri di tristi e
grigi confini. Attraverso quei canali di
passione i figli di ERA possono muovere
i loro passi e la passione amorosa è
calata tanto profondamente negli Esseri
figli di ERA da rappresentare l'attività
emozionale primaria sulla quale si
innestano tutte le altre passioni.
ERATO è il canto d'amore. Il canto di
passione di ogni Essere che si fonde con
la vita. ERATO vive di questa passione;
ERATO è questa passione; ERATO alimenta
questa passione.
POLIMNIA
è un "canale di passione" molto legato
agli Esseri Umani. Le passioni POLIMNIA
le esprime con le parole e la mimica.
Parole e mimica che necessitano di
altrettanta disciplina che per suonare
uno strumento o per danzare esprimendo
sentimenti, sensazioni ed emozioni.
Parole che travolgono, parole che
offendono, parole che coinvolgono,
parole che affascinano! Gesti! Gesti di
offerta, gesti di rabbia, gesti cortesi
e gesti di passione.
Sembra quasi normale POLIMNIA nelle
azioni degli Esseri Umani, nel loro
corrugare la fronte o farsi scuotere da
riso irrefrenabile. Passione che esce
dai gesti, passione che si esprime con
le parole davanti ad un uditorio che
deve essere coinvolto, travolto,
appassionato oppure indignato e
rabbioso!
Per far questo, per ottenere questo
risultato è necessario essere coinvolti!
Non si tratta della Follia Controllata
di TALIA né di quella di MELPOMENE; si
tratta di una piccola pietra che si
mette in moto generando una valanga.
TALIA e MELPOMENE nascondono l'intento
allo spettatore. L'attore crea l'inganno
per giungere al proprio INTENTO. Si
tratta dell'arte della rappresentazione
sul palcoscenico della vita. Lo
spettatore ride e piange, si diverte e
si commuove, ma rimane uno spettatore al
di là della rappresentazione
dell'attore. L'attore mantiene le
distanze dallo spettatore: io sono colui
che agisce! Lo spettatore assiste.
POLIMNIA non divide gli Esseri in attivi
e passivi, ma fra chi la manifesta e chi
ancora non la manifesta, ma deve essere
chiamato a manifestarla. L'arte di
POLIMNIA è quella di mettere in moto gli
Esseri Umani. "Alle armi, difendiamo la
patria!"
C'è una POLIMNIA che percepisce le
emozioni del mondo e le trasmette
risvegliando la POLIMNIA in ogni Essere
che assiste alla sua rappresentazione
URANIA
Quanto è piacevole guardare il cielo
stellato; quante emozioni! Il cielo
stellato è in grado di dare all'Essere
Umano, il senso dell'INFINITO in cui è
immerso.
Che grande "canale di passione" è
URANIA! Figlia di ZEUS e calata negli
Esseri Umani affinché non perdano il
contatto con l'INFINITO dal quale sono
emersi: URANO STELLATO! Quante notti gli
Esseri Umani hanno trascorso ammirando
il mondo sopra la loro testa. Un mondo
sempre vario che hanno descritto e
popolato di Esseri fantastici. La loro
fantasia ha tentato di mettere ordine in
un INFINITO nel quale il loro sentimento
e le loro emozioni si perdono. Per loro
"fortuna" la ragione ha ritagliato lo
spazio della descrizione altrimenti
l'Essere Umano avrebbe rincorso ogni
voce e ogni sussurro che da
quell'immenso sarebbe giunto a lui senza
la possibilità di costruire la
disciplina del proprio sentire. Senza la
possibilità di costruire la propria
esistenza! "Fortuna"? No! Necessità!
L'Essere Umano è divenuto in questo modo
perché quelle erano le condizioni e ZEUS
poteva ritagliare delle condizioni
nell'insieme in cui esisteva.
Gli Esseri della Natura separati
dall'INFINITO per fondare la propria
Coscienza di Sé. Nello stesso tempo
attori nell'INFINITO legati da un
"canale di Passione" che permette loro
di anelare alla LIBERTA' intesa come
movimento in spazi senza confini.
URANIA è un sussurro dell'immenso. Un
immenso nel quale Esseri Umani si sono
immersi tentando di mettere ordine.
Descrivendo e catalogando, ma sempre in
quell'immenso facevano correre la loro
fantasia. Sempre in quell'immenso
facevano rifugiare i propri desideri e,
quando questi prendevano forma, erano
sempre pregnati del Potere dell'Immenso
che alimentava il sentire e la
determinazione degli Esseri che a
quell'immenso anelavano.
di CALLIOPE
Esiodo dice: "e Calliope, che è la più
illustre di tutte!".
La MUSA che esprimo è la più importante
di tutte in quanto io la esprimo. Se io
esprimessi una diversa o diverse MUSE
queste sarebbero le più importanti. Lo
sono perché attraverso quei canali di
passione costruisco il mio cammino
nell'infinito. Altri cammini, altri
"canali di passione" mi sono
sconosciuti. Non li conosco, non li
alimento, loro mi ignorano! E' più
illustre perché quella si esprime
attraverso il mio fare e il mio
esistere.
Quante gesta e quante storie racconta
CALLIOPE. Storie epiche in cui gli
Esseri Umani dettero l'assalto al cielo
della conoscenza e della consapevolezza.
Grandi Eroi e grandi DEI hanno
alimentato CALLIOPE che tramandandone le
gesta ha mantenuto un "canale di
passione" vivo e attento nella ragione
dell'Essere Umano e del grigiore della
vita alla quale spesso è costretto.
Certo, mi alzo al mattino per lavorare,
ma ERCOLE ha compiuto le sue fatiche ed
è diventato un DIO. Certo guardo le mani
distrutte dal lavoro o la noia del
quotidiano, ma CRONOS ha tagliato i
genitali di URANO STELLATO e ZEUS ha
abbattuto CRONOS e lottato contro i
TITANI. Certo è dura spaccare la terra,
ma in un maggese tre volte arato,
DEMETRA a GIASONE generò PLUTO, la
tensione alla ricchezza e al benessere!
In ognuna delle storie che CALLIOPE
ricorda e racconta ci sono io! C'è ogni
Essere Umano che le ascolta. C'è la sua
identificazione con l'eroe. C'è il suo
sogno del balzo nell'infinito. Il suo
sogno di uscita dal quotidiano. Il suo
sogno di eternità!
CONCLUDENDO
Le MUSE sono delle Coscienze di Sé che
generatesi da ZEUS mantengono aperta la
comunicazione fra gli Esseri
circoscritti nella ragione e l'infinito
circostante. Vivere le MUSE (e
quant'altre MUSE che non conosciamo)
consente agli Esseri figli di ZEUS ed
ERA di percorrere il sentiero virtuoso
della costruzione del proprio corpo
luminoso e di bussare alle porte
dell'OLIMPO rivendicando il
riconoscimento di sé stessi in quanto
DEI.
- Zeus/LETO (Latona)
Latona nacque dai titani Febe e Ceo,
possedeva i poteri del progresso
tecnologico e vegliava sulla tecnologia
e sui fabbri. I suoi poteri erano molto
simili a quelli di Efesto (Vulcano).
Generò da Zeus i gemelli Apollo e
Artemide cacciatrice, personificazione
della luna.
Leto, a causa di una maledizione
lanciatale dalla moglie di Zeus, Era, di
cui il Dio temeva le ire e la gelosia,
non trovò ospitalità da nessuno, anzi
inseguita dal serpente Pitone, per
poter mettere al mondo i due bambini fu
costretta a vagare per il Mar Egeo
in cerca di un luogo che non avesse mai
visto la luce del sole: per questo
motivo Zeus fece emergere dal mare
un'isola fino ad allora sommersa che, di
conseguenza, il sole non aveva ancora
toccato. Si trattava dell'isola di Delo
(Ortigia nel Mar Egeo) e Leto vi partorì
aggrappata ad una palma sacra.
Altri miti riportano che la vendicativa
Era, pur di impedirne la nascita, giunse
a rapire Ilizia, dea del parto. Solo
l'intervento degli altri déi, che
offrirono alla regina dell'Olimpo una
collana di ambra lunga nove metri,
riuscì a convincere Era a desistere dal
suo intento.
Artemide nacque per prima, dopo soli sei
mesi di gestazione ed aiutò poi la madre
a dare alla luce Apollo che nacque
invece il settimo mese.
Partoriti Apollo e Diana, Latona in
segno di gratitudine fissò l'isola a
quattro pilastri emergenti dal fondo
marino per darle stabilità. I figli di
Latona in seguito uccisero il serpente,
sul monte Parnaso, per vendicarsi delle
sofferenze inflitte alla madre.
Artemide (Diana),
Nella mitologia greca, è una figura
molto complessa.
Come Apollo è il dio del sole,
Artemide è la dea della luna. E'
anche identificata più comunemente
come la dea della caccia che armata
di arco e di frecce, seguita dal suo
corteo di ninfe, corre per monti e
praterie alla ricerca di selvaggina
non risparmiando i coraggiosi che
osano sfidarla.
Era, per sua espressa richiesta,
vergine ma era adorata anche come
dea del parto e della fertilità
perché si diceva avesse aiutato la
madre a partorire il fratello
Apollo. Nei secoli
Artemide/Diana,Ecate e Selene/Luna
divennero una triade lunare
contemplata nel
(neo)paganesimo,nell'esoterismo e
nella wicca.
In Arcadia era considerata la
progenitrice del popolo e venerata
come Agròtera (dea della natura
selvaggia), ma era adorata e
celebrata allo stesso modo in quasi
tutte le zone della Grecia. I più
importanti luoghi di culto a lei
dedicati si trovavano a Delo (sua
isola natale), Braurone, Munichia
(su una collina nei pressi del
Pireo) ed a Sparta.
Nella Ionia, la "Signora di Efeso",
una dea che viene identificata con
Artemide, era oggetto di uno dei
culti più importanti, infatti
questa divinità era considerata la
protettrice della natura ed il suo
culto era tanto forte e radicato che
rimase fin agli inizi dell'era
cristiana. Il Tempio di Artemide ad
Efeso, una delle sette meraviglie
del mondo, fu probabilmente il più
conosciuto centro dedicato al suo
culto all'infuori di Delo. Negli
Atti degli apostoli i fabbri efesini
, quando sentono la loro fede
minacciata dalla predicazione di
Paolo, si levano a difenderla con
fervore gridando: "Grande è Artemide
degli efesini!!".
Le fanciulle ateniesi di età
compresa tra i cinque e dieci anni
venivano mandate al santuario di
Artemide a Braurone per servire la
dea per un anno: durante questo
periodo le ragazze erano conosciute
come "arktoi" (orsette). Una
leggenda spiega le ragioni di questo
periodo di servitù narrando che un
orso aveva preso l'abitudine di
entrare nella cittadina di Braurone
e la gente aveva cominciato a
nutrirlo, in modo che in breve tempo
l'animale era diventato docile ed
addomesticato. Una giovinetta prese
ad infastidire l'orso che, secondo
una versione la uccise, secondo
un'altra le strappò gli occhi. Ad
ogni modo il fratello della ragazza
uccise l'orso, Artemide andò per
questo in collera e pretese che le
ragazze prendessero il posto
dell'orso nel suo santuario come
riparazione per la morte
dell'animale.
Le più antiche rappresentazioni di
Artemide nell'arte greca dell'età
arcaica la ritraggono come "Potnia
Theron" (La regina degli animali
selvatici): una dea alata che tiene
in mano un cervo e un leopardo,
qualche volta un leone e un
leopardo. Nell'arte classica greca
era abitualmente ritratta come
vergine cacciatrice , con una corta
gonna, gli stivali da caccia, la
faretra con le frecce d'argento ed
un arco. Spesso è ritratta mentre
sta scoccando una freccia e insieme
a lei vi sono o un cane o un cervo.
Gli attributi caratteristici della
dea variano spesso: l'arco e le
frecce sono talvolta sostituiti da
delle lance da caccia. Vi sono
rappresentazioni di Artemide vista
anche come dea delle danze delle
fanciulle, ed in questo caso tiene
in mano una lira, oppure come dea
della luce mentre stringe in mano
due torce accese e fiammeggianti.
Solo nel periodo post-classico si
possono trovare rappresentazioni di
un'Artemide che porta la corona
lunare, simbolo della sua
identificazione con la dea Luna,
mentre nei tempi più antichi,
sebbene questa identificazione fosse
già presente, questo tipo di
iconografia non fu mai usata.
L'infanzia di Artemide non è
raccontata da alcun mito giunto fino
a noi, ma un poema di Callimaco –
"la dea che si diverte usando l'arco
sulle montagne" – ne riporta un
suggestivo aneddoto. Giunta all'età
di tre anni Artemide, sedendo sulle
ginocchia del re degli dei, chiese
al padre Zeus di far avverare alcuni
suoi desideri: per prima cosa chiese
di restare per sempre vergine, poi
di non dover mai sposarsi e di avere
sempre a disposizione cani da caccia
con le orecchie basse, cervi che
tirassero il suo carro e ninfe come
compagne di caccia ("sessanta
fanciulle danzanti, figlie di
Oceano, tutte di nove anni, tutte
piccole ninfe di mare"). Il padre la
assecondò e realizzò i suoi
desideri. Tutte le sue
compagne rimasero così vergini ed
Artemide vigilò strettamente sulla
loro castità.
Atteone:
Un giorno Artemide stava facendo il
bagno nuda in una valle sul monte
Citerone quando arrivò il principe
tebano Atteone, che stava andando a
caccia. Si fermò a guardarla,
affascinato dalla sua incantevole
bellezza, e ne fu talmente incantato
che, senza accorgersene, calpestò un
ramo e per il rumore Artemide si
accorse di lui. Restò così
disgustata dal suo sguardo fisso sul
suo corpo nudo che decise di
lanciargli addosso dell'acqua magica
e trasformarlo in un cervo: in
questo modo i suoi cani,
scambiandolo per una preda, lo
uccisero sbranandolo. Una versione
alternativa della storia narra che
Atteone si fosse vantato di essere
un cacciatore migliore di lei e che
quindi la dea lo trasformò in cervo,
facendolo divorare per vendetta.
Adone:
Secondo alcune versioni della
leggenda di Adone, Artemide mandò un
cinghiale selvaggio ad uccidere il
giovane per punirlo per essersi
vantato di essere un cacciatore
migliore della dea. Secondo altre,
invece, Adone era uno degli amanti
di Afrodite, così Artemide lo uccise
per rendere la pariglia ad Afrodite
per la morte di Ippolito, uno dei
suoi favoriti.
Callisto:
Una delle ninfe compagne di
Artemide, Callisto, perse la
verginità per mano di Zeus, che andò
da lei trasformato in Apollo o,
secondo altre versioni, in Artemide
stessa: infuriata, la dea la
trasformò in un'orsa. Il figlio di
Callisto, Arcade, per poco non
uccise la madre durante una battuta
di caccia, ma fu fermato da Zeus che
li pose entrambi nel cielo sotto
forma di costellazioni, l'Orsa
maggiore e l'Orsa Minore. Altre
versioni riportano invece che
Artemide uccise l'orsa con una
freccia.
Ifigenia e Artemide a
Tauride:
Artemide volle punire Agamennone per
aver ucciso un cervo sacro oppure,
secondo un'altra versione, per
essersi vantato di essere un
cacciatore migliore di lei. Quando
la flotta greca si stava preparando
per salpare verso Troia per portare
la guerra, Artemide fece sparire il
vento. L'indovino Tiresia disse ad
Agamennone che l'unico modo per
placare la dea era sacrificare sua
figlia Ifigenia. Quando il re era
sul punto di farlo, Artemide la
portò via dall'altare e la sostituì
con un cervo. La fanciulla fu
trasportata in Crimea e nominata
sacerdotessa del tempio della dea a
Tauride, nel quale le venivano
offerti come sacrifici umani gli
stranieri. In seguito suo fratello
Oreste la riportò in Grecia dove, in
Laconia, istituì il culto di
Artemide Tauridea. Secondo le
cronache spartane il legislatore
Licurgo sostituì l'usanza del
sacrificio umano con la
flagellazione.
Niobe:
Niobe, regina di Tebe e moglie di
Anfione, si vantò di essere migliore
di Latona perché mentre lei aveva
avuto 14 figli, sette maschi e sette
femmine (niobidi), Latona ne aveva
avuti soltanto due. Quando Artemide
e Apollo vennero a saperlo si
affrettarono a vendicarsi: usando
delle frecce avvelenate, Apollo le
uccise i figli mentre stavano
facendo ginnastica, badando che
soffrissero molto prima di morire,
mentre Artemide colpì le figlie, che
si accasciarono all'istante senza un
lamento. Anfione, vedendo i suoi
figli morti, decise di togliersi a
sua volta la vita. Niobe, distrutta,
quando iniziò a piangere fu
trasformata in pietra da Artemide.
Secondo alcune versioni della
leggenda fu scagliata in qualche
luogo sperduto del deserto egiziano.
Un'altra sostiene che le sue lacrime
formarono il fiume Acheloo. Dato che
Zeus aveva trasformato in statue
tutti gli abitanti di Tebe, nessuno
seppellì i Niobidi per nove giorni,
perciò furono gli dei stessi a
provvedere a calarli nella tomba.
Taigete:
Taigete, una delle Pleiadi, era una
delle compagne di caccia di
Artemide. Quando si accorse che Zeus
tentava con insistenza di
insidiarla, la ninfa pregò Artemide
di aiutarla e la dea la trasformò in
una cerva. Zeus però la possedette
ugualmente mentre si trovava in
stato di incoscienza, e dall'unione
nacque Lacedemone il mitico
fondatore di Sparta.
Oto ed Efialte
Oto ed Efialte erano due fratelli
giganti che un giorno decisero di
assaltare il Monte Olimpo e
riuscirono a rapire Ares ed a
tenerlo richiuso in un grosso vaso
per tredici mesi. Artemide si
trasformò in un cervo e si mise a
correre tra di loro: I due giganti,
per non farsela sfuggire dato che
erano esperti cacciatori, le
lanciarono contro le loro lance, ma
finirono per uccidersi l'un l'altro.
Le Meleagridi:
Dopo la morte di Meleagro, Artemide
trasformò le sue inconsolabili
sorelle, le Meleagridi in galline
faraone.
Atalanta ed Eneo:
Artemide salvò la piccola Atalanta
dalla morte per assideramento, dopo
che suo padre l'aveva abbandonata,
mandando da lei un'orsa che la
allattò finché non venne raggiunta
da alcuni cacciatori. Tra le sue
avventure, Atalanta partecipò alla
caccia del Cinghiale Calidonio che
Artemide aveva mandato per
distruggere Calidone, dato che il re
Eneo si era dimenticato di lei
durante i sacrifici per celebrare il
raccolto.
La guerra di Troia:
Durante la decennale guerra,
Artemide si schierò dalla parte dei
troiani contro i Greci. Si azzuffò
con Era quando i divini alleati
delle due parti si scontrarono tra
loro: Era la colpì sulle orecchie
con la sua stessa faretra e le
frecce caddero a terra mentre
Artemide fuggì da Zeus piangendo.
Pare che Artemide sia stata
rappresentata come sostenitrice
della causa troiana sia perché il
fratello Apollo era il protettore
della città, sia perché essa stessa
nell'antichità era molto venerata
nelle zone dell'Anatolia
occidentale.
Mitopsicologia:
L'esegesi psicologica del mito di
Artemide descrive un archetipo
femminile caratterizzato da un forte
spirito d'indipendenza dall'uomo e
da una forte solidarietà col mondo
delle altre donne.
è un femminile caratteristico
dell'età moderna, dalle letterate e
artiste del primo Novecento
all'esperienza femminista e oltre.
In molte rappresentazioni pittoriche
e in letteratura, Diana cacciatrice
- la cui grazia femminile del corpo
contrasta decisamente con l'aspetto
fiero e quasi virile del viso -
viene spesso raffigurata con arco e
frecce. Di figura atletica e
longilinea, ha i capelli raccolti
dietro il capo e indossa vesti
semplici quasi a sottolineare una
natura dinamica se non addirittura
androgina.
Diana italica
Diana , latina e romana, è signora
delle selve, protettrice degli
animali selvatici, custode delle
fonti e dei torrenti, protettrice
delle donne, cui assicurava parti
non dolorosi, e dispensatrice della
sovranità. Più tardi fu assimilata
alla dea greca Artemide assumendone
le stesse caratteristiche di vergine
dea della caccia, irascibile quanto
vendicativa, e l'accostamento alla
Luna
Il principale luogo di culto di
Diana si trovava presso il piccolo
lago laziale di Nemi, sui colli
Albani, e il bosco che lo circondava
era detto nemus aricinum per la
vicinanza con la città di Ariccia.
Il santuario di Ariccia potrebbe
essere stato il nuovo santuario
federale dei latini dopo la caduta
di Alba Longa. Ciò è desumibile da
quanto riportato da Catone il
Censore nelle Origines, cioè che il
dittatore tusculano Manio Egerio
Bebio officiò una cerimonia
comunitaria nel nemus aricinum
insieme ai rappresentanti delle
altre principali comunità latine
dell'epoca (Ariccia, Lanuvio,
Laurentum, Cora, Tibur, Pometia,
Ardea e i Rutuli).
In seguito Servio Tullio fonda il
nuovo tempio di Diana sull'Aventino
e lì sposta il centro del culto
federale con il consenso
dell'aristocrazia latina.
Altri santuari erano situati nei
territori del Lazio antico e della
Campania: il colle di Corne, presso
Tusculum, dove è chiamata con il
nome latino arcaico di deva Cornisca
e dove esisteva un collegio di
cultori della dea come attesta
un'iscrizione ritrovata presso
Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio
Severino patrono del collegio; il
monte Algido, sempre presso Tuscolo;
a Lanuvio, dove è festeggiata alle
idi (13) di agosto dal Collegio
Salutare di Diana e Antinoo; a
Tivoli, dove è chiamata Diana
Opifera Nemorens; un bosco sacro
citato da Tito Livio ad compitum
Anagninum, cioè all'incrocio fra la
via Labicana e la via Latina, presso
Anagni, e del quale nel settembre
2007 si è parlato del possibile
ritrovamento dei suoi resti; il
monte Tifata, presso Capua.
Apollo (Febo)
Abbandonata da Giove alla furia
vendicativa di Giunone, Leto andava
cercando disperatamente un luogo
dove potesse dare alla luce il
bambino che portava in seno, figlio
di Giove. Giunone proibì alla Madre
Terra di offrire ospitalità a Leto e
mandò a perseguitarla un mostruoso
serpente, Pitone. Da ultimo Leto
mise al mondo un figlio e una figlia
sulla fluttuante isola di Delo.
Apollo venne allevato nel paese
degli Iperborei e diventò un
bravissimo arciere.
Poco più che bambino si cimentò
nell'impresa di uccidere il drago
ctonio Pitone, reo di aver tentato
di stuprare Leto mentre questa era
incinta del dio, e che come
ricompensa aveva ricevuto
l'incarico, da Rea, di guardiano del
sacro speco a Delfi. Apollo lo
uccise presso la sua tana, situata
nei pressi della fonte castalia nei
pressi di Delfi, città dove sarebbe
poi sorto l'oracolo a lui dedicato.
Per commemorare l'uccisione da lui
compiuta del mostro, Apollo istituì
i Giochi Pitici, che culminavano in
una gara di corsa da Delfi alla
Tessaglia. Altro che Maratona!
Apollo è il dio delle arti, della
medicina, della musica e della
profezia; in seguito fu venerato
anche nella religione romana.
Era patrono della poesia, in quanto
capo delle Muse, e viene anche
descritto come un provetto arciere
in grado di infliggere, con la sua
arma, terribili pestilenze ai popoli
che lo contrariavano. In quanto
protettore della città e del tempio
di Delfi, Apollo era anche venerato
come dio oracolare, capace di
svelare, tramite la sacerdotessa
chiamata Pizia o Pitonessa, il
futuro agli esseri umani. Per
questo, era adorato nell'antichità
come uno degli dèi più importanti
del Dodekatheon.
Nella tarda antichità greca Apollo
usurpò il posto di Elio, dio del
Sole. Preceduto dalla sua assistente
Aurora (Eos), Elio conduceva ogni
giorno il cocchio solare dal suo
splendido palazzo di oriente al
lontano mare in occidente. Dopo aver
fatto pascolare i suoi cavalli nelle
Isole Fortunate, Elio ritornava alla
base seguendo il fiume Oceano che
circondava il mondo. A causa della
somiglianza fra i loro attributi, e
per la giovanile bellezza di
entrambi, Elio venne identificato
con Apollo, e i loro miti si fusero.
Un simile "passaggio di consegne"
avvenne anche presso i Romani, in
quanto, a partire dalla tarda età
Repubblicana, Apollo divenne "alter
ego" del Sol Invictus, una delle più
importanti divinità romane. In ogni
caso, almeno presso i Greci Apollo
ed Elios rimasero entità separate e
distinte, almeno nei testi letterari
e mitologici dell'epoca.
Erano ben due le città che si
contendevano il titolo di luoghi di
culto principali del dio: Delfi,
sede del già citato oracolo, e Delo.
L'importanza attribuita al dio è
testimoniata anche da nomi teoforici
come Apollonio o Apollodoro, comuni
nell'antica Grecia, e dalle molte
città che portavano il nome di
Apollonia. Il dio delle arti veniva
inoltre adorato in numerosi siti di
culto sparsi, oltre che sul
territorio greco, anche nelle
colonie disseminate sulle rive
africane del Mediterraneo,
nell'esapoli dorica in Caria, in
Sicilia e in Magna Grecia.
Suoi attributi tipici erano l'arco e
la cetra. Altro suo emblema
caratteristico è il tripode
sacrificale, simbolo dei suoi poteri
profetici. Animali sacri al dio
erano i cigni (simbolo di bellezza),
i lupi, le cicale (a simboleggiare
la musica e il canto), e ancora
falchi, corvi e serpenti, questi
ultimi con riferimento ai suoi
poteri oracolari. Altro simbolo di
Apollo è il grifone, animale
mitologico di lontana origine
orientale.
Come molti altri déi greci, Apollo
possedeva numerosi epiteti, atti a
riflettere i diversi ruoli, poteri e
aspetti della personalità del dio
stesso. Il titolo di gran lunga
maggiormente attributo ad Apollo (e
spesso condiviso dalla sorella
Artemide) era quello di Febo,
letteralmente "splendente" o
"lucente", riferito sia alla sua
bellezza sia al suo legame con il
sole (o con la luna nel caso di
Artemide). Quest'appellativo venne
mutuato e utilizzato anche dai
romani.
Dafne
figlia e sacerdotessa di Gea, la
Madre Terra e del fiume Peneo (o
secondo altri del fiume Lacone), era
una giovane ninfa che viveva serena
passando il suo tempo a deliziarsi
della quiete dei boschi e del
piacere della caccia la cui vita fu
stravolta a causa del capriccio di
due divinità: Apollo ed Eros.
Racconta infatti la leggenda che un
giorno Apollo, fiero di avere ucciso
a colpi di freccia il gigantesco
serpente Pitone alla tenera età di
quattro giorni, incontra Eros che
era intendo a forgiare un nuovo arco
e si burlò di lui, del fatto che non
avesse mai compiuto delle azioni
degne di gloria.
Il dio dell'amore, profondamente
ferito dalle parole di Apollo, volò
in cima al monte Parnaso e lì
preparò la sua vendetta: prese due
frecce, una spuntata e di piombo,
destinata a respingere l'amore, che
lanciò nel cuore di Dafne ed
un'altra ben acuminata e dorata,
destinata a far nascere la passione,
che scagliò con violenza nel cuore
di Apollo.
Da quel giorno Apollo iniziò a
vagare disperatamente per i boschi
alla ricerca della ninfa, perchè era
talmente grande la passione che
ardeva nel suo cuore che ogni minuto
lontano da lei era una tremenda
sofferenza. Alla fine riuscì a
trovarla ma Dafne appena lo vide,
scappò impaurita e a nulla valsero
le suppliche del dio che gridava il
suo amore e le sue origini divine
per cercare di impressionare la
giovane fanciulla.
Dafne, terrorizzata, scappava tra i
boschi. Accortasi però che la sua
corsa era vana, in quanto Apollo la
incalzava sempre più da vicino,
invocò la Madre Terra di aiutarla e
questa, impietosita dalle richieste
della figlia, inziò a rallentare la
sua corsa fino a fermarla e
contemporaneamente a trasformare il
suo corpo: i suoi capelli si
mutarono in rami ricchi di foglie;
le sue braccia si sollevarono verso
il cielo diventando flessibili rami;
il suo corpo sinuoso si ricoprì di
tenera corteccia; i suoi delicati
piedi si tramutarono in robuste
radici ed il suo delicato volto
svaniva tra le fronde dell'albero.
Dafne si era trasformata in un
leggiadro e forte albero che prese
il nome di LAURO (In greco dafnos
vuol dire lauro).
La trasformazione era avvenuta sotto
gli occhi di Apollo che disperato,
abbracciava il tronco nella speranza
di riuscire a ritrovare la dolce
Dafne.
Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (I,
555-559): "Apollo l'ama, e abbraccia
la pianta come se fosse il corpo
della ninfa; ne bacia i rami, ma
l'albero sembra ribellarsi a quei
baci. Allora il dio deluso così le
dice:"Poichè tu non puoi essere mia
sposa, sarai almeno l'albero mio: di
te sempre, o lauro, saranno ornati i
miei capelli, la mia cetra, la mia
faretra".
Il dio quindi proclamò a gran voce
che la pianta dell'alloro sarebbe
stata sacra al suo culto e segno di
gloria da porsi sul capo dei
vincitori.
Così ancor oggi, in ricordo di
Dafne, si è solito cingere il capo
di coloro che compiono imprese
memorabili, con una corona di
alloro.
Giacinto
Esiste anche un fiore che è legato a
una disavventura di Apollo egli
amava un bel giovinetto di nome
Giacinto, ch'era ardentemente
bramato pure da Zeffiro, dio del
vento occidentale. Apollo e il
ragazzo stavano giocando al lancio
del disco ad Amiclae, presso Sparta,
allorché Zefiro soffiò così
violentemente sul disco di Apollo da
mandarlo a finire addosso a
Giacinto, che ne rimase mortalmente
ferito. Le gocce del suo sangue
furono cangiate in fiori che presero
il suo nome.
Apollo e Pan
Apollo ebbe una sfida musicale con
il dio Pan, che aveva avuto l'ardire
di affermare di essere più bravo del
dio a suonare. Il giudice della
contesa fu Tmolo, dio di una
montagna omonima in Lidia; esso
rimase incantato quando Pan suonò il
suo strumento, incoraggiato dal
sostegno del suo buon amico Mida, ma
appena Apollo sfiorò le corde della
sua lira, Tmolo non poté che
dichiarare il dio vincitore della
gara. Mida protestò vivamente per
questa decisione, e arrivò a mettere
in dubbio l'imparzialità
dell'arbitro. Apollo, offeso,
trasformò le orecchie
dell'irrispettoso umano in orecchie
d'asino.
Apollo e Admeto
Quando Zeus uccise Asclepio, figlio
di Apollo, come punizione per aver
osato resuscitare i morti con il suo
talento medico, il dio per vendetta
massacrò i ciclopi, che avevano
forgiato i fulmini di Zeus. Stando
alla tragedia di Euripide Alcesti,
come punizione per questo suo gesto
Apollo venne costretto dal padre
degli déi a servire l'umano Admeto,
re di Fere, per nove anni. Apollo
lavorò dunque presso il re come
pastore, e venne da questi trattato
in modo tanto gentile che, allo
scadere dei nove anni, gli concesse
un dono: fece sì che le sue mucche
partorissero solo figli gemelli. In
seguito, il dio aiutò Admeto a
ottenere la mano di Alcesti, che per
volere del padre sarebbe potuta
andare in sposa solo a chi fosse
riuscito a mettere il giogo a due
bestie feroci: Apollo gli regalò
dunque un carro trainato da un leone
e un cinghiale.
Apollo ed Ermes
Un mito degli inni omerici racconta
dell'incontro tra il giovane Ermes e
Apollo. Il dio dei ladri, appena
nato, sfuggì infatti alla custodia
della madre Maia e iniziò a
vagabondare per la Tessaglia, fino a
imbattersi nel gregge di Admeto,
custodito da Apollo. Ermes riuscì
con uno stratagemma a rubare gli
animali e, dopo essersi nascosto in
una grotta, usò gli intestini di
alcuni di essi, tesi sul guscio
vuoto di una tartaruga, per
confezionarsi una lira. Quando
Apollo, infuriato, riuscì a
rintracciare Ermes e a pretendere,
con l'appoggio di Zeus, la
restituzione del bestiame, non poté
fare a meno di innamorarsi dello
strumento e del suo suono, e accettò
infine di lasciare a Ermes il
maltolto, in cambio della lira, che
sarebbe diventata da allora uno dei
suoi simboli.
Orfeo
Il Dio Apollo un giorno donò la
Lira ad Orfeo e le muse gli
insegnarono ad usarla e divenne
talmente abile che fu il più
famoso poeta e musicista che la
storia abbia mai avuto. Acquistò
una tale padronanza dello
strumento che aggiunse anche
altre due corde portando a nove
il loro numero per avere una
melodia più soave.
Partecipando alla spedizione
degli Argonauti, quando la nave
Argo giunse in prossimità
dell'isola delle Sirene, fu
grazie ad Orfeo e alla sua cetra
che gli argonauti riuscirono a
non cedere alle insidie nascoste
nel canto delle sirene.
Ogni creature amava Orfeo ed era
incantata dalla sua musica e
dalla sua poesia ma Orfeo aveva
occhi solo per una donna:
Euridice, figlia di Nereo e di
Doride che divenne sua sposa. Il
destino però non aveva previsto
per loro un amore duraturo
infatti un giorno la bellezza di
Euridice fece ardere il cuore di
Aristeo che si innamorò di lei e
cercò di sedurla. La fanciulla
per sfuggire alle sue insistenze
si mise a correre ma ebbe la
sfortuna di calpestare un
serpente nascosto nell'erba che
la morsicò, provocandone la
morte istantanea.
Orfeo, impazzito dal dolore e
non riuscendo a concepire la
propria vita senza la sua sposa
decise di scendere nell'Ade per
cercare di strapparla dal regno
dei morti. Convinse con la sua
musica Caronte a traghettarlo
sull'altra riva dello Stige; il
cane Cerbero ed i giudici dei
morti a farlo passare e
nonostante fosse circondato da
anime dannate che tentavano in
tutti i modi di ghermirlo,
riuscì a giungere alla presenza
di Ade e Persefone.
Una volta giunto al loro
cospetto, Orfeo iniziò a suonare
e a cantare la sua disperazione
e solitudine e le sue melodie
erano così piene di dolore e di
disperazione che gli stessi
signori degli inferi si
commossero; le Erinni piansero;
la ruota di Issione si fermò ed
i perfidi avvoltoi che
divoravano il fegato di Tizio
non ebbero il coraggio di
continuare nel loro macabro
compito. Anche Tantalo dimenticò
la sua sete e per la prima volta
nell'oltretomba si conobbe la
pietà come narra Ovidio nelle
Metamorfosi (X, 41-63).
Fu così che fu concesso ad Orfeo
di ricondurre Euridice nel regno
dei vivi a condizione che
durante il viaggio verso la
terra la precedesse e non si
voltasse a guardarla fino a
quando non fossero giunti alla
luce del sole.
Narra Ovidio nelle Metamorfosi
(X, 41-63). "(...) Nè la regale
sposa, nè colui che governa
l'abisso opposero rifiuto
all'infelice che li pregava e
richiamarono Euridice. Costei
che si trovava tra le ombre dei
morti da poco tempo, si avanzò,
camminando a passo lento per
causa della ferita. Il tracio
Orfeo la riebbe,a patto che non
si voltasse indietro a guardarla
prima di essere uscito dalla
valle infernale (...)"
Orfeo, presa così per mano la
sua sposa iniziò il suo cammino
verso la luce.
Durante il viaggio, un sospetto
cominciò a farsi strada nella
sua mente pensando di condurre
per mano un'ombra e non
Euridice. Dimenticando così la
promessa fatta si voltò a
guardarla ma nello stesso
istante in cui i suoi occhi si
posarono sul suo volto Euridice
svanì, ed Orfeo assistette
impotente alla sua morte per la
seconda volta.
Narra Ovidio nelle Metamoforsi
(X, 61-63): "Ed Ella, morendo
per la seconda volta, non si
lamentò; e di che cosa avrebbe
infatti dovuto lagnarsi se non
d'essere troppo amata? Porse al
marito l'estremo addio, che
Orfeo a stento riuscì ad
afferrare, e ripiombò di nuovo
nel luogo donde s'era mossa"
Invano Orfeo per sette giorni
cercò di convincere Caronte a
condurlo nuovamente alla
presenza del signore degli
inferi ma questi per tutta
risposta lo ricacciò alla luce
della vita.
Si rifugiò allora Orfeo sul
monte Rodope, in Tracia
trascorrendo il tempo in
solitudine e al pensiero del
tenebroso baratro dove aveva
visto costretta la sua euridice.
Per questo inizio ad adorare
Elio (che chiamava Apollo) e non
più Dioniso ed ogni mattina si
svegliava all'alba per
accogliere il sorgere del sole.
Allora Dioniso istigò le
Baccanti che decisero di
ucciderlo durante un'orgia
bacchica. Arrivato il momento
stabilito, si scagliarono contro
di lui con furia selvaggia, lo
fecero a pezzi e sparsero le sue
membra per la campagna gettando
la testa nel fiume Ebro (ma
esistono altre versioni).
Disse Virgilio (Georgiche, IV):
"... anche allora, mentre il
capo di Orfeo, spiccato dal
collo bianco come marmo, veniva
travolto dai flutti, "Euridice!"
ripeteva la voce da sola; e la
sua lingua già fredda: "Ah,
misera Euridice!" chiamava con
la voce spirante; e lungo le
sponde del fiume l'eco ripeteva
"Euridice"."
Le Muse recuperarono le membra
di Orfeo e le seppellirono ai
piedi del monte Olimpo ed ancor
oggi, in quel luogo, il canto
degli usignoli è il più soave
che in qualunque parte della
terra.
Ma gli dei che tutto vedevano e
giudicavano, decisero di inviare
una tremenda pestilenza in tutta
la Tracia per punire il delitto
delle Baccanti. La popolazione
allo stremo delle forze consultò
l'oracolo per sapere come far
cessare quella disgrazia e
questi sentenziò che per porre
fine a tanto dolore era
necessario cercare la testa di
Orfeo e rendergli gli onori
funebri. Fu così che la sua
testa venne ritrovata da un
pescatore nei pressi della foce
del fiume Melete e fu deposta
nella grotta di Antissa, sacra a
Dioniso. In quel luogo la testa
di Orfeo iniziò a profetizzare
finchè Apollo, vedendo che i
suoi oracoli di Delfi, Grinio e
Claro non erano più ascoltati,
si recò alla grotta e gridò alla
testa di Orfeo di smettere di
interferire con il suo culto. Da
quel giorno la testa tacque per
sempre.
Fu recuperata anche la sua lira
che fu portata a Lesbo nel
tempio di Apollo che però decise
di porla nel cielo in modo che
tutti potessero vederla a
ricordo del fascino della poesia
e delle melodie dello sfortunato
Orfeo, alle quali anche la
natura si arrendeva, creando la
costellazione della Lira.
Apollo e Oreste
Apollo ordinò a Oreste, tramite il
suo oracolo di Delfi, di uccidere
sua madre Clitennestra; per questo
suo crimine Oreste venne a lungo
perseguitato dalle Erinni.
Apollo durante la guerra di Troia
L'inizio del'Iliade di Omero vede
Apollo schierato a fianco dei
Troiani, durante la guerra di Troia.
Il dio era infatti infuriato con i
greci, e in particolare con il loro
capo Agamennone, per il rapimento da
questi perpetrato di Criseide,
giovane figlia di Crise, sacerdote
di Apollo. Per vendicare l'affronto,
il dio decimò le schiere achee con
le sue terribili frecce, fino a che
il capo dei greci non acconsentì a
rilasciare la prigioniera,
pretendendo in cambio Briseide,
schiava di Achille. Questo fatto
provocò l'ira dell'eroe mirmidone,
che è uno dei temi centrali del
poema.
Apollo continuò comunque a
parteggiare per i troiani durante la
guerra: in un'occasione salvò la
vita a Enea, ingaggiato in duello da
Diomede. In seguito, aiutò Paride a
uccidere Achille, guidando la
freccia da questi scagliata nel
tallone dell'eroe, il suo unico
punto debole. Da non dimenticare
infine,l'importantissimo aiuto che
il dio offrì a Ettore e a Euforbo
nel combattimento che li vedeva
avversari del potente Patroclo,
amico e maestro del valorosissimo
Achille, il dio infatti, oltre ad
aver stordito il giovane,confuso per
il re mirmidone, vista l'armatura
che indossava, lo privò di
quest'ultima sciogliendola come neve
al sole. Distrusse perfino la punta
della lancia con cui Patroclo stava
mietendo vittime tra le file
troiane.
Apollo e Cassandra
Per sedurre Cassandra, figlia del re
di Troia Priamo, Apollo le promise
il dono della profezia. Tuttavia,
dopo aver accettato il patto, la
donna si tirò indietro,
rimangiandosi la parola data. Il dio
allora, sputandole sulle labbra, le
diede sì il dono di vedere il
futuro, ma la condannò a non venir
mai creduta per le sue previsioni.
Apollo e Marpessa
Apollo amò anche una donna chiamata
Marpessa, che era contesa fra il dio
e l'umano chiamato Ida. Per dirimere
la contesa tra i due, intervenne
Zeus, che decise di lasciare la
donna libera di decidere; questa
scelse Ida, perché consapevole del
fatto che Apollo, essendo immortale,
si sarebbe stancato di lei quando
l'avrebbe vista invecchiare.
Asclepio
Il più noto figlio di Apollo è
Asclepio, dio della medicina presso
i greci. Asclepio nacque dall'unione
tra il dio e Coronide; quest'ultima
però, mentre portava in grembo il
bambino, si innamorò di Ischi e
fuggì con lui. Quando un corvo andò
a riferire l'accaduto ad Apollo,
questi dapprima pensò a una
menzogna, e fece diventare il corvo
nero come la pece, da bianco che
era. Scoperta poi la verità, il dio
chiese a sua sorella Artemide di
uccidere la donna. Apollo salvò
comunque il bambino, e lo affidò al
centauro Chirone, perché lo
istruisse alle arti mediche. Come
ricompensa per la sua lealtà, il
corvo divenne animale sacro del dio,
ed ebbe da Apollo il potere di
prevedere le morti imminenti. In
seguito Flegias, padre di Coronide,
per vendicare la figlia diede fuoco
al tempio di Apollo a Delfi, e venne
per questo ucciso dal dio e
scaraventato nel Tartaro.
Nel frattempo Asclepio cresceva
forte e saggio grazie agli
insegnamenti di Chirone e più
passava il tempo e più diventava
abile e sapiente nell'uso dei
medicamenti e dei ferri chirurgici
tanto che decise di mettere a
disposizione di tutte le persone che
soffrivano per malattia, le sue
conoscenze.
Un giorno Asclepio ricevette in dono
da Atena due fiale: una contenente
il sangue colato dalle vene della
parte sinistra del corpo della
Gorgona Medusa che aveva il potere
di resuscitare i morti; un'altra con
il sangue che era colato dalla parte
destra dello stesso corpo ma che
aveva il potere di dare la morte.
Asclepio iniziò ad usare questo
sangue e furono in molti a
beneficiare di questo straordinario
dono: Licurgo, Capaneo, Tindareo,
Glauco, Ippolito, e tanti altri che
furono riportati in vita.
Tutto procedeva per il meglio fino a
che Ade, che regnava sul mondo dei
defunti si recò da Zeus per
chiedergli di fermare Asclepio
perchè a suo giudizio stava
sovvertendo l'ordine naturale delle
cose e le leggi stesse della natura.
Zeus, dopo averlo attentamente
ascoltato, gli diede ragione e
decise che l'operato di Asclepio
doveva essere interrotto e così
scagliò su di lui le sue folgori,
uccidendolo.
Apollo, appresa la morte del figlio
e disapprovando il comportamento di
Zeus, si recò presso la dimora dei
Ciclopi, che avevano il compito di
creare le folgori per Zeus, e li
uccise tutti.
Asclepio dopo la morte, fu premiato
da Zeus che per la sua saggezza lo
elevò al rango di divinità,
facendogli innalzare templi e
statue.
Zeus fece di lui una costellazione,
la costellazione di Ofiuco
(Ophiucus) dal greco "ofiókos =
colui che tiene il serpente": la si
vede a partire dal mese di maggio e
fino a settembre e si rappresenta
come un uomo che tiene tra le mani
un serpente e per questo motivo
viene anche chiamata Serpentario.
Ad Asclepio furono consacrati i
serpenti. Una leggenda racconta
infatti che un giorno mentre pensava
su come resuscitare Glauco (figlio
di Minosse e Pasifae) teneva in mano
un bastone sul quale un serpente
cercò di salire. Asclepio,
infastidito, lo uccise a bastonate.
Poco dopo arrivò un altro serpente
che appoggiò sulla testa del
serpente morto un'erba e questo
resuscitò. Allora Asclepio prese
quella stessa erba e con essa
riportò alla vita Glauco. Da qui
probabilmente l'associazione del
serpente con Asclepio.
Ad Asclepio fu consacrata la scienza
della medicina e gli furono
innalzati templi e statue e
rapidamente il suo culto si diffuse
ovunque nel mondo conosciuto
diventando il padre della medicina.
Per i romani il culto di Asclepio
divenne il culto di Esculapio
introdotto nel 293 a.C. per ordine
dei Libri Sibillini per far cessare
una terribile epidemia.
- Zeus/ERA
Fu dai Romani
assimilata all'italica Giunone. Di
matronale bellezza, di impeccabili
costumi, proteggeva la castità del
matrimonio e la santità del parto.
Già in Omero si trasforma in moglie
gelosa che perseguitava le amanti di
Zeus. In ogni caso con il tempo Era
divenne divenne il simbolo
dell'amore coniugale e protettrice
del focolare e del vincolo
matrimoniale e tutti gli avvenimenti
importanti nella vita delle donne.
Divenne in pratica il simbolo di
ogni virtù femminile.
Orgogliosissima, nemica acerrima dei
Troiani a causa del giudizio di
Paride. Ma ancora più accanita fu
contro Eracle, e proprio per il suo
accanimento, quella volta che
scatenò una tempesta contro l'eroe,
Zeus adirato la appese nel cielo con
un'incudine d'oro appesa ai piedi.
Aiutò Giasone ad attraversare le
Rocce Vaganti e per fare questo si
fece aiutare da Teti e dalle
Nereidi.
Le erano sacri il pavone, la
cornacchia e la melagrana; aveva
come messaggeri Iride e le Ore.
Ebbe culto speciale ad Argo, a Samo,
nella Magna Grecia e soprattutto sul
promontorio Lacinio. Le bastava
agitarsi sul trono per fare tremare
l'Olimpo; al suo sposo Zeus, bastava
aggrottare le ciglia per avere lo
stesso risultato.
Secondo Esiodo (Teogonia v. 921 e
sgg.) in ordine temporale fu la
settima sposa di Zeus.
Ebbero figli : Ares (Marte), Efesto
(Vulcano), Iliza, Ebe.
ARES
Nella
mitologia latina è identificato
come Marte e fu un dio
particolarmente onorato in
quanto considerato il padre di
Romolo e Remo.
Era un'antica divinità guerriera
degli indoeuropei, la cui figura
aveva però assunto in territorio
italico caratteri diversi da
quello greco, essendo una
divinità molto più complessa e
importante dell'Ares greco. Fu
anche assunta dagli Etruschi col
nome di Maris. Ares aveva una
quadriga trainata da quattro
cavalli immortali dal respiro
infuocato, legati al carro con
finimenti d'oro. Tra tutti gli
dei si distingueva per la sua
armatura bronzea e luccicante ed
in battaglia abitualmente
brandiva una lancia.
Viene molto spesso identificato
come il dio della guerra in
senso generale, ma si tratta di
un'imprecisione: in realtà Ares
personifica il furore bellico.
E' il dio solo degli aspetti più
selvaggi e feroci della guerra,
e della lotta intesa come sete
di sangue. Venne cresciuto da
Enio che era una divinità che
personificava tutta la crudeltà,
la ferocia e la distruzione
della guerra.
Per i Greci Ares era un dio del
quale diffidare sempre. Sebbene
anche Atena, la sorellastra di
Ares, venisse considerata come
dea della guerra. Ma mentre la
dea ne rappresentava gli aspetti
positivi (guerra "giusta",
difensiva, punitiva, condotta
con intelligenza, ecc.), e il
suo campo di azione era quello
delle strategie di combattimento
e dell'astuzia applicata alle
battaglie; Ares ne rappresentava
gli aspetti negativi (furore,
odio, follia distruttrice,
ecc.), e prediligeva gli
improvvisi ed imprevedibili
scoppi di furia e violenza che
in guerra si manifestano.
La contrapposizione tra le due
divinità ha anche un fondamento
mitico: Ares sarebbe stato
procreato da Era in concorrenza
e in odio alla nascita di Atena
che Zeus aveva generato da solo,
esprimendola dalla sua testa. La
contrapposizione è viva in Omero
che pone Atena dalla parte dei
Greci e Ares dalla parte dei
Troiani; in un'occasione i due
dei si scontrano direttamente
sul campo di battaglia: è quando
Atena stende Ares colpendolo con
una pietra. Ares è chiaramente
un dio caotico che si oppone
all'ordine di Zeus (come la
guerra si oppone alla pace);
egli è "odioso" a Zeus, come si
esprime Omero, ma è amato da
Afrodite, divinità anch'essa
caotica in un certo senso, o
comunque precosmica e agente al
di fuori dell'ordine di Zeus.
Non era questo un amore che il
mito poteva fissare
nell'ordinata forma
matrimoniale: infatti Ares è
l'amante e non lo sposo di
Afrodite. « Ares, Ares funesto
ai mortali, sanguinario,
eversore di mura non potremmo
lasciare i Troiani e gli Achei
azzuffarsi, a chiunque offra
gloria il padre Zeus? e noi due
ritirarci e schivare il
corruccio di Zeus? » (Atena,
Iliade, Omero Libro V, 31-34)
La parola "Ares" fino all'epoca
classica fu usata anche come
aggettivo, intendendosi come
infuriato o bellicoso. Pur
essendo protagonista nelle
vicende belliche, raramente Ares
risultava vincitore. Era più
frequente, invece, che si
ritirasse vergognosamente dalla
contesa, come quando combatté a
fianco di Ettore contro Diomede,
o nella mischia degli Dei sotto
le mura di Troia: in entrambi i
casi si rifugiò sull'Olimpo
perché messo in seria difficoltà
- direttamente o indirettamente
- da Atena. Altre volte la sua
furia brutale si trovò
contrapposta alla lucida astuzia
e alla forza di Eracle, come
nell'episodio dello scontro
dell'eroe con suo figlio Cicno.
I suoi uccelli sacri erano il
barbagianni, il picchio, il gufo
reale e, specialmente nel sud
della Grecia, l'avvoltoio.
Secondo le Argonautiche gli
uccelli di Ares, muovendosi come
uno stormo e lasciando cadere
piume appuntite come dardi,
difendevano il suo tempio
costruito dalle Amazzoni su di
un'isola vicina alla costa del
Mar Nero. Spesso Ares viene
rappresentato su pietra con il
colore rosso, rosso come il
sangue, simbolo degli atti
feroci che si compiono in
guerra. Nonostante la sua figura
sia importante per poeti ed
aedi, il culto di Ares non era
molto diffuso nell'antica
Grecia, tranne che a Sparta dove
veniva invocato perché
concedesse il suo favore prima
delle battaglie e, nonostante
sia presente nelle leggende
riguardanti la fondazione di
Tebe è uno degli dei sul conto
del quale gli antichi miti meno
si soffermano. A Sparta c'era
una statua di Ares che lo
ritraeva incatenato, a
simboleggiare che lo spirito
della guerra e della vittoria
non avrebbero mai potuto
lasciare la città; durante le
cerimonie in suo onore venivano
sacrificati cani, usanza mutuata
dall'antica pratica di
sacrificare cuccioli alle
divinità ctonie. Il tempio di
Ares, nell'agorà di Atene che il
geografo Pausania ebbe modo di
vedere nel II secolo, era in
realtà un tempio la cui
destinazione era stata cambiata
all'epoca di Augusto. In effetti
si trattava di un tempio romano
dedicato a Marte. L' Areopago,
ovvero la collina di Ares, si
trova invece ad una certa
distanza dall'Acropoli e nei
tempi antichi vi si svolgevano i
processi e la sua presunta
relazione con Ares potrebbe
essere solo frutto di un'errata
interpretazione etimologica.
Nonostante la sua ferocia si
innamorò perdutamente di
Afrodite e per volere di Zeus i
due si sposarono ed ebbero
cinque figli: Armonia (la
concordia), Eros (l''amore),
Anteros (l'amore reciproco),
Deimos (lo spavento) e Fobos (il
terrore). Ebbe numerose amanti
mortali, ma Afrodite fu la
compagna più amata. Ares era
oggetto di culto solo presso i
Traci, considerato un popolo
guerriero e selvaggio. Aveva
però diversi templi a lui
dedicati a Tebe essendo il padre
di Armonia il cui figlio, Cadmo
era stato il fondatore della
città.
Solitamente Ares scendeva in
guerra accompagnato Deimos e
Fobos che personificavano gli
spiriti del terrore e della
paura. Sorella e degna compagna
del sanguinario Ares era Enio,
dea degli spargimenti di sangue,
Bia, la violenza e Cratos, la
forza bruta; da Kydoimos (il
demone del frastuono della
battaglia), dai Makhai (spiriti
della battaglia), dagli Hysminai
(gli spiriti dell'omicidio), da
Polemos (uno spirito minore
della guerra) e dalla figlia di
Polemos Alala, personificazione
del grido di guerra dei Greci e
il cui nome Ares decise di usare
come proprio grido di guerra.
Suo fedele soldato fu anche
Alettrione. Nella guerra di
Troia parteggiò per i troiani e
fu ferito da Diomede al quale
Atene diresse l'asta. Racconta
Omero nell'Iliade (Iliade, V)
... Mugolò il ferito nume, e
ruppe in un tuon, pari di nove o
dieci mila combattenti al grido
quando appiccan la zuffa ...
Uno dei miti più importanti
riguardo ad Ares è quello che
tratta del suo coinvolgimento
nella fondazione della città di
Tebe in Beozia. L'eroe Cadmo
aveva ricevuto dall'Oracolo di
Delfi l'ordine di seguire una
vacca e fondare una città nel
luogo ove si fosse fermata.
L'animale si fermò presso una
fonte custodita da un drago
acquatico sacro ad Ares. Cadmo
uccise il mostro e, su consiglio
di Atena, ne seminò al suolo i
denti: da questi nacquero
istantaneamente dei guerrieri,
gli Sparti che aiutarono Cadmo a
fondare quella che sarebbe
appunto diventata Tebe. Cadmo,
prima di diventarne il re
dovette però servire Ares per
otto anni per espiare l'affronto
fattogli uccidendo il drago,
nonché sposare la figlia del dio
e di Afrodite, Armonia per
appianare la discordia tra loro
sorta.
Alcuni racconti parlano di un
figlio di Ares che abitava in
Macedonia, Cicno, che era così
sanguinario da aver tentato di
costruire un tempio dedicato al
padre usando le ossa ed i teschi
dei viaggiatori da lui
trucidati. Questo mostro venne a
sua volta ucciso da Eracle: la
morte del figlio suscitò l'ira
di Ares che a sua volta si
scontrò con il più grande degli
eroi, finendone però ferito e
sconfitto.
EFESTO
Efesto, nella
mitologia greca, era la divinità
del fuoco terrestre inteso in
senso positivo, il fuoco come
elemento di civiltà.
Secondo la maggior parte degli
studiosi era figlio di Zeus e di
Era mentre per Esiodo sarebbe
nato solo da Era la quale, alla
vista di un figlio così brutto,
vergognandosi di lui, lo scaglio
giù dal cielo cadendo in mare.
Le ninfe lo salvarono e lo
portarono nell'isola di Lesvos.
dove rimase per nove anni in una
grotta curato da Teti ed è in
quella grotta che si dice fece
la sua prima officina di fabbro,
dove creò per lei splendidi
gioielli, in segno di eterna
gratitudine. Efesto è il dio del
fuoco, dei metalli e dell'arte
di forgiarli; regna sui vulcani
che sono le sue officine, dove
lavora aiutato dai Ciclopi,
e lì fabbrica armi invincibili
per Achille, implorato da Teti,
madre dell'eroe, che vuole
assicurare il ritorno del figlio
dalla guerra di Troia.
Una volta cresciuto, Volle poi
vendicarsi della madre e
fabbricò allo scopo un
marchingegno straordinario in un
trono d'oro, che avviluppava di
catene chiunque vi si sedesse, e
in più il trono si metteva a
galleggiare nell'aria. Lo mandò
come proprio dono ad Era, che vi
rimase infatti imprigionata,
senza potersi liberare dai
vincoli. Gli dèi non riuscendo a
togliere la dea
da quella posizione ridicola
ordinarono a Efèsto che
liberasse sua madre, ed egli
rispose ridendo che non aveva
avuto il piacere di conoscerla.
Ares provò con la forza a
costringere Efèsto a liberare la
dea, ma fu scacciato a malo
modo, allora ci provò Dioniso
che andato con la sua
combriccola da Efèsto lo fece
ubriacare a puntino e caricatolo
sul dorso di un mulo lo
portò sull'Olimpo. Benché
ubriaco il dio aveva mantenuto
una certa lucidità, difatti per
liberare Era, volle in cambio
Afrodite per sposa. Non l'avesse
mai fatto!!! La dea, sì, lo
sposò, ma subito dopo lo
cornificò senza pietà con quasi
tutti gli dèi dell'Olimpo.
Dopo varie vicende si affezionò
tanto a sua madre da prendere
sempre le sue difese, come
quella volta che Efesto cercò di
aiutare Era incatenata: Zeus
l'aveva appesa fuori
dall'Olimpo, perché aveva osato
scatenare una tempesta contro
Eracle, mentre navigava alla
conquista di Troia. Zeus
irritato perchè difendeva sempre
la madre lo scagliò anche lui
dall'Olimpo ed Efesto cadde
nell'isola di Lemno. Fu in
seguito a questa caduta che
divenne zoppo.
Sull'isola aveva particolare
culto e, secondo il mito, anche
una delle sue officine più
importanti dove, si dice, avesse
i Cabiri come dipendenti; altra
officina era nell'Etna e là i
suoi dipendenti erano i Ciclopi.
I coloni greci che erano andati
a popolare il sud dell'Italia
presero ben presto venerare
Efesto nella città di Adranòn
collocata sull'Etna, l'odierna
Adrano, e nelle Isole Lipari.
Nonostante la sua deformità,
Efesto, il più brutto degli dei,
ebbe celebri amori, di cui il
più noto con Afrodite, la più
bella delle dee, che Zeus gli
aveva destinato in moglie.
Sennonché la dea divenne
l'amante di Ares, ed Elio, dio
del Sole che tutto vede, informò
Efesto. Questi non disse nulla,
ma intessé una rete invisibile
attorno al letto della moglie
che, non appena Ares e Afrodite
si incontrarono, si chiuse
immobilizzandoli ed esponendoli
alla derisione dell'intero
Olimpo.
In ogni caso Efesto è ricordato
come un grande fabbro: sono sue
la creazione del carro del sole,
i fulmini e lo scettro di Zeus,
la corazza d'oro di Eracle,
l'elmo di Ares, le armature di
Achille e di Enea, il tridente
di Poseidone. Aiutò anche a
creare la prima donna Pandora,
un regalo di Zeus contro
Prometeo (solo per la sua
stirpe) la quale riversò da
un vaso soprannaturale tutto il
male del mondo sull'umanità.
EFESTO ( Vulcano ) è il Dio del
fuoco, della tecnologia, dei
fabbri, degli artigiani, degli
operai, degli scultori, dei
metalli e della metallurgia;
fabbro, inventore e artefice
geniale e progenitore della
moderna robotica. Abilissimo
artefice dei palazzi dell'Olimpo
e di tanti altri oggetti e
automi meravigliosi. Lui è il
più gentile e sereno di tutti
gli
dei olimpici: ... opere egregie
agli uomini apprese, che prima
vivevano in antri, sui monti,
simili a fiere... (XX Inno
omerico a Efesto)
EBE
E' la poco conosciuta dea della
giovinezza eterna e della forza
vitale, secondo Omero, data in
sposa a Eracle dopo che era
stato assurto in cielo. Con
Eracle generò Alessiare e
Aniceto.
Dai Romani fu assimilata alla
loro Juventus. La sua figura
appare più volte nei poemi
omerici.
Nel monte Olimpo Ebe era ancella
delle divinità, a cui serviva
nettare e ambrosia. Il suo
successore fu il giovane
principe troiano Ganimede. Nel
libro V dell'Iliade è lei che
immerge il fratello Ares
nell'acqua, dopo la battaglia
con Diomede.
Non sono sopravvissuti miti
relativi a Ebe e l'unico
santuario a lei attribuito è
quello di Flio.
In Arte, è famosa una sua statua
di Antonio Canova, di cui
esistono quattro versioni: oltre
a quella conservata a Forlì, nel
Museo di San Domenico in una
sala appositamente dedicata, è
possibile ammirarne un superba
versione in gesso alla Galleria
d'Arte Moderna di Milano.
ILIZIA
Nonostante nessun mito la veda
protagonista, è citata da
numerose iscrizioni di nascite.
Il suo nome appare in alcune
tavolette di Cnosso, che sono
state analizzate attentamente e
che mostrano una continuità di
culto dal neolitico all'epoca
classica.
è descritta come presente alla
nascita di numerosi dei, tra i
quali Eracle, Apollo e Artemide.
Secondo il III Inno Omerico ad
Apollo, Hera catturò Ilizia, per
ostacolare le doglie di Leto per
Artemide ed Apollo, essendone
Zeus il padre. Le altre dee
presenti a Delo per assistere
alla nascita, mandarono allora
Iris a prenderla. Non appena
Ilizia mise piede sull'isola,
iniziarono le doglie.
Inizialmente le Ilizie (nel
plurale utilizzato da Omero)
erano coloro che provocavano i
dolori del parto. Solo
successivamente, a Creta,
l'Ilizia fu venerata come dea
della fertilità, prima di
affermarsi a Delo. Col passare
del tempo il culto si diffuse in
molte città Greche, in Etruria e
in Egitto, e la sua funzione
diventò quella di aiutare le
partorienti.
Ad Ilizia furono consacrate
delle caverne (probabilmente
simboleggianti l'utero), che si
ritiene fossero il suo luogo di
nascita così come quello del suo
culto, come menziona chiaramente
l'Odissea; una delle più
importanti è quella di Amnisos,
il rifugio di Cnosso, dove sono
state trovate stalagmiti che
probabilmente la rappresentano.
La caverna di Creta ha
suggestive stalattiti dalla
forma di una doppia dea che
causa le doglie e le ritarda;
inoltre sono state anche trovate
delle offerte votive. Qui fu
probabilmente adorata durante il
periodo Minoico-Miceneo.
Nel periodo classico, si trovano
santuari di Ilizia nelle città
cretesi di Lato e Eleutherna ed
una grotta sacra ad Inatos.
Pausania, nel II secolo, fece un
resoconto di un tempio arcaico
ad Olimpia, con una cella
dedicata al serpente salvatore
della città (Sisipolis) e ad
Ilizia. In esso è raffigurata
Ilizia come una
sacerdotessa-vergine che sfama
un serpente con dolci torte di
orzo ed acqua. Il tempio,
infatti, commemora l'apparizione
improvvisa di una vecchia con un
bambino fra le braccia, proprio
quando gli Eli stavano per
essere minacciati da Arcadia; il
bimbo, posto a terra fra i
contendenti, si mutò in
serpente, spazzando via gli
Arcadi in volo, per poi sparire
dietro la collina.
Ilizia, insieme ad Artemide e
Persefone è spesso raffigurata
con in mano delle torce per
portare i bimbi verso la luce,
fuori dall'oscurità; nella
mitologia Romana infatti è
rappresentata da Lucina (della
luce).
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Le AMANTI e i FIGLI di ZEUS
Zeus/ERIS (LA DISCORDIA)
Malefica figlia della Notte e sorella di
Nemesi, delle Parche e della Morte; madre
della Miseria, della Fame, della Guerra,
dell' Omicidio, della Contesa, e di tutto
quanto c'è di cattivo. Dea della discordia,
fedele ancella di Ares.
Fu scacciata da Zeus dall'Olimpo perché
causava continui litigi e conflitti fra gli
dèi. Per non essere stata invitata alle
nozze di Peleo e di Teti, tirò sulla tavola
nuziale la funesta mela d'oro che causò il
giudizio di Paride e la lunghissima guerra
di Troia.
Virgilio la descrive in compagnia di mostri
all'ingresso dell'Ade, con serpenti per
capelli, annodati con bende insanguinate.
Altre volte è descritta come una donna con
il capo alto, labbra livide e smorte, occhi
biechi, malati e pieni di lacrime che
solcano le pallide gote, le gambe torte, i
piedi sottili, un pugnale infisso nel petto,
avvolta da una tenebrosa ed oscura aura.
Dalla sua unione con zeus nacquero: ATE e
LITE.
Ate:«rovina, inganno, dissennatezza»)
La dea Ate nella mitologia greca era la
potente dea della sventura e della vendetta,
colei che toglieva la ragione dagli uomini e
agli stessi dei. Era la personificazione
della maledizione divina.
Racconta Omero nell'Iliade (iliade XIX)
"... Un Dio
Così dispose, la funesta a tutti
Ate, tremenda del Saturnio figlia,
Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
De' mortali cammina, e lo perturba,
e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso
Degli uomini e de' numi arbitro Giove
Fu nocente costei ........
D'alto dolor ferito infuriossi
Giove; e tosto ai capelli Ate afferrando ,
Per lo Stige giurò: che questa a tutti
Furia dannosa, non avria più mai
Riveduto l'Olimpo. E, sì, dicendo,
La rotò colla destra, e fra' mortali
Dagli astri la scagliò ...."
Frequentemente induce al peccato di
"hýbris", la tracotanza che nasce dalla
mancanza di senso della misura.
Ate non tocca il suolo: cammina leggera sul
capo dei mortali e degli stessi dei,
inducendoli in errore.
La seguono, senza riuscire mai a
raggiungerla, le Litai, le rugose Preghiere,
che si prendono cura di coloro cui Ate ha
nuociuto nel suo cammino. Quando qualcuno si
rivela sordo alle Preghiere, queste si
rivolgono al padre Zeus perché faccia
perseguitare da Ate chi le ha respinte.
A lei Agamennone attribuisce la
responsabilità degli eventi che portarono
alla disputa con Achille. Lo stesso
Agamennone narra che Zeus, quando suo figlio
Eracle stava per nascere da Alcmena, si
vantò con gli dei Olimpi che il suo prossimo
discendente avrebbe regnato su tutti i
vicini; sollecitato da Era, il dio ne fece
giuramento, non sospettando che sulla sua
testa si era in quel momento posata Ate. Era
fece in modo che Euristeo, figlio di
Stenelo, nascesse prima di Eracle, e questi
fu dunque costretto a servire per molti anni
il fratellastro. Quando Zeus scoprì
l'accaduto, prese Ate per le trecce e la
scagliò sulla terra, giurando che non
avrebbe mai più rivisto l'Olimpo.
Stando allo Pseudo-Apollodoro, Ate atterrò
su una collina in Frigia, in una località
che assunse il nome della dea. Nello stesso
luogo Zeus scaraventò anche il Palladio, e
Ilo vi fondò Troia.
Ate ed Eris sono talora confuse. Secondo
alcuni non fu Eris, ma Ate, infuriata per
non essere stata invitata alle nozze di
Peleo e Teti, a lasciare scivolare durante
il banchetto una mela d'oro recante la
scritta "alla più bella". La mela della
discordia generò una disputa fra Era, Atena
e Afrodite, poi risolta in favore di
quest'ultima con il giudizio di Paride,
ponendo le premesse per la guerra di Troia.
Secondo Nonno, Ate fu indotta da Era a
convincere il giovane Ampelo, amato da
Dioniso, a cavalcare un toro per
impressionare il dio; Ampelo fu disarcionato
e si ruppe il collo.
Zeus/REA (Cibele)
Rea era la figlia di Gea e Urano, sposa di
Crono (Saturno) e madre di Zeus.
Per vanificare la profezia che lo voleva
spodestato dal figlio, Saturno divorava
tutti i figli che la moglie gli partoriva.
Alla nascita di Zeus, però, Rea si intenerì
alla vista del bambino e decise di sottrarlo
alla voracità del padre nascondendolo nel
monte Ida, al centro dell'isola di Creta.
Per questo motivo la dea era venerata in
particolare a Creta come "mater Idaea",
personificazione della natura montagnosa. Il
suo culto si diffuse soprattutto
nell'Anatolia, in Asia Minore, dove fu
identificata con Cibele, venerata come
Grande Madre, dea della natura, degli
animali e dei luoghi selvatici.
Il centro principale del suo culto era
Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso
la Lidia passò approssimativamente nel VII
secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia
Minore e successivamente nel continente.
Cibele viene generalmente raffigurata seduta
sul trono tra due leoni o leopardi, spesso
con in mano un tamburello e con su il capo
una corona turrita.
Collegato con il mito e il culto di Cibele
era il giovane dio Attis, a volte
considerato suo figlio, che in un primo
momento aveva ricambiato il suo amore, ma
che in seguito si innamorò della ninfa
Songaride.
Durante il banchetto nuziale Cibele per
vendetta fece impazzire il giovane che,
fuggito sui monti, si uccise evirandosi o
gettandosi da una rupe. La tradizione vuole
che Attis sia poi resuscitato o comunque fu
salvato da Cibele afferrandolo per i capelli
lo trasformò in un pino non appena toccò il
terreno. Le due divinità sono sovente
raffigurate insieme sul carro divino
trainato da leoni in un corteo trionfale.
Nelle cerimonie funebri che si tenevano in
suo onore durante l'equinozio di primavera,
i sacerdoti della dea, i Coribanti,
suonavano tamburi e cantavano in una sorta
di estasi orgiastica.
Il culto di Cibele, la Magna Mater dei
Romani, fu introdotto a Roma il 4 aprile 204
a.C., quando la pietra nera, di forma
conica, simbolo della dea, vi fu trasferita
da Pessinunte e collocata in un tempio sul
Palatino realizzato nel 191 a.C. La
struttura bruciò per ben due volte, nel 111
a.C. e nel 3 d.C. e fu ricostruita per
l'ultima volta da Augusto. L'edificio
seguiva un orientamento ben determinato da
motivi di culto, e lo stile era corinzio a
pianta regolare; all'interno le pareti erano
sostenute da un colonnato.
Per celebrare tale evento, durante la
Repubblica venivano organizzati dei giochi
in suo onore, i Megalesia, o Ludi Megalensi.
Le feste in onore di Cibele e Attis si
svolgevano nel mese di marzo, dal 15 al 28,
nel periodo dell'equinozio di primavera,
prevedevano i riti del Sanguem e l'Hilaria.
Tracce di questi culti, che presero il nome
di Attideia, sono presenti anche in colonie
greco-romane (per esempio quella di Egnazia
in Puglia). e si protrassero fino al III
secolo d.C..
In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la
cui morte e resurrezione simboleggiava il
ciclo vegetativo della primavera, si
accentuò gradualmente, dando al culto una
connotazione misterica e soteriologica.
Attis è il servitore eunuco che guida il
carro della dea.
Secondo la tradizione frigia, conservata
in Pausania (Perieghesis, VII, 17,
10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes,
V, 5-7), il demone bisessuale Agdistis
sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto
sulla pietra, mentre il dio cercava di
accoppiarsi con la Grande Madre sul
monte Agdos.
Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla
forza e dalla ferocia dell'essere lo
evirarono: dalle gocce del sangue
fuoriuscito dalla ferita nacque un
albero di mandorlo.
La figlia del fiume Sakarya(Sangarios),
Nana, colse un frutto dall'albero e
rimase incinta.
Tempo dopo nacque il figlio che venne
chiamato Attis, in quanto fu allattato
da una capra (in frigio attagos), dopo
essere stato cacciato sulle montagne per
ordine di Sakarya.
Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte
per sposare la figlia del re. Durante la
celebrazione del matrimonio, Agdistis,
innamorato del giovane, fece impazzire
Attis, che si recise i genitali sotto un
pino. Cibele, madre degli dei, ottenne
che il corpo del giovane rimanesse
incorrotto.
Zeus/EOS (Aurora)
Eos o Aurora, era la Dea che dischiudeva le
porte al Giorno. Dopo aver attaccato il
carro di suo fratello Elio, Febo o il Sole,
"colui che è destinato a diffondere la luce
nell'universo" lo precedeva con il suo.
I Greci la chiamarono Eos, che deriva da
Eoo, Orientale. I Latini le attribuirono il
nome di Aurora, " Quasi Aurea, colei che ha
il colore dell'oro". La Dea dalle dita
rosate, come è anche chiamata, per il colore
rosa del cielo all'alba.
Eos, dea dell'aurora, è figlia dei titani
Iperione e Teia,
e sorella di Elio (il Sole) e di Selene (la
Luna).
è moglie di Astreo, col quale ha generato i
venti Zefiro, Borea, Noto ed Euro. Venti
importanti, che bisognava conoscere per
garantirsi una tranquilla e facile
navigazione, Borea dal nord, Noto dal sud,
Zefiro da ovest ed Euro da sud-est. Non come
i venti derivati da Tifone, mostro capace
con il soffio infuocato di portare
scompiglio e distruzione.
Tra i primi amanti di Eos si nomina lo
stesso Zeus, da cui ebbe una figlia di nome
Ersa (o Erse), la rugiada.
Più tardi fu amata da Ares, il dio della
guerra, con cui condivise più volte il suo
talamo; sdegnata per il tradimento del suo
amante, Afrodite punì la dea sua rivale,
condannandola ad innamorarsi di continuo di
comuni mortali.
La maledizione di Afrodite ebbe il suo
effetto, quando Eos intravide, durante una
sua passeggiata presso la città di Troia, un
fanciullo di straordinaria bellezza e di
sangue reale, di nome Titone, figlio del re
Laomedonte.
Così, un giorno, la dea lo rapì e lo
condusse con sé, rivolgendosi poi a Zeus per
concedergli l'immortalità.
Titone apparteneva alla stirpe di Dardano,
stirpe privilegiata dal dono della
bellezza,dono che condivideva con Ganimede e
Anchise. Aurora se ne innamorò così
perdutamente da chiedere per lui il dono
dell'immortalità agli Dei, dimenticandosi
però di chiedere anche il dono dell'eterna
giovinezza. Così mentre Aurora era splendida
più che mai, il suo amato Titone invecchiava
inesorabilmente, finché del fiero principe
troiano non rimase altro che un corpo
devastato dagli anni e una voce stridula che
si lamentava senza smettere mai all'interno
del palazzo dove Aurora l'aveva fatto
rinchiudere affinché nessuno potesse
vederlo, quando gli anni l'avevano reso
imbelle. Titone fu trasformato in una cicala
dalla voce stridula.
Dalla loro unione nacquero due figli,
Emazione e Memnone, ucciso da Achille
durante l'assedio di Troia. Da quel giorno
la dea dell'aurora piange inconsolabilmente
il proprio figlio ogni mattina, e le sue
lacrime formano la rugiada.
Un'altro amante di Eos fu Cefalo figlio di
Deioneo, sposo felice di Procri. Uniti
dall'amore e dalla passione per la caccia, i
due giovani si erano promessi reciproca
fedeltà. Recatosi a caccia di buon mattino,
Cefalo fu notato da Aurora che gli propose
di giacere con lei. Cefalo pur sedotto dal
fascino di Aurora, rifiutò, aveva promesso
alla sua Procri di esserle sempre fedele e
intendeva mantenere la promessa fatta.
Allora Aurora disse: non voglio che tu
infranga la tua promessa se prima non l'avrà
infranta lei. Detto questo lo trasformò in
un giovane straniero pieno di doni da
portare all'ignara Procri per tentare di
sedurla. Sotto le spoglie del giovane attico
Pteleone si presentò a Procri e le cinse la
fronte con un ricco frontale d'oro finemente
cesellato. Affascinata dal bellissimo
giovane e dagli splendidi regali che costui
le aveva offerto, Procri cedette alle
lusinghe e si lasciò sedurre. Quando nel
letto, Cefalo si lasciò riconoscere, Procri
umiliata e piena di vergogna,comprese di
essere stata ingannata da Aurora e allora
fuggì via per recarsi a Creta dove Artemide
stava cacciando. Procri si unì alle
cacciatrici, ma Artemide la cacciò via
perché con lei cacciavano solo le vergini.
Procri affranta le raccontò dell'inganno di
Aurora, allora Artemide impietosita le
regalò una lancia che colpiva qualsiasi
bersaglio e un cane Lailape a cui nessun
animale poteva sfuggire, invitandola a
sfidare Cefalo nella caccia. Per altri
autori, la lancia e il cane furono un dono
di Minosse miracolosamente guarito da Procri
da un maleficio fattogli da sua moglie
Pasifae affinché nessuna donna potesse
giacere con lui; nel momento dell'amplesso,
dal suo corpo scaturivano ogni sorta di
animali repellenti, scorpioni, serpenti e
millepiedi. Si tagliò i capelli e sotto le
sembianze di un giovanetto, così come era
stata consigliata da Artemide, si recò da
Cefalo per sfidarlo nella caccia. Complice
la lancia infallibile e il cane Lailape, il
giovanetto vinse. Cefalo affascinato dalla
lancia e dal cane gli chiese di scambiarli
con tutte le ricchezze e metà del suo regno.
Il giovane dapprima rifiutò ma poi
acconsentì solo ad una condizione: avrebbe
avuto la lancia e il cane solo se lui gli si
fosse concesso, così come fanno i
giovinetti. Cefalo fremente dal desiderio di
possedere il cane e la lancia acconsentì.
Solo in quel momento Procri si lasciò
riconoscere e gli concesse il suo perdono.
Sul fare del giorno, quando Cefalo si recò a
caccia con i doni di Procri, gelosa di
Aurora lei lo seguì per spiare le sue mosse.
Nascosta in un cespuglio, vide Cefalo
fermarsi per riposare, quando sentì
un'invocazione: Aura vieni! Aura vieni! Era
questo il nome del vento che Cefalo stava
invocando per avere un momento di refrigerio
dopo la battuta di caccia. La gelosissima
Procri, credendo di udire il nome di Aurora
uscì improvvisamente dal cespuglio,Cefalo
scambiandola per una bestia selvatica le
scagliò contro la lancia infallibile
uccidendola. Cefalo sopraffatto dal dolore
si uccise con la stessa lancia e insieme a
Procri ascesero al Cielo dove furono
trasformati nella stella che precede il
mattino.
Pictur
Omero la chiama la dea dalle dita rosate per
l'effetto che si vede nel cielo all'alba.
Zeus/ASTERIA
Asteria è figlia della titanide Febe e del
titano Ceo. Fu la sposa del titano Perse
figlio, di Crio ed Euribia, e gli diede una
figlia che chiamarono Ecate.
Per sfuggire all'amore fedifrago di Zeus,
Asteria si trasformò in una quaglia, ma la
fuga precipitosa la fece precipitare nel mar
Egeo. Zeus ne fu addolorato e trasformò
Asteria in un'isola, che si chiama anche
Ortigia, nei pressi di Siracusa (Ortix in
greco, Quaglia), ovvero "isola delle
quaglie". Quest'isola aveva la proprietà di
non essere ancorata al fondale e di nuotare
quindi libera, fino al momento in cui Leto
(sorella di Asteria) dette alla luce i suoi
gemelli e l'isola fu fissata al fondo del
mare da Zeus o da Poseidone. Per la nascita
di Apollo e Diana l'isola fu tutta
circonfusa da luce e da allora chiamata
Delo», che in greco significa "la chiara, la
luminosa", in coerente simmetria con l'altro
nome, Asteria, che significa "stella".
ECATE
Non ci sono molte informazioni redatte su
Ecate poiché non ha molta partecipazione in
mitologia né ha avuto molte interazioni con
altre divinità. Soltanto alcuni Dei sono
documentati bene in letteratura ed Ecate è
una dei molti che sono in gran parte
assenti, particolarmente prima del IV
secolo. Si spiega questa poca documentazione
in relazione al fatto che Ecate ha natali
davvero antichi, pre-olimpici e quindi
precedenti alle numerose storie narrate
intorno agli dei abitanti il famoso monte
Olimpo: Ecate ha sempre voluto tenersi in
disparte da quel gruppo che riconosceva come
poco familiare ed appare in mitologia rare
volte, come nell'episodio del rapimento di
Persefone in cui racconta l'accaduto alla
madre della fanciulla, Demetra, e le intima
di rimanere calma e pensare bene sul da
farsi.
Le origini di Ecate sono antichissime.
Alcuni studiosi affermano che ella non era
originariamente greca, poiché il suo culto
aveva viaggiato verso sud (dov'era adorata
come Iside già 5000 anni fa) e la
maggioranza degli studiosi è concorde
nell'affermare che questa figura nasce
nell'Asia Minore occidentale (la regione
della Caria o della Tracia).
Il nome di Ecate deriva dalla dea-levatrice
egizia Heqit, Heket o Hekat. L'anziana era
la matriarca tribale dell'Egitto
pre-dinastico ed era nota come una donna
saggia. Heket era una dea dalla testa di
rana che era connessa con lo stato
embrionale quando il seme muore, si
decompone e inizia a germinare. Ella era
inoltre una delle levatrici che assistono
ogni giorno alla nascita del Sole. Tutte
queste analogie con Ecate, al di là del
nome, farebbero pensare ad un archetipo
comune.
In pochi, inoltre, conoscono Heka:
"Ra donò all'umanità Heka come un'arma per
respingere l'effetto degli eventi
pericolosi."
Heka era visto come la manifestazione
dell'energia divina di Ra donata agli uomini
per creare parole e azioni, in modo da
eguagliare la forza creatrice del sole.
E' anche l'energia magica insita negli
esseri viventi, nei simboli del potere.
Uno dei titoli del dio Heka era "Colui che
consacra le immagini", riferendosi
all'abilità del dio di dare poteri ai
pensieri creativi, alle azioni e tradurli
nei loro quivalenti fisici nel modo fisico.
Cosi Heka era anche percepito come la forza
animata che si manifesta in ogni atto
rituale.
Ecate è, come sappiamo, strettamente
collegata agli incantesimi, alla magia.
L'assonanza con nome e la natura di queste
due divinità ne autorizzano il
riconoscimento della medesima etimologia.
Il nome Ecate, tuttavia, avrebbe anche altre
interpretazioni: ekaton (cento), ekati (a
proprio piacimento) oppure ekatos
(saettatore, che colpisce da lontano).
La prima è moderna e piuttosto superficiale,
derivante dal fatto che le anime dei defunti
che non avevano ricevuto una degna sepoltura
avrebbero dovuto vagare per cento anni sulle
rive dell'Acheronte senza trovare pace; in
questo caso viene sottolineata in Ecate la
sua custodia delle zone di confine. Legare
Ecate all'avverbio "a proprio piacimento"
delinea in maniera maggiore la fisionomia di
questa divinità tenendo conto dell'opera di
Esiodo Teogonia, il testo più antico
ritrovato in cui si parla di Ecate. Ekatos è
oggi l'ipotesi più accreditata anche perché
intorno agli anni ' 60 P. Chantraine nel suo
Dictionnaire étymologique de la langue
grecque ha canonizzato questa idea e da
allora non si è più tornati molto
sull'argomento. Ecate "saettatrice" è in
diretta associazione con Artemide, sua
cugina sia di natali che celeste,
un'associazione che nasce nel VII sec. a.C.
ma che si consolida solo due secoli dopo.
In ogni caso, l'antichità di Ecate, e quindi
la sua importanza, fu riconosciuta da quelle
divinità pre-olimpiche che Zeus e la sua
corte hanno spodestato. Infatti, sebbene non
fosse considerata parte della compagnia
olimpica, ella mantenne il dominio su cielo,
terra e mondo sotterraneo facendone la
custode della ricchezza e delle benedizioni
della vita. Zeus stesso onorò Ecate così
tanto che le concesse sempre l'antico potere
di donare o negare ai mortali i loro
desideri. Non osò quindi destituirla,
nonostante il potere di Ecate rimaneva
grande quanto se non più del suo.
Ecate è esperta nelle arti della
divinazione. Ella dona agli umani i sogni e
visioni che, se interpretati saggiamente,
portano a grande chiarezza. Inoltre,
conseguentemente alla sua associazione con
Persefone, ella è connessa con la morte e la
rigenerazione. La sua presenza è permesso,
nella terra dell'aldilà, di speranza
pre-ellenica di rinascita e trasformazione
in opposizione ad Ade, che rappresenta
l'inevitabilità della morte.
Perse era associato alla distruzione, sia in
agricoltura che in guerra. Alcune fonti
suggeriscono che egli era a volte dipinto in
spoglie canine, in modo simile ad Anubi, dio
egiziano dalla testa di sciacallo associato
all'aldilà. Questo è interessante se
pensiamo al fatto che Ecate è regolarmente
associata con i cani e con il mondo dei
morti. Asteria, invece, è la dea titana che
governa visioni, oracoli, sogni, profezie e
necromanzia. Era anche associata a
meteoriti, comete e astrologia. Di nuovo un
chiaro collegamento ad Ecate, dea della
magia, dei prodigi e del cielo notturno.
Ricordiamo che Asteria ospitò la sorella
Leto sotto forma di isola quando
quest'ultima era perseguitata da Pitone agli
ordini della gelosa Hera, che aveva ordinato
a tutta la terra di non dare rifugio alla
titana.
Ecate era considerata una grande dea
portatrice di benefici e benedizioni
sicuramente fino al V sec. a.C., e sebbene
da questo momento il suo lato più oscuro
inizia a prendere piede, ancora sotto Silla
(I sec. a.C.) ella era una dea romana delle
feste pubbliche, quindi associata
all'abbondanza, alla letizia e ai benefici.
Durante il Medioevo, come abbiamo visto,
Ecate divenne nota come Regina delle
Streghe. Sebbene vada da sé che la dea
incarnò per le donne che venivano chiamate
"streghe" la loro protettrice, per la
saggezza, l'illuminazione e gli insegnamenti
che ella portava loro, in realtà questo nome
venne affibbiato ad Ecate dalle autorità
cattoliche. Queste affermavano che le
persone più pericolose per la fede erano
coloro che erano protette da Ecate, come
levatrici, guaritori, saggi, erboristi, ecc.
Per non parlare dei pagani, ovvero gli
abitanti dei villaggi (pagus) dove
l'insegnamento cattolico stentava ad
arrivare o a insediarsi: i contadini, così
attaccati ai rituali ed alle divinità della
terra, vennero tacciati di adorazione del
diavolo. Fu proprio in questo periodo che la
potenza di Ecate fu offuscata dalle dicerie
e dalle menzogne cattoliche che iniziarono a
ritrarla come una vecchia brutta,
bitorzoluta, cattiva e che lanciava
maledizioni mentre portava a spasso il suo
gregge di streghe.
nel XVI sec. Ecate addirittura è sinonimo
nell'immaginario collettivo del Male,la
divinità è ritratta col suo folle seguito
che rapisce bimbi e giovinetti. Questo
corteo non rispondeva a quello di Ecate
nella tradizione greco-romana, sebbene le
figure demoniche che popolavano il folklore
greco e che potevano costituire il corteggio
di Ecate (Lamia, Empusa, Mormò, Gorgò e
simili), così come i demoni mesopotamici
(Lamashtu, Lilu, Ardat-Lili e simili)
avevano queste caratteristiche.
Accade invece nel Rinascimento che questi
personaggi minori vengono dimenticati oppure
più semplicemente associati e fusi insieme
nel personaggio di Ecate (come già succedeva
in alcuni casi anche in età greca). In
questo periodo, artisti come Shakespeare
menzionano Ecate nelle loro opere, ma è una
dea ormai troppo associata alla stregoneria
e al mondo degli spettri. Sicuramente gli
studiosi come anche gli artisti conoscevano
bene le origini di Ecate, ma il tentativo di
aver mordente tra la massa li costringeva ad
adottare le stesse immagini familiari a chi
non aveva accesso agli studi.
"Nel XIX sec. Ecate divenne (con l'eccezione
della sopravvivenza del suo culto in Italia
presso il lago Averno e altri posti in
Grecia) una figura oscura conosciuta quasi
esclusivamente fra gli studiosi. Poiché poco
materiale scritto riguardo Ecate è
sopravvissuto (e per altre ragioni) questi
stessi studiosi la classificarono come una
divinità minore e poco importante, e molti
di loro di conseguenza tesero a ignorare il
suo ruolo nel mito classico e nella cultura
europea, minimizzarlo o semplicemente
demonizzarla. Nonostante questa
stereotipizzazione clamorosa, nel XX sec.
Ecate, come parte di una riesaminazione
globale del ruolo della Dea Oscura nel credo
pagano, ritornò ad una posizione di
preminenza. Ella trovò rispetto in una larga
area di vari prospettive e culti e come un
archetipo del lato oscuro della natura
femminile, fu inclusa da molte streghe
femministe nel loro pantheon della Grande
Dea Madre. Fu addirittura abbracciata da
molti pagani come loro esclusiva divinità.
Allo stesso tempo, i suoi tributi ctonici la
portarono ad essere adottata da un numero di
gruppi non tradizionali considerati parte
del movimento satanico. Fu anche la sua
associazione con il sangue, la vita dopo la
morte e la rinascita che fu motivo di
connessione con i gruppi odierni di vampiri;
ciò anche a causa del ritenuto corteo
formato da creature vampirische quali Lamia
ed Empusa.
Comunque, riemergendo dall'oscurità nel
dialogo sociale del XXI sec., Ecate non è
ancora totalmente accettata e benvoluta. Ci
sono ancora studiosi che, contro ogni
evidenza del contrario, continuano a seguire
le vecchie credenze e ad accantonarla come
una spaventosa dea della notte, senza
esaminare ulteriormente la sua figura.
Inoltre, sebbene molti pagani la includono
nei loro sistemi di credenze e culto, ce ne
sono ancora molti che insistono al meglio
nel vedere Ecate come l'aspetto pericoloso
della Madre Oscura e, al peggio, nel
rifiutarla completamente in nome del
"politically correct". Questo rifiuto è
dovuto non solo all'eccessivo sottolineare
il suo aspetto ctonio ma anche a casa della
sua forte associazione con l'uso della
magia, che alcuni pagani tendono a vedere
come una pratica coercitiva e crea, a volte,
degli scismi. Comunque andranno le cose
intorno al paganesimo come religione, Ecate
rimarrà ancora per molto una figura
controversa."
Zeus/SELENE
Nella mitologia greca Selene (in greco
Σελήνη, "luna"; etimo: "la risplendente") è
la dea della luna, figlia di Iperione e
Teia, sorella di Elio (il sole) ed Eos
(l'aurora).
Selene è la personificazione della luna
piena, insieme ad Artemide (la luna
crescente), alla quale è a volte assimilata,
ed a Ecate (la luna nuova). La dea viene
generalmente descritta come una bella donna
con il viso pallido, che indossa lunghe
vesti fluide bianche od argentate e che reca
sulla testa una luna crescente ed in mano
una torcia. Molte rappresentazioni la
raffigurano su un carro trainato da buoi o
su una biga tirata da cavalli, che insegue
quella solare.
Fu amante di Zeus, dal quale ebbe Pandia ed
Erse (la rugiada). Ebbe una relazione con
Pan, che per sedurla si travestì con un
vello di pecora bianca e Selene vi salì
sopra.
Pandia è una figura della mitologia greca.
Figlia di Zeus e di Selene, era la
personificazione del plenilunio e quindi dea
della luna piena. Viene ricordata tra gli
altri dei immortali, dai quali si distingue
soprattutto per la sua avvenenza.
Veniva celebrata con il padre Zeus in una
festa ateniese nel mese di Elafebolione.
feste che si celebravano ad Atene al termine
delle Dionisie urbane in onore di Pandia,
figlia di Selene e Zeus, In origine erano le
feste più importanti d'Atene, ma con
l'affermarsi delle Panatenee si ridussero ad
appendice delle Dionisie.
Un altro mito che la riguarda è quello
dell'amore per Endimione, re dell'Elide. Una
storia romanticissima e un po' triste: un
giorno vide in una grotta un bellissimo
giovane addormentato, Endimione; se ne
innamorò perdutamente e lo baciò sugli
occhi; ne nacque un grande amore, che diede
la luce a ben cinquanta figlie; ma Selene
non sopportava l'idea che un giorno il suo
amante potesse morire, e lo fece sprofondare
in un sonno eterno per poi andare a trovarlo
ogni notte. Endimione dormiva con gli occhi
aperti, per poter vedere l'apparizione della
sua donna. Altre versioni meno romantiche
della storia sostengono che Endimione avesse
chiesto a Zeus di dormire per non perdere la
sua giovanile bellezza, o addirittura per
evitare che Selene rischiasse un'ulteriore
gravidanza! Selene comunque non perde il suo
fascino di personificazione della luna, che
regala un po' di luce alla notte e un po' di
sogno alla realtà.
Amche nella mitologia romana fu associata
alla Luna; il tempio della Luna si trovava a
Roma sull'Aventino.
Zeus/CALLIOPE
Il nome significa "dalla bella voce". Fu la
Musa ispiratrice a Omero dell'Iliade e
dell'Odissea. La Maggiore fra le Muse, e la
più saggia e sicura di se, fu giudice nella
disputa fra Afrodite e Persefone su chi di
loro dovesse frequentare Adone, decidendo
che ciascuna di loro avrebbe trascorso lo
stesso periodo di tempo con l'amato. E'
conosciuta con una stilo con cui srive su
tavolette di cera, o con un rotolo, o con un
libro, e in capo porta una corona d'oro. Da
Apollo ebbe i due figli Orfeo e Lino. Da
Zeus suo padre, ebbe figli i coribanti che
erano i sacerdoti di Cibele (Rea) (divinità
nata dall'unione tra Gea e Urano). Onoravano
la loro dea con danze sfrenate e
orgiastiche, durante queste rumorosissime
feste spesso si infliggevano volontariamente
delle ferite. Inventori del tamburo a
cornice, creavano musica basata sul ritmo
ossessivo per curare l'epilessia e per
sconfiggere la malinconia di Zeus. Inoltre
onoravano il pino in onore di Attis (figlio
della dea).
Zeus/MAIA
Ninfa del monte Cillene in Arcadia, figlia
di Atlante e Plione. E' una delle sette
figlie di Atlas.
Il nome deriva da una radice ma- : si tratta
di un nome di carattere familiare, significa
"piccola madre".Con Zeus ebbe figlio Ermes o
Mercurio.
Mercurio
Mercurio è il più intelligente di tutti gli
dei olimpici ed è messaggero degli dei; per
questo porta dei sandali dorati e alati, un
cappello alato ed un'asta magica.
E' il dio del commercio e dei ladri, la
guida alle anime dei morti verso il mondo
sotterraneo ed è quello che porta sogni ai
mortali. Ha inventato la lira, la scala
musicale, l'astronomia, i pesi e le misure.
Come molti dei, Mercurio ha anche relazioni
amorose con dee, ninfe e mortali. Pan, mezzo
uomo e mezzo caprone, nacque dalla sua
unione con Driope (la figlia del re Driops).
Anche Abderus era suo figlio; era il
compagno dell'eroe Ercole.
Ermafrodite era nato dall'unione di Mercurio
e di Afrodite ed era una divinità androgena.
Mercurio era adorato in tutta la Grecia,
specialmente in Arcadia; i festival in suo
onore erano chiamati Ermea.
Il mito del
vello d'oro
Eolo — non il Dio e padre dei venti, ma
il progenitore della gente eolica, una
delle grandi stirpi degli Elleni — aveva
avuto dodici figli. Uno di questi
Atamante, re dei Minii nella Beozia,
aveva sposato Nefele, la dea della nube,
dalla quale gli erano nati un figlio e
una figlia: Frisso ed Elle; poi,
ripudiata Nefele, era passato a seconde
nozze con una donna mortale, Ino, figlia
di Cadmo, fondatore di Tebe.
La matrigna non amava i figliastri e
cercò di perderli. Indusse le donne del
paese a seminare chicchi di grano
tostato, dai quali, naturalmente, non
germogliarono messi. Una grave carestia
scoppiò e il re mandò uomini a
interrogare l'oracolo di Delo. Ino
corruppe i messaggeri e questi,
ritornando da Delo, riferirono non il
responso dell'oracolo, ma le parole
imposte dalla regina: — La carestia
cesserà soltanto se Frisso sarà
sacrificato a Giove (Zeus).
«Cominciamo con Frisso — si era detta la
matrigna — dopo penseremo a Elle».
Atamante amava i suoi figli e di
sacrificare Frisso non voleva affatto
saperne; ma i sudditi insorsero ed egli
dovette piegare il capo. Furono fatti i
preparativi per il sacrificio e il
giovinetto era vicino all'altare, quando
Nefele, la madre divina, chiese aiuto a
Mercurio (Ermes) il quale le mandò un
ariete dal vello d'oro, che poteva
correre liberamente così sulla terra
come attraverso il cielo; Frisso ed Elle
montarono sulla groppa dell'ariete e
l'ariete, levatosi in volo, in pochi
istanti sparì all'orizzonte.
— Non guardare in giù, sorellina, non
guardare in giù — aveva subito
raccomandato Frisso.
Malauguratamente a un certo punto del
viaggio Elle abbassò gli occhi, fu colta
da vertigini, cadde e annegò in quel
tratto di mare che da lei prese il nome
di Ellesponto.
Frisso invece arrivò a destinazione,
nella Colchide, dove venne ospitato da
Eete.
Frisso dunque sacrificò l'animale agli
dei, donando il vello ad Eete, che lo
nascose in un bosco, ponendovi un drago
di guardia.
Il vello venne successivamente rubato
da Giasone e dai suoi compagni, gli
Argonauti, con l'aiuto di Medea, figlia
di Eete.
Giasone e gli argonauti
Il mito sembrerebbe rifarsi ai primi
viaggi dei mercanti-marinai proto-greci
alla ricerca di oro, di cui la penisola
greca è assai scarsa. Da notare che
tuttora nelle zone montuose della
Colchide e delle zone limitrofe, vivono
pastori-cercatori d'oro seminomadi che
utilizzano un setaccio ricavato
principalmente dal vello di ariete, tra
le cui fibre si incastrano le pagliuzze
di oro.
Il capo e organizzatore della
spedizione, Giasone, era figlio di
Esone, ed era discendente del dio Eolo.
L'eroe viveva a Iolco, dove suo zio
Pelia aveva usurpato il regno di Esone.
Il giovane Giasone venne affidato, per
crescere bene, alle cure del Centauro
Chirone, che gli insegnò oltre a l'arte
della guerra anche la medicina.
L'avventura per la conquista del Vello
iniziò quando Giasone, divenuto adulto,
tornò al suo paese per pretendere il
trono usurpato, vestito in modo
bizzarro: indossava una pelle di
pantera, ed aveva un piede scalzo,
perché aveva perduto un sandalo nel
guado del fiume Anauro. Il giovane
arrivò nella piazza di Iolco mentre
Pelia stava eseguendo dei sacrifici per
gli dei.
Si presentò al re e gli dichiarò chi
egli era e che cosa pretendeva di
ottenere. Pelia allibì. Peggio ancora;
lo sguardo essendogli caduto sui piedi
del nipote, gli tornò a mente la vecchia
predizione di un oracolo ai principi del
suo regno: «Guardati dall'uomo che calza
un sandalo solo». Allora egli non aveva
capito; ora capì e pensò tosto come
disfarsi del pericoloso nipote.
— Sta bene — gli disse cortesemente. —
Io non mi rifiuto di riconoscere i
diritti che tu accampi, sebbene tuo
padre a suo tempo abbia rinunciato al
trono. Ma, prima, ascoltami. Se tu fossi
re e temessi che un suddito minacciasse
la tua vita, quale provvedimento
prenderesti?
Giasone immaginò che il re gli
rivolgesse quella domanda solo per
saggiare l'accortezza della sua mente e
rispose pronto:
— Manderei quell'uomo alla conquista del
Vello d'oro dell'ariete che ha
trasportato in salvo Frisso.
— Ebbene, va, e portami il Vello d'oro —
disse il re cambiando tono d'un tratto e
parlando imperioso. — Soltanto allora
accederò alle tue richieste.
Giasone aveva venti anni, era pieno di
pensieri di gloria, aveva forte il
braccio e ardito il cuore. Nonostante la
pericolosità dell'impresa,
accettò. Dovendo sottrarre il vello
d'oro che Eete, re della Colchide, aveva
nascosto nel tempio di Marte, convocò i
generali più forti della grecia e
costruì una nave.
La mitica nave che portò Giasone e gli
Argonauti alla conquista del vello
d'oro, si chiamava Argo.
Diverse leggende parlano di questa nave:
- La nave Argo venne progettata e
costruita grazie al contributo della dea
Atena, ella aveva personalmente
preparato la prua della nave con una
quercia sacra, proveniente dalla foresta
di Dodona, donando alla prua il dono
della parola oltre alla capacità di
profetizzare.
- Dopo il riuscito viaggio, Argo venne
consacrata a Poseidone nell'istmo di
Corinto. Venne quindi trasportata in
cielo e trasformanta nella costellazione
Argo Navis.
- Diversi autori dell'antichità
(Apollonio, Rodio, Plinio, Filostefano)
discussero della figura ipotetica della
nave. Veniva in genere immaginata come
una nave da guerra greca, una galera, e
gli autori ipotizzarono che fosse anche
la prima nave di questo tipo che avesse
intrapreso un viaggio in alto mare, e il
suo equipaggio era protetto dalla dea
Era
- Anche il nome dato alla nave fece
discutere. Alcuni lo descrissero come il
nome del suo costruttore, il carpentiere
Argo, figlio di Phrixus; altri come la
parola greca αργός, "rapida", essendo
una nave leggera; altri alla città di
Argos, dove si suppone che venne
costruita; altri ancora alle Argive, che
vi salirono a bordo, secondo il distico
citato dallo statista dell'antica Roma
Cicerone nel suo primo Tuscolano.
LIBRO PRIMO
Con lui salpavano:
Orfeo, il mitico cantore figlio della
musa Calliope e del dio fluviale Eagro.
Si narrava che il suo canto avesse
poteri taumaturgici, tali da costringere
le querce di un bosco a seguirlo ed
allinearsi lungo le coste.
Dopo Orfeo, che è posto così in rilievo,
inizia il catalogo vero e proprio dei
partecipanti che vengono presentati
nell'atto di raggiungere la spiaggia per
unirsi a Giasone: Asterione, Polifemo,
Ificlo (zio di Giasone), Admeto di Fere,
Erito ed Echione (figli di Hermes e di
Antianira), Etalide (figlio di Hermes ed
Eupolemea), Corono (figlio di Ceneo).
L'indovino Mopso, Euridamante, Menezio
(figlio di Attore e padre di Patroclo).
Eurizione, Eribote, Oileo, Canto (figlio
di Caneto d'Eubea).
Clizio e Ifito, figli di Eurito.
Telamone e Peleo, figli di Eaco.
Bute e Falero, dalla Cecropia.
Tifi, figlio di Agnia, pilota della
nave.
Fliante, della città di Aretira
(Peloponneso).
Taleo e Areo (figli di Biante), con
Leodoco, da Argo.
Al centro del catalogo compare, in
posizione di particolare rilievo, la
figura di Eracle. Apollonio lo presenta
appena tornato dalla cattura del
cinghiale del monte Erimanto che subito,
contro il volere di Euristeo, si
incammina per unirsi alla spedizione
degli Argonauti.
E' con lui il giovane scudiero Ila,
figlio di Teodamante, re della Misia.
Nauplio, discendente di Danao e padre di
Palemede. Idmone, altro indovino della
missione, che decise di partire pur
prevedendo la propria morte.
I Dioscuri Castore e Polluce, figli di
Leda e di Zeus (in altre versioni solo
Castore è figlio del dio).
Ida e Linceo, figli di Afareo.
Periclimeno, figlio di Neleo.
Anfidamante e Cefeo, figli di Aleo;
Anceo, figlio di Licurgo.
Augia, figlio del Sole, noto per la
fatica di Eracle nelle sue stalle.
Asterio e Anfione, figli di Iperasio,
dall'Acaia.
Eufemo, figlio di Posidone e di Europa,
così veloce da poter correre sull'acqua.
Ergino di Mileto e Anceo, figlio di
Posidone, dell'Asia Minore.
Meleagro, figlio di Eneo, giovanissimo,
accompagnato dal precettore Laocoonte.
Ificlo, zio di Meleagro, da non
confondere con l'omonimo zio di Giasone.
Palemonio, figlio di Efesto.
Ifito della Focide, da non confondere
con l'omonimo fratello di Clizio.
Zete e Calais, figli di Borea, dotati di
ali.
Completano il catalogo Acasto, figlio di
Pelia ed Argo, che sotto la guida di
Atena aveva costruito la nave.
Con grande effetto scenico Apollonio
rende l'atmosfera della partenza degli
eroi tramite le parole di due gruppi di
astanti, in funzione di semicori
teatrali, l'uno maschile e l'altro
femminile: mentre il primo elogia
l'aspetto eroico degli Argonauti, il
secondo descrive il dolore e la
desolazione di Esone ed Alcimede,
genitori di Giasone.
Segue il lamento di Alcimede per la
partenza del figlio, lamento consolato
da Giasone. Tema del colloquio è,
accanto alla disperazione della madre,
la controllata rappresentazione
antieroica che Apollonio fornisce di
Giasone.
Infine Giasone si incammina verso la
nave, fra l'emozione della folla.
Qui si tratteggia l'episodio della
vecchia Ifiade, sacerdotessa di
Artemide, che bacia la destra di Giasone
ma non riesce a parlare, vinta
dall'emozione, e rimane indietro,
superata dalla folla di giovani.
Prima di salpare Giasone raduna gli
uomini e propone la libera elezione di
un comandante, tutti guardano ad Eracle,
ma questi rifiuta ed propone, con un
breve discorso, che il capo sia Giasone.
Giasone accetta lietamente ed ordina che
prima di partire si costruisca un altare
in onore di Apollo e si celebri un
banchetto rituale con sacrifici al dio.
Infine si procede al varo della nave,
operazione che viene descritta nei
particolari con linguaggio sapientemente
vivace, si sorteggiano i posti dei
rematori e si affida a Tifi il compito
di pilotare Argo. Idmone pronuncia un
vaticinio, guardando il sangue dei
sacrifici, è una prima risposta alle
preghiere rivolte da Giasone ad Apollo:
il fato prescrive l'esito positivo della
missione. Quanto a se stesso, Idmone
conferma che non potrà tornare in
Grecia, ma accetta la morte per la
gloria della sua famiglia.
Al tramonto gli eroi banchettano sulla
spiaggia allegramente, con grande
abbondanza di vino e di cibo, Eracle ed
Anceo hanno infatti abbattuto due buoi
offerti da Giasone per i sacrifici. Solo
Giasone appare triste e pensieroso, lo
nota Ida che, con atteggiamento
tracotante, lo esorta a non aver paura.
A Ida risponde con durezza Idmone
deprecandone la superbia, la lite che
segue è placata da Orfeo che inizia a
cantare di argomenti mitici catturando
l'attenzione di tutti.
Nel canto di Orfeo Apollonio riprende
tradizioni rare ed erudite che vedono
Ofione e Eurinome come predecessori di
Crono e Rea, mentre nella mitologia più
diffusa Crono succedeva direttamente a
Urano dopo averlo evirato.
Si parla anche di Zeus, cresciuto
nell'isola di Creta, al riparo dalla
minaccia paterna, al quale i Ciclopi
avevano fornito il trono e la folgore.
All'alba Tifi risveglia i compagni e
finalmente ci si dispone alla partenza.
Apollonio descrive solennemente la nave
sospinta dai remi che si stacca dalla
riva e prende il largo, osservata dagli
dei. Il centauro Chirone con il piccolo
Achille raggiunge la spiaggia per
salutare Peleo e i suoi compagni.
Usciti dal porto a forza di remi, gli
Argonauti issano la vela mentre Orfeo
intona un canto in onore di Artemide
protrettrice delle navi e di Iolco.
Dopo un giorno di navigazione nell'Egeo,
la nave Argo approda sulle coste di
Magnesia, presso la tomba dell'eroe
arcaico Dolope. Dopo tre giorni di sosta
forzata dai venti contrari la nave
riprende il mare.
Apollonio continua la descrizione
sintetica dell'itinerario,
un'elencazione catalogica dei luoghi. Il
secondo giorno, dopo aver superato il
monte Athos, Argo raggiunge l'isola di
Lemno.
Qui l'anno precedente si era consumata
una grande tragedia; gli uomini avevano
a lungo trascurato le mogli per amare
delle schiave trace giunte sull'isola.
Accecate dalla gelosia, provocate anche
dall'ira di Afrodite che era stata a
lungo privata degli amori dovutile, le
donne avevano ucciso tutti gli uomini e
le loro amanti. Nell'eccidio non erano
morti soltanto i mariti infedeli ma
tutti gli individui di sesso maschile
dell'isola. In questo modo - avevano
pensato le omicide - nessuno avrebbe
potuto in futuro punirle. Si salvò solo
il vecchio Toante al quale la figlia
Ipsipile offrì una possibilità di scampo
abbandonandolo in mare in una cassa.
Da allora le donne di Lemno avevano
svolto i lavori maschili, sempre temendo
che dal mare arrivassero i nemici Traci.
Per questo timore le donne di Lemno
accolgono con ostilità gli Argonauti
(che scambiano per Traci) ma Etalide -
inviato come araldo alla regina Ipsipile
- la convince a lasciarli pernottare
sull'isola.
Ipsipile convoca in adunanza le
concittadine e propone che si offrano
doni agli Argonauti portandoli sulla
spiaggia per evitare che questi,
entrando in città, scoprano i loro
misfatti. Ma la vecchia Polisso è di
diversa opinione: prevedendo un'orrenda
vecchiaia per tutte loro che senza figli
e senza sposi, resteranno indifese a
morire sull'isola, propone che si
trattengano i nuovi venuti, si affidi
loro il governo dell'isola ed il futuro
della sua popolazione.
Così decide l'assemblea ed Ipsipile
invia Ifinoe alla nave perché inviti gli
Argonauti ad entrare in città.
Accogliendo l'invito Giasone veste il
suo mantello, donatogli da Atena, e qui
inizia una lunga digressione nella quale
Apollonio descrive gli episodi mitici
ricamati nei riquadri del mantello, con
evidente riferimento al modello omerico
della descrizione dello scudo di
Achille.
I riquadri del mantello riproducono:
- i Ciclopi intenti a fabbricare la
folgore di Zeus;
- la fondazione di Tebe ad opera di
Anfione e Zeto;
- Afrodite che si specchia nello scudo
del suo amante Ares;
- i pirati Teleboi che fanno strage dei
figli di Elettrione;
- la gara tra Enomao e Pelope per la
mano di Ippodamia;
- Apollo che uccide Tizio;
- Frisso che dialoga con il magico
montone
Continua la descrizione della vestizione
di Giasone con la lancia a questi donata
da Atalanta. La vergine guerriera aveva
chiesto di partecipare all'impresa, ma
Giasone non l'aveva accettata temendo
che la sua presenza femminile creasse
difficoltà e gelosie.
Giasone si reca alla reggia di Ipsipile
attraversando la città fra gli sguardi
affascinati delle donne. La regina gli
fornisce una versione parzialmente
falsata degli eventi: sconvolti dalla
passione per le schiave trace gli uomini
di Lemno avevano abbandonato e
trascurato le loro donne finchè queste,
indignate, non si erano accordate per
chiuderli tutti fuori della città. Gli
uomini si erano tutti trasferiti in
Tracia portando con loro i figli maschi
ed ora Lemno era popolata di sole donne.
Per questi motivi esse pregavano gli
stranieri di rimanere sull'isola, in
particolare Ipsipile offriva a Giasone
la sua casa, il suo letto ed il trono
paterno.
Giasone torna alla nave per riferire la
proposta ai compagni dopo aver avvisato
Ipsipile che in nessun caso essi
potranno rimanere per sempre in quanto
hanno una missione da compiere. Lo
seguono le donne recando doni ai
marinai. Gli Argonauti si trattengono a
lungo sull'isola finchè Eracle, che con
pochi compagni ha rifiut
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