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DINASTIA MITOLOGICA GRECA
COSMOGONIA
La contemplazione dei cieli è stata
e rimane una delle più lunghe e affascinanti avventure
della mente umana. La suggestione, il fascino e lo sgomento
che tali osservazioni hanno provocato, in passato fecero
sì che astronomia e cosmologia permeassero ogni attività
umana. L’uomo “primitivo” viveva immerso nell’Universo
circostante con una compartecipazione ben più totalizzante,
anche se ovviamente meno consapevole, dell’uomo “moderno”.
Chi possedeva le chiavi per leggere e interpretare il
cosmo suscitava rispetto e timore nelle proprie genti.
Le inevitabili lacune della conoscenza umana si prestarono
spesso ad essere riempite da credenze irrazionali (così
almeno è come oggi ci appaiono) che portarono a miti
e a dogmi religiosi.
Anche la cosmologia, complesso di dottrine scientifiche
o filosofiche che studiano l’ordine, i fenomeni e le
leggi dell’universo, e la cosmogonia, cioè quella unione
di miti e di teorie che ogni popolo ha elaborato per
rendersi ragione dell’origine dell’Universo, sono state
campo di battaglia di un conflitto che ancora oggi si
combatte su diversi fronti: quello tra comprensione
e ignoranza.
Le cosmologie più antiche potranno apparirci ingenue:
le nostre attuali conoscenze sono in grado di confutare
pienamente l’asserzione che, per esempio, sia una lucertola
a circondare e così facendo, tenere unito il nostro
mondo.
Esemplifichiamo la questione con una analogia: nel passaggio
da due a tre dimensioni, quello che sembrava un piano
su cui giacciono due circonferenze completamente separate,
ci appare come un anello tagliato orizzontalmente dal
piano su cui ci sembrava giacessero le circonferenze.
La nostra conoscenza attuale ha, per così dire, aggiunto
una dimensione in più al nostro punto di vista scientifico,
rendendolo più completo e in grado di smascherare alcuni
miti e dogmi [immagine]. Questo “gap” ci rende, in molti
casi, indubbiamente più tranquilli e fiduciosi nelle
nostre capacità di comprensione rispetto a quelle dei
nostri predecessori.
Ma “per apprendere in quale direzione si sviluppi la
fisica, c’è solo un mezzo: confrontare il suo stato
attuale con quello di un’epoca anteriore” (M. Planck,
La conoscenza del mondo fisico).
Studiando il passato si diventa più consapevoli del
cammino dell’uomo in quella che si può definire “protoscienza”
e quindi delle basi su cui poggiano le nostre attuali
conoscenze scientifiche.
Non si può inoltre negare la bellezza e il fascino ancestrale
racchiuse nelle “storie del mondo”; gli uomini che ci
hanno preceduto le hanno raccontate nel tentativo di
rispondere alle stesse domande che ancora oggi sono
la spinta di ogni ricerca umana, sia interiore che scientifica.
Le domande, comuni agli uomini di ogni cultura e civiltà,
trovano quindi una prima risposta nelle cosmologie “primitive”,
se con questo termine intendiamo i sistemi non scientifici
nel senso moderno del termine sviluppatisi prima delle
teorie greche a tutti note o parallelamente ad esse,
ma senza subirne le influenze.
La lettura delle cosmogonie antiche porta a un’ulteriore
riflessione: basterà molto meno di qualche migliaio
di anni a trasformare la nostra scienza in “protoscienza”.
Oggi con il termine “energia oscura” si intende quel
fluido cosmico dalle proprietà peculiari (come una pressione
negativa, capace di produrre una forma di repulsione
gravitazionale ) che è stato ipotizzato per l'autoconsistenza
dello schema attuale dell’universo: esso appare infatti
piatto, ma manca la materia, anche oscura, che potrebbe
renderlo tale; per di più appare in espansione accelerata.
Se qualcuno sostenesse che un tale fluido (curioso e
inquietante il nome che è stato scelto per descriverlo:
quintessenza), non è altro che il nutrimento di quella
enorme lucertola che racchiude l’universo, espandendosi
con esso, nessuno scienziato attuale potrebbe dimostrare
il contrario.
CAOS
“Lo Spazio che non è contenuto, ma che contiene tutto,
è la personificazione primaria della semplice Unità...
l’estensione illimitata”. “Ma l’estensione illimitata
di che cosa?” “L’Ignoto Contenitore di Tutto, la Causa
Prima Sconosciuta”. Questa è una definizione ed una
risposta molto esatta.
Lo Spazio è il Contenitore ed il Corpo dell’Universo.
È un corpo di un’estensione illimitata, i cui Princìpi
manifestano nel nostro mondo fenomenico soltanto la
parte più grossolana.
" Nessuno ha mai veduto gli Elementi nella loro pienezza".
Noi dobbiamo attingere il nostro sapere dalle espressioni
originali e dai sinonimi dei popoli primitivi.
Il Chaos era chiamato dagli antichi privo di senno perché
— il Chaos e lo Spazio essendo sinonimi — esso rappresentava
e conteneva in sé tutti gli Elementi nel loro stato
rudimentale e indifferenziato. Gli antichi facevano
dell’?ther il quinto Elemento, la sintesi degli altri
quattro; poiché l’?ther dei filosofi greci non era il
suo residuo, per quanto in realtà essi avessero molte
più cognizioni della scienza attuale su questo residuo
(Etere), il quale si considera giustamente quale agente
operatore di molte Forze che si manifestano sulla terra.
Poiché l’Essenza dell’?ther, o lo Spazio Invisibile,
era considerata divina in quanto si supponeva che fosse
il Velo della Divinità, così essa veniva pure considerata
quale intermediaria fra questa vita e quella successiva.
Gli antichi ritenevano che quando le Intelligenze attive
dirigenti — gli Dèi — si ritiravano da una porzione
qualsiasi dell’?ther nel nostro Spazio, o dei quattro
regni che essi governavano, allora quella particolare
regione cadeva sotto il dominio del male, così chiamato
a causa dell’assenza del bene.
L’esistenza dello Spirito, l’Etere, è negata dal Materialismo,
mentre la Teologia ne fa un Dio personale. II cabalista
ritiene che ambedue siano in errore, e dice che nell’Etere
gli elementi rappresentano soltanto la Materia, le Forze
Cosmiche cieche della Natura, mentre lo Spirito rappresenta
l’Intelligenza che le dirige. Le dottrine cosmogoniche
Ariane, Ermetiche, Orfiche e Pitagoriche, sono tutte
basate su una formula incontestabile, cioè che l’?ther
e il Chaos, o, nel linguaggio platonico, la Mente e
la Materia, erano i due princìpi primordiali ed eterni
dell’Universo, del tutto indipendenti da qualsiasi altra
cosa. Il primo di essi era il princìpio intellettuale
che tutto vivifica, mentre il Chaos era un princìpio
liquido “senza forma né intelletto”; dalla loro unione
nacque l’Universo, o piuttosto il Mondo Universale,
la prima Divinità androgina — divenendo la Materia Caotica
il suo Corpo e l’Etere la sua Anima. Secondo la fraseologia
di un frammento di Hermeias: “Il Chaos, ottenendo l’intelletto
da questa unione con lo Spirito, risplendette di piacere
e così fu generato il Protogono, la Luce (Primogenita)”.
Questa è la Trinità Universale, basata sulle concezioni
metafisiche degli antichi, i quali, ragionando per analogia,
fecero dell’uomo, che è un composto di Intelletto e
di Materia, il Microcosmo del Macrocosmo, o Grande Universo.
“La Natura aborre il Vuoto”, dicevano i Peripatetici,
i quali, benché materialisti alla loro maniera, comprendevano
forse perché Democrito ed il suo maestro Leucippo insegnassero
che i primi princìpi di tutte le cose contenute nell’Universo
erano gli Atomi ed il Vuoto. Quest’ultimo significa
semplicemente la Forza latente o la Divinità, la quale,
precedentemente alla sua prima manifestazione — quando
divenne la Volontà che dette il primo impulso a questi
Atomi — era il grande Nulla, o Nessuna-Cosa; e di conseguenza,
in ogni senso, un Vuoto o Chaos.
COSMO
Nelle antiche filosofie, Chaos, Theos, Kosmos, e Spazio,
sono identificati per tutta l’eternità come lo Spazio
Unico Ignoto, di cui l’ultima parola non sarà forse
mai conosciuta. Inoltre, la parola stessa “Dio”, al
singolare, che include tutti gli Dèi o Theoi, pervenne
alle nazioni civili “superiori” da una strana sorgente,
da una sorgente interamente e
preminentemente fallica quale è quella del Lingham indiano
nella sua nuda franchezza.
Alle razze latine esso pervenne dall’ariano Dyaus (il
Giorno); agli slavi dal Bacco greco (Bagh-bog); ed alle
razze sassoni direttamente dall’ebraico Yod o Jod. Quest’ultimo
è maschio e femmina, e Yod è il fallico gancio. Di qui
deriva il sassone Godh, il germanico Gott e l’inglese
God. Si può dire che questa parola simbolica rappresenti
il Creatore dell’Umanità Fisica, sul piano terrestre;
ma certamente non aveva niente a che fare con la Formazione
o “Creazione” sia dello Spirito che degli Dèi o del
Cosmo.
Chaos-Theos-Kosmos, la Triplice Divinità, è tutto in
tutto. Di conseguenza, si dice che essa è maschio e
femmina, bene e male, positivo e negativo, l’intera
serie delle qualità contrarie. Quando è latente non
è conoscibile e diviene la Divinità Inconoscibile. Essa
può essere conosciuta soltanto nelle sue funzioni attive,
e quindi quale Forza-Materia e Spirito vivente, le correlazioni
e la risultante, o l’espressione sul piano visibile,
dell’Unità ultima e per sempre sconosciuta. A sua volta
questa Triplice Unità produce i Quattro Elementi Primari,
conosciuti nella nostra Natura terrestre visibile, ciascuno
divisibile in sottoelementi, dei quali circa una settantina
sono conosciuti dalla Chimica. Ogni Elemento Cosmico
come il Fuoco, l’Aria, l’Acqua e la Terra, partecipando
delle qualità e dei difetti dei loro Primari, è, nella
sua natura, Bene e Male, Forza o Spirito, e Materia,
ecc.; e ciascuno, quindi, è in pari tempo Vita e Morte,
Salute e Malattia, Azione e Reazione. Essi formano costantemente
la Materia sotto l’impulso incessante dell’Elemento
Unico, l’inconoscibile, rappresentato nel mondo dei
fenomeni dall’Aether. Essi sono “gli Dèi immortali che
danno nascita e vita a tutto”.
Empedocle.
Empedocle (ca. 450 a.C.), chiamava questi elementi "rizòmata"
("radici", plurale di "rizoma" ) di tutte le cose, immutabili
ed eterne. L'unione di tali radici determina la nascita
delle cose, e la loro separazione, la morte. Si tratta
perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento
che l'Essere (le radici) non si crea e non si distrugge,
ma è soltanto in continua trasformazione.
L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono
determinate dalle due forze cosmiche e divine Amore
(Eros) e Discordia (Eris, o Odio), secondo
un processo ciclico eterno. In una prima fase, tutti
gli elementi e le due forze cosmiche sono riunite in
un Tutto omogeneo, nel Cosmo, il regno dove predomina
Eros. Ad un certo punto, sotto l'azione di Eris, inizia
una progressiva separazione delle radici. L'azione della
Discordia, non è ancora distruttiva, dal momento che
le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile
che determina la nascita e la morte delle cose, e con
esse quindi il nostro mondo. Quando poi Eris prende
il sopravvento su Eros, e ne annulla l'influenza, si
giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la
dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo
continua grazie ad un nuovo intervento dell'Amore che
riporta il mondo alla condizione intermedia in cui le
due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che
dà nuovamente vita al mondo. Infine, quando Eros si
impone ancora totalmente su Eris si ritorna alla condizione
iniziale del Cosmo. Da qui il ciclo ricomincia.
Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi
una progressiva aggregazione delle radici. Tale unione,
non ha carattere finalistico, è assolutamente casuale.
E tale casualità si evidenzia a proposito degli esseri
viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a
formare arti e membra separati, che solo in seguito
si uniranno, sempre casualmente tra di loro. Nascono
così mostri di ogni specie (come ad esempio il Minotauro),
che, dice Empedocle quasi anticipando Charles Darwin,
sono scomparsi solo perché una selezione naturale favorisce
alcune forme di vita rispetto ad altre, meglio organizzate
e perciò più adatte alla sopravvivenza.
Per Empedocle le quattro radici sono anche alla base
della conoscenza. Egli infatti sostenne che i processi
della percezione sensibile (degli oggetti esterni) e
della conoscenza razionale fossero possibili solo in
quanto esisteva una identità di struttura fisica e metafisica
tra il soggetto conoscente, ossia l’uomo, e l’oggetto
conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l’uomo
che gli enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative
delle quattro radici ed erano mossi dalle medesime forze
attrattive e repulsive. Questa omogeneità rendeva possibile
il processo della conoscenza umana, che si basava dunque
sul criterio del simile. Infatti così affermò Empedocle:
«noi conosciamo la terra con la terra, l’acqua con l’acqua,
il fuoco con il fuoco, l’amore con l’amore e l’odio
con l’odio».
La Tetraktys pitagorica
Per i pitagorici, la "Tetraktys" rappresentava la successione
aritmetica dei primi quattro numeri naturali (o più
precisamente numeri interi positivi), un «quartetto»
che geometricamente «si poteva disporre nella forma
di un triangolo equilatero di lato quattro», ossia in
modo da formare una piramide che sintetizza il rapporto
fondamentale fra le prime quattro cifre e la decade:
1+2+3+4=10. «A dimostrazione dell'importanza che il
simbolo aveva per Pitagora [c. 575 a.C. - c. 495 a.C.],
la scuola portava questo nome e i suoi discepoli prestavano
giuramento sulla tetraktys.»
Il significato simbolico.
A ogni livello della tetraktys corrisponde uno dei quattro
elementi:
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1° livello. Il punto superiore: l'Unità
fondamentale, la compiutezza, la totalità,
il Fuoco
2° livello. I due punti: la dualità, gli
opposti complementari, il femminile e il
maschile, l'Aria
3° livello. I tre punti: la misura dello
spazio e del tempo, la dinamica della vita,
la creazione, l'Acqua
4° livello. I quattro punti: la materialità,
gli elementi strutturali, la Terra.
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A sua volta il dieci rimanda all'Unità
poiché 10=1+0=1. Inoltre «nella decade "sono contenuti
egualmente il pari (quattro pari: 2, 4, 6, 8) e il dispari
(quattro dispari: 3, 5, 7, 9), senza che predomini una
parte". Inoltre risultano uguali i numeri primi e non
composti (2, 3, 5, 7) e i numeri (4, 6, 8, 9) secondi
e composti. Ancora essa "possiede uguali i multipli
e sottomultipli: infatti ha tre sottomultipli fino al
cinque (2, 3, 5) e tre multipli di questi, da sei a
dieci (6, 8, 9)". Infine, "nel dieci ci sono tutti i
rapporti numerici, quello dell'uguale, del meno-più
e di tutti i tipi di numero, i numeri lineari, i quadrati,
i cubi. Infatti l'uno equivale al punto, il due alla
linea, il tre al triangolo, il quattro alla piramide"».
Forse «è nata così la teorizzazione del "sistema decimale"
(si pensi alla tavola pitagorica)», tuttavia solo per
quanto riguarda la Grecia e non per l'intera storia
della civiltà e della matematica, che attesta la preesistenza
di tale intuizione rispetto ai Pitagorici.
Aristotele
A questi quattro elementi Aristotele ne aggiungerà un
quinto che egli chiamerà Etere e che costituisce
la materia delle sfere celesti.
L'etere (confluito in latino come aether), sinonimo
di quintessenza (dal latino medievale quinta essentia),
era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare
agli altri quattro già noti: il fuoco, l'acqua, la terra,
l'aria.
Aristotele credeva che l'etere fosse eterno, immutabile,
senza peso e trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità
dell'etere, il cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione
alla Terra, luogo di cambiamento.
Secondo gli alchimisti medievali, l'etere sarebbe il
composto principale della pietra filosofale. Essi indicarono
con l'etere o quintessenza la forza vitale dei corpi,
una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta
i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie:
come, ad esempio, conservare la salute umana integra
sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se
non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse
usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non
è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio
e quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali,
le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono
sostanza.
L’intera allegoria è altamente filosofica, e
in realtà la troviamo ripetuta in tutti gli antichi
sistemi di filosofia. Così la ritroviamo in Platone,
il quale, avendo pienamente abbracciate le idee che
Pitagora aveva portate dall’India, le rielaborò e le
pubblicò in una forma più intelligibile di quella del
misterioso sistema numerico originale del Saggio di
Samo. Così, in Platone, il Kosmos è il “Figlio”, che
ha per Padre e Madre il Pensiero Divino e la Materia.
La scienza moderna considera con disprezzo la Cosmolatria
come una superstizione. Però, prima di deriderla, la
scienza stessa dovrebbe, come consigliava uno scienziato
francese, “riformare completamente il proprio sistema
di educazione cosmopneumatologica.
I moderni Caos - Energia - Vuoto
Il “vuoto” appare come “nulla” ed in termini matematici
lo si definisce come “zero” , perché esso è lo stato
di “vuoto” o di “energia zero” = energia potenziale
del "vuoto", che però di fatto non è un vuoto assoluto
ma e' un pieno totale; infatti gli scienziati hanno
scoperto recentemente che il “vuoto” non è vuoto, ma
alla temperatura dello zero assoluto vi è una energia
fondamentale E, che chiamano “Energia duale” E = E+
ed E- (energia duale ed indissolubile).
Definizione di E
E+, e' formata dai famosi “Puncta” di Ruggero Boscovich,
scienziato del 1700, che per primo formulò una teoria
unificata fra micro cosmo e macrocosmo, teoria simile
ad alcune moderne.
Questa Energia E, si manifesta per contrapposti (E+
ed E-), ciò significa che il “Puncta”, che ha la caratteristica
di sembrare una "particella" in realta' e' un buco puntiforme
virtuale CentroMosso = un vortice, questo "buco" è eternamente
instabile e quindi in moto eternamente potenziale, e
quando incontra - interagisce - un altro puncta (dello
stesso tipo di energia a potenziale diverso E- ), forma
una coppia, vi si avviluppa e forma di conseguenza,
per il suo intrinseco movimento centro mosso, un vortice
di energia/moto (Energia Cosmica) che li “lega assieme”,
li coniuga, li sposa, formando l’insieme denominato:
"particella" multiforme ("parte" di un insieme di "celle"
)= curvatura dello spazio-tempo e dell'ETERe fluttuante,
ma eternamente stabile in loco ed in eterno movimento
sussultorio, come le onde nella massa dell'oceano .
L’Energia null’altro e’ che la “variazione pulsante
dell'Etere.
Definizione di Vuoto e di campo
La teoria quantistica dei Campi della fisica moderna
ci costringe ad abbandonare la classica distinzione
fra particelle materiali e vuoto. La teoria del campo
gravitazionale di Einstein e la teoria dei campi mostrano
entrambe che le particelle non possono essere separate
dallo spazio che le circonda. Da una parte, esse determinano
la struttura di questo spazio, mentre dall'altra non
possono venire considerate come entità isolate, ma devono
essere viste come condensazioni di un campo continuo
che è presente in tutto lo spazio.
Nella teoria dei campi, il campo è visto come la base
di tutte le particelle e delle loro interazioni reciproche.
"II campo esiste sempre e dappertutto (e' il nome moderno
dell'Etere degli antichi), non può mai essere eliminato.
Esso è il veicolo di tutti i fenomeni materiali. È il
"vuoto" dal quale il protone crea i mesoni n. L'esistere
e il dissolversi delle particelle sono semplicemente
forme di moto del campo".
Infine, la distinzione tra materia e spazio vuoto dovette
essere abbandonata quando divenne evidente che le particelle
virtuali possono generarsi spontaneamente dal vuoto,
e svanire nuovamente in esso, senza che sia presente
alcun nucleone o altra particella a interazione forte.
Qui un "diagramma vuoto-vuoto" per un processo di questo
tipo: tre particelle - un protone (p), un antiprotone
(f), e un pione (n) - emergono dal nulla e scompaiono
nuovamente nel vuoto.
Secondo la teoria dei campi, eventi di questo tipo avvengono
di continuo. Il vuoto è ben lungi dall'essere vuoto.
Al contrario, esso contiene un numero illimitato di
particelle che vengono generate e scompaiono in un processo
senza fine.
In questo aspetto della fisica moderna c'è dunque la
più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo
orientale. Il "vuoto fisico" — come è chiamato nella
teoria dei campi — non è uno stato di semplice non-essere,
ma contiene la potenzialità di tutte le forme del mondo
delle particelle. Queste forme, a loro volta, non sono
entità fisiche indipendenti, ma soltanto manifestazioni
transitorie del Vuoto soggiacente ad esse. Come dice
il sùtra, "la forma è vuoto, e il vuoto in realtà è
forma".
La relazione tra le particelle virtuali e il vuoto è
una relazione essenzialmente dinamica; il vuoto è certamente
un "Vuoto vivente, cioe' intelligente" = Vuoto QuantoMeccanico
-, pulsante in ritmi senza fine di "creazione e distruzione",
che si puo' definire un eterno "amplesso".
La scoperta della qualità dinamica del vuoto è considerata
da molti fisici uno dei risultati più importanti della
fisica moderna. Dall'avere una funzione di vuoto contenitore
dei fenomeni fisici, il "nuovo" vuoto è passato ad essere
una qualita' e quantità dinamica della massima importanza.
I risultati della fisica moderna sembrano quindi confermare
le parole del saggio cinese Chang Tsai: "Quando si conosce
che il Grande Vuoto è pieno di Ki, si comprende che
non esistono cose quali il non-essere".
DIVINITA'
La Cosmogonia, oltre agli elementi (Fuoco, Aria, Acqua,
Terra), considera anche le divinità. Queste divinità
esistono come essenze vitali oscure e capricciose finché
Eros non le induce ad armonizzare ed acquisire delle
personalità più clementi come la Concordia. E allora
Caos, miscuglio indescrivibile ed inestricabile, incomincia
a delinearsi come Cosmo e quindi ordine.
Le divinità derivano o direttamente dal Caos, oppure
dalla interazione fra le entità divine stesse (Erebo
e la Notte "Nyx" generano i loro opposti Etere e il
Giorno):
- Erebo: una specie di abisso senza fondo
fatto di tenebre.
- Tartaro: il luogo sotterraneo in cui
i malvagi subivano i dovuti tormenti.
- Nyx: la notte buia e misteriosa che dava
però riposo e portava buoni consigli;
- Emera: Il giorno.
- Destino ( o Fato): una divinità
ora benigna e ora ostile, in ogni modo divinità
potentissima ed inesorabile dai voleri imperscrutabili,
alla quale tutti gli altri dèi dovevano sottomettersi
e ubbidire.
Niente e nessuno poteva cambiare
ciò che egli aveva stabilito.
- Ubris: Tracotanza, insolenza compiuta
verso gli dei. Il sentimento dell'uomo di volersi
fare pari agli dei, puntualmente punito severamente.
- Dione l'istinto sessuale
E altre divinità:
il Biasimo, la Pena, il Sonno, i Sogni, l'Inganno, la
Brama, la Rissa, il Travaglio, l'Oblio, la Fame, la
Vecchiaia, la Morte, ...
TEOGONIA
GEA
(Gaia o la Tellus romana) non nasce
dal Caos, ma sorge o si desta quando Eros inizia a interagire
con Eris per ripristinare il Cosmo. E' la prima Dea,
madre di tutti gli Dei e degli uomini.
Come vedremo negli eventi divini, gli dei per procreare
si uniscono fra di loro, ma si possono unire pure alle
divinità derivate dal Caos, e pure con gli uomini. Gea
invece creò i primi suoi figli da se stessa:
URANO ( il cielo stellato).
PONTO (il mare profondo)
PONTO e Gea procrearono:
Nereo: il mare in bonaccia, fu il padre delle
Nereidi
Taumante: Il maestoso mare. Padre delle Arpie
e di Iride.
Euribia: la violenza del mare tempestoso,
sposò il Titano Crio
Forco e Ceto: Fratello e sorella,
i pericoli del mare in tempesta. E dalla loro unione
nacquero le Fòrcidi, ossia le Graie e le Gorgoni, ed
un serpente dal terribile aspetto. Quest'ultimo era
il custode nelle caverne dei pomi aurei.
le Graie (Enio, Perfredo e Dino) erano tre vecchie
dai capelli grigi ed un solo occhio che facevano da
sentinelle alle Gorgoni (Steno, Eurialo
e Medusa). Di queste, le prime due erano immortali e
non potevano invecchiare, la terza invece era mortale.
Esse abitavano "sull'altra riva dell'inclito Oceano,
all' estremità del mondo presso il soggiorno della Notte,
dove si trovano le Esperidi dalla voce sonora".
Medusa, il cui nome in greco significa "colei
che domina", inizialmente era stata una donna bellissima
con capelli meravigliosi. Poseidone si innamorò di lei,
si trasformò in uccello e la rapì. La sedusse nel tempio
di Atena, e Medusa nascose il volto dietro l'egida della
dea. Atena, offesa sia per averli scoperti nel suo tempio,
sia perchè la Gorgone aveva osato vantare i suoi capelli
come più belli di quelli della dea, la punì trasformandola
in mostro con gli occhi di fuoco, la lingua penzolante,
con zanne enormi e serpi al posto dei capelli. Inoltre,
pietrificava chiunque la guardasse.
Gea come sposo scelse Urano
e assieme governarono il creato dando inizio a...
Il REGNO DI URANO
Gea (la Dea Madre) e Urano (il cielo stellato) generarono:
tre Ecatonchiri (o Centimani): Briareo (o
Egemone), Gie (o Gige) e Cotto.
Gea li generò fecondata dalla
pioggia che Urano fece cadere dal cielo sulla Terra.
Ognuno di loro aveva cento braccia e cinquanta teste
che sputavano fuoco, il resto del corpo (quindi
dal busto in giù) era di aspetto umano.
Non erano giganti, ma uomini. Sono i primi mostri
ad apparire nella “cronologia mitologica” greca;
sono perciò appartenenti a quella schiera di mostri
che è stata definita come “Prima Generazione Cosmica”.
Una progenie rinnegata degli dei, che le stesse
divinità hanno paura di affrontare.
tre Ciclopi: Bronte (tuono), Sterope (fulmine)
ed Arge (lampo).
In epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano
tre stirpi di ciclopi:
- I figli di Urano e Gea appartengono alla prima
generazione divina di Ciclopi. "Costruttori", che
avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici
che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove,
costituiti da blocchi enormi il cui peso e dimensione
sembrano sfidare le forze umane (le "mura ciclopiche");
- Poi c'erano gli alti conoscitori dell'arte della
lavorazione del ferro: Ciclopi aiutanti di Efesto
(Vulcano). Ciclope (significa 'occhio rotondo').
Caratterizzati dalla presenza di un solo occhio.
- Nell'Odissea di Omero (libro IX), Ulisse incontra
in Sicilia i loro figli: i barbari Ciclopi, che,
ormai scordata l'arte degli avi che lavoravano come
fabbri, vivevano dediti alla pastorizia e isolati
l'uno dall'altro in caverne.
« Questi si affidano
ai numi immortali: non piantano alberi,
non arano campi; ma tutto dal suolo
per loro vien su inseminato e inarato,
orzo e frumento e viti che portano vino
nei grappoli grossi, che a loro matura
la pioggia celeste di Zeus »
(Odissea, IX, 107-111)
Omero dà il nome di uno solo di loro, Polifemo,
che fece prigioniero Ulisse e i suoi compagni.
Una qualche
verità storica riguardo all'esistenza di una popolazione
o tribù che rispondesse al nome di "Ciclopi" ci
viene data da Tucidide nel libro VI delle sue Storie
allorquando si accinge a parlare delle popolazioni
barbare esistenti in Sicilia prima della colonizzazione
greca.
Così scrive:
« Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero
i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei
dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono:
basti quello che è stato detto dai poeti e quello
che ciascuno in un modo o nell'altro conosce al
riguardo. »
L'ipotesi più attendibile rimane oggi quella secondo cui i Ciclopi,
antichi fabbri, fossero in realtà degli artigiani
emigrati da oriente fino alle isole Eolie dove si
sono trovate tracce della lavorazione dei metalli.
I riscontri archeologici potrebbero così confermare il mito che li
voleva residenti proprio su tali Isole. La presenza
di un occhio solo potrebbe essere una tradizione
legata all'usanza di coprire con una benda l'occhio
sinistro per proteggerlo dalle scintille ovvero
da un ipotetico tatuaggio sulla fronte rappresentante
il Sole, essere cui questi antichi artigiani poterono
probabilmente essere devoti.
12 Titani:
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Sei maschi
Oceano
Ceo
Crio
Iperione
Giapeto
Crono
|
Sei femmine (Titanidi)
Tea
Rea
Temi
Teti
Febe
Mnemosine
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Vivevano su una montagna della
Tessaglia. Erano talmente forti che ancora oggi
si usa dire uno sforzo o una forza titanica per
indicare una forza veramente grande.
Urano, disgustato
dall'aspetto mostruoso dei suoi figli, i Ciclopi e gli
Ecatonchiri e ossessionato dall'idea che potessero
privarlo un giorno del dominio dell'universo, li fece
sprofondare tutti al centro della terra.
IL SANGUE DI URANO
Gea, triste e irata per la sorte che Urano il suo sposo
aveva destinato ai figli decise di reagire. Costruì
all'insaputa di Urano un falcetto con del ferro estratto
dalle sue viscere e radunati i suoi figli Titani, tentò
di convincerli a muovere guerra contro il padre. Ma
uno solo, il più giovane osò seguire il consiglio della
madre, il titano Crono, che armato dalla madre, si nascose
nella Terra ed attese l'arrivo del padre. Era infatti
abitudine di Urano, discendere la notte dal cielo per
abbracciare la sua sposa nell'oscurità. Non appena Urano
si presentò, Crono saltò fuori e con una mano immobilizzò
il padre, mentre con l'altra lo evirava con il falcetto.
I genitali di Urano caddero a fecondare la schiuma del
mare, e da una conchiglia nacque . . .
Afrodite la dea dell'amore.

Nata dalla spuma fecondata del
mare dentro una conchiglia, fu spinta da Zefiro
sulla spiaggia dell'isola di Cipro:
Afrodite venne subito accolta a Cipro dalle Ore
che erano le figlie di Temi (dea dell'ordine dei
sessi, insito nella natura);esse la rivestirono
perché era emersa dalla conchiglia nuda. Soltanto
dopo essere stata vestita, adornata e incoronata,
Afrodite con solenne pompa, fu introdotta all'Olimpo,
dove tutti gli dei furono conquistati dal suo fascino;
un po' meno le dee, gelose di vedere offuscato il
loro prestigio femminile, e sopra tutte, Giunone
e Minerva. La conchiglia fu da allora considerata
un animale marino sacro alla grande dea dell'amore.
La Venere dei Romani, dea della bellezza e dell'amore
sensuale; era rappresentata, il corpo cinto di rose
e di mirto, velato il fiore della sua femminilità
da una misteriosa cintura, tirato il carro da passeri,
colombi e cigni, col giocondo corteggio del riso,
dei giochi, dello zefiro, delle grazie e degli amorini.
Nonostante l'aspra gelosia di Giunone (ERA) non
impedì però a questa, di implorare in prestito dalla
rivale il prezioso cinto, quando tentò di riaccendere
l'amoroso fuoco, ormai assopito, nel marito Giove,
l'eterno infedele: e, in quella congiuntura, Ermete
(Mercurio) trovò modo di trafugare, sagace maestro
di frodi, dalle stesse mani di Giunone l'afrodisiaco
Cinto che Afrodite stentò poi a recuperare.
Dea dell'amore e della bellezza, rappresenta l'attrazione
tra le parti dell'universo. Simboleggia anche l'istinto
naturale di fecondazione e di generazione con cui
gli esseri si riproducono con i quattro elementi
in eterno.
Amata dagli dèi e dai mortali, Afrodite aveva una
sfera di potenza vastissima; era venerata con vari
epiteti alludenti alla sua qualità di suscitatrice
della vegetazione e protettrice della navigazione
o dei combattenti (in tal caso era venerata accanto
ad Ares).Gli epiteti di "celeste" e di "tutto il
popolo" sono riferiti ad Afrodite quale dea dell'amore
spirituale e sensuale. Il suo culto era originario
di Cipro ma la più antica sede era l'isola di Citera.
In Occidente ebbe il maggior centro in Sicilia.
Le Moire assegnarono ad Afrodite un solo compito
divino, quello di fare l'amore; ma un giorno Atena
la sorprese mentre segretamente tesseva un telaio,
e si lagnò che tentasse di usurpare le sue prerogative;
Afrodite le fece le scuse e da quel giorno non alzò
più nemmeno un dito per lavorare.
Diede figli ad Ares, Efesto, Dioniso, Ermes; ebbe
Enea, dall'eroe Anchise, ma il suo grande amore
fu Àdone. All'antichissima, e certo più diffusa,
tradizione di Afrodite terrestre e sensuale, fu
col tempo contrapposta, sull'autorevole testimonianza
del poeta Esiodo, l'altra celeste e spirituale,
simbolo della forza animatrice della natura, e rappresentata
con in mano lo scettro ed in fronte una stella.
Ares e Afrodite
Ben di rado Afrodite cedeva in
prestito alle altre dee il magico cinto che faceva
innamorare chiunque lo portasse, poiché era molto
gelosa dei suoi privilegi. Zeus l'aveva data in
sposa a Efesto, il dio fabbro zoppo. Ma il vero
padre dei tre figli che diede alla luce, Fobo, Deimo
e Armonia, era Ares, l'impetuoso, litigioso e ubriacone
dio della guerra. Efesto non si accorse di essere
ingannato finché gli amanti non indugiarono a letto
troppo a lungo nel palazzo di Ares in Tracia, ed
Elio, sorgendo nel cielo, lì scoprì intenti ai loro
piaceri, e andò a raccontare tutto a Efesto.
Efesto, furibondo, si ritirò nella sua fucina e
forgiò una rete di bronzo, sottile come un velo
ma solidissima, e la assicurò segretamente ai lati
del suo talamo. Quando Afrodite ritornò dalla Tracia,
tutta sorrisi e con la scusa pronta (assicurò infatti
che si era recata a Corinto per sbrigare certe faccende),
Efesto le disse: "Perdonami, cara consorte, ma debbo
recarmi per una breve vacanza a Lemno, la mia isola
favorita". Afrodite non si offrì di accompagnarlo,
anzi, non appena Efesto fu partito, mandò a chiamare
Ares, che si precipitò al palazzo. Ambedue si coricarono
senza perder tempo nel talamo di Efesto, ma all'alba
si trovarono prigionieri della reteº, completamente
nudi e senza possibilità di scampo. Efesto, ritornato
dal suo viaggio, li colse sul fatto e invitò tutti
gli dei a far da testimoni al suo disonore. Annunciò
poi che non avrebbe liberato la moglie finché non
gli fosse stata restituita la preziosa dote che
aveva dovuto pagare a Zeus, padre adottivo della
sposa.
Gli dei accorsero subito per vedere Afrodite nell'imbarazzo,
ma le dee, per un delicato senso di pudore, rimasero
a casa. Apollo, canzonando Ermes, gli disse: "Scommetto
che non ti spiacerebbe trovarti al posto di Ares,
con la rete e il resto." Ermes giurò sulla sua testa
che non gli sarebbe dispiaciuto affatto, anche se
le reti fossero state tre anzichè una, e, mentre
le dee scuotevano la testa in segno di disapprovazione,
Ermes e Apollo scoppiarono in una gran risata.
Zeus era così disgustato che rifiutò di restituire
la dote o di intromettersi in un litigio tanto volgare
tra moglie e marito, dichiarando che Efesto era
stato uno sciocco a mettere in piazza gli affari
suoi. Poseidone che, al vedere il nudo corpo di
Afrodite, si era subito innamorato di lei e a fatica
celava la sua gelosia per Ares, finse di prendere
le parti di Efesto. "Poiché Zeus rifiuta di venirti
in aiuto", gli disse, "propongo che Ares, per riavere
la libertà, ti paghi il valore equivalente alla
dote di cui si discuteva poc'anzi." "Benissimo",
disse Efesto di cattivo umore, "ma se Ares non mantiene
la promessa dovrai prendere il suo posto sotto la
rete." "In compagnia di Afrodite?", chiese Apollo
ridendo. "Non posso nemmeno immaginare che Ares
non mantenga la promessa", disse Poseidone, "ma
se non la mantenesse, sono disposto a pagare il
debito in vece sua e a sposare Afrodite." Così Ares
fu rimesso in libertà e ritornò in Tracia, mentre
Afrodite andò a Pafo, dove recuperò la propria verginità
bagnandosi nel mare.
Afrodite ringraziò a modo suo anche Poseidone per
essere intervenuto in suo favore, e gli generò due
figli, Rodo ed Erofilo. Inutile dire che Ares non
mantenne la sua promessa, sostenendo che, se Zeus
si era rifiutato di pagare, egli poteva fare altrettanto.
Alla fine Efesto rinunciò al risarcimento, perché
era pazzamente innamorato di Afrodite e non aveva
intenzione di divorziare da lei.
Anchise ed Enea
Benché Zeus, contrariamente a
quanto taluni sostengono, non giacesse mai con Afrodite,
sua figlia adottiva, la magica cintura agiva anche
su di lui sottoponendolo a una tentazione continua,
ed egli infine decise di umiliare la dea facendola
innamorare disperatamente di un mortale. Costui
fu il bell'Anchise, re dei Dardiani, nipote di Ilo:
una notte, mentre egli dormiva nella sua capanna
di mandriano sul monte Ida, presso Troia, Afrodite
si recò da lui travestita da principessa frigia,
il corpo avvolto in un manto di un bel rosso sgargiante,
e si giacque con Anchise su un letto di pelli d'orso
e di leone, mentre le api gli ronzavano intorno.³
Quando all'alba si separarono, Afrodite rivelò al
giovane la sua identità e gli fece promettere di
non dire ad alcuno che era andato a letto con lei.
Anchise, atterrito all'idea di aver svelato la nudità
di una dea, la supplicò di risparmiargli la vita.
Afrodite lo rassicurò dicendo che non aveva nulla
da temere e che il loro figliolo sarebbe diventato
famoso. Alcuni giorni dopo, mentre Anchise stava
bevendo in compagnia di certi amici, uno di essi
gli chiese: "Non pensi sia più piacevole andare
a letto con le figlia del Tal dei Tali anziché con
Afrodite?" "No", rispose sbadatamente Anchise, "perché
sono andato a letto con tutti e due e il paragone
mi sembra assurdo".
Zeus udì questa vanteria e scagliò contro Anchise
una folgore che l'avrebbe ucciso senz'altro, se
Afrodite non l'avesse salvato all'ultimo momento
proteggendolo con la magica cintura. La folgore
scoppiò ai piedi di Anchise senza ferirlo, ma lo
spavento fu tale che il giovane da quel giorno non
riuscì più a raddrizzare la schiena e Afrodite,
dopo avergli generato il figlio Enea, perse ogni
interesse per lui.
Dioniso e Priapo
Afrodite cedette poi alle lusinghe
di Dioniso e gli generò Priapo, un orrendo fanciullo
dagli enormi genitali: fu Era che gli diede quell'osceno
aspetto, in segno di disapprovazione per la promiscuità
di Afrodite. Priapo è giardiniere e porta sempre
con sé un coltello da potatura.
Nato deforme con pancia enorme, lingua lunga e membro
mostruosamente smisurato.
Nascendo così brutto Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò
ad Abarnis (campo dei mentitori) regione intorno
a Lampsaco nella Misia. Lo allevarono dei pastori
che dalla sua mostruosità fallica ne avevano tratto
dei buoni auspici per la fertilità dei campi e delle
greggi.
Il culto di Priapo risale ai tempi di Alessandro
Magno e fu largamente ripreso anche dai Romani,
soprattutto collegato ai riti dionisiaci e alle
orge dionisiache. Così Priapo divenne il dio dell'istinto
sessuale e della forza generativa maschile e della
fertilità delle campagne: proteggeva gli orti e
le vigne dai ladri e dai golosi uccelli. Spesso,
cippi di forma fallica venivano usati a delimitare
gli agri di terra coltivabile. Questa tradizione
è continuata nel corso dei secoli, infatti ancora
oggi, possiamo trovare diversi esempi di cippi fallici
in Italia, nelle campagne di Sardegna, Puglia (soprattutto
nella provincia di Lecce) e Basilicata o nelle zone
interne di Spagna, Grecia e Macedonia.
Nell'arte romana, veniva spesso raffigurato in affreschi
e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso
di ville ed abitazioni patrizie. Il suo enorme membro
era infatti considerato un amuleto contro invidia
e malocchio. Inoltre, il culto del membro virile
eretto, nella Roma antica era molto diffuso tra
le matrone di estrazione patrizia a propiziare la
loro fecondità e capacità di generare la continuità
della gens. Per questo, il fallo veniva usato anche
come monile da portare al collo o al braccio. Sempre
a Roma, le vergini patrizie, prima di contrarre
matrimonio, facevano una particolare preghiera a
Priapo, affinché rendesse piacevole la loro prima
notte di nozze.
Dopo un banchetto Priapo, ubriaco, tentò di fare
violenza A Estia, ma un asino col suo raglio svegliò
la dea che dormiva e gli altri dèi, che lo costrinsero
a darsi alla fuga. L'episodio ha un carattere di
avvertimento aneddotico per chi pensi di abusare
delle donne accolte in casa come ospiti, sotto la
protezione del focolare domestico: anche l'asino
simbolo della lussuria condanna la follia criminale
di Priapo.
Ogni anno a Priapo veniva sacrificato un asino,
questo rito venne istituito dallo stesso Priapo.
Ad espiazione dell'accaduto il dio pretese un sacrificio
annuale di un asino. Anche a causa dell'importanza
che esso aveva nella vita contadina, sia per una
sorta di analogia fra i membri virili di Priapo
e dell'asino.
Era figurato come vecchio barbuto seminudo munito
di falce e con un enorme membro eretto.
Ispirò la poesia Priapea dai versi e dai contenuti
alquanto sconci. Ci sono giunti all'incirca 80 carmi
priapei.
Plutone ed Erice
"Dalla vita sciolse la cintura,
ricamata e variopinta,
dov'erano racchiusi tutti gli incanti; vi erano
amore, desiderio,
dolci parole e la seduzione che rapisce la mente...".
Omero (Iliade - canto XIV)
Così Omero dice di Venere e della sua cintura che
potrebbe benissimo essere caduta sulla Terra a stringere
la vetta del monte Erice, e qui, aver seminato tutti
i suoi incantamenti. Qui, “Venere, dall'alto della
sua vetta, vide Plutone( il dio degli Inferi) che
ancora vagava, e stretto a sé il suo alato figliolo
disse: Armi e mani mie, figlio, strumento della
mia potenza, prendi le frecce con cui vinci tutti,
o Cupido, e scagliane una veloce nel petto del dio
a cui è toccato in sorte l'ultimo dei tre regni
…” (Ovidio, Metamorfosi, libro V - 360- 368), decretando
in un momento la sorte del dio delle tenebre, di
Proserpina, della madre Cerere, colei che fece dono
del grano agli abitanti dell'isola Trinacria, e
di un'altra città, anch'essa a giocar con le nuvole
nel cuore più alto dell'isola.
Qui, su questo monte che porta il nome del re ,
nacque Erice per volere di Afrodite e di Plutone,
tutto si riconcilia e trova fondamento: la bellezza
e l'immensità convivono stretti in un unico sguardo,
infinito e sublime oggi come nel giorno in cui Venere
allevava quì il suo piccolo Cupido.
Erice era dunque eroe e re degli Elimi, ed è il
nome che diede alla montagna sulla cui cima venne
edificato il tempio di Afrodite Ericina, sua madre.
La nascita della città è però anche egata alla figura
di Enea che condivide con il re Elimo la madre.
Nella narrazione virgiliana, Enea approda sulla
costa ai piedi del monte e celebra il rito funebre
per il padre Anchise. L'incidente di alcune navi
lo costringe poi a lasciare qui alcuni suoi compagni
che fondano, appunto, la città.
Essendo Ercole giunto dunque nel territorio di Segesta,
Erice , che era un gran lottatore (come sappiamo
anche dall'episodio di Entello che sfida il campione
troiano, nel V libro dell'Eneide) lo invitò ad un
duello: se avesse perduto, gli avrebbe ceduto il
suo territorio, se invece avesse vinto, Ercole gli
avrebbe dovuto cedere i buoi: « Quando Ercole si
avvicinò alle località della zona di Erice, lo invitò
alla lotta Erice, il figlio di Afrodite e di Bute,
che allora era re di quei luoghi. Alla contesa era
aggiunta un'ammenda: Erice avrebbe consegnato la
regione, Ercole i buoi. Ma la prima condizione irritò
Erice perché, messa la regione a confronto con essi,
i buoi erano di valore di gran lunga inferiore.
Quando però, replicandogli, Ercole dichiarò che
se li avesse persi sarebbe stato privato dell'immortalità,
Erice approvò il patto e combattè».
La lotta si concluse con l'uccisione di Erice: Ercole
vincitore continuò il suo viaggio, ma lasciò il
regno del suo avversario agli abitanti della regione,
concedendo loro di goderne i frutti finché « non
fosse comparso e non li avesse chiesti uno dei suoi
discendenti » (Diodoro, ivi). Così con questo mito
veniva a costituirsi come un'ipoteca politico-culturale
su Erice e sul suo territorio" (V. Adragna, Erice,
Trapani, 1986).
Più tardi due Eraclidi, Dorieo e Pirro, facendosi
forti di questo mito (la cui elaborazione letteraria
risale, con ogni probabilità, alla perduta Gerioneide
del poeta Stesicoro), rivendicarono per sé il territorio
lasciato loro, per così dire, in eredità dal mitico
antenato. Prima di Dorieo e di Pirro un altro discendente
di Ercole, Pentatlo di Cnido, venne nella Sicilia
occidentale, ma Diodoro (V, 9) non specifica se
questi fosse giunto nell'isola a rivendicare i possedimenti
lasciati da Ercole.
Ermes ed Ermafrodito
Lusingata dall'aperta dichiarazione
di Ermes, Afrodite passò una notte con lui, e il
frutto di quella breve avventura fu Ermafrodito,
creatura dal doppio sesso. Ermafrodito era un giovinetto
con seno femminile e lunghi capelli. Come l'androgino,
o donna barbuta, l'ermafrodito ebbe una certa notorietà
per le sue anormalità fisiche, ma da un punto di
vista religioso ambedue simboleggiano il periodo
di transizione tra il matriarcato e il patriarcato.
Ermafrodito è il divino paredro che si sostituisce
alla regina e porta un seno finto. Androgine è la
figura della madre di un clan pre-ellenico che ha
rifiutato l'ordine patriarcale e allo scopo di mantenere
le sue prerogative e legittimare i figli nati da
lei e da un padre schiavo, si mette una falsa barba,
come accadeva in Argo. Dee barbute come Afrodite
cipria e dei effeminati come Dioniso corrispondono
a questi stati sociali di transizione.
Il sangue che sgorgava copioso dalla
ferita di Urano, si sparse sulla terra da cui furono
generati:
Le Erinni, divinità infernali;
Culto:
Le Erinni sono divinità antiche. La parola sta a
significare uno spirito dell’ira e della vendetta.
Le Erinni perseguitavano in particolare chi si macchiava
di delitti di sangue nell’ambito familiare, rendendo
folle il colpevole o adoprandosi in modo tale che
altri mortali si vendicassero su di lui. Si accanivano
anche contro gli spergiuri, contro chi disobbediva
a genitori e anziani; punivano – non solo sulla
terra ma anche nell’aldilà – la mancanza di rispetto
verso i deboli, la violazione delle leggi dell’ospitalità,
il comportamento impietoso verso i supplici e in
generale chiunque non rispettasse, spinto da tracotanza,
le norme etiche. Le Erinni avevano un santuario
a Colòno (sobborgo di Atene) ed erano venerate ad
Argo e a Sicione. Nei sacrifici venivano loro offerti
soprattutto agnelli neri e una bevanda costituita
da miele e acqua.
Secondo Esiodo esse furono generate dal sangue sgorgato
dall’evirazione di Urano che cadde sulla Madre Terra
a fecondarla (ci sono altre versioni riguardo alla
loro nascita). Sono sorelle del Terrore, della Destrezza,
della Collera, della Lite, del Giuramento, della
Vendetta, dell’Intemperanza, dell’Alterco, del Trattato,
dell’Oblio, della Paura, del Valore, della Battaglia;
ma sono anche sorelle di Afrodite, anche lei nata
dall’evirazione di Urano ed esattamente dalla spuma
dei suoi genitali che caddero in mare.
Descrizione delle Erinni.
Le Erinni sono esseri vegliardi, serpenti per capelli,
teste di cane, corpi neri come il carbone, ali di
pipistrello e occhi iniettati di sangue. Stringono
nelle mani pungoli dalle punte di bronzo, fiaccole
e fruste che constavano di cinghie guarnite di ferro:
le loro vittime muoiono in preda ai tormenti.
Non sempre le Erinni erano alate. Il loro alito
e la loro traspirazione erano insopportabili. Dai
loro occhi colava una bava velenosa. La loro voce
somigliava talvolta al muggito dei buoi. Per lo
più esse si avvicinavano però abbaiando, perché
non meno di Ecate anch’esse erano cagne. Non si
conosce il numero esatto delle Erinni ma si fa spesso
riferimento a tre di loro: Aletto ( l’incessante),
Tisifone (la rappresaglia) e Megera (l’ira invidiosa).
Ma può succedere, che venga invocata una sola per
tutte, un’unica Erinni. Meglio conosciute come le
Furie ( o anche Manie), esse possiedono molteplici
nomi che le identificano. Non conviene citare il
loro nome nel corso di una conversazione, ecco perchè
di solito le si chiama “Eumenidi”, cioè “le Gentili”.
Le Erinni vivono nell’Erebo, sono le compagne di
Ecate e il loro compito è quello di punire i crimini
di parricidio e di spergiuro: ascoltano le lagnanze
mosse dai mortali contro l’insolenza dei giovani
nei riguardi dei vecchi, dei figli nei riguardi
dei genitori, degli ospitanti nei riguardi dell’ospite
e delle assemblee cittadine nei riguardi del supplice
e puniscono tali crimini inseguendo senza posa i
colpevoli, di città in città, di regione in regione.Le
Erinni sono la personificazione dei rimorsi di coscienza,
capaci di uccidere un uomo che per trascuratezza
o sbadataggine abbia infranto un tabù. Costui impazzirà,
si getterà giù da una palma di cocco o si avvolgerà
il capo in un mantello (come Oreste) e rifiuterà
di mangiare o di bere finché morrà di inedia, anche
se nessuno, all’infuori di lui, conosce la sua colpa.
Il metodo comunemente usato in Grecia per purificare
chi si era macchiato di omicidio era di sacrificare
un maiale e mentre l’ombra della vittima ne beveva
avidamente il sangue, lavarsi in acqua corrente,
radersi il capo per cambiare aspetto e partire per
l’esilio per un anno intero, in modo da far perdere
le tracce all’ombra assetata di vendetta. Se il
sangue versato però era quello di una madre, la
maledizione che ricadeva sul capo dell’omicida era
così potente che gli abituali mezzi di purificazione
non bastavano, e per non ricorrere al suicidio bisognava
amputarsi un dito con un morso. La Nemesi è la personificazione
della vendetta Divina (inizialmente era considerata
la “debita esecuzione” dell’annuale dramma di morte).
Le Erinni, ovvero i rimorsi di coscienza, sono quindi
sorelle della Nemesi, la Vendetta Divina.
Il quinto giorno di ogni mese lasciavano le loro
dimore per recarsi sulla terra e punire i colpevoli
accompagnate dal Terrore, dalla Rabbia e dal Pallore
e una volta raggiunti i colpevoli gli rodevano il
cuore. Secondo alcuni autori avevano anche il compito
di ottenebrare la mente degli uomini e di condurli
quindi al delitto ed alla sventura.
Aletto, Tisifone e Megera.
Aletto entrò nel Panteon degli dei romani col nome
di Furina ed al suo culto fu preposto un flamen
minor. Tra le sue apparizioni letterarie, si ricordano
quelle nell'Eneide di Virgilio (libro VII), nella
Divina Commedia di Dante (Inferno, canto IX) e nell'Enrico
VI di Shakespeare (Parte II, 5.5.39). Nella mitologia
greca il nome Megera significa "l'invidiosa". Megera
era preposta all'invidia ed alla gelosia e induceva
a commettere delitti, come l’infedeltà matrimoniale.
Tisifone era incaricata di castigare i delitti di
assassinio: patricidio, fratricidio, matricidio,
omicidio. Un mito racconta che si innamorò di Citerone,
che uccise col morso di uno dei serpenti presenti
sul suo capo.
Il mito di Oreste.
Figlio di Agamennone e Clitemnestra, era fratello
di Elettra e di Ifigenìa. Dopo l’assassinio del
padre a opera di Clitemnestra e del suo amante Egisto,
viene messo in salvo dalla sorella Elettra presso
Stròfio re della Fòcide, marito della sorella di
Agamennone. Qui Oreste è allevato insieme a Pìlade,
figlio di Strofio, e tra i due nasce una amicizia
così profonda, che quando Oreste, divenuto adulto,
decide di tornare ad Argo per vendicare l’uccisione
del padre, Pilade lo accompagnerà. Perseguitato
dalle Erinni, dopo il matricidio, egli vaga in preda
alla follia da un luogo all’altro finché non giunge,
su consiglio di Atena, ad Atene e si sottopone al
giudizio del tribunale della città, l’Areòpago,
da cui è assolto. Le Erinni vengono placate con
l’istituzione del culto delle Eumenidi: così termina
il racconto nell’Orestea di Eschilo, rappresentata
nel 458 a.C.
L'Orestea di Eschilo (459-458 a.C.).
Prima che Oreste si potesse vendicare su Clitemnestra
ed Egisto, rispettivamente sua madre e l’amante,
uccisori del padre Agamennone, l’oracolo di Delfi
lo avvisò che le Erinni non avrebbero facilmente
perdonato un matricidio e gli donò, in nome di Apollo,
un arco di corno col quale respingere i loro attacchi,
se fossero divenuti insopportabili. Oreste, con
l’aiuto della sorella Elettra, riuscì a far credere
a Clitemnestra di portare le ceneri del suo defunto
figlio, ed ella per la gioia della scampata vendetta
chiamò Egisto. Oreste trafisse Egisto con una spada
e decapitò, secondo alcune versioni, la madre, che
cadde accanto al cadavere dell’amante. Altri autori
negano che Oreste abbia ucciso Clitemnestra con
le proprie mani e affermarono che la consegnò ai
giudici i quali la condannarono a morte e sua unica
colpa, seppur si può chiamare colpa, fu di non aver
interceduto in favore della madre. E’ improbabile
che le Erinni siano state introdotte a caso nel
mito che pare contenga un ammonimento morale contro
la minima disobbedienza o il minimo insulto di un
figlio nei confronti della madre. Anche il rifiutarsi
di difendere la causa della propria madre, per quanto
malvagia essa fosse, era una colpa sufficiente,
secondo l’antica legge, per scatenare la persecuzione
delle Erinni. Egisto e Clitemnestra vennero sepolti
fuori dalle mura di Micene e durante la guardia
di notte alle tombe, le Erinni apparvero ad Oreste
e agitarono i loro flagelli. Esasperato da quei
feroci attacchi, l’arco di corno donatogli da Apollo
non gli fu d’aiuto. Oreste si abbandonò su un giaciglio
dove giacque per 6 giorni, il capo avvolto in un
mantello, rifiutando sia di cibarsi sia di lavarsi.
Giunse da Sparta il vecchio Tindareo che accusò
Oreste di matricidio e ingiunse ai capi micenei
di giudicarlo. Tindareo sosteneva che Oreste doveva
limitarsi a permettere ai suoi concittadini di esiliare
la madre. E se avessero chiesto la sua morte, avrebbe
dovuto intercedere in suo favore. I giudici commutarono
la sentenza di morte in sentenza di suicidio. Oreste,
Pilade ed Elettra decidono di punire Menelao per
essersi schierato a sfavore loro uccidendo Elena,
sua moglie, responsabile della guerra di Troia,
ma intercede Apollo che prende Elena e la porta
con sé nell’Olimpo e colà ella divenne immortale
e Oreste ricevette la protezione di Apollo. Oreste
si mise in cammino per Delfi, sempre inseguito dalle
Erinni. Apollo promise che avrebbe interceduto per
lui, ma intanto Oreste doveva partire in esilio
per un anno e, solo una volta finito l’esilio, recarsi
ad Atene e abbracciare l’antica statua di Atena
annullando la maledizione. Mentre le Erinni ancora
dormivano Oreste fuggì, ma l’ombra della defunta
Clitemnestra entrò nel sacro recinto e incitò le
Erinni ad eseguire il loro compito, ricordando che
esse avevano spesso ricevuto dalle sue mani libagioni
di vino e crudeli banchetti di mezzanotte. Le Erinni
allora partirono di nuovo all’inseguimento, sprezzanti
delle minacce di Apollo ed erano instancabili, nonostante
Oreste si purificasse spesso con sangue di maiale
e acqua corrente. Tali riti tuttavia bastavano appena
a placare le sue tormentatrici per un’ora o due
e ben presto egli perse il senno. Di fronte all’isola
di Cranae si trova una pietra grezza chiamata Pietra
di Zeus Guaritore, sulla quale Oreste sedette e
fu temporaneamente guarito dalla follia. Lungo la
strada che conduce da Megalopoli a Messene sorge
il santuario delle Dee Folli (appellativo delle
Erinni di Clitemnestra che colpirono Oreste con
una crisi di follia). Vi è anche un piccolo tumulo
con sopra un dito di pietra e chiamato La Tomba
del Dito e indica il luogo dove Oreste, in preda
alla disperazione, si amputò un dito per placare
le Nere Dee, e alcune di loro divennero Bianche
e Oreste recuperò il senno. Egli poi si rasò il
capo e fece un’offerta espiatoria alle Dee Nere
e un’offerta di ringraziamento alle Bianche. Libagioni
di vino, anziché di sangue, e offerte di ciocche
di capelli, anziché dell’intera chioma, sono varianti
di questo rito propiziatorio, dal significato ormai
scordato, così come lo è l’attuale consuetudine
di vestirsi di nero che non è più messa coscientemente
in rapporto con l’antica usanza di ingannare le
ombre dei morti alterando il proprio aspetto. Dopo
un anno di esilio Oreste si recò ad Atene, entrò
nel tempio di Atena, sedette e abbracciò il simulacro.
Arrivarono le Nere Erinni, ansimanti per la corsa
ed iniziarono ad accusarlo presso gli ateniesi.
Atena, udite le suppliche di Oreste, ordinò all’Areopago
di giudicare quello che allora era soltanto il secondo
caso di omicidio che ad esso si presentava. Apollo
apparve nel processo in veste di difensore e la
più vecchia delle Erinni come pubblica accusatrice.
Apollo sostenne che oramai la società era divenuta
patriarcale e che dunque l’uccisione della madre
non era poi così grave come lo si riteneva una volta
(sovvertimento della società matriarcale). La votazione
si chiuse alla pari e Atena diede il suo voto decisivo
in favore di Oreste. Le Erinni minacciarono che
se la sentenza non fosse stata mutata esse avrebbero
versato nell’Attica una goccia del sangue del loro
cuore che avrebbe isterilito il suolo, distrutte
le messi e ucciso tutti i fanciulli di Atene. Pare
che in realtà fosse un eufemismo per indicare una
goccia di sangue di mestruo, anziché di cuore. Un
antichissimo sortilegio praticato dalle streghe
che volevano maledire una casa o un campo consisteva
nel corrervi attorno nude nella direzione opposta
a quella del sole per nove volte mentre erano mestruate.
Atena per placare le Erinni fece loro un’offerta
irrinunciabile di un santuario e di vari culti che
avrebbero avuto ad Atene (libagioni, riti propiziatori).
Alcune accettarono l’offerta e si chiamarono da
quel momento in poi Venerande. Le altre, che non
accettarono la trasformazione della società da matriarcale
a patriarcale, continuarono a perseguitare Oreste.
Oreste le chiamò Eumenidi.
L' Oreste di Euripide (408 a.C.).
Nell’Oreste di Euripide la vicenda si svolge ad
Argo, dove Oreste incalzato dalle Erinni e in preda
a un delirio che non gli dà tregua (simbolo evidente
dei rimorsi e del turbamento interiore per il matricidio)
attende di essere giudicato dal tribunale argivo.
L’arrivo di Elena e Menelao con la figlia Ermione
fa nascere in Oreste la speranza di trovare in Menelao
una difesa e un sostegno. Invano, poiché egli spaventato
anzi dall’ira del vecchio Tìndaro, che frattanto
era sopraggiunto, e dalla collera dei cittadini,
non si schiera dalla parte di Oreste e mantiene
un atteggiamento molto cauto. Elettra e Oreste sono
condannati a morte: viene loro concesso di potersi
uccidere anziché morire lapidati. Oreste, Elettra
e Pilade tramano allora di uccidere Elena, per punire
il vile comportamento di Menelao, e di prendere
in ostaggio Ermione barattando con lei la salvezza.
Elena però, colpita da Oreste, si sottrae alla morte
con una misteriosa sparizione. Sopraggiunge allora
Menelao, che vuole riprendersi la figlia e vendicarsi
per quanto accaduto alla moglie, ma Oreste e Pilade
minacciano di uccidere Ermione. Solo l’intervento
di Apollo come deus ex machina risolverà la vicenda:
il dio rivela infatti di aver posto in salvo Elena
per ordine di Zeus e predice a Oreste che dovrà
recarsi ad Atene e sottostare a un processo di cui
saranno arbitri gli dèi; sposerà inoltre Ermione,
mentre a Pilade toccherà Elettra.
Secondo un’altra versione ancora del mito – seguita
da Euripide nell’Ifigenia in Tauride – Apollo avrebbe
predetto a Oreste che sarebbe guarito dal suo delirio
entrando in possesso del simulacro di Artemide -
che si trovava nel Chersonèso taurico - e portandolo
in Attica. Arrivati in Tauride, Oreste e Pilade
sono però fatti prigionieri dagli indigeni che intendono
sacrificarli alla dea, in quanto stranieri, secondo
un barbaro rituale. Sacerdotessa di Artemide era
però Ifigenìa, sorella di Oreste; i due fratelli
si riconoscono, e dopo aver rubato la statua fuggono
insieme a Pilade.
Riflessioni: La colpa da espiare.
(Di Adalberto Bonecchi)
Noi oggi possiamo sorridere per i tratti caratteriali
degli dei che popolavano il loro Olimpo, ma essi
hanno avuto il coraggio di non fantasticare la promessa
di una paciosa vita ultraterrena come base dell’agire
umano. Nelle Eumenidi di Eschilo si scontrano due
giustizie: l’antica delle Erinni e la nuova di Apollo,
che avvertiamo più consona con il nostro sentire
odierno. La nuova coscienza dei Greci ha potuto
recepire questo senso della giustizia solo come
proveniente da un dio, secondo le modalità del pensiero
di allora. E’ questo il presupposto per la trasformazione
delle terrificanti Erinni in Eumenidi, le “benevole”,
in un’assimilazione del Terrore Divino nel tribunale
umano. Apollo è il giovane dio che le vecchie dee
calpesta, per proteggere il suo supplice. Apollo
le scaccia: non accetta la scusa che Clitemnestra
ha si ucciso, ma senza versare sangue di consanguinei.
Apollo, rappresentante di una nuova organizzazione
sociale non più basata solo su vincoli di sangue,
ricorda che così dicendo esse vilipendono Afrodite,
la dea dell’amore che sostiene che il talamo nuziale
è vincolo assai più grave del giuramento e la giustizia
lo protegge. Il momento è drammatico e lo scontro
fortissimo tra la vecchia concezione basata appunto
su vincoli di sangue diretti e la nuova, in cui
Afrodite è simbolo di unioni non più consanguinee.
Il verdetto dell’Aeropago sancirà il compromesso
tra queste due visioni. Il protettore di questi
nuovi legami è Apollo, addirittura in modo provocatorio
istigando il matricidio e proteggendo chi l’ha compiuto.
Ma ai Greci questa visione doveva sembrare eccessiva,
se Eschilo non ha lasciato l’ultima parola al dio,
ma invia Oreste ad Atena e a un tribunale che dovrà
mediare tra visioni del mondo e dei rapporti umani
tanto differenti. La costituzione dell’Aeropago
è un momento di grande civiltà, nonostante la truculenza
dei delitti: il “colpevole”, infatti, non è semplice
preda dei propri deliri interiori materializzati
nelle Erinni, ma può passare attraverso un momento
di giudizio collettivo, in cui il suo gesto acquista
nuovo significato. Quale che sia il responso del
tribunale, esso giungerà finalmente dall’esterno
e non sarà il semplice effetto di una dialettica
interiore senza speranza. Le Erinni infatti sono
il senso di colpa, il ricordo, il rimpianto. All’inizio
del secondo stasimo, il coro delle Erinni è ancora
una volta turbato, al pensiero delle rovine a cui
porteranno le nuove leggi, se la causa di Oreste,
il matricida, dovesse prevalere: a quel punto ognuno
si sentirà autorizzato a compiere qualsiasi misfatto,
in particolare nell’ambito della propria famiglia
di origine. Le Erinni innalzano dunque un canto
al terrore, come fondamento della convivenza e saggezza:
una sorta di posto di guardia nel cuore degli uomini.
La sentenza dell’Aeropago rigetta la vecchia giustizia
familiare, non scaccia le Erinni, ma anzi le Innalza
a difesa della città nella forma mitigata delle
Eumenidi. La tragedia segna il passaggio adolescenziale
dalla legge familiare alla legge di gruppo, ma,
come nell’Atene del V secolo, questo passaggio non
elimina le Erinni, bensì le eregge a protettrici
della dimensione collettiva. La paura e un’angoscia
di fondo sempre pronta a emergere restano così il
marchio del rapporto con l’Altro, con cui non è
possibile una relazione paritaria, ma solo una sottomissione
basata sulla paura. Nell’Aeropago si combatte una
battaglia tra legge materna familiare e legge paterna
sociale. Lo sostiene chiaramente Apollo quando,
difendendo Oreste, afferma che la morte di Clitemnestra
non può essere considerata alla stessa stregua di
quella di Agamennone, nobile eroe onorato da Zeus
dello scettro regale. E’ dunque superiore Agamennone
a Clitemnestra, perché la sua condizione è regale,
cioè riconosciuta dalla comunità: per giunta egli
è stato ucciso per mano di una donna e non in guerra.
E quando le Erinni si appellano al principio della
consanguineità, ricordando che Oreste uccidendo
la madre ha versato sangue delle proprie vene, Apollo
svilisce la funzione della madre nella procreazione,
affermando che generatore è colui che getta il seme,
mentre la madre è semplice contenitore del feto.
Vi è qui nel suo estremismo, certamente oggi non
condivisibile, un’idea meno arcaica della procreazione.
Atena vota in favore di Oreste, anche perché ella
è stata generata dal padre, senza l’aiuto del grembo
materno. La sentenza è nota: i voti pro e contro
Oreste sono pari, ma siccome in caso di parità sarà
il giudizio di Atena a fare la differenza, il matricida
è salvo. Questa sentenza, che fonda l’ordine giuridico,
è dunque contraddittoria: i nuovi dei e la nuova
giustizia non hanno sconfitto le vecchie tradizioni
e l’ambiguità tragica, irrisolvibile, permane. Le
Erinni minacciarono, se la sentenza non fosse stata
mutata, di lasciar cadere sull’Attica una goccia
di sangue del loro cuore, che avrebbe isterilito
il suolo, distrutte le messi e ucciso tutti i fanciulli
di Atene. Il sangue di cui si parla in realtà è
il sangue versato fra i consanguinei, che rompe
la successione delle generazioni; è il sangue di
mestruo e degli aborti delle donne, segno mortifero
della mancata fecondazione. Ma Atena traduce la
minaccia di Erinni anche in un senso strettamente
politico: il Male che può minare la forza della
città sono anche, soprattutto, gli odi intestini
che pure Erinni ha il potere di aizzare. Per far
desistere Erinni dai propositi di maleficio, Atena
offre loro una serie di vantaggi (omaggi e onori).
(Peithò = la Persuasione). Perché la parola persuasiva
non è sufficiente a regolamentare i rapporti tra
gli esseri umani? Perché la necessità del rispetto
e del timore? Ma oltre che sul piano sociale, anche
su quello più strettamente individuale non possiamo
non chiederci perché siano così rari gli esseri
umani che sanno vivere decentemente senza bisogno
di essere terrorizzati dall’idea del carcere, degli
inferni o, quanto meno, da implacabili Erinni interiori.
Le ninfe Melie (ninfe dei Frassini) protettrici
delle greggi;
Le ninfe erano delle divinità
inferiori che personificavano i diversi aspetti
della natura.
Si diceva che le ninfe abitassero nei fiumi, nelle
fonti, nei torrenti, nei mari, ecc. e facevano sovente
parte della corte di divinità maggiori.
Le ninfe assumevano nomi diversi a seconda dei luoghi
che abitavano: le Nereidi del mare, le Oceanine
dell’Oceano, le Agrostine dei campi, le Naiadi delle
acque dolci, le Avernali del mondo dei morti, le
Oreadi dei monti, le Napee dei boschi, le Auloniadi
delle valli e dei burroni, le Driadi e le Amadriadi
delle piante, le Alseidi dei boschi, le Meliadi
dei frassini.
Le ninfe non era immortali ma avevano una vita lunghissima
e rimanevano giovani per sempre. Erano rappresentate
come delle fanciulle giovani e bellissime, nude
e con lunghissimi capelli.
I Giganti.
Creature gigantesche dalla forza
spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza
sconvolgitrice della natura quali i terremoti e
gli uragani:
Alcioneo, Encelado, Efialte, Pallante, Ippolito,
Porfirione, Mimante, Grazione, Polibote, Olto, Clizio,
Agrio, Toante, Eurito
- I NEFILIM
La teoria prevalente per stabilire un legame tra
la scienza e i Giganti (Nephelim) è quella che sostiene
che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti
(oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra
Homo sapiens e uomo di Neanderthal. Questa teoria
assomiglia a quella che associa la leggenda dei
draghi alle ossa di dinosauro.
Molti studiosi pensano che l'uomo moderno abbia
condiviso gli stessi territori dei neandertaliani
per molti millenni, e che la regione del Vicino
Oriente sia stata l'ultimo habitat per uno sparuto
numero di tribù superstiti di Homo sapiens neandertalensis
o di H. neandertalensis. Dunque, è concepibile che
sia rimasta una memoria popolare di queste tozze
e forti creature, tramutata in leggenda che evolse
successivamente in popolari racconti mitologici,
più o meno adattati al loro gusto dalle varie civiltà.
Ad esempio, in Sardegna, creature ancestrali, tozze
e pelose sono raffigurate dalle maschere dei "Mamuthones".
- TAVOLETTE SUMERE
Secondo Zecharia Sitchin, 450.000 anni fa un popolo
proveniente dallo spazio e da un pianeta chiamato
Nibiru atterrò sul nostro pianeta e attraverso un
esperimento genetico creò l'uomo. Sembra che Sumeri
Assiri e Babilonesi abbiano identificato questo
pianeta nel Dio Marduk, il re degli Dèi. Così Nippur
si popolò di Dèi. Venivano dal pianeta Nibiru che
ogni 3600 anni appare nel nostro sistema solare.
Giunsero 450.000 anni fa e appartenevano tutti al
popolo dei Nefilim, il popolo dei razzi, gli Dèi...
- LA TEORIA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI - GENESI
UMANO-RETTILE -
Zecharia Sitchin ed Erich Von Daniken hanno scritto
libri sostenendo che i Nephilim siano i nostri antenati
e che noi siamo stati creati (con l'ingegneria genetica)
da una razza aliena.
Nei voluminosi libri di Sitchin si impiega l'etimologia
della lingua semitica e traduzione delle tavolette
in scritta cuneiforme dei Sumeri per identificare
gli antichi dei mesopotamici con gli angeli caduti
(i "figli di Elohim" della Genesi). Osservando che
tutti gli angeli vennero creati prima della Terra,
lui constata che non possono essere della Terra...
e dunque, potrebbero tutti essere considerati semanticamente
come dei puri "extraterrestri".
Nei suoi libri David Icke presenta una teoria simile,
nella quale esseri interdimensionali rettiliani
danno luogo ad una progenie servendosi dell' ingegneria
genetica, con tratti fisici di alta statura, pelle
chiara, e suscettibilità a qualsiasi forma di suggestione
ipnotica (che a suo parere, avviene quando i "demoni"
posseggono la loro progenie e pretendono fedeltà),
ed afferma che questa linea di sangue rimane in
controllo del mondo sin dai giorni dei Sumeri fino
ad oggi .
Va detto, per completezza, che le teorie di David
Icke sono considerate da alcune comunità di ufologi
come vero e proprio Debunking.
- ANUNNAKI
Nella mitologia sumera il termine Anunnaki, ossia
"figli di An", indica l'insieme degli dèi sumeri.
Essi erano costituiti in un'assemblea, presieduta
da An, dio del cielo. Tale assemblea si componeva
dei sette supremi, di cui facevano parte i quattro
principali dei creatori (An, Enlil, Enki, Ninhursag),
con l'aggiunta di Inanna, Utu e Sin e di 50 dei
minori, detti anche Igigi.
Vi è un'interpretazione non ortodossa di un traduttore
dal sumerico (Zecharia Sitchin) che indicherebbe
negli Annunaki degli alieni provenienti da Nibiru,
un pianeta del nostro sistema solare.
Nel Vecchio Testamento biblico, nel Libro della
Genesi, vengono citati i Nephilim; è ormai dato
quasi certo che i Nephilim (o nefilim) null'altro
sarebbero che gli Anunnaki stessi.
- INTERPRETAZIONE DI ZECHARIA SITCHIN
Il nome accadico Anunnaki vuol dire "Coloro che
dal Cielo sono venuti sulla Terra". Secondo Zecharia
Sitchin il "cielo" degli Anunnaki cui si riferiscono
i testi sumerici, detto Ni.bi.ru, era il "pianeta
del transito", il "centro del cielo", cioè un pianeta
del nostro Sistema Solare.
Sitchin è uno studioso ben noto a chi segue la cosiddetta
archeologia spaziale: è nato in Russia ma è cresciuto
in Palestina, e qui ha acquisito una completa padronanza
della lingua ebraica antica e moderna, studiando
in modo approfondito le lingue semitiche ed europee,
l'Antico Testamento, la storia e l'archeologia del
Medio Oriente.
In particolare, ha compiuto ricerche sul mito di
Gilgamesh e sui racconti biblici. Gilgamesh è un
re semileggendario di Uruk (quinto re della I dinastia,
forse realmente esistito attorno al 2600 a.C.),
la sua leggenda ha dato luogo a una serie di poemi;
nel corso del II millennio a.c., gli scribi accadici
ne hanno fatto un'epopea in dodici canti, il cui
soggetto è la ricerca illusoria dell'immortalità.
Uno degli episodi, quello concernente il Diluvio
con il personaggio di Utnapishtim, presenta notevoli
analogie col racconto del Diluvio biblico.
Nei testi sumerici scritti in grafia cuneiforme
si trovano altre cronache affini ai racconti biblici
come, ad esempio, la creazione dell'uomo. La prima
colonia di Sumer fu la città E.ri.du, nome che significa
letteralmente "Casa costruita lontano", essa sorgeva
su una collina eretta artificialmente alla foce
dell'Eufrate, in mezzo alla edinu, che significa
"pianura", o anche E.din, "Patria dei Giusti", da
cui deriva "Eden", biblico nome del giardino paradisiaco,
prima dimora terrestre dell'uomo.
Le teorie di Sitchin sono esposte in una serie di
libri facenti parte di un vasto progetto editoriale,
iniziato nel 1976 e denominato The Earth Chronicles
(Cronache della Terra). Come molti sostenitori della
paleoastronautica, Sitchin è convinto che opere
come La Bibbia, L'epopea di Gilgamesh, le iscrizioni
reali degli Accadi e dei Sumeri, debbano essere
considerate come vere e proprie documentazioni storico-scientifiche;
e da questi testi ne ricava che la nascita e lo
sviluppo della vita sulla Terra sarebbe stata guidata
da esseri extraterrestri. Nella Bibbia questi esseri
vengono chiamati col nome di Nephilim (o Nefilim,
dalla parola ebraica Nafal, "caduti") che significa
"coloro che sono scesi (o caduti) sulla Terra dal
Cielo", mentre nella lingua degli Accadi questi
esseri diventano gli Anunnaki, che letteralmente
significa "coloro che sono venuti sulla Terra".
Gli Anunnaki avrebbero avuto un ruolo importante
nella veloce evoluzione della civiltà umana e in
particolare di quella sumerica. I signori di Nibiru,
sin dall'antichità, sarebbero scesi sulla Terra
per sfruttare le risorse minerarie del nostro pianeta.
All'inizio furono inviate delle sonde automatiche
per verificare l'abitabilità del nostro mondo. Quando
il pianeta Nibiru giunse nel punto della sua orbita
più vicino alla Terra fu inviata una prima spedizione
umana capeggiata da Enlil, un nome che ricorre spesso
nella mitologia dei Sumeri. I luoghi scelti furono
la Valle del Nilo, la Valle dell'Indo e la Mesopotamia.
- RITROVAMENTO REPERTI ARCHEOLOGICI
18/09/2007 Rinvenuti scheletri umani giganti nel
"The Empty Quarter" (Il Settore Vuoto), nel Nord
dell'India. E se fossere uomini vissuti hai tempi
dei dinosauri ?
Tutto ha avuto inizio da una normale attività esplorativa
nel deserto Indiano, in un luogo chiamato "The Empty
Quarter" (Il Settore Vuoto), nel Nord dell'India.
In questa regione sono venuti alla luce i resti
di uno scheletro umano di taglia eccezionale (vedere
comparazione nell'immagine).
La scoperta è stata fatta nel 2004 dal Team National
Geographic (Divisione Indiana), con l'appoggio dell'Esercito
Indiano, poiché l'area è sotto la giurisdizione
dell'Esercito. Sembra che siano state trovate anche
delle tavolette con iscrizioni che affermavano che
gli dei Indiani, come il mitologico "Brahma", avessero
generato persone di taglia eccezionale: molto alti,
grandi, e assai potenti, in grado di poter abbracciare
un grosso tronco di albero e sradicarlo.
La Mitologia Greca ricca di leggende tramandate
sui giganti, ne ha fatto gli dei che stiamo trattando
in questo compendio mitologico.
Urano, riuscì però a scappare lontano
e da allora mai più si avvicinò alla Madre Terra, sua
sposa.
Il governo della terra, sarebbe toccato
a Oceano, il più anziano fratello, ma Crono, con l'inganno,
riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul creato.
Il REGNO DI CRONO
La prima cosa che fece Crono fu quella
di liberare i suoi fratelli dalla prigionia alla quale
il padre li aveva relegati ad eccezione dei Ciclopi
e degli Ecatonchiri nei confronti dei quali nutriva
seri dubbi sulla loro lealtà nei suoi confronti. Questo,
da parte sua, fu un errore che negli anni a venire gli
sarebbe costato molto caro. Ma i Titani proclamarono
Crono signore dell'universo.
Nella tradizione orfica, Crono è il primo Dio che ha
regnato sul cielo e sulla terra, ha portato alle leggende
dell'età dell'oro. Si raccontava in Grecia che, in quei
tempi lontanissimi, egli regnasse ad Olimpia. In Italia,
in cui Crono è stato identificato con Saturno, si poneva
il suo trono sul campidoglio. Gli si attribuiva il regno
dell'Africa, della Sicilia e, in genere, di tutto l'occidente
mediterraneo. Più tardi, quando gli uomini erano diventati
malvagi, con la generazione del bronzo e soprattutto
del ferro, Crono era risalito al cielo.
Esiodo raccontava un mito relativo alle differenti razze
che si sono succedute dall'origine dell'umanità: oro,
argento, bronzo e ferro, per esprimere il progressivo
svilimento della razza umana. A queste quattro ne aggiunse
una quinta, quella della stirpe divina degli uomini-Eroi
che precede l'ultima età, quella del ferro, come estremo
tentativo di recupero prima dell'inevitabile caduta
finale. All'inizio, quindi, c'era una razza d'oro. Si
era nel periodo in cui Crono regnava ancora in Cielo.
Gli uomini vivevano allora come gli dei, liberi d'affanni,
al riparo dalle fatiche e dalla miseria, non conoscevano
la vecchiaia ma trascorrevano i giorni sempre giovani
tra i banchetti e le feste; giunto il tempo di morire,
si addormentavano dolcemente; non erano sottomessi alla
legge del lavoro, tutti i beni appartenevano a loro
spontaneamente, la terra produceva naturalmente abbondante
raccolto ed essi, in mezzo ai campi, vivevano in pace.
Crono scelse Rea, sua sorella, come sposa e insieme
governarono sugli dei e sugli uomini. Ma la sua tranquillità
fu minata da un triste vaticinio. Poichè Urano e Gaia,
depositari della saggezza e della conoscenza dell'avvenire,
gli avevano predetto che sarebbe stato detronizzato
da uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di
ingannare il destino, iniziò a divorare i suoi figli
non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle
sue viscere. Così generò e successivamente divorò Estia,
Demetra, Era, Ade e Poseidone. Adirata per vedersi privata
in tal modo di tutti i suoi figli, Rea, incinta di Zeus,
fuggì a Creta e qui partorì segretamente. Poi, avvolgendo
un masso con panni, lo diede a Crono perchè lo divorasse.
Egli lo inghiottì senza accorgersi dell'inganno.
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una
caverna del monte Ida nell'isola di Creta e affidato
alle cure della ninfa Amaltea che possedeva una capra
che aveva due capretti la quale costituiva l'orgoglio
del suo popolo per le superbe corna ricurve all'indietro
e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare
il grande Zeus.
Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro
un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno
fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe
e lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il re degli
dei, pose Amaltea fra le costellazioni e rese fecondo
il corno che ancor oggi porta il suo nome, cornucopia
(dal latino "cornu=corno" e "copia = abbondanza").
Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli il miele
ed un'aquila gli portava ogni giorno il nettare dell'immortalità.
I suoi pianti erano coperti dai Cureti che battevano
il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.
Quando fu adulto, Zeus, aiutato da Meti, una delle figlie
di Oceano, fece assorbire a Crono una droga che lo costrinse
a vomitare tutti i figli divorati. Questi, guidati dal
loro giovane fratello Zeus, dichiararono guerra a Crono,
che aveva come alleati i suoi fratelli Titani. La guerra
durò dieci anni, e un'oracolo della terra promise infine
la vittoria a Zeus se avesse preso come alleati gli
esseri fatti un tempo precipitare da Crono nel Tartaro.
Zeus li liberò e riportò la vittoria. Allora Crono e
i Titani furono incatenati al posto degli Ecatonchiri,
che divennero i loro guardiani.
Oceano
Oceano è il potente flusso primordiale
dell'acqua che gira attorno alla terra.
E' rappresentato come un fiume che scorre attorno
al disco piatto che è la Terra, delimitandone le
frontiere più lontane, sia a est che a ovest. Man
mano che la conoscenza della Terra si faceva più
precisa, il nome d'Oceano fu riservato all'Oceano
Atlantico, il limite occidentale del mondo antico.
Nell’antichità si credeva che le stelle e il sole
sorgevano e tramontavano nelle sue acque.
Teti sua moglie è una corrente d'acqua, come un
grande fiume che vi si muove dentro, e con Oceano
da vita a tutte le le sorgenti, i fiumi e il mare.
I figli di Oceano, i fiumi, sono migliaia (Acheloo,
Alfeo, Ladone, Eridano, Meandro, Simoenta, Strimone,
Eveno, Scamandro, Nilo). Altrettante le figlie,
le Oceanine.le quali si unirono a un gran numero
di dei e mortali per generare molti figli: Stige
(la maggiore), Elettra, Doride (moglie di Nereo),
Asia, Calliroe, Climene (moglie di Giapeto), Eurinome
(antica regnante dell'Olimpo scacciata in seguito
da Crono e Rea), Europa, Meti (la prima moglie di
Zeus), Clizia, Dione, Criseide, Calipso, Pleione
(madre delle Pleiadi e delle Iadi), Anfitrite (moglie
di Poseidone), ninfe, antiche divinita' protettrici
dei pozzi, delle sorgenti e dei ruscelli.
L'acqua è il principio di tutte le cose. Essa e'
il simbolo della vita e della fecondità. Numerosi
sono i miti relativi a sorgenti e fontane dell'eterna
giovinezza e della vita, e numerose le credenze
sulle acque miracolose che guariscono da tutte le
malattie dell'anima e del corpo.
L'acqua e’ elemento che provoca la pioggia benefica
e la rinascita delle sorgenti, della vegetazione
e dell’agricoltura per la vita degli animali e degli
uomini, il riscatto dei terreni dalla desertificazione
o la forza eversiva quando e’ rotto il suo equilibrio
nel territorio.
Oceano, nelle cui acque si bagnavano le fanciulle
greche prima delle nozze, aveva un'inesauribile
potenza generatrice e perciò era considerato come
il capostipite di antiche famiglie.
Oceano non è mai stato in buoni rapporti con Crono,
in quanto sarebbe dovuto spettare a lui il dominio
sul mondo dopo Urano, dato che lui era il più anziano.
Infatti, nella Titanomachia, Oceano non appoggiò
il fratello e rimase neutrale.
Ceo
Fra i Titani rappresentava l'intelligenza.
Sposò sposò sua sorella, la "brillante" Febe, con
la quale generò Leto (Latona) e Asteria.
Ceo era il portavoce della saggezza di suo padre
Urano, e di sua madre Gea. In questo senso le sue
due figlie erano i due rami di chiaroveggenza: Leto
e suo figlio Apollo presiedevano la potenza della
luce e del cielo. La figlia Asteria fu la sposa
del titano Perse, che gli diede una figlia che chiamarono
Ecate: ammantata dal denso alone di mistero, insidioso
e terrifico, che conferiscono la notte, le tenebre
e gli spiriti dei morti.
Crio
Dio della forza, rappresenta
l'ideale della forza e della potenza fisica. E'
l'Ariete del cielo.
Crio è il meno famoso. E' uno dei pochi che non
si è sposato con una sua sorella Titanide; infatti,
sua moglie è Euribia, figlia di Gaia e Ponto, ed
ebbero Astreo, Pallante (figlia di cui sarà Nike,
la Vittoria), Perse.
Unendosi con Eos figlia di Iperione, ha generato
i Venti (Zefiro, Borea, Noto, Eosforo).
Iperione
Dio del sole, della vigilanza
e dell'osservanza,
Si unì in matrimonio a sua sorella Teia, dal quale
ebbe tre figli: Elio (il Sole), Eos (l'Aurora) e
Selene (la Luna).
Elios sorge ogni mattina dall'Oceano per condurre
il carro del sole e data la capacità del sole di
penetrare dappertutto, è invocato come testimone
nei giuramenti.
Eos, Dea dell'aurora, è destinata ad alzarsi presto
per agevolare il lavoro del fratello Elios.
Selene, Dea della luna, percorre il cielo sopra
un carro trainato da quattro buoi bianchi.
Giapeto
Sposò Climene, una delle figlie
di Oceano e Teti, dalla quale ebbe quattro figli:
Atlante, Menezio, Prometeo ed Epimeteo. Dunqueè
il progenitore degli uomini.,perché attraverso Prometeo,
si ricollega Deucalione, il padre della stirpe umana,
dopo il diluvio universale. Mentre Pirra, moglie
di Deucalione, sarebbe figlia di Epimeteo e Pandora.
Atlante possedeva il giardino delle Esperidi, dove
maturavano i famosi pomi d'oro. Ebbe una numerosa
discendenza. figlie sue furono le Pleiadi avute
da Pleione, da Etna ebbe le Iadi, da Esperide le
Esperidi.
Fu pietrificato da Perseo con la testa della Medusa,
venne identificato con le montagne che portano il
suo nome.
Tea
Titanide, sorella e sposa di
Iperione con cui generò Elios, Selene ed Eos (Il
sole, la luna e l'aurora). "E Teia ad Elios grande
die' vita, e a Selene lucente, ed all'Aurora, che
brilla per quelli che stan su la terra, e pei Beati,
ch'àn vita perenne, signori del cielo, poscia che
ad Iperïóne, domata in amore soggiacque" (Esiodo,
Teogonia).
Rea
Personificazione delle forze
della natura, dea della terra e degli animali, veniva
rappresentata accompagnata da sacerdoti (coribanti),
da leoni e da altri animali selvaggi
Rea sposò suo fratello Crono che, per evitare di
perdere il potere così come era capitato a suo padre
Urano (spodestato da Crono stesso), prese a divorare
i figli via via che Rea li partoriva. Per prima
divorò Estia quindi Demetra, Era, Ade e Poseidone.
Rea era furiosa. Mise al mondo Zeus, il suo terzo
figlio maschio, sul Monte Liceo, in Arcadia (o secondo
altre versioni a Creta, dove era fuggita precedentemente)
e dopo aver tuffato Zeus nel fiume Neda lo affidò
alla madre Terra. A Crono invece era stata recapitata
una pietra avvolta in fasce al posto di suo figlio
Zeus. Così il Titano ingoiò la pietra mentre Zeus
fu nascosto in una grotta a Creta dove visse sino
al momento in cui costringerà il padre con un potente
veleno a rigettare i fratelli.
Rea (o Cibele) Aveva il compito di proteggere la
fertilità, la natura, il grano mietuto e posto nei
granai. Venerata come madre degli dei, tutelava
le montagne e le fortezze. Essendo raffigurata con
una corona che aveva la forma delle mura di una
città, presso i romani era nota anche come Mater
turrita.
Al culto di Cibele erano preposti sacerdoti eunuchi
chiamati Coribanti, che guidavano i fedeli in riti
orgiastici accompagnati da urla selvagge e da una
frenetica musica di flauti, tamburi e cembali.
Sta a rappresentare insieme a Crono la regalità,
anteriore all'avvento di Zeus.
Il suo culto si diffuse in gran parte nella Grecia
continentale in cui si dava ai propri santuari il
nome di metroon (Olimpia, Atene, il Pireo, ecc.),
A Roma, questo culto fu introdotto, in 204 a.C.
Per riceverla, si costruì un tempio sul palatino
e si commemorò ogni anno quest'evento con la festa
di megalesia, accompagnata da giochi megalesiani
(4-10 aprile). La grande festa annuale di Cibele
comprendeva cerimonie simboliche dove si rappresentava
la storia degli amori della dea, il dolore, la mutilazione,
la morte ed il resurrezione di Atys, suo figlio;
processioni di sacerdoti (coribanti), che camminavano
con la statua in legno della dea; corse, danze,
ecc., tutto ciò evocando l'agonia della morte della
vegetazione e, quindi, il suo grande risveglio.
Gli strumenti del culto erano il coltello incoronato,
il corno, il flauto di Frigia, i cembali, le castagnette,
il timpano.
Le rappresentazioni dell'immagine di Cibele sono
numerose, soprattutto nell' Asia minore. All'origine,
un semplice meteorite simbolizzava la dea: tale
era la pietra nera di Pessinonte. Poco a poco, sotto
l'influenza dello antropomorfismo greco, si rappresentò
Cibele sotto le caratteristiche di una donna seduta
che tiene un leone sulle proprie ginocchia, o affiancata
da due leoni.
Temi:
Temi non è la dea della Giustizia
come erroneamente si crede, ma la dea delle leggi
naturali e perciò vigila su quanto è lecito ed illecito,
regola la convivenza fra gli dèi, fra i mortali
e i due sessi.
La Giustizia invece è rappresentata da una delle
Ore, Dike (sua figlia), I cui attributi sono la
spada e la bilancia assieme alla cornucopia e agli
occhi bendati (l'imparzialità della legge) e simboleggia
il diritto e la giustizia. È spesso rappresentata
come una donna con l'aria autorevole che tiene i
piatti d'una bilancia con la quale pesa le argomentazioni
delle controparti.
Teti
Sposa Oceano, uno dei suoi fratelli,
e diviene madre di tutti i fiumi del mondo e degli
esseri femminili acquatici detti Oceanine.
È lei che quando il figlio Achille, angustiato da
Agamennone per la sottrazione della bella Briseide,
va in riva al mare a sfogarsi, apparendogli gli
domanda:
Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
Dì, non celarlo in cor; meco il dividi.
(Iliade I).
E saputo il fatto subito va sull'Olimpo da Zeus:
Innanzi a lui
la Dea s'assise; colla manca strinse
le divine ginocchia; e colla destra
molcendo il mento, e supplicando, disse:
- Giove padre, se d'opre e di parole
giovevole fra' numi unqua ti fui,
un mio voto adempisci.
Col cuore amareggiato di madre chiede a Zeus di
volgere la guerra a favore dei troiani in modo da
fare un dispetto ad Agamennone.
Il Sommo Dio acconsente per poi ricambiare nuovamente
le sorti quando Achille addolorato ed infuriato
per la morte dell'amico Patroclo riprende la battaglia.
Teti si identificava con una enorme massa d'acqua
che scorreva nell'oceano pur restandone distinta
e rappresentava l'elemento femminile fertile dei
mari e dei fiumi che nutriscono la terra. La sua
dimora era localizzata nell'estremo Occidente, oltre
il giardino delle Esperidi, dove tramonta il sole.
E' un meraviglioso giardino difeso dalle Esperidi
dove fruttificano arance e limoni, simbolo della
fecondità e dell’amore (ancor oggi i fiori di arancio),
e una delle fatiche di Ercole fu quella di portare
agli uomini questi pomi d’oro.
Quando Aesacos, figlio di Priamo e di Alexirhoe
, dopo la morte della moglie Asterope non riuscì
a darsi pace cercando più volte la morte, gettandosi
in mare da un'erta rupe, Téthys si mosse a compassione
e lo tramutò in un uccello pescatore; in tal modo
potè abbandonarsi alla sua ossessione, senza offendere
il creato.
Teti aveva cinquanta Nereidi come assistenti, sirene
gentili figlie della ninfa Doride e di Nereo figlio
di Ponto e di Gea.
Febe
Sposata al fratello Ceo, da lui
ebbe Asteria e Leto (o Latona), madre di Apollo
e Artemide.
E' la dea ispiratrice negli oracoli prima dell'avvento
di Apollo. E' lei che dona il potere all'oracolo
di Delfi e Apollo l'attributo di "Febo", lo prende
da lei. Per il suo genetliaco Apollo riceve in regalo
l'oracolo da Febe perché attraverso Latona, è suo
nipote.
Mnemosine
MNEMOSINE è la memoria che gli
Esseri figli di ERA dovranno usare per affrontare
le contraddizioni nella loro esistenza. MNEMOSINE
è il conoscere le cose attraverso le quali il soggetto
prende le decisioni nelle quali esercita la propria
volontà. Esercitando la propria volontà il soggetto
sceglie i migliori adattamenti per costruire sé
stesso.
Fu amata dal nipote Zeus, che le si presentò sotto
forma di pastore.
Mnemosine e Zeus giacquero insieme per nove notti
sul monte Pierio e dopo un anno nacquero nove figlie:
le Muse.
Attraverso MNEMOSINE si aprono dei “canali di passione”
con i quali collegare il singolo Essere alla MNEMOSINE
universale. Questi “canali di passione” quando praticati
dall’Essere della Natura e dall’Essere Umano, travolgono
come una valanga emozionale l’Essere figlio di ERA.
Questa Coscienza di Sé sono le MUSE!
Esiodo elenca nove muse. Ogni MUSA è un “canale
di passione” capace di condurre l’Essere Umano che
la evoca fuori dai confini della ragione. E’ un
canale che può portare l’Essere Umano nell’infinito
collegandolo alla MNEMOSINE che figlia di URANO
STELLATO e GAIA fa risuonare tutte le voci dell’infinito.
Le mani, le passioni e l’intuire è la triade attraverso
la quale gli Esseri Umani possono riuscire ad uscire
dalla ragione e giungere nell’infinito che li circonda.
La mani, le passioni e l’intuire portano a praticare
l’impeccabilità dell’individuo che chiama la MUSA
a sorreggere il suo cammino di uscita dalla ragione.
Proviamo ad elencare le MUSE nominate da Esiodo:
CLIO, EUTERPE, TALIA, MELPOMENE, TERSICORE, ERATO,
POLIMNIA, URANIA e CALLIOPE. Quale di queste MUSE
è la più importante? Quella praticata dal singolo
individuo! Quella che emerge dentro la singola persona,
diversa da ogni persona e praticata in maniera soggettiva!
Sotto il regno di Crono la terra conobbe l'età dell'oro, ma la
sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli
fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine
per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare
di ingannare il destino iniziò a divorare i suoi figli
non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle
sue viscere.
Rea, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito
Zeus, si recò da Crono e anziché presentargli il figlio,
gli consegnò un masso avvolto nelle fasce che Crono
ingoiò senza sospettare nulla.
IL REGNO DI ZEUS
Nel frattempo
il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del
monte Ida nell'isola di Creta e affidato alle cure della
ninfa Amaltea che possedeva una capra che aveva due
capretti la quale costituiva l'orgoglio del suo popolo
per le superbe corna ricurve all'indietro e per le mammelle
ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.
Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro
un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno
fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe
e lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il re degli
dei, pose Amaltea fra le costellazioni e rese fecondo
il corno che ancor oggi porta il suo nome, cornucopia
(dal latino "cornu=corno" e "copia = abbondanza").
Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli il miele
ed un'aquila gli portava ogni giorno il nettare dell'immortalità.
I suoi pianti erano coperti dai Cureti che battevano
il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.
La conquista del regno celeste:
Titanomachia.
Quando Zeus fu grande, salì in cielo
e con l'inganno fece bere a Crono una speciale bevande
preparata da Metis che gli fece vomitare i figli che
aveva divorato e dopo ciò dichiarò guerra al padre per
impossessarsi del suo scettro. I Titani si schierarono
al fianco del fratello Crono da cui ne scaturì una guerra
chiamata Titanomachia.
Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni
che vide da una parte Crono, al cui fianco si schierarono
i Titani e dall'altra Zeus, al cui fianco c'erano i
suoi fratelli Poseidone e Ade.
Entrambe le parti si battevano senza esclusione di colpi.
La terra era devastata dai Titani che con la loro forza
cambiavano i contorni della terra, distruggendo montagne
scagliandole nell'Olimpo, il monte più alto della Grecia,
dove Zeus ed i suoi fratelli avevano stabilito il proprio
regno.
La guerra sarebbe andata avanti ancora per parecchio
tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a
Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un'alleanza con
loro. I Ciclopi, per ripagare Zeus di avergli reso la
libertà fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate
nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno
dalla cima dell'Olimpo: le folgori.
Zeus liberò anche gli Ecatonchiri, che con le loro cento
braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita
di massi contro gli alleati di Crono che assieme alle
folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale.
Sulla sorte che Zeus fece fare al padre Crono ci sono
diverse ipotesi. Secondo alcuni fu condotto a Tule e
sprofondato in un magico sonno. Secondi altri, Crono
viene liberato dalle catene, riconciliato con Zeus e
dimorante nelle Isole dei Beati. Questa tradizione considera
Crono come un re buono, il primo che abbia regnato sul
cielo e sulla terra, e generò le leggende dell'Età dell'Oro.
Si narrava in Grecia che in tempi lontanissimi egli
regnasse ad Olimpia su un mondo felice di pace e abbondanza.
Presso i Romani - dove Crono fu assimilato a Saturno
(pur essendo, questi, una divinità di origine propriamente
italica) - si favoleggiava della beata Età dell'Oro
e si poneva il trono del dio, costruito da Romolo stesso,
sul Campidoglio.
Certa è invece la sorte che fu destinata ai Titani:
furono incatenati nel Tartaro, e la loro custodia fu
affidata agli Ecantonchiri.
Gli antichi per spiegare la causa dei terremoti, immaginavano
i Titani sprofondati nelle viscere della terra, schiacciati
da montagne e isole ed i loro tentativi di liberarsi
sarebbero la causa dei terremoti.
Da un dialogo (Luciano: Saturnali) tra Crono detronizzato
e vecchio, ed un suo sacerdote: " (…) Crono: Ti dirò.
In prima essendo vecchio e perduto di podagra (e questo
ha fatto creder al volgo che io ero incatenato) io non
potevo bastare a contenere la gran malvagità che c'è
ora: quel dover sempre correre su e giù, a brandire
il fulmine, e folgorare gli spergiuri, i sacrileghi,
i violenti, era una fatica grande e da giovane; onde
con tutto il mio piacere la lasciai a Zeus. Ed ancora
mi parve bene di dividere il mio regno tra i miei figlioli,
ed io godermela zitto e quieto , senza aver rotto il
capo da quelli che pregano e che spesso domandano cose
contrarie, senza dover mandare i tuoni, i lampi e talora
i rovesci di grandine. E così da vecchio meno una vita
tranquilla, fo buona cera, bevo del nettare più schietto,
e fo un po' di conversazioncella con Giapeto e con altri
dell'età mia; ed egli si ha il regno e le mille faccende.
(…)"
Terminava così il regno di Crono, secondo sovrano della
divina famiglia e aveva inizio quella di Zeus, terzo
sovrano e figlio suo.
Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono ed avere precipitato
gli alleati del padre, i Titani, nel Tartaro, regnava
sereno sulla stirpe divina e sugli uomini.
(Omero: Iliade, VIII, 3)
"Su l'alto Olimpo il folgorante Giove
Tenea consiglio. Ei parla e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
Tutti ed abbiate il mio voler palese;
E nessuno di voi, nè Dio nè Diva,
Di frangere s'ardisca il mio decreto;
Ma tutti insieme il secondate ...
... degli Dei son io
Il più possente ... "
La Gigantomachia
La gigantomachia è la guerra che
i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell'Olimpo, aizzati
dalla loro madre Gea e dai Titani incatenati.
Gea, si era recata infatti a Pallade, dove avevano dimora
i Giganti, suoi figli generati con Urano. Ad essi chiese
aiuto per muovere guerra contro Zeus. I Giganti, acconsentendo
alla richiesta della madre, forti anche della profezia
secondo la quale nessun immortale sarebbe stato in grado
di batterli, guidati da Porfirione, il più forte tra
loro e da Alcioneo, si recarono nell'Olimpo e iniziarono
quella che gli storici chiamarono GIGANTOMACHIA.
La profezia della loro invincibilità nei confronti degli
immortali era nota anche a Zeus, pertanto lo stesso
decise di far partecipare alla lotta, oltre a tutti
gli dei, anche il semidio Eracle (noto anche come Ercole),
suo figlio, generato assieme ad Alcmena .
I Giganti che parteciparono furono ventiquattro, altissimi
e terribili, con lunghi capelli inanellati e lunghe
barbe e code di serpenti a coprire i piedi. Per raggiungere
la vetta dell'Olimpo dovettero mettere tre monti uno
sopra l'altro.
Alcioneo ne fu il capo. Fu anche il primo che Eracle
abbatté. Fu la volta di Porfirione: riuscì quasi a strangolare
Era ma, ferito al fegato da una freccia di Eros, la
sua brama omicida si trasformò in lussuria e tentò di
violentare la dea. Zeus divenne pazzo di gelosia e abbatté
il gigante con una folgore. Eracle lo finì a colpi di
clava.
Efialte ebbe uno scontro con Ares che, sempre con l'aiuto
di Eracle, riuscì a trarsi in salvo. E la storia si
ripete con Eurito contro Dioniso, Clizio contro Ecate,
Mimante contro Efesto, Pallade contro Atena: alla fine
tocca sempre a Eracle dare il colpo di grazia.
Demetra ed Estia, donne pacifiche, stanno in disparte,
mentre le tre dispettose Moire scagliano pestelli di
rame da lontano.
Scoraggiati, i Giganti superstiti scappano. Atena riesce
a scagliare un grosso masso contro Encelado che crolla
in mare e diventa l'isola di Sicilia. Poseidone strappa
un pezzo a Coo e lo scaglia nel mare, dove diventa l'isola
di Nisiro, nel Dodecaneso. Ermes abbatte Ippolito e
Artemide Grazione, mentre i proiettili infuocati lanciati
dalle Moire bruciano le teste di Agrio e Toante.
Sileno, il satiro nato dalla Terra, si vantò di aver fatto scappare i Giganti
col raglio del suo asino, ma Sileno era sempre ubriaco,
e veniva accolto all'Olimpo solo per ridere di lui.
Zeus contro Tifone
In realtà però, una nuova minaccia
si affacciava all'orizzonte che avrebbe portato Zeus
ad intraprende un'ennesima lotta contro un temibile
nemico: Tifone.
Quando gli dei ebbero vinto i Giganti, Gea, ancora piu'
adirata, si unisce al Tartaro e, in Cilicia, partorisce
Tifone che aveva natura mista, di uomo e di bestia.
Per la statura e la forza,Tifone era superiore a tutti
i figli di Gea e non aveva eguali sulla terra.
La sua forza e la sua imponenza superavano di gran lunga
quelle di tutti i figli della Terra.
Fino alle cosce aveva una forma umana, ma di spaventosa
enormità: era più grande di tutte le montagne, e la
sua testa spesso sfiorava le stelle.
Le sue braccia aperte toccavano da una parte il tramonto
e dall'altra l'aurora, e terminavano con cento teste
di serpente.
Dalle cosce in giù, invece, aveva smisurate spire di
vipera: se le stendeva, gli arrivavano fino alla testa,
e producevano orrendi sibili.
Tutto il suo corpo era alato; un pelo irsuto gli ondeggiava
sulla testa e sulle guance, e gli occhi sprizzavano
fiamme.
Con tutta la sua mostruosa grandezza, Tifone si mise
a scagliare massi infuocati contro il cielo, fra urla
e sibili. Dalla bocca delle sue cento teste sgorgavano
torrenti di fuoco reso ancora più orribile dall'ira
che lo animava. Così spaventoso e così enorme era Tifone
quando sferrò il suo attacco contro lo cielo. Quando
gli dei videro che assaliva il cielo, la sorpresa e
lo spavento fu tale che andarono a rifugiarsi in Egitto,e
poiché lui li inseguiva,si trasformarono in animali
(Apollo in corvo, Artemide in gatta, Afrodite in pesce,
Ermes in cigno, ecc.), lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare
le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava,
lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava
vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo
mortale, fu afferrato da Tifone per le gambe ed immobilizzato.
Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale
gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in Cilicia,
rinchiudendolo in una grotta chiamata Korykos, mentre
i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso,
li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà
fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato, quando Ermes,
figlio di Zeus, ripresosi dallo spavento decise di reagire.
Rubò la sacca a Delfine e trovata la grotta dove era
stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo
nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro
Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso
l'isola di Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte
Etna, dove ancora giace. Le eruzioni del vulcano altro
non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per
la rabbia di essere stato vinto.
(Ovidio: Metamorfosi 346-358): "(...) la vasta isola
della Trinacria si accumula sulle membra gigantesche,
e preme, schiacciando con la sua mole Tifone, che osò
sperare una dimora celeste. Spesso, invero, egli si
sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra
è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da Pachino;
i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna
gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifone
getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica
per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare
con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò
trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio
teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."
Dopo questa ennesima lotta sostenuta da Zeus, seguì
un nuovo periodo di tranquillità. Gli dei fecero ritorno
all'Olimpo dove Zeus aveva stabilito la loro dimora.
POSEIDONE
Poseidone (Nettuno per i Romani)
era, nella mitologia ellenica, il dio del mare,
della navigazione, delle tempeste e dei terremoti.
Con Zeus e Ade s'era diviso il regno di Crono, Poseidone
fu uno degli dei più potenti dell'Olimpo.
Abitava negli abissi del mare Egeo, presso la Tracia,
in una casa rilucente d'oro. Andava per mare ritto
su di un cocchio d'oro e con un tridente nella mano
destra come simbolo di comando, trainato da cavalli
marini che galoppavano sul pelo dell'acqua, mentre
tutte le creature marine accorrevano gioiose, tributando
un caldo saluto al loro signore.
Aveva per attributi il tridente, regalo dei ciclopi,
il toro, il delfino ed il cavallo che avrebbe addomesticato.
Nelle sue vaste stalle vi erano cavalli bianchi
dalla criniera d'oro e dagli zoccoli di bronzo;
vi era pure un carro d'oro con cui comandava ai
mostri marini ed alle tempeste.Il culto di Poseidone
era molto importante nell'antica Grecia perché i
greci erano per lo più pescatori e marinai. Era
inoltre considerato anche il dio dei terremoti che
provocava sbattendo il suo formidabile tridente.
A Poseidone/Nettuno era sacro anche il delfino,
sempre apprezzato dai marinai in quanto il suo apparire
era segno di mare calmo e, quando nuotava vicino
alle imbarcazioni, si riteneva che contribuisse
a mantenerle in rotta.
I Greci, grandi navigatori, ovviamente avevano un
particolare culto per la massima divinità marina.
Non vi fu luogo o città della Grecia dove non venissero
innalzate statue o templi per il dio che squassava
le onde col tridente. Gli fu costruito un tempio
sull'istmo di Corinto e là si svolgevano i giochi
Istmici, ai quali accorrevano tutti i Greci. Gli
si intitolavano anche città, come Paestum, nell'Italia
meridionale, che nacque come Posidonia, ossia città
di Poseidone.
I marinai rivolgevano preghiere a Poseidone perché
concedesse loro un viaggio sicuro e talvolta come
sacrificio annegavano dei cavalli in suo onore.
Quando mostrava il lato benigno della sua natura
Poseidone creava nuove isole come approdo per i
naviganti ed offriva un mare calmo e senza tempeste.
Quando invece veniva offeso e si sentiva ignorato
allora colpiva la terra con il suo tridente provocando
mari tempestosi e terremoti, annegando chi si trovasse
in navigazione ed affondando le imbarcazioni.
E al dio delle acque era stata consacrata anche
una pianta: il pino. Le navi erano infatti quasi
interamente costruite con tavole di legno di pino
(o di cedro del Libano), considerato il migliore
per la loro realizzazione.
Veniva onorato il 23 luglio, con le festività dei
Neptunalia, a cui furono poi uniti i ludi Neptunialicii
(dal III secolo a.C.) Il suo tempio si trovava al
Circo Flaminio all'interno del Campo Marzio a Roma.
Nella mitologia Romana aveva una divinità associata
(paredra) detta a volte Salacia a volte Venilia.
In onore al Dio Nettuno, vi è anche la città di
Nettuno, nella provincia di Roma nel Lazio.
Avendo cospirato con Era e Apollo contro Zeus, venne
punito ed esiliato nella Troade al servizio di Laomedonte.
Questi gli negò il compenso pattuito per la costruzione
delle mura della città. Poseidone, irato, fece scaturire
dal mare un mostruoso drago. Per placarlo, il re
dovette esporre la figlia Esione per essere divorata
dal mostro. La giovane fu salvata e liberata da
Eracle che uccise il mostro.
Per punizione per aver offeso Zeus, Poseidone ed
Apollo furono mandati a servire il re di Troia Laomedonte:
questi disse loro di costruire un’enorme cinta muraria
che corresse tutt’attorno alla città, promettendo
di ricompensarli per questo servizio, ma poi non
mantenne la parola data. Per vendicarsi, Poseidone
mandò ad attaccare la città un mostro marino che
però venne ucciso da Eracle.
Dall’umore instabile come il mare era ora sorridente
e benevolo ora burrascoso e violento, con il suo
tridente aveva il potere di rendere il mare calmo
o agitato. poteva cambiare forma a suo piacimento:
simbolo dell'incostanza del mare.
Le sue contese con altre divinità si spiegano col
fatto che egli era anche dio delle acque terrestri,
prima che il suo regno fosse ridotto al solo mare.
Atena era in competizione con Poseidone per diventare
la divinità protettrice della città di Atene che,
all’epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora
non aveva un nome. Si accordarono in questo modo:
ciascuno dei due avrebbe fatto un dono agli Ateniesi
e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore,
decidendo così la disputa. Poseidone piantò al suolo
il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente.
Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel
commercio che una fonte d’acqua, ma l’acqua era
salmastra e non molto buona da bere. Secondo altre
versioni Poseidone offrì invece il primo cavallo
Atena invece offrì il primo albero di ulivo adatto
ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo
e quindi Atena come patrona della città, perché
l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo.
Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo
di contrasti sorti nel periodo Miceneo tra gli abitanti
originari della città e dei nuovi immigrati.
Poseidone, avido di regni terrestri, un giorno rivendicò
l’Attica piantando il suo tridente nell'acropoli
di Atene facendo scaturire, immediatamente, un pozzo
d'acqua salata che vi si trova ancora. Più tardi,
durante il regno di Cecrops, arrivò Atena venne
e si installò in modo più piacevole piantando il
primo ulivo vicino al pozzo. Poseidone, furioso,
la sfidò in combattimento ed Atena era pronta ad
accettare se Zeus non si fosse interposto e non
avesse ordinato loro di sottoporsi ad un arbitrato.
Zeus non emise un verdetto, ma tutti gli altri dei
sostennero Poseidone e tutte le dee sostennero Atena.
E così, a maggioranza di una voce, il tribunale
decretò che Atena aveva più diritti sul territorio
perché lo aveva dotato di un regalo più utile.
Poseidone contese ad Atena anche Trézène, una città
del Peloponneso; in quest'occasione Zeus diede l'ordine
che la città fosse divisa tra i due e ciò che fu
sgradevole all'uno ed all'altro.
Contese Corinto a Elios, ma ricevette soltanto l'istmo,
mentre l'acropoli restò ad Elios. Furioso, provò
a prendere a Era l'Argolide ed era pronto a combattere
ancora, rifiutando di apparire dinanzi ai suoi pari
olimpici, che, diceva, erano prevenuti contro lui.
Di conseguenza, Zeus sottopose l'affare ai dio-fiumi
Inachos, Céphise ed Asterione, e il giudizio che
scaturì fu a favore di Era.
Rivendica anche l'invenzione della briglia, benché
Atena l'abbia inventata prima di lui; ma non gli
contestano di avere istituito le corse dei cavalli.
Poseidone fu allevato dai Telchini di Rodi e si
unì alla loro sorella Alia, che gli dette sei maschi
e, secondo alcune tradizioni, anche la figlia Rodo,
da cui il nome dell'isola di Rodi. Afrodite fece
impazzire i figli, inducendoli ad attentare alla
propria madre, per cui Poseidone li precipitò nei
visceri della terra con un colpo di tridente.
Glauco è una figura della mitologia greca, figlio
di Poseidone e di una Naiade.
Come il padre fu una divinità del mare. La sua figura
appare ne Le Argonautiche di Apollonio Rodio e nelle
Metamorfosi (libro XIII) di Ovidio.
Secondo la leggenda, nacque umano, praticò l'attività
di pescatore, la sua immortalità e la sua natura
di divinità marina derivarono da un'erba magica.
Il suo corpo mutò sembianze, assumendo una forma
di coda di pesce nella parte inferiore.
Si ricordano i suoi amori, da quello per Scilla
fino al tentativo di circuire Arianna. Glauco cercò
di sedurre Scilla senza successo, impedito da Circe
che lo coprì di ridicolo.
Poseidone, innamoratosi di Anfitrite, una delle
Nereidi figlie di Nereo e di Doride, la chiese in
sposa ma la fanciulla intimorita, per timidezza
fuggì via nascondendosi nelle acque dell'Oceano,
oltre le colonne d'Ercole. Il dio inviò, allora,
un delfino alla sua ricerca e ritrovatala la convinse
alle nozze. La novella sposa, gelosa di Scilla la
mutò in un mostro dai dodici piedi e dalle sei bocche
che divoravano i marinai che attraversano lo Stretto
di Messina.
Da Anfitrite ebbe figli Tritone, Bentesecime e una
figlia di nome Roda (spesso confusa con Rodo), poi
moglie di Elio, dio del Sole.
Da Eurite Poseidone ebbe il figlio Alirrozio, protagonista
di due diverse versioni del mito: secondo la prima,
tentò di usare violenza ad Alcippe figlia del dio
Ares, che quindi lo uccise; secondo l'altra, Alirrozio
si adirò perché l'Attica era stata destinata ad
Atena anziché al padre Poseidone e, per rappresaglia,
cercò di recidere l'ulivo che la dea aveva donato
a quella regione; ma l'ascia gli cadde dalle mani
e gli tagliò la testa.
Da Ifimedia, figlia di Triope, ebbe i giganti Oto
ed Efialte, detti Aloadi, che crescevano in modo
smisurato: quando raggiunsero l'altezza di quasi
venti metri decisero di assaltare l'Olimpo e dare
battaglia agli dei, manifestando l'intenzione di
prosciugare il mare, riempiendolo di massi, e di
allagare la terra. Suscitarono quindi le ire divine
e, secondo una versione, furono fulminati da Zeus;
secondo un'altra, furono uccisi con l'inganno da
Artemide, che assunse le forme di una cerbiatta
e si slanciò tra i due, che si trafissero a vicenda
nella fretta di colpirla.
Amò anche Alope figlia di Cercione, contro il volere
del padre di lei, ed ebbe un figlio che fu abbandonato
dalla nutrice nella foresta. Poseidone mandò una
giumenta, animale a lui sacro, per allattare il
bambino che, dopo diverse disavventure, fu allevato
da un pastore e chiamato Ippotoo, poi capostipite
della tribù degli Ippotoontidi. Alope fu invece
messa a morte da Cercione e fu trasformata in fonte
da Poseidone.
Secondo una diversa versione del mito, Poseidone
era padre dello stesso Cercione re di Eleusi e possedeva
forza e crudeltà smisurate: costringeva alla lotta
i viandanti e poi squartava i vinti, legandoli alle
cime ravvicinate di alberi opposti, che poi rilasciava,
provocando così lo smembramento delle sue vittime.
Fu ucciso da Teseo.
Eufemo, nato da Poseidone e da Europa, eccelleva
nella corsa al punto da poter scivolare sulle acque
senza bagnarsi i piedi.
Secondo alcuni mitografi, succedette a Tifi come
pilota della nave Argo e prese parte alla caccia
contro il Cinghiale Calidonio, figlio della scrofa
Fea. Era questi grande come un toro, con setole
acuminate come dardi, zanne lunghe come falci e
alito che uccideva chiunque lo respirasse. Fu mandato
da Artemide a devastare il paese di Oeneo, re di
Calidone.
Una delle figlie di Poseidone, Lamia, fu amata da
Zeus e mise al mondo la Sibilla Libica. Le Sibille
erano profetesse rivelatrici degli oracoli di Apollo,
e molte sono le sacerdotesse con questo nome e le
leggende che le riguardano. Secondo una delle tante
storie, la prima profetessa fu appunto la figlia
di Lamia, chiamata Sibilla dai Libici.
Una donna mortale di nome Tiro, discendente di Eolo,
era sposata con Creteo (dal quale aveva avuto un
figlio, Esone), ma era innamorata di Enipeo, una
divinità fluviale: la donna si offrì ad Enipeo che
però la rifiutò. Un giorno Poseidone, incapricciatosi
di Tiro, assunse le sembianze di Enipeo e dalla
loro unione nacquero i due gemelli Pelia e Neleo.
Abbandonati alla nascita dalla madre, furono nutriti
dalla giumenta inviata da Poseidone, cui l'animale
era consacrato. Secondo una leggenda, Pelia fu colpito
da un calcio della giumenta che gli deturpò il volto,
da cui il suo nome, derivato dal greco pelion, cioè
"livido". Diventati adulti, i due gemelli ritrovarono
la madre, soggetta alle angherie della propria matrigna
Sidero; Pelia uccise quest'ultima, nonostante ella
si fosse rifugiata nel tempio di Era, e tale sacrilegio
fu la causa della sua morte, dopo una vita lunga
e densa di fatti e misfatti.
Dalla ninfa Satiria - considerata figlia di Minosse,
re di Creta - Poseidone ebbe Taranto, eponimo della
città omonima, mentre il nome di lei fu dato al
locale Capo Satirione. Così si giustifica la tradizione
che attribuisce origini cretesi alla città di Taranto.
Amico - il Gigante nato anch'egli dal dio del mare,
che aveva inventato il pugilato e il cesto, e regnava
sui Bebrici in Bitinia - metteva a morte, prendendoli
a pugni, gli stranieri che approdavano nella sua
terra. Quando vi sbarcarono gli Argonauti egli li
sfidò in combattimento; Polluce accettò la sfida
e, con la sua prontezza e abilità, riuscì vincitore
sulla violenza del gigante. La posta della lotta
era che il vincitore avrebbe ucciso l'avversario,
ma Polluce si contentò di far promettere ad Amico,
vincolandolo con un solenne giuramento, di rispettare
in futuro gli stranieri.
I poemi omerici ci narrano di Poseidone che insieme
ad Apollo costruì le mura inespugnabili di Troia,
per ricompensare il re Laomedonte della sua ospitalità.
Nell’Odissea Poseidone svolge un ruolo importante
a causa del suo odio e irriducibile ira nei confronti
di Ulisse, che gli aveva accecato il figlio Polifemo.
L’inimicizia di Poseidone nei suoi confronti impedisce
per molti anni ad Odisseo di fare ritorno ad Itaca
nel lungo viaggio di ritorno in patria, malgrado
gli interventi a favore del suo protetto di Atena
e dello stesso Zeus.
Demetra era alla ricerca di sua figlia Persefone,
stancata e scoraggiata dalla sua ricerca era poco
pronta trattare innamoramenti con nessun dio o Titano,
allora si trasformò in giumenta ed andò nutrirsi
con il gregge di un certo Oncos, figlio di Apollo
che regnava a Oncéion in Arcadia. Ma non riuscì
ad ingannare Poseidone, che si trasformò anch'egli
e venne a congiungersi ad essa; da quest'unione
nacquero la ninfa Despoena ed il cavallo selvaggio
Aerione.
Argolide fu essiccata da Poseidone, furioso che
questo territorio che ambiva gli era stato rifiutato.
Fu allora che Amymoné ricevette da suo padre Danaos
l'ordine di scoprire una fonte per dissetare la
popolazione e soprattutto, con la sua condotta,
di non dispiacere a Poseidone. Ma, in cammino, incontrò
un satiro che tentò di violentarla e chiamò Poseidone
che cacciò l'imprudente lanciandogli il suo tridente;
l'arma si piantò in una roccia da cui scaturì, immediatamente,
una fonte limpida e fresca che Amymoné supplicò
di lasciare scorrere. Poseidone, che si era innamorato,
acconsentì a condizione che la giovane donna si
fosse data a lui; Amymoné non esitò un solo momento
e da quest'unione nacque Nauplios.
Figlio di Poseidone e della Pleiade Alcione è Irieo,
padre di Orione e re di Iria, città della Beozia.
Secondo altre leggende, Irieo era invece un umile
contadino che, per aver accolto nella sua capanna
Zeus, Poseidone ed Ermes, fu premiato con l'esaudimento
di un desiderio. Chiese pertanto un figlio, che
gli dei fecero nascere fecondando la pelle del bue
sacrificato in loro onore. Quel figlio fu Orione.
Secondo altre versioni, il gigantesco cacciatore
Orione era invece figlio dello stesso Poseidone
e di Euriale. Accolto nei cieli in forma di costellazione,
era apportatore di pioggia. Dice Virgilio (Eneide,
I, 873-877, nella trad. di A. Caro): "... quando
/ Orion tempestoso i venti e 'l mare / Sì repente
commosse, e mar sì fero / Venti sì pertinaci, e
nembi e turbi / Così rabbiosi ..." Così pure Parini
(La caduta, 1-4): "Quando Orion dal cielo / Declinando
imperversa, / E pioggia e nevi e gelo / Sopra la
terra ottenebrata versa, / ...".
Poseidone ebbe un rapporto sessuale con Medusa sul
pavimento del tempio di Atena che, per vendicarsi
dell’affronto, trasformò la Gorgone in un mostro.
Quando, tempo dopo, fu decapitata dall’eroe Perseo
dal suo collo emersero il cavallo alato Pegaso ed
il gigante Crisaore.
con Melanto si unì sotto forma di delfino, da cui
il nome Delfo del figlio; e suoi figli sembrano
essere anche i Lestrigoni, giganti antropofagi che
attaccarono le navi di Ulisse, quindi collocati
tra il Lazio e la Campania.
Figlio suo è anche l'aggressivo gigante Anteo figlio
di Gea (o Gaia, la Madre Terra) che costringeva
tutti coloro che attraversavano la sua terra - la
Libia o il Marocco - a lottare con lui. Dopo averli
vinti e uccisi, con i loro crani ornava il tempio
dedicato a Poseidone. Era invulnerabile finché toccava
con i piedi la madre Terra che gli infondeva rinnovato
vigore, ma Eracle, durante il suo passaggio in Libia,
riuscì ad averne la meglio, sollevandolo sulle spalle.
Da Lisianassa Poseidone ebbe Busiride che figura
nella leggenda come re d'Egitto, posto sul trono
da Osiride quando questi intraprese il viaggio intorno
alla terra. Tuttavia il suo nome non compare nelle
dinastie faraoniche e potrebbe essere una deformazione
di "Osiride".
Era un tiranno crudele, colpevole di molti misfatti,
al quale l'indovino cipriota Frasio aveva vaticinato
che solo il sacrificio di un forestiero, una volta
l'anno, avrebbe allontanato la carestia che si era
abbattuta sull'Egitto. Il vate fu quindi la prima
vittima e lo stesso Eracle, transitando per il Paese,
fu catturato e destinato al sacrificio, ma riuscì
a sciogliersi dai vincoli e a riacquistare la libertà,
dopo aver ucciso Busiride e tutti i sacerdoti.
Secondo una leggenda era figlio di Poseidone - e
non di Oceano, come tutti i fiumi - anche Acheloo,
dio del fiume omonimo, oggi Aspropotamo. Come dio-fiume
aveva il potere di assumere qualunque forma e quindi
si trasformò in serpente e poi in toro per combattere
Eracle quando questi chiese in moglie Deianira,
già sposata con Acheloo. Nella lotta che ne seguì,
Eracle gli strappò un corno e Acheloo si dichiarò
vinto; rinunciò a Deianira e donò al rivale il proprio
corno che, consacrato a Copia, dea dell'abbondanza
(cornu copiae), acquistò il potere di elargire fiori
e frutti in quantità. Mutilato e sconfitto, Acheloo
si gettò nel fiume, che prese il suo nome.
Legato al ciclo di Eracle è un altro figlio di Poseidone,
chiamato Sileo, che aveva per fratello Diceo, ossia
"il Giusto", cioè di nome e di fatto l'opposto del
fratello. Questi era infatti il crudele padrone
di una vigna, in Tessaglia, e costringeva i passanti
a lavorare per lui, prima di metterli a morte. Eracle,
ricevuto l'ordine di punire Sileo, si mise al suo
servizio ma, invece di accudire le viti, devastò
la vigna e uccise lo stesso Sileo con un colpo di
zappa. Poi si innamorò della figlia di lui e la
sposò ma, di lì a poco, dovette assentarsi e la
giovane morì per il dolore del distacco. Lo stesso
Eracle fu trattenuto a forza dal gettarsi sulla
pira funebre dell'amata moglie.
Con Afrodite ebbe figli: Rodo, Erice, Erofilo
ADE
Ade era figlio di Crono e di
Rea, e i suoi fratelli e sorelle erano Estia, Demetra,
Era, Zeus e Poseidone. Secondo il mito venne divorato
dal padre insieme ai suoi fratelli e sorelle.
Ade partecipò alla Titanomachia, nell'occasione
in cui i Ciclopi gli fabbricarono la kunée, un copricapo
magico in pelle d'animale che gli permetteva di
diventare invisibile: si poté introdurre così segretamente
nella dimora di Crono rubandogli le armi e, mentre
Poseidone minacciava il padre col tridente, Zeus
lo colpì con la folgore.
In seguito, ricevette la sovranità del mondo sotterraneo
e degli Inferi, quando l'universo fu diviso con
i suoi due fratelli Zeus e Poseidone, che ottennero
rispettivamente il regno dell'Olimpo e del mare.
Viene annoverato saltuariamente fra le divinità
olimpiche, nonostante questo sia contrario alla
tradizione canonica; Ade è d'altra parte assai poco
presente nella mitologia, essendo essenzialmente
legato ai racconti mitologici legati agli eroi:
Orfeo, Teseo ed Eracle sono tra i pochi mortali
ad averlo incontrato. Inoltre la tradizione lo vuole
riluttante ad abbandonare il mondo dell'aldilà:
le uniche due eccezioni si ricordano per il rapimento
di Persefone e per ricevere alcune cure dopo essere
stato ferito da una freccia di Eracle.
Nella mitologia latina inizialmente Plutone è definito
Signore degli Inferi, e solo successivamente Signore
dell'Ade. Altro termine utilizzato è Averno, nome
del lago dal quale si può accedere agli inferi.
La leggenda lo vuole padrone delle greggi solari,
al pascolo nell'isola Erizia, la cosiddetta isola
rossa, dove il Sole muore quotidianamente. Il pastore
era chiamato Menete.
Persefone:
Ade, innamorato di Persefone, la rapì con l'accordo
di Zeus mentre stava raccogliendo dei fiori in compagnia
delle ninfe, secondo il mito nelle attuali pianure
di Enna. Sua madre, Demetra, disperata per la scomparsa
della figlia, la cercò per nove giorni arrivando
fino alle regioni più remote: il decimo giorno,
con l'aiuto di Ecate ed Elio, seppe che il rapitore
era il dio degli Inferi. Adirata, Demetra abbandonò
l'Olimpo e scatenò una tremenda carestia in tutta
la terra, affinché questa non offrisse più i suoi
frutti ai mortali e agli dei. Zeus tentò allora
di riconciliare Ade e Demetra, affinché si evitasse
la fine del genere umano: inviò il messaggero Ermes
al fratello, ordinandogli di restituire Persefone,
a patto che ella non si fosse cibata del cibo dei
morti. Ade non si oppose all'ordine ma, poiché Persefone
era effettivamente digiuna dal rapimento, la invitò
a mangiare prima di tornare dalla madre: le offrì
così un melograno, frutto proveniente dagli Inferi,
in dono. In procinto di mettersi sulla via di Eleusi,
uno dei giardinieri di Ade, Ascalafo, la vide mangiare
pochi grani del melograno: in questo modo si compì
dunque il tranello ordito da Ade, affinché Persefone
restasse con lui negli Inferi. Allo scatenarsi nuovamente
dell'ira di Demetra, Zeus propose un nuovo accordo,
per cui, dato che Persefone non aveva mangiato un
frutto intero: sarebbe rimasta nell'oltretomba solamente
per un numero di mesi equivalente al numero di semi
da lei mangiati, potendo così trascorrere con la
madre il resto dell'anno; avrebbe trascorso così
sei mesi con il marito negli Inferi, e sei mesi
con la madre sulla terra. La proposta fu accettata
da entrambi, e da quel momento si associarono la
primavera e l'estate ai mesi che Persefone trascorreva
in terra dando gioia alla madre, e l'autunno e l'inverno
ai mesi che passava negli Inferi, durante i quali
la madre si struggeva per la figlia.
Menta e Leuce:
Secondo Ovidio e Strabone, Ade tentò di approfittarsi
della ninfa Menta. Persefone, gelosa del marito,
si dispiacque dell'unione e si infuriò quando Menta
proferì contro di lei minacce spaventose e sottilmente
allusive alle proprie arti erotiche molto sviluppate.
Persefone, sdegnata, la fece a pezzi: Ade le consentì
di trasformarsi in erba profumata, la menta, ma
Demetra la condannò alla sterilità, impedendole
di produrre frutti.
Leuce, un'altra ninfa figlia di Oceano, fu rapita
da Ade e trasformata da Persefone in pioppo bianco
presso la fontana della Memoria.
Per Ade si sacrificavano, unicamente nelle ore notturne,
pecore o tori neri, e coloro che offrivano il sacrificio
voltavano il viso: secondo Omero, infatti, Ade era
il più ripugnante degli dei. Il suo culto non era
molto sviluppato ed esistono poche statue con sue
raffigurazioni.
Dei pochi luoghi di culto a lui dedicati, il solo
degno di nota è Samotracia, mentre si suppone ne
esistesse un secondo situato nell'Elide, a nord
ovest del Peloponneso; è possibile che un altro
centro del suo culto si trovasse ad Eleusi, strettamente
connesso con i misteri locali. Euripide indica che
Ade non riceveva libagioni rituali.
Veniva solitamente rappresentato come un uomo maturo,
barbato e feroce, spesso seduto su un trono e dotato
di una patera e di uno scettro, con il cane a tre
teste protettore degli Inferi, Cerbero. A volte
si trovava anche un serpente ai suoi piedi. Indossa
molto spesso un elmo, oppure un velo che gli copre
il volto e gli occhi.
Si hanno sue rappresentazioni in moltissimi contesti
ceramici, soprattutto nelle pìnakes di Locri Epizefiri.
Altri esempi si conoscono in alcuni affreschi della
Tomba dell'Orco (altro nome del dio) a Tarquinia,
mentre ad Orvieto se ne ha una raffigurazione all'interno
della Tomba Golini I. Per la Grecia si ricordano
un trono del Partenone attribuito a Fidia ed una
base colonnare da Efeso, più esattamente dal Tempio
di Artemide. Nel mondo romano i sarcofagi, soprattutto
in età tardo antica, usavano rappresentare il ratto
di Proserpina e dunque una raffigurazione del dio
infernale.
ERA
Considerata regina dell'Olimpo.Di
matronale bellezza, di impeccabili costumi, proteggeva
la castità del matrimonio e la santità del parto.
Fu dai Romani assimilata all'italica Giunone.
Figlia di Crono e di Rea, fu la terza ad essere
stata ingoiata dal padre.
Fu allevata nella casa di Oceano e Teti, e poi nel
giardino delle Esperidi. Zeus amava segretamente
Era già dal tempo in cui Crono regnava sui Titani,
ma, come spesso accade ai giovani, non sapeva come
fare a dichiararle il suo amore.
Particolare è il modo in cui fu sedotta da Zeus
. Egli, per conquistarla, scatenò un tremendo temporale
e, trasformatosi in cuculo, si lasciò bagnare per
bene. Quando dopo la pioggia la Dea decise di fare
una passeggiatina vide il povero uccellino e, commossa,
lo prese in mano per riscaldarlo. Come lo fece,
Zeus assunse le sue vere sembianze e la sedusse.
Sulla cima del monte Ida sposò Zeus. Era è la patrona
del matrimonio propriamente detto e rappresenta
l'archetipo simbolico dell'unione di uomo e donna
nel talamo nuziale, tuttavia non è certo famosa
per le sue qualità di madre. I figli legittimi nati
dalla sua unione con Zeus sono Ares, Ebe (la dea
della giovinezza), Eris (la dea della discordia)
ed Ilizia (protettrice delle nascite).
Nei tempi più antichi la sua associazione più importante
era quella con il bestiame, come dea degli armenti,
venerata specialmente nell'isola Eubea detta "ricca
di mandrie". Il suo epiteto più comune nei poemi
omerici, "boopis", viene sempre tradotto "dall’occhio
bovino" dal momento che, come i Greci dell’età classica,
la nostra cultura rifiuta la più naturale traduzione
"dal volto di vacca" o "dall’aspetto di vacca":
un'Era dalla testa bovina come il Minotauro verrebbe
percepita come un oscuro e spaventoso demone. Tuttavia
sull'isola di Cipro sono stati trovati dei teschi
di toro adattati ad essere usati come maschera,
il che suggerisce un probabile antico culto dedicato
a divinità con un simile aspetto.
Era veniva ritratta come una figura maestosa e solenne,
spesso seduta sul trono mentre porta come corona
il "Polos", il tipico copricapo di forma cilindrica
indossato dalle dee madri più importanti di numerose
culture antiche. In mano stringeva una melagrana,
simbolo di fertilità e di morte usato anche per
evocare, grazie alla somiglianza della sua forma,
il papavero da oppio. Omero la definiva la Dea dagli
occhi "bovini" per l'intensità del suo regale sguardo.
Le bastava agitarsi sul trono per fare tremare l'Olimpo,
al suo sposo Zeus, bastava aggrottare le ciglia
per avere lo stesso risultato.
Nelle raffigurazioni ellenistiche il carro di Era
era trainato da pavoni, una specie di uccello che
in Grecia è rimasta sconosciuta fino alle conquiste
di Alessandro: Aristotele, l’istitutore di Alessandro
si riferiva a quest'animale come all'"uccello persiano".
Il motivo artistico del pavone fu riportato molto
più tardi, quando si fusero tra loro le figure di
Era e Giunone.In epoca arcaica, un periodo durante
il quale ad ogni dea dell’area egea era associato
il "suo" uccello, veniva associato ad Era anche
il cuculo che appare in alcuni frammenti che raccontano
la leggenda dei primi corteggiamenti alla vergine
Era da parte di Zeus.
L’importanza di Hera fin dall’età arcaica è testimoniata
dai grandi edifici di culto che vennero realizzati
in suo onore.
I templi di Era costruiti in due dei luoghi in cui
il suo culto fu particolarmente sentito, l’isola
di Samo e l’Argolide, risalgono al VIII secolo a.C.
e furono i primissimi esempi di tempio greco monumentale
della storia (si tratta rispettivamente dell'Heraion
di Samo e dell'Heraion di Argo).
Nella cultura greca classica, gli altari venivano
costruiti a cielo aperto. Era potrebbe essere stata
la prima divinità a cui fu dedicato un tempio dotato
di un tetto chiuso, che fu eretto circa nell'800
a.C. a Samo, e fu successivamente sostituito dall'Heraion,
uno dei templi greci più grandi in assoluto. I santuari
più antichi, per i quali vi sono meno certezze circa
la divinità a cui erano dedicati, erano realizzati
secondo un modello Miceneo chiamato "casa-santuario".
Gli scavi archeologici di Samo hanno portato alla
luce offerte votive, molte delle quali risalenti
al VIII e VII secolo a.C., che rivelano come Era
non fosse considerata soltanto una dea greca locale
di ambiente egeo: attualmente il museo raccoglie
statuette che rappresentano dèi, supplici e offerte
votive di altro tipo provenienti dall'Armenia, da
Babilonia, dalla Persia, dall'Assiria e dall'Egitto,
a testimonianza dell'alta considerazione di cui
godeva questo santuario e del grande flusso di pellegrini
che attirava.
Era fu sempre fedele al suo sposo e fu perciò venerata
come simbolo della santità e della devozione coniugale.
Della sua fedeltà diede prova specialmente quando
ISSIONE, re dei Lapiti, invitato da Giove ad un
banchetto tra gli dei osò corteggiarla, tradendo
così il sacro rispetto dell’ospitalità e la stima
di cui il re degli dei lo aveva onorato.
La Dea infatti avvertì subito il marito, che, astutamente,
per cogliere sul fatto l’intraprendente e punirlo
come meritava, escogitò una insidia veramente singolare.
Prese una nuvoletta, le diede le forme e la fisionomia
di Giunone: si nascose poi fra le altre nuvole e
attese gli eventi. Di nulla sospettando, Issione
cadde nel tranello e, sorpreso da Giove mentre tentava
con parole di miele la bella nuvola, fu da lui condannato
nel Tartaro a girare su se stesso senza posa, per
l’eternità, legato a una ruota infuocata, spinta
da venti furiosi. Dalla nuvola di Issione Giove
fece poi nascere i CENTAURI, mostri dal corpo di
cavallo con forma umana dal petto in su, perché
rimanesse il ricordo del suo tradimento.
A tanta fedeltà della moglie - come già si è detto
- non ne corrispondeva altrettanta da parte di Giove.
Da ciò l’ira continua di Giunone, che, superba,
gelosa, vendicativa, perseguitava spietatamente
non solo le Dee, le Ninfee e le donne amate da Giove,
ma anche gli innocenti figli che da loro nascevano.
L’Olimpo spesso tremava per i fragorosi litigi della
coppia divina, e guai a chi osava frapporsi!!!!
Così, quando da Giove e da ALCMENA, regina di Tebe,
nacque ERCOLE, Giunone lo perseguitò fin dalla nascita
mandando sulla sua culla due serpenti che lo uccidessero
(ma il prodigioso fanciullo li strozzò entrambi
con le proprie mani!), e poi costringendolo a servire
il re EURISTEO (che gli impose le famose dodici
fatiche!) nella speranza che morisse affrontando
pericoli e mostri di ogni genere.
Un'altra volta Giove s'innamorò di IO, giovane principessa
greca. Per fare in modo che nessuno, e in particolare
Giunone, sospettasse qualcosa, escogitò un nuovo
stratagemma: trasformò la giovinetta in giovenca.
Giunone capì l'inganno e astutamente… gliela chiese
in dono. Giove, per non tradirsi, fu costretto a
stare al gioco: " Prendila pure! E' tua! Di giovenche
ce ne sono tante! ". La dea, per nulla ingannata
da quella faccia tosta, avuta la Giovenca, la diede
in custodia ad ARGO, un gigante che aveva cento
occhi, cinquanta dai quali, a turno, rimanevano
sempre spalancati quand'egli dormiva.
La partita sembrava ormai definitivamente chiusa
a favore di Giunone, sennonché Giove, per liberare
la sua amata giovenca, incaricò MERCURIO di addormentare
completamente il severo custode con una dolce, soporifera
melodia e poi di ucciderlo. Allora Giunone, furibonda,
si vendicò contro l'infelice Io per mezzo di un
tafano che incominciò a punzecchiarla tanto furiosamente,
che la povera Giovenca fu costretta ad una fuga
precipitosa fino al lontano Egitto, dove, finalmente,
ad un tocco di Giove, riebbe la figura umana e fu
quindi venerata dagli Egizi come una dea dal nome
di ISIDE. Anche l'ira, di Giunone, allora, si placò;
ma la dea, non dimentica dei servigi resi del fedelissimo
e sfortunato Argo, volle che i suoi cento occhi
ornassero la coda del pavone a lei sacro, che, come
abbiamo già ricordato, con i suoi cangianti, purissimi
colori è il simbolo dell'incantevole cielo stellato.
I suoi simboli sacri erano la vacca ed il pavone.
Moglie fedele e gelosa era famosa per perseguitare
le amanti ed i figli di Zeus e per non dimenticare
mai alcuna offesa.
Le vendette di Era venivano tramandate in varie
leggende, tra di esse probabilmente la più famosa
è quella nei confronti del principe troiano Paride
che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza
e che, per questa ragione, aiutò i greci nella guerra
di Troia finché la città non venne distrutta.
Efesto:
Era, resa gelosa dal fatto che Zeus era diventato
padre di Atena senza di lei (infatti l’aveva avuta
da Metide), decise di per ripicca di mettere al
mondo Efesto senza la collaborazione del marito,
semplicemente battendo il suolo con la mano, un
gesto di grande solennità nella cultura greca antica.
Rimasta però disgustata al vedere la bruttezza di
Efesto lo scagliò giù dall'Olimpo. Efesto si vendicò
del rifiuto subito dalla madre costruendole un trono
magico che, una volta che ella vi si sedette, non
le permise più di alzarsi. Gli altri dèi pregarono
più volte Efesto di tornare sull’Olimpo e liberarla,
ma egli rifiutò ripetutamente. Allora Dioniso lo
fece ubriacare e lo riportò sull’Olimpo incosciente,
trasportandolo con un mulo. Efesto accettò di liberare
Era, ma solo dopo che gli fu concessa in moglie
Afrodite.
Eracle:
Era era la matrigna dell'eroe Eracle, nonché la
sua principale nemica. Quando Alcmena era incinta
di Eracle, Era tentò di impedirne la nascita facendo
annodare le gambe della puerpera. Fu salvata dalla
sua serva Galantide che disse alla dea che il parto
era già avvenuto, facendola desistere. Scoperto
l'inganno, Era trasformò Galantide in una donnola
per punizione.
Quando Eracle era ancora un bambino, Era mandò due
serpenti ad ucciderlo mentre dormiva nella sua culla.
Eracle però strangolò i due serpenti afferrandoli
uno per mano, e la sua nutrice lo trovò che si divertiva
con i loro corpi come fossero giocattoli.
E fu per il suo accanimento, per la volta che scatenò
una tempesta contro l'eroe, che Zeus adirato la
appese nel cielo con un'incudine d'oro appesa ai
piedi.
Una descrizione dell'origine della Via Lattea dice
che Zeus aveva indotto con l'inganno Era ad allattare
Eracle: quando si era accorta di chi fosse, l'aveva
strappato via dal petto all’improvviso e uno schizzo
del suo latte aveva formato la macchia nel cielo
che ancor oggi possiamo vedere (un'altra versione
afferma che fu Ermes ad avvicinare Eracle al seno
di Era, che era addormentata, per fargli bere il
latte benedetto. A causa di un morso di Eracle,
però, la dea si sveglio e, per togliere il seno
di bocca ad Eracle, cadde una goccia del suo latte
formando la Via Lattea). Gli Etruschi dipinsero
un Eracle adulto e già con la barba attaccato al
seno di Era.
Era fece in modo che Eracle fosse costretto compiere
le sue famose imprese per conto del re Euristeo
di Micene e, non contenta, tentò anche di renderle
tutte più difficili. Quando l'eroe stava combattendo
contro l'Idra di Lerna lo fece mordere ad un piede
da un granchio, sperando di distrarlo. Per causargli
ulteriori problemi, dopo che aveva rubato la mandria
di Gerione, Era mandò dei tafani per irritare e
spaventare le bestie, quindi fece gonfiare le acque
di un fiume in modo tale che Eracle non potesse
più guadarle con la mandria, costringendolo a gettare
nel fiume enormi pietre per renderlo attraversabile.
Quando finalmente riuscì a raggiungere la corte
di Euristeo, la mandria fu sacrificata in onore
di Era. Euristeo avrebbe voluto sacrificare alla
dea anche il Toro di Creta, ma Era rifiutò perché
la gloria di un simile sacrificio sarebbe andata
di riflesso anche ad Eracle che l'aveva catturato.
Il toro fu così lasciato andare nella piana di Maratona
diventando famoso come il Toro di Maratona.
Alcune leggende dicono che Era alla fine si riconciliò
con Eracle, dato che l’aveva salvata da un gigante
che tentava di stuprarla, e gli concesse anche come
moglie sua figlia Ebe.
Eco:
Una volta, Zeus convinse una ninfa di nome Eco a
distrarre Era dai suoi amori furtivi. Quando Era
scoprì l’inganno condannò la ninfa a non aver più
una voce propria e a poter, da allora in poi, soltanto
ripetere le parole altrui.
Latona:
Quando Era venne a sapere che Latona era incinta
e che il padre era Zeus, con un incantesimo impedì
a Latona di partorire facendo sì che ogni terra
ove si recasse risultasse ostile nei suoi confronti.
Latona trovò l’isola galleggiante di Delo, che non
era né terraferma né una vera e propria isola ed
era troppo inospitale per poterla peggiorare. Su
questa partorì mentre veniva circondata da cigni.
In segno di gratitudine Zeus fissò Delo, che da
allora fu sacra ad Apollo, con quattro pilastri.
Vi sono anche altre versioni della storia. In una
di queste Era rapì la figlia Ilizia, la dea della
nascita, per impedire a Latona di cominciare il
travaglio, ma gli altri dèi la costrinsero a lasciarla
andare. Alcune leggende dicono che Artemide, nata
per prima, aiutò la madre a partorire Apollo, mentre
un’altra sostiene che Artemide, nata il giorno precedente
sull’isola Ortigia, aiutò la madre ad attraversare
il mare fino a giungere a Delo per mettere al mondo
il fratello.
Callisto e Arcade:
Callisto, una ninfa che faceva parte del seguito
di Artemide, fece voto di restare vergine, ma Zeus
si innamorò di lei e assunse l'aspetto di Apollo
(secondo altre versioni di Artemide stessa) per
adescarla e sedurla. Era allora, per vendicarsi
del tradimento, trasformò Callisto in un'orsa. Tempo
dopo Arcade, il figlio che Callisto aveva generato
con Zeus, quasi uccise per errore la madre durante
una battuta di caccia e Zeus, per proteggerli da
ulteriori rischi, li mise in cielo trasformandoli
in costellazioni.
Semele e Dioniso:
Dioniso era figlio di Zeus e di una mortale. Era,
gelosa, tentò di uccidere il bambino mandando dei
Titani a fare a pezzi Dioniso dopo averlo attirato
con dei giocattoli. Nonostante Zeus fosse riuscito
infine a scacciare i Titani con i suoi fulmini,
erano riusciti a divorarlo quasi tutto e ne era
rimasto solo il cuore salvato, a seconda delle versioni
della leggenda, da Atena, Rea, o Demetra. Zeus si
servì del cuore per ricreare Dioniso, ponendolo
nel grembo di Semele (per questo Dioniso diventò
conosciuto come “il due volte nato”). Le versioni
della leggenda sono comunque molte e varie.
Io:
Un giorno Era stava per sorprendere Zeus con una
delle sue amanti, chiamata Io, ma Zeus riuscì ad
evitarlo all’ultimo, trasformando Io in una giovenca
bianca. Era, tuttavia, ancora insospettita, chiese
a Zeus di darle la giovenca in dono. Una volta ottenutala,
Era la affidò alla custodia del gigante Argo, perché
la tenesse lontana da Zeus. Il re degli dèi allora
ordinò ad Ermes di uccidere Argo, cosa che il dio
fece addormentando il gigante dai cento occhi grazie
al suono del suo flauto e poi tagliandogli la testa.
Era prese gli occhi del gigante e, per onorarlo,
li pose sulle piume della coda del pavone, il suo
animale sacro. Quindi mandò un tafano a tormentare
Io, che cominciò a fuggire per tutto il mondo conosciuto,
fino a giungere in Egitto dove, dopo aver partorito
il figlio Epafo, riacquistò forma umana.
Lamia:
Lamia era una regina della Libia della quale Zeus
si era innamorato. Era per vendicarsi trasformò
la donna in un mostro, ed uccise i figli che aveva
avuto da Zeus. Una diversa versione della leggenda
dice che Era le uccise i figli e Lamia si trasformò
in un mostro per il dolore. Lamia venne anche colpita
da Era con la maledizione di non poter mai chiudere
gli occhi, in modo che fosse per sempre condannata
a vedere ossessivamente l’immagine dei suoi figli
morti. Zeus, per consentirle di riposare, le concesse
il potere di cavarsi temporaneamente gli occhi e
poi rimetterli al loro posto.
Gerana:
Gerana era una regina dei Pigmei che si vantò di
essere più bella di Era. La dea, furibonda, la trasformò
in una gru e proclamò solennemente che gli uccelli
suoi discendenti sarebbero stati in eterna lotta
contro il popolo dei Pigmei.
Altre leggende su Era:
Cidippe:
Cidippe, una sacerdotessa di Era, doveva partecipare
ad una cerimonia in onore della dea. Dato che il
bue che avrebbe dovuto essere aggiogato al suo carro
non arrivava, i suoi due figli, Bitone e Cleobi,
trainarono essi stessi il carro per 8 km per permetterle
di prendere parte al rito. Cidippe rimase impressionata
dalla loro devozione e chiese ad Era di premiare
i suoi figli con il miglior dono che una persona
potesse ricevere. Come risposta, Era dispose che
i fratelli morissero nel sonno senza soffrire.
Tiresia.
Tiresia era un sacerdote di Zeus: quando era giovane
si imbatté in due serpenti arrotolati tra loro e,
con un bastone, uccise il serpente femmina. Fu allora
improvvisamente trasformato in una donna e, cambiato
sesso, divenne una sacerdotessa di Era, si sposò
ed ebbe dei figli (tra i quali Manto). Altre versioni
dicono che diventò invece una famosa ed abile prostituta.
Passati sette anni, Tiresia trovò altri due serpenti
intrecciati e questa volta uccise il serpente maschio,
recuperando il suo sesso originario. A questo punto,
dato che era stato sia uomo che donna, Era e Zeus
lo convocarono per chiedergli, visto che aveva vissuto
entrambi i ruoli, se durante il rapporto amoroso
provasse più piacere l'uomo o la donna. Zeus sosteneva
fosse la donna, Era naturalmente l'opposto. Quando
Tiresia si mostrò propenso a confermare le tesi
di Zeus, Era lo accecò infuriata. Zeus allora, non
potendo rimediare a ciò che la consorte aveva fatto,
per compensarlo del danno gli diede il dono della
profezia.
Una versione diversa della leggenda di Tiresia dice
che fu invece accecato da Atena per averla vista
mentre faceva il bagno nuda, e Zeus gli diede la
profezia per le suppliche di sua madre Cariclo.
Mitopsicologia:
L'esegesi psicologica del mito di Era descrive un
archetipo di donna e moglie abbastanza particolare:
l'obiettivo della donna Hera è il controllo e la
gestione del ménage familiare, più che la ricerca
di un'intesa sessuale col proprio uomo.
Tali donne non ricercano di godere della presenza
del proprio compagno, ma costruiscono case lustre
e contemplative, tavole ben preparate, facciate
dipinte e infiorate per i vicini.
Era-Giunone, Vesta e altre dee del focolare, dedite
al matrimonio come istituzione, non sono amanti
particolarmente eccitanti: lo dimostrano i continui
tradimenti di Zeus.
Tali donne sono sessualmente povere, piene di inibizioni.
L'eros è messo alla porta, e il rapporto coniugale
ne risulta appiattito. Con una donna così, sopprimendo
la relazione erotica, il rapporto d'amore si sposta
sul modello di altri affetti familiari, come la
sorella e la madre.
Se il partner della donna Hera non è una persona
forte, risulta spesso essere più vicino al bambino
viziato, prima dalla mamma e poi dalla moglie.
Altrimenti tale marito è simile a Zeus. E allora
la perfetta donna Hera prorompe in violente e vocianti
scenate: come ci raccontano i miti l'Olimpo intero
tremava, quando la regina degli dèi era infuriata.
Tale donna non è gelosa in senso erotico, ma è posseduta
da una gelosia impersonale, poiché "qualcosa" nel
suo focolare non va come lei vuole che vada. La
donna Hera, seppur conosca le attività libertine
dell'uomo Zeus, non chiede il divorzio, non rompe
il legame coniugale, poiché quello che conta di
più è l'istituzione del matrimonio, e non la coppia.
DEMETRA
Demetra, Cerere presso i romani,
era figlia di Crono e Rea, e apparteneva alla prima
generazione divina degli dei Olimpi, i fratelli
Zeus, Ade e Poseidone e le sorelle Era ed Estia
e fu inghiottìta per seconda dal padre.
Demetra era dea di alto rango: figlia di Crono e
di Rea, e sorella di Zeus, dunque una pari del signore
degli uomini e degli dei. Questa parità virtuale
si realizzava a volte come autonomia rispetto alla
sovranità di Zeus.
Demetra era la dea delle plebi rustiche in opposizione
all'aristocrazia cittadina che si riferiva a Zeus
come fonte del suo potere; era la dea che prometteva
una specie d'immortalità oltretombale contro l'ordine
di Zeus che fissava nella mortalità l'invalicabile
limite umano; era la dea delle esperienze mistiche
che elevavano l'uomo all'altezza degli dei, mentre
l'ordine di Zeus considerava ogni sconfinamento
dall'umano come il peccato per eccellenza (hýbris)
e lo puniva inesorabilmente. Questa posizione di
Demetra la metteva in relazione con altre divinità
ugualmente opposte a Zeus, quali Ade, Posidone e
Dioniso.
Raramente è stata ritratta con un consorte o un
compagno: l'eccezione è rappresentata da Giasione,
il giovane cretese che giacque con Demetra in un
campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la
mitologia classica, ucciso con un fulmine da un
geloso Zeus. Con Giasione ebbe Pluto, il dio della
ricchezza.
Poseidone una volta inseguì Demetra che aveva assunto
l'antico aspetto di dea-cavallo. Demetra tentò di
resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi
tra la mandria di cavalli del re Onkios riuscì a
nascondere la propria natura divina; Poseidone si
trasformò così anch'egli in uno stallone e si accoppiò
con lei. Demetra fu letteralmente furibonda per
lo stupro subito, ma lavò via la propria ira nel
fiume Ladona. Dall'unione nacquero una figlia, il
cui nome non poteva essere rivelato al di fuori
dei Misteri Eleusini, ed un cavallo dalla criniera
nera chiamato Arione. Anche in epoche storiche,
in Arcadia Demetra era adorata come una dea dalla
testa di cavallo.
Le storie orfiche accennano al suo congiungimento
con Zeus dal quale è nata Core o Persefone, l'unica
figlia di Demetra.
Cerere, madre di Proserpina, era la dea che insegnò
agli uomini l'arte del coltivare la terra. La figlia,
di leggiadra bellezza, amava lo sbocciare dei fiori
e si trastullava tra i campi.
Un giorno di primavera, il Dio Plutone (Ade), re
del mondo sotterraneo e fratello di Giove, sbucò
in Sicilia dal lago di Pergusa rimanendo estasiato
dalla visione davanti ai suoi occhi: in mezzo ai
prati, la giovane Proserpina, assieme alle ninfe
che la accompagnavano, raccoglieva fiori variopinti
e profumati. Plutone se ne innamorò e - naturalmente
- la rapì.
Elios, il dio Sole, informò dell'accaduto Demetra
(Cerere). La madre per nove giorni e nove notti
cercò Proserpina, per tutta la terra, facendosi
luce di notte con un pino da lei divelto e acceso
nel cratere dell’Etna. Le ricerche furono però infruttuose
e Cerere si adirò, prendendosela con gli uomini:
siccità, carestie e pestilenze si abbatterono sull'umanità.
Gli uomini allora chiesero l'intervento di Giove,
supplicandolo di trovare una soluzione; Giove voleva
porre rimedio facendo tornare Proserpina sulla terra
ma ella non volle tornare, perchè aveva provato
il dolce sapore del melograno, simbolo d'amore,
donatole da Plutone. Giove, impietosito dal dolore
della sorella Cerere, stabilì allora che Proserpina
abitasse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla
terra assieme alla madre e per quattro mesi da settembre
a dicembre, sotto terra col marito Plutone. Questi
quattro mesi sono chiaramente quelli invernali,
durante i quali le sementi vengono messi sotto terra
e la maggior parte della vegetazione ingiallisce
e muore.
Nel pantheon classico greco, Persefone ricoprì il
ruolo di moglie di Ade, il dio degli inferi. Diventò
la dea del mondo sotterraneo. Inutile aggiungere
che, in questo modo, implicitamente Giove aveva
deciso che in Sicilia le stagioni fossero solo due,
a tutto beneficio delle generazioni future di turisti
di tutto il mondo, che in questa regione trovano
uno tra i più temperati climi del mondo.
Oggi si parla sempre più spesso dei cambiamenti
climatici e della sparizione delle stagioni intermedie
quali autunno e primavera. Sarà una constatazione
dei fatti, ma mitologicamente parlando, così era
stato disposto dall'ALTO!
Demetra, come Rea e Gea, era venerata come Madre
Terra; ma Gea figurava l'elemento delle forze primordiali,
Rea figura la potenza generatrice della terra, mentre,
Demetra figura la divinità della terra coltivata,
la dea del grano, dell'ordine costituito. Con il
dono dell'agricoltura, base di civiltà per tutte
le popolazioni, Demetra dà agli uomini anche le
norme del vivere civile e, di conseguenza, le leggi.
Il suo campo d'azione comprendeva la cerealicoltura
e le istituzioni civili, riferite all'introduzione
dell'agricoltura. Veniva significativamente chiamata
la “Legislatrice” , attributo che identifica Demetra
in colei che insegnando agli uomini la coltivazione
dei cereali li sottrae alla barbarie e li fa partecipi
di una civiltà fondata sulle leggi.
Demetra ruppe ogni relazione col mondo di Zeus (l'Olimpo)
e andò a vivere tra gli uomini, cui insegnò la coltivazione
dei campi e diede i principi fondamentali del vivere
civile. In una versione di questo mito, consegnataci
da un famoso poema attico del sec. VI a. C. (l'Inno
a Demetra, attribuito a Omero), la dea si rifugia
a Eleusi, presso il re Celeo, e qui introduce le
iniziazioni misteriche, che, in questo contesto,
stanno al posto dell'agricoltura come fattore di
miglioramento della condizione umana.
Mentre stava cercando la figlia Persefone, Demetra
assunse le sembianze di una vecchia di nome Doso
e con quest'aspetto fu accolta con grande senso
dell'ospitalità da Celeo, re di Eleusi nell'Attica.
Questi le chiese di badare ai suoi due figli, Demofoonte
e Trittolemo, che aveva avuto da Metanira. Per ringraziare
Celeo della sua ospitalità, Demetra decise di fargli
il dono di trasformare Demofoonte in un dio. Il
rituale prevedeva che il bimbo fosse ricoperto ed
unto con l'ambrosia, che la dea stringendolo tra
le braccia soffiasse dolcemente su di lui e lo rendesse
immortale bruciando nottetempo il suo spirito mortale
sul focolare di casa. Demetra una notte, senza dire
nulla ai suoi genitori, lo mise quindi sul fuoco
come fosse un tronco di legno ma non poté completare
il rito perché Metanira, entrata nella stanza e
visto il figlio sul fuoco, si mise ad urlare di
paura e la dea, irritata, dovette rivelarsi lamentandosi
di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali
degli dei.
Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra
decise allora di insegnare a Trittolemo l'arte dell'agricoltura,
così il resto della Grecia imparò da lui a piantare
e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra
e Persefone volò per tutta la regione su di un carro
alato per compiere la sua missione di insegnare
ciò che aveva appreso a tutta la Grecia. Tempo dopo
Trittolemo insegnò l'agricoltura anche a Linco,
re della Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla
a sua volta ai suoi sudditi e tentò di uccidere
Trittolemo: Demetra per punirlo lo trasformò allora
in una lince.
Il mito degli agricoltori nasce intorno al VII-VIII
millennio prima di Cristo quando si trovano già
ampie testimonianze di quell'età che venne chiamata
l'età dell'agricoltura e che significò, per la storia
dell'umanità, un grande progresso. Ma, anche in
questo periodo - come nel periodo della caccia -
la natura continuava a mantenere per l'uomo un gran
numero di segreti e solo attraverso il mito l'uomo
può ordinare il suo mondo, può trovare una logica
per quello che accade. In questo periodo, rispetto
all'età della caccia, lo scenario mitico cambia
profondamente anche se i miti della caccia non scompaiono,
anzi, finiscono per sovrapporsi a volte a quelli
degli agricoltori.
I CEREALI:
La scoperta dei cereali contribuì nel Pleistocene
a rendere più facile la vita e a creare una certa
sicurezza fisica e morale.
Aumentarono le nascite, diminuì la mortalità infantile
e ci si poté permettere di tenere con sé gli anziani
e i malati. E' possibile che i rapporti di forza
tra uomini e donne, giovani e vecchi diventassero
più sfumati, mentre la presenza degli anziani in
una società è molto importante, implicando le nozioni
di memoria, tradizione, esperienza, radici culturali.
E non senza motivo la Cultura con l'iniziale maiuscola,
quella di interi popoli, e la coltivazioni delle
piante derivano dalla stessa parola.
Le donne, addette alla raccolta dei vegetali notarono
come il seme proveniente da spighe non aperte desse,
a seguito di nuove semine, un cereale più resistente.
A partire da quel momento, cominciarono a delinearsi
i culti delle dee madri tutelari dei raccolti e
delle messi, ormai posti sotto il segno della femminilità
feconda. In tali culti si può scorgere sia il ricordo
di antiche raccoglitrici, sia un evidente rapporto
con il simbolismo generale della donna: le analogie
fra il "grembo" della terra e quello materno, o
tra la permanenza ciclica della vegetazione e la
fisiologia femminile si sono senz'altro affacciate
alla mente dei primi agricoltori, tanto più che
il grano seminato in autunno richiede nove mesi
prima di essere raccolto in estate.
Gli uomini molto primitivi non hanno conosciuto
attrezzi per frantumare il grano perché avevano
mandibole talmente forti da rompere anche le noci.
In seguito, quando la forza della mandibola è retrocessa
ed è aumentata l’intelligenza, l’uomo si è aiutato
a frantumare il grano con delle pietre.
La tostatura di cereali poteva essere adottata prima
dell’immagazzinamento contro l’attacco di muffe
e parassiti. Le granaglie venivano immagazzinate
e conservate in silos sotterranei, documentati in
molti villaggi neolitici. Si tratta di fosse circolari
o pozzetti scavati nel terreno, che talvolta conservano
ancora parte dell’originaria chiusura in argilla;
le pareti di queste fosse potevano essere rivestite
di argilla indurita e arrossata dal fuoco. I chicchi
potevano quindi essere ridotti in farina tramite
la macinatura, utilizzando le macine, grandi pietre
piatte, sulle quali si sfregava una pietra più piccola,
lunga e stretta, il macinello. L’uso di macine e
macinelli è generalizzato in tutti i periodi della
Preistoria e della Protostoria, arrivando fino alla
piena età storica. La materia prima utilizzata per
questi strumenti consisteva in rocce dal potere
abrasivo.
Raffigurazioni dell'antico Egitto mostrano come
questo duro lavoro venisse svolto da schiave, che
lo effettuavano inginocchiate sulla pietra per macinare.
Più tardi i molini primitivi furono sostituiti da
altri più potenti. nell'Antica Grecia e nella Roma
repubblicana, vennero azionati da schiavi oppure
da animali come asini e cavalli.
I primi mulini a mano preistorici consistevano di
un "piatto" di roccia di grande resistenza sul quale
veniva sparsa una manciata per volta di frumento.
I chicchi venivano frantumati con altra pietra dura,
focaia, di forma rotondeggiante o piatta.
Il mulino idraulico si diffuse nel mondo Greco -
Romano dal 1° secolo a.C. mentre era presente in
Cina già dal V° secolo a.C. Veniva ubicato in prossimità
di corsi d' acqua, rapide, cascate, torrenti, poiché
aveva bisogno di tanta acqua per consentire alla
macina superiore, collegata con un asse verticale
ad una ruota di pale sulla quale precipitava con
violenza l' acqua, di attivare il sistema molitorio.
Invenzione antica, il mulino ad acqua é tuttavia
medioevale dal punto di vista della diffusione.
Tutte le testimonianze indicano il I secolo a.C.
come periodo e l'area dell' Oriente mediterraneo
come culla dell'invenzione di questa macchina.
Amata in quanto apportatrice di messi, Demetra era
anche ovviamente temuta, in quanto capace, all'inverso,
di provocare carestie, come ricorda il mito di Erisittone
che, avendola offesa tagliando degli alberi da un
frutteto sacro, ne venne punito con una fame insaziabile.
Demetra viene solitamente raffigurata mentre si
trova su un carro, e spesso associata ai prodotti
della terra, come fiori, frutta e spighe di grano.
A volte viene ritratta insieme a Persefone.
L'iconografia di Demetra è nota dai testi, dagli
ex voto dei santuari e da numerose opere d'arte.
Da tipi di tradizione forse micenea, in cui la dea
è raffigurata con teste animalesche (cavallo, capra,
mucca), si passa, soprattutto dal sec. VI a. C.,
al tipo tradizionale della dea stante o seduta in
trono con chitone e himátion, in capo il pólos,
il kálathos o il modio e nelle mani lo scettro,
le fiaccole oppure le spighe. Oltre a statuette
fittili, monete, raffigurazioni vascolari e rilievi
eleusini, nei quali Demetra appare in compagnia
della figlia Persefone e di Trittolemo.
Col suo mito gli antichi si riferirono ai cicli
della natura, delle stagioni, dei raccolti, in particolare
ai frutti della terra che trascorrono parte dell'anno
nascosti sotto la superficie per poi sbocciare e
fruttificare. Al nucleo centrale della leggenda
di Demetra, il cui significato era rivelato solo
agli iniziati dei Misteri di Eleusi, si aggiunsero
in varie epoche miti secondari, come quello della
violenza che subì da Poseidone. Un'altra leggenda
vuole che Demetra si sia innamorata di Iasione dal
quale ebbe Pluto, la ricchezza.Tutti i miti, anche
se contraddittori, sono comunque concordi nel non
attribuire un marito a Demetra, che generò i suoi
figli al di fuori di ogni vincolo coniugale.
Negli scritti di Teocrito si trovano tracce di quello
che fu il ruolo di Demetra nei culti arcaici:
* "Per i Greci Demetra era ancora la dea dei papaveri"
* "Nelle mani reggeva fasci di grano e papaveri"
Una statuetta d'argilla trovata a Gazi sull'isola
di Creta, rappresenta la dea del papavero adorata
nella cultura Minoica mentre porta i baccelli della
pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati
in un diadema. Appare dunque probabile che la grande
dea madre, dalla quale derivano i nomi di Rea e
Demetra, abbia portato con sé da Creta nei Misteri
Eleusini insieme al suo culto anche l'uso del papavero,
ed è certo che nell'ambito dei riti celebrati a
Creta, si facesse uso di oppio preparato con questo
fiore.
Quando a Demetra fu attribuita una genealogia per
inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia
di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue
sacerdotesse erano chiamate Melisse.
Cerere era già presente nel Pantheon dei popoli
italici preromani, specialmente gli osco umbro sabelli
e fu, in seguito, identificata con la dea greca
Demetra. Il suo culto era inizialmente associato
a quello delle antiche divinità rustiche di Liber
e Libera e presentava delle similitudini con i riti
celebrati a Eleusi in onore di Demetra , Persefone
e Iacco (uno dei nomi di Dioniso).
Tale culto è attestato al santuario dei 13 altari
di Lavinio grazie al ritrovamento di una lamina
metallica sulla quale vi è l'iscrizione Cerere(m)
auliquoquibus, interpretata come offerta alla dea
di interiora dell'animale sacrificato, bollite in
pentola.Un suo santuario a Roma era ai piedi dell'Aventino,
fondato nel V secolo a.C.. In suo onore si celebravano
le "Cerealia", ogni 12 aprile, durante le quali
venivano sacrificati buoi e i maiali, ed offerti
frutta e miele. Si compivano anche sacrifici per
purificare la casa da un lutto familiare.
Cerere è legata anche al mondo dei morti. Una fossa
che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari,
il 24 agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre. Questi
giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni
attività pubblica veniva sospesa perché l'apertura
della fossa metteva idealmente in comunicazione
il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti.
In quei giorni non si attaccava battaglia con il
nemico, non si arruolava l'esercito e non si tenevano
i comizi. L'apertura del mundus era un momento delicato
e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero
in massa invadendo il mondo dei vivi ma al contrario
perché, il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo
dei morti, specialmente in occasione di scontri
e battaglie.
Un altro riferimento al mondo dei morti sembra essere
il termine cerritus che significa "invaso dallo
spirito di Cerere". Il termine indica qualcuno che
oggi si definirebbe "posseduto" (come il termine
analogo larvatus). Secondo Renato Del Ponte questo
termine potrebbe rivelare un'antica concezione della
dea come mater larvarum ("madre degli spettri"),
anche in relazione al fatto che il termine cerritus
viene definito da Marziano Capella come vox obsoleta,
"termine antiquato" quindi "arcaico".
ESTIA
Dea del focolare domestico. Era
la prima figlia di Crono e di Rea, quindi sorella
maggiore di Zeus. Per diritto di nascita era una
delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo, dove
tuttavia non abitava, cosicché non protestò quando
Dioniso crebbe d'importanza e la sostituì nella
cerchia dei dodici. Poiché non si coinvolse nelle
storie di guerra che hanno tanta parte nella mitologia
greca.
Il suo culto è uno dei più semplici ed è quasi privo
di leggende. E' la meno conosciuta fra le divinità
più importanti dell’antica Grecia. Era tuttavia
tenuta in grande onore, veniva invocata e riceveva
le offerte migliori in ogni sacrificio che i mortali
presentavano agli dèi.
Viene descritta come 'la venerabile vergine Estia',
una delle tre dee che Afrodite non riesce a sottomettere,
a persuadere, a sedurre o anche soltanto a 'risvegliare
a un piacevole desiderio'. Fece voto di castità
non perché non fosse bella, infatti Afrodite fece
sì che Poseidone e Apollo si innamorassero di Estia
e chiesero la sua mano, ma lei aveva fatto giuramento
di restare vergine e così li respinse entrambi.
Zeus, data la decisione della sorella di restare
vergine ed evitando così un possibile concorrente
al trono,respinse le loro proposte.
Persino il dio Priapo che tentò di farle violenza
non ci riuscì perchè il raglio di un asino svegliò
la dea che dormiva dopo un banchetto, e gli altri
dei che lo costrinsero a darsi alla fuga. L'episodio
ha un carattere di avvertimento aneddotico per chi
pensi di abusare delle donne accolte in casa come
ospiti, sotto la protezione del focolare domestico:
anche l'asino, simbolo della lussuria, condanna
la follia criminale di Priapo.
Insieme alla sua equivalente divinità romana, Vesta,
non era nota per i miti e le rappresentazioni che
la riguardavano, e fu raramente rappresentata da
pittori e scultori con sembianze umane, in quanto
non aveva un aspetto esteriore caratteristico. La
sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta
al centro della casa, del tempio e della città.
Il simbolo di Estia era un cerchio. I suoi primi
focolari erano rotondi e così i suoi templi. Né
abitazione né tempio erano consacrati fino a che
non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua
presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza
avvertita a livello spirituale come fuoco sacro
che forniva illuminazione, tepore e calore.
Suo attributo è il focolare, santuario della pace
e della concordia. Suo simbolo era il cerchio e
la sua presenza era avvertita nella fiamma viva
posta nel focolare rotondo al centro della casa
e nel braciere circolare nel tempio di ogni divinità.
Estia compariva spesso insieme a Ermes, messaggero
degli dèi, noto ai romani come Mercurio, la cui
effigie fu una pietra a forma di colonna, chiamata
erma.
Nelle case, il focolare rotondo di Estia era posto
all'interno, mentre il pilastro fallico di Ermes
si trovava sulla soglia. Il fuoco di Estia provvedeva
calore e santificava la dimora, mentre Ermes rimaneva
sulla soglia a portare fortuna e a tenere lontano
il male. Anche nei templi queste due divinità erano
legate l'una all'altra.
Così, nelle dimore e nei tempIi, Estia ed Ermes
erano insieme ma separati. Ciascuno dei due svolgeva
una funzione distinta e preziosa.
Estia provvedeva il luogo sacro dove la famiglia
si riuniva insieme: il luogo dove fare ritorno a
casa.
Ermes dava protezione sulla soglia della porta ed
era guida e compagno nel mondo, dove la comunicazione,
la capacità di orientarsi, l'intelligenza e la buona
fortuna sono tutti elementi assai importanti.
Ogni città, nell’edificio principale, aveva un braciere
comune, il pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro
di Estia, che non doveva spegnersi mai. Poiché le
città erano considerate un allargamento del nucleo
familiare, era adorata anche come protettrice di
tutte le città greche.
Nelle famiglie, il fuoco di Estia provvedeva a riscaldare
la casa e a cuocere i cibi.
Era nota per i miti e le rappresentazioni che la
riguardavano: la sua importanza stava nei rituali
simbolizzati dal fuoco.
Perché una casa diventasse un focolare, era necessaria
la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la
madre della sposa accendeva una torcia sul proprio
focolare domestico e la portava agli sposi nella
nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare.
Questo atto consacrava la nuova dimora.
Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo
rituale estiano.Il neonato diventava membro della
famiglia dopo cinque giorni dalla nascita, con un
rito in cui il padre lo portava camminando attorno
al focolare, come simbolo della sua ammissione nella
famiglia.
Ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano
a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come
fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con
la nuova, forse come simbolo di continuità e di
interdipendenza, di coscienza condivisa e d'identità
comune.
I coloni che lasciavano la Grecia, portavano con
sé una torcia accesa al pritaneo della loro città
natale, il cui fuoco sarebbe servito a consacrare
ogni nuovo tempio ed edificio. Un rito che sopravvive
anche nelle Olimpiadi moderne.
Estia provvedeva al luogo dove sia la famiglia che
la comunità si riunivano insieme: il luogo dove
si ricevevano gli ospiti, il luogo dove fare ritorno
a casa, un rifugio per i supplici. La dea e il fuoco
erano una cosa sola e formavano il punto di congiunzione
e il sentimento della comunità, sia familiare che
civile.
Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero
statue di Vesta,
ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci
sono affatto statue.
Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio
e Vesta non ha nessuna effige, come non ne ha neppure
il fuoco.
(Ovidio, Fasti, V, 255-258)
Più tardi, nell’antica Roma, il suo fuoco sacro
veniva custodito dalle Vestali, che dovevano incarnare
la verginità e l’anonimato della Dea. In un certo
senso, ne erano la rappresentazione umana, sue immagini
viventi, al di là di ogni raffigurazione scolpita
o pittorica.
Le fanciulle scelte come vestali venivano portate
al tempio in età molto giovane, per lo più quando
non avevano ancora sei anni. Tutte vestite allo
stesso modo, con i capelli rasati come neo iniziate,
qualunque cosa le rendesse distinguibili e riconoscibili
veniva eliminata. Vivevano isolate dagli altri,
erano onorate e tenute a vivere come Estia: se venivano
meno alla verginità le conseguenze erano atroci.
I rapporti sessuali della vestale con un uomo profanavano
la dea, e come punizione la vestale veniva sepolta
viva in una piccola stanza sotterranea, priva di
aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per
dormire. La terra soprastante veniva poi livellata
come se sotto non ci fosse niente. In tal modo la
vita della vestale (personificazione della fiamma
sacra di Estia) che cessava di impersonare la dea
veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si
fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare.
Estia era la maggiore delle tre dee vergini. A differenza
delle altre due, non si avventurò nel mondo a esplorare
luoghi selvaggi come Artemide, o a fondare città
come Atena. Rimase nella casa o nel tempio, racchiusa
all'interno del focolare.
A uno sguardo superficiale, l'anonima Estia sembra
avere poco in comune con un'Artemide dalla vivace
intraprendenza o con un'intelligente Atena dall'armatura
dorata. Eppure, qualità fondamentali e impalpabili
accomunavano le tre dee vergini, per quanto fossero
diverse le loro sfere di interesse o le loro modalità
d'azione. Tutte e tre erano “complete” in , se stesse',
qualità che caratterizza la dea vergine. Nessuna
di Ioro fu vittima di divinità maschili o di mortali.
Ciascuna aveva la capacità di concentrarsi su quanto
la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno
altrui o dal proprio bisogno degli altri.
L'archetipo Estia ha in comune con le altre due
dee vergini una messa 'a fuoco' della coscienza
(è la dea del 'focolare'). Tuttavia, l'orientamento
di questa messa a fuoco è diverso. Artemide o Atena,
che sono orientate verso il mondo esterno, si concentrano
sul conseguimento di mete o sulla realizzazione
di progetti.
Estia invece si concentra sull'esperienza soggettiva
interna: quando medita, ad esempio, è completamente
concentrata.
La percezione di Estia avviene attraverso lo sguardo
interiore e l'intuizione di ciò che sta accadendo.
La modalità estiana ci permette di stabilire un
contatto con quelli che sono i nostri valori, mettendo
a fuoco ciò che è significativo a livello personale.
Grazie a questa polarizzazione interna noi possiamo
percepire l'essenza di una situazione, intuire il
carattere degli altri e comprenderne il modello
di comportamento o il significato delle azioni.
Questa prospettiva interiore dà chiarezza, in mezzo
alla miriade di particolari confusi che si presentano
ai nostri sensi.
L'introversa Estia, quando si occupa di ciò che
la interessa può anche diventare emotivamente distaccata
e percettivamente disattenta a quanto la circonda.
In aggiunta alla tendenza a ritirarsi dalla compagnia
degli altri, il suo essere 'una in sè stessa' è
una qualità che ricerca la tranquillità silenziosa,
che si ritrova più di tutto nella solitudine.
Estia è il 'punto fermo' che dà senso all' attività,
il punto di riferimento che consente a una donna
di rimanere ben salda in mezzo al caos del mondo
esterno, al disordine o alla consueta agitazione
della vita quotidiana. Quando Estia è presente nella
personalità di una donna, la sua vita acquista un
senso.
Il focolare di Estia, di forma circolare, con il
fuoco sacro al centro, ha là stessa forma del mandala,
un'immagine usata nella meditazione come simbolo
di completezza e di totalità. A proposito del simbolismo
dei mandala, Jung ha scritto: “Il loro motivo di
base è l'idea di un centro della personalità, di
una sorta di punto centrale all'interno dell' anima
al quale tutto sia correIato, dal quale tutto sia
ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di
energia. L'energia del punto centrale si manifesta
in una coazione pressoché irresistibile, in un impulso
a divenire ciò che si è; così come ogni organismo
è costretto, quali che siano le circostanze, ad
assumere la forma caratteristica della propria natura.
Questo centro non è sentito né pensato come lo,
ma, se così
si può dire, come Sé”.
Il Sé è ciò che sperimentiamo internamente quando
sentiamo un rapporto di unità che ci collega all'
essenza di tutto ciò che è fuori di noi. A questo
livello spirituale, 'unione' e 'distacco' sono paradossalmente
la stessa cosa.
Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna
di amore e di luce (metaforicamente, scaldate e
illuminate da un fuoco spirituale), questo 'fuoco'
scalda coloro che amiamo e con cui condividiamo
il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.
Il sacro fuoco di Estia ardeva sul focolare domestico
e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa
e univano le famiglie l'una all' altra, le città-stato
alle colonie. Estia era l'anello di congiunzione
spirituale fra tutti loro. Quando questo archetipo
permette la concentrazione sulla spiritualità, l'unione
con gli altri è un' espressione del Sé.
Estia, in quanto dea del focolare, è l'archetipo
attivo nelle donne che considerano le occupazioni
domestiche un' attività significativa e non semplicemente
'le faccende di casa'. Con Estia, la cura del focolare
diventa un mezzo attraverso il quale la donna, insieme
alla casa, mette ordine nel proprio sé.
La donna che è in contatto con questo aspetto archetipico,
nello svolgere le mansioni quotidiane sente nascersi
dentro un senso di armonia interiore.
Attendere alle cure domestiche è un' attività che
induce alla concentrazione e che equivale alla meditazione.
Se dovesse parlare del proprio mondo interno, la
donna Estia potrebbe scrivere un libro intitolato
Lo Zen e l'arte della cura della casa. Si dedica
alle faccende domestiche perché la interessano di
per sé e perché le piace. Trae una pace profonda
da quello che fa, come accade a ogni donna che vive
in una comunità religiosa, per la quale ogni attività
viene compiuta 'al servizio di Dio'.
Quando Estia è presente, la donna si dedica ai lavori
della casa con la sensazione di avere davanti a
sé tutto il tempo possibile. Non tiene d'occhio
l'orologio, perché non si muove sulla base di un
orario e non 'inganna il tempo'. Si trova quindi
in quello che i greci chiamavano kairos, tempo propizio:
'sta partecipando àl tempo', e ciò la nutre psicologicamente
(come succede in quasi tutte le esperienze dove
perdiamo il senso del tempo). Mentre smista e ripiega
la biancheria, rigoverna i piatti e mette in ordine,
non ha fretta, ed è pacificamente concentrata in
ogni cosa che fa.
Le custodi del focolare rimangono sullo sfondo mantenendo
l'anonimato: spesso la loro presenza è data per
scontata e non sono personalità che fanno notizia
o diventano famose.
L'archetipo Estia fiorisce nelle comunità religiose,
specialmente là dove si coltiva il silenzio.
Gli ordini contemplativi cattolici e le religioni
orientali la cui pratica spirituale si basa sulla
meditazione forniscono un buon ambiente per le donne
Estia.
Le vestali e le suore hanno in comune questo modello
archetipico. Le giovani donne che entrano in convento
rinunciano alla precedente identità. Il loro primo
nome viene cambiato e il cognome non viene più usato.
Vestono tutte allo stesso modo, si sforzano di praticare
l'altruismo, vivono una vita di castità e dedicano
quella vita al servizio religioso. Poiché le religioni
orientali attirano molti occidentali, tanto negli
ashram quanto nei monasteri è possibile trovare
donne che impersonano Estia. Entrambe le discipline
mettono in primo piano la preghiera o la meditazione.
Subito dopo segue la cura della comunità (o governo
della casa), che viene svolta nel convincimento
che sia anch'essa una forma di adorazione.
La maggior parte delle donne Estia che vivono in
un tempio sono anche creature anonime che partecipano
in modo discreto ai riti quotidiani della spiritualità
e alle cure domestiche della comunità religiosa.
Donne famose che appartengono a queste comunità
combinano l'aspetto Estia con altri archetipi forti:
santa Teresa di Avila, famosa per i suoi scritti
mistici, combinava Estia con un aspetto Afrodite;
Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace,
sembra una combinazione di Estia e della materna
Demetra.
Le superiore di conventi che si rivelano abili amministratrici
e sono mosse dalla spiritualità, accanto a Estia,
hanno forti tratti Atena.
Come sorella maggiore della prima generazione degli
dèi dell'Olimpo e zia nubile della seconda generazione,
Estia aveva la posizione di un' anziana onorata.
Si teneva al di sopra o al di fuori degli intrighi
e delle rivalità della sua divina parentela ed evitava
di farsi coinvolgere dalle passioni del momento.
Quando nella donna è presente questo archetipo ,
gli eventi non hanno su di lei lo stesso impatto
che sugli altri.
Quando Estia è la dea presente, la donna non è 'attaccata'
alla gente, agli esiti, al possesso, al prestigio
o al potere. Si sente completa così com'è. Poiché
la sua identità non è importante, non è legata alle
circostanze esterne, e quindi niente che possa accadere
la esalta o la sconvolge.
Possiede la libertà interiore dal desiderio concreto,
la libertà dall' azione e dalla sofferenza, libertà
dalla necessità interna ed esterna e tuttavia è
circondata da una grazia di senso, una bianca luce
immobile eppure mobilissima.
Il distacco di Estia dà a questo archetipo la qualità
della 'donna saggia'. È come una donna anziana che
abbia visto tutto e ne sia venuta fuori con lo spirito
non offuscato e il carattere temprato dall' esperienza.
La dea Estia era onorata nei templi di tutti gli
altri dèi. Quando Estia condivide il 'tempio' (o
la personalità) con altre divinità archetipiche,
dà a obiettivi e propositi la sua dimensione di
saggezza.
In questo senso, la donna Era che reagisce con dolore
alla scoperta dell'infedeltà del compagno, se possiede
anche l'archetipo Estia, non sarà vulnerabile come
è caratteristico di quella dea. Gli eccessi di tutti
gli altri archetipi vengono mitigati dal saggio
consiglio di Estia, una presenza forte, portatrice
di una verità, di una visione spirituale profonda.
Il pilastro (Erma) e l'anello circolare sono diventati
rispettivamente il simbolo del principio maschile
e di quello femminile.
In India e in altri paesi dell'oriente pilastro
e cerchio sono 'accoppiati'. Il lingam fallico rivolto
verso l'alto penetra la yoni o anello, che si trova
sopra di lui, come nel gioco del lancio dei cerchi.
Qui, pilastro e anello si fondono, mentre greci
e romani mantennero collegati, ma separati, questi
due simboli che rappresentavano Ermes e Estia.
A sottolineare ulteriormente questa separazione,
Estia è una dea vergine, che non verrà mai penetrata,
è la più anziana degli dèi dell'Olimpo ed è anche
la zia nubile di Ermes, che veniva considerato il
più giovane tra loro: un'unione estremamente improbabile.
Dal tempo dei greci in poi, le culture occidentali
hanno messo l'accento sulla dualità, su una separazione
o differenziazione fra maschile e femminile, mente
e corpo, logos ed eros, attivo e ricettivo, che
divennero tutti, rispettivamente, và!ori superiori
e inferiori.
Quando Estia ed Ermes venivano entrambi onorati
presso il focolare domestico e nei templi, i valori
femminili estiani erano, semmai, i più importanti:
alla dea andavano infatti i più alti onori. A quei
tempi la dualità era complementare. Ma da allora,
Estia ha perso valore ed è stata dimenticata. I
suoi fuochi sacri non vengono più custoditi e ciò
che rappresentava non è più onorato. Quando i valori
femminili legati al suo archetipo vengono dimenticati
e disonorati, l'importanza del santuario interno
- il viaggio interiore per trovare senso e pace
- e della famiglia come santuario e sorgente di
calore, diminuisce o va perduta. Scompare anche
il senso di sottostante legame con gli altri, così
come, negli abitanti di una città, di un paese o
della terra, il bisogno di sentirsi uniti da un
vincolo spirituale comune.
A livello mistico, Estia ed Ermes rappresentano
le idee archetipiche dello spirito e dell' anima.
Ermes è lo spirito che accende l'anima. In questo
senso, è come il vento che soffia sulla brace sotto
cui cova il fuoco, al centro del focolare, e che
fa alzare la fiamma.
Allo stesso modo, le idee possono infiammare sentimenti
profondi e le parole possono dare espressione a
ciò che fino allora era rimasto inesprimibile e
illuminare ciò che era stato percepito in modo oscuro.
Il Genere Umano
PROMETEO: "colui
che è capace di prevedere".
Figlio di Giapeto e dell'oceanina
Asia ( o Climene, Figlia di Oceano e di Teti) viveva
con il fratello Epimeteo il cui nome vuol dire "colui
che comprende in ritardo". Entrambi facevano pertanto
parte della famiglia dei Titani che avevano osato sfidare
Zeus quando aveva combattuto contro Crono, suo padre,
per impossessarsi del trono. Prometeo però, a differenza
dei fratelli, si era schierato con Zeus ed aveva partecipato
alla lotta solo quando oramai volgeva al termine. Come
premio aveva ricevuto di poter accedere liberamente
all’Olimpo anche se, nel profondo del suo cuore, i sentimenti
che Prometeo provava nei confronti di Zeus non erano
amichevoli a causa della sorte che questi aveva destinato
ai suoi fratelli .
La nascita del primo uomo.
Zeus, per la stima che riponeva in Prometeo, gli diede
l'incarico di forgiare l'uomo che modellò dal fango
e che animò con il fuoco divino.
A quell'epoca, gli uomini erano ammessi alla presenza
degli dei, con i quali trascorrevano momenti conviviali
di grande allegria e serenità. Durante una di queste
riunioni tenuta a Mekone, fu portato un enorme bue,
del quale metà doveva spettare a Zeus e metà agli uomini.
Il signore degli dei affidò l'incarico della spartizione
a Prometeo che approfittò dell'occasione per vendicarsi
del re degli dei.
Divise infatti il grosso bue in due parti ma in una
celò la tenera carne sotto uno spesso strato di pelle
e nell'altra, macinò insieme le ossa ed il grasso che
ricoprì con un sottile strato di pelle tanto da far
sembrare quest'ultima il boccone più succulento. Zeus,
poiché gli toccava la prima scelta, optò per la parte
all'apparenza più ricca. Subito dopo accortosi dell'inganno,
più che mai irato, privò gli uomini del fuoco, riportandolo
nell'Olimpo. Prometeo, considerata ingiusta la punizione,
rapì qualche scintilla dall'Olimpo nascondendola in
un giunco e riportò così il fuoco agli uomini.
Zeus, accortosi dell'inganno che Prometeo gli aveva
perpetrato, decise una punizione ben più grande di quella
che aveva destinato ai suoi fratelli: ordinò ad Ermes
e ad Efesto d'inchiodare Prometeo ad una rupe nel Caucaso,
dove un'aquila (Echidna) durante il giorno gli avrebbe
roso il fegato con il suo becco aguzzo mentre durante
la notte si sarebbe rigenerato.
Ecco come Luciano racconta il meritato (a suo giudizio)
supplizio di Prometeo (Dialoghi):
E poi mi stanno a dire che Prometeo
Non meritava d'esser inchiodato
A quelle rupi? Egli ci diede il fuoco,
Ma niente altro di buono. Fece un male,
Per qual, cred'io, tutti gli Dei l'aborrono:
Le femmine formò! Numi beati,
Che brutta razza! Ora, ammogliati; ammoglia.
Tutti i vizi con lei t'entrano in casa.
La nascita della prima donna
Zeus, non contento della punizione che aveva inflitto
a Prometeo, decise di punire anche la stirpe umana.
Dato che nel mondo non esisteva ancora la donna Zeus
diede incarico ad Efesto di modellare un’immagine umana
servendosi di acqua e di argilla che non avesse nulla
da invidiare alla bellezze delle dee, per l'infelicità
del genere umano. Efesto fu tanto bravo nel modellarla
che la donna che ne ebbe origine era superiore ad ogni
elogio e ad ogni possibile immaginazione. Tutti gli
dei furono incaricati da Zeus di riporre in lei dei
doni: Atena le donò delle vesti morbide e leggere a
significare il candore, fiori per adornare il corpo
ed una corona d’oro mentre Ermes pose nel suo cuore
pensieri malvagi e sulle curve sinuose delle sue labbra,
frasi tanto seducenti quanto ingannevoli.
Narra Esiodo (Le opere e i giorni)
"L’adornò del cinto
E delle vesti, le donar le Grazie
E Pito veneranda aurei monili,
E de’ più vaghi fior di primavera
L'Ore chiamate, le intrecciar corone.
Ma l’uccisor d’Argo, Mercurio, a lei,
Ché tal di Giove era il voler, l’ingegno
Scaltri d’astuzie e blande parolette
E fallaci costumi …"
A questa creatura fu dato nome Pandora (dal greco "pan
doron" = "tutto dono") perché ogni divinità dell'Olimpo
le aveva fatto un regalo.
Mancava solo il regalo di Zeus che fu superiore a tutti
gli altri doni. Egli infatti, donò alla fanciulla un
vaso (il vaso di Pandora), con il divieto di aprirlo,
contenente tutti i mali che l’umanità ancora non conosceva:
la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, il
vizio, la passione, il sospetto, la fame e così via.
Quindi Zeus affidò la fanciulla ad Ermes perché la portasse
in dono a Prometeo che però, pensando ad un inganno,
rifiutò il dono. Allora Zeus ordinò ad Ermes di portarla
a Epimeteo, fratello di Prometeo, che appena la vide
si innamorò di lei e l’accettò come sua sposa nonostante
i moniti del fratello che gli aveva raccomandato di
non accettare alcun dono dagli dei.
Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)
"Aveva Prometeo a lui
Fatto divieto d’accettar mai dono
Venutogli da Giove, ché funesto
Esser questo potea; ma, del fratello
Obliando Epimeteo i saggi avvisi.
Accettollo, e del male, allor che il dono
Era già suo, di subito s’accorse."
Dopo poco che Pandora era sulla terra, presa dalla curiosità
aprì il vaso. Da esso veloci corsero come fulmini sulla
terra tutti i castighi che Zeus vi aveva riposto: la
malattia, la morte, il dolore, e tanti altri, fino ad
allora sconosciuti. L’unico dono buono che Zeus aveva
posto nel vaso rimase incastrato sotto il coperchio
che subito Pandora aveva chiuso: era l’Elpis, la speranza.
La leggenda narra che dopo trent'anni Prometeo fu liberato
dal supplizio da Eracle (Ercole) che recatosi fino alla
cima del Caucaso con una freccia uccise l'aquila liberando
così Prometeo al quale Zeus concesse di ritornare nell'Olimpo.
Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)
"Di propria mano scoperchiato il vaso,
Che i mali in sé chiudea, questi si sparsero
Tra i mortali, e sol dentro vi rimase
All’estremo dell’orlo la Speranza,
Perché la donna, subito, il coperchio
Riposto, il volo a lei contese. Tale
Era il cenno di Giove. A stuolo a stuolo
Vagano intanto i mali, e n’è ripiena
La terra e il mare, e n’è ripiena
La terra e il mare; assalgono le genti
Il di e la notte insidiosi e taciti,
perché la voce accortamente il Nume
Loro preclude."
In questo modo fu punito il genere umano per non avere
rispettato il volere del re degli dei, sovrano di ogni
creatura e di ogni altra cosa sulla terra e nel cielo.
Il diluvio universale
Zeus, nell'età del bronzo, epoca nella quale gli uomini
erano crudeli e sanguinari e trascorrevano la loro vita
ad uccidere ogni essere vivente che incontravano, disgustato
dalla natura stessa dell'uomo, decise di cancellare
l'umanità dalla terra allagando tutta la terra con un
diluvio universale.
Prometeo, appreso dell'imminente diluvio che Zeus aveva
deciso di scatenare sul mondo corse da suo figlio Deucalione
per avvertirlo di quello che stava per accadere. Deucalione,
che all'epoca era il re della Tessaglia, costruì allora
un'arca nella quale si rifugiò con la moglie Pirra,
figlia di Epimeteo e di Pandora, sua cugina e moglie,
prima che iniziasse il diluvio. Appena ebbero finito
di costruirla iniziò il diluvio universale che implacabile
spazzò ogni forma di vita sul pianeta abbattendosi per
nove giorni e per nove notti. Il decimo giorno, cessata
la pioggia, l'arca si arenò sul monte Parnaso (Pindaro,
Olimpiche 9, 41 ss.).
Qui aspettarono che le acque si ritirassero, e quando
misero piede sulla terra ferma scesero a valle e la
prima cosa che fecero i due naufraghi fu di offrire
un sacrifico in onore di Zeus per ringraziarlo di averli
salvati e andarono a pregare Temi presso il fiume Cefiso.
Zeus, commosso, disse a Deucalione che avrebbe esaudito
un suo desiderio e questi allora chiese che la terra
fosse ripopolata. La sua preghiera fu tanto accorata
che Zeus consigliò allora a Deucalione di andare a Delfi,
per interpellare l'oracolo. Una volta presso l'oracolo,
Deucalione lo interrogò e questi gli consigliò "Andando
via dal tempio velatevi il capo, slacciatevi le vesti
e alle spalle gettate le ossa della grande madre".
Per lungo tempo Deucalione e Pirra pensarono a cosa
potessero essere le ossa dell'antica madre, fino a quando
capirono che sicuramente si trattava delle pietre, in
quanto sia lui che Pirra discendevano da Gea, la Madre
Terra e le ossa non potevano essere altro che le sue
pietre.
E così entrambi si velarono il capo e si incamminarono
buttandosi alle spalle delle pietre, e da quelle gettate
da Pirra nascevano delle donne mentre da quelle gettate
da Deucalione nascevano degli uomini. Così, dopo il
diluvio mandato da Zeus, Pirra divenne la madre del
genere umano ripopolando la terra con le pietre e la
terra si ripopolò del genere umano.(Inde genus durum
sumus experiensque laborum / et documenta damus qua
simus origine nati "(Ovidio, Metamorfosi I, 414-415).
Quando Deucalione morì venne sepolto vicino al tempio
di Zeus in Atene (Ovidio, Metamorfosi I, 177-415).
ELLENO: Figlio di Decaulione e di Pirra. Fu il capostipite
di tutti i Greci, per via dei figli e dei nipoti che
furono a loro volta capostipiti delle varie genti greche.
I nomi dei parenti e delle genti greche: dal nipote
Acheo vennero gli Achei; dal figlio Doro i Dori; dal
nipote Ion gli Ioni; dal figlio Eolo gli Eoli.
Racconta Luciano nei Dialoghi (Dialoghi, V): "... Onde
in un attimo venne quel si gran abisso ai tempi di Deucalione,
che tutto andò sommerso nelle acque: e ne scampò solo
una barchetta approdata sul monte Licoride, nella quale
fu serbata la semenza di questa razza umana, che doveva
rigerminare più scellerata di prima."
Le NINFE
- Epigee (ninfe terrestri)
- Agrostine , dei campi.
- Aloniadi, dei burroni.
- Oreadi> o Orestiadi, delle montagne
(vedi Eco).
- Napee, delle valli.
- Alseidi, dei boschi e della pelle.
- Auloniadi
- Lemoniadi, ninfe dei proci.
- Coricidi
- Driadi (o Amadriadi), che vivevano
ciascuna in una quercia o comunque in una pianta
(una di esse è Crisopelea).
- Meliadi o Melie, delle piante
di frassino.
- Epimelidi, protettrici dei meli e
degli ovini.
- Ileori
- Esperidi
- Idriadi (ninfe acquatiche)
- Avernali, dei piedi invernali.
- Oceanine
- Aliadi
- Psamidi
- Nereidi, del mare (dette anche
Oceanine o Malie).
- Naiadi o Efidriadi o Idriadi, delle sorgenti.
- Eleadi
- Potameidi, dei fiumi.
- Limnìadi o Lìmnadi, dei laghi
e degli stagni.
- Creneidi e Pegee, delle fonti.
- Ninfe celesti
- Pleiadi
- Iadi
- Eliadi
- Alcionidi
- Lampadi, ninfe invernali.
- Tiadi, chiamate anche Menadi o
Baccanti da Esiodo, in quanto le ninfe sono per
la maggior parte, delle creature umane.
- Ninfe Cure, nutrici di neonati.
LE SETTE SPOSE E LA DISCENDENZA DI ZEUS
Zeus oltre ad essere il dio supremo
di tutti gli dei era una divinità celeste dispensatrice
di luce, di calore e da lui dipendevano tutti gli eventi
atmosferici era infatti anche il re del tuono, dei lampi,
dei fulmini mediante i quali manifestava la sua approvazione
o no.
La sua casa era l'Olimpo dal quale regolava tutto l'ordine
universale e nelle sue mani era il destino di tutti
gli uomini anche se la sua volontà era sottoposta ad
una volontà suprema, quella del Fato le cui leggi e
decisioni neanche il potente re degli dei poteva cambiare.
Aveva diversi soprannomi tra i quali ricordiamo: Zeus
Horkios in quanto il suo nome rendeva sacri i giuramenti;
Zeus Xenios come dio dei vaticini e dell'ospitalità;
Zeus Efestios come difensore del focolare domestico;
Zeus Soter come salvatore del popolo.
- Zeus/METIS
figlia di Oceano e di Teti (che impersonificava
la saggezza, la ragione e l'intelligenza), fu la prima
moglie di Zeus ma che fece una triste fine in quanto
sia Urano che Gea avevano predetto a Zeus che sarebbe
stato detronizzato da un figlio di Metis pertanto quando
questa rimase incinta di Atena Zeus la ingoiò per essere
sicuro di mantenere il regno.
Tutto ebbe inizio quando a Zeus, in quel periodo sposo
di Metis, fu predetto da Gea e da Urano che un giorno
Metis avrebbe partorito due figli, il secondo dei quali
lo avrebbe detronizzato. Zeus, spaventato da quella
profezia e dato che Metis era incinta del loro primo
figlio, decise di non correre rischi e la ingoiò.
Il tempo riprese a scorrere sereno per Zeus che si era
anche dimenticato della fine che aveva fatto fare alla
moglie. Un giorno però iniziò ad essere assalito da
violentissime fitte alla testa. Non potendole sopportare
chiese ad Efesto di colpirlo in testa con il suo martello.
Efesto si rifiutava di eseguire l'ordine in quanto non
capiva cosa stesse succedendo ma date le urla e le insistenze
di Zeus alla fine lo colpì violentemente in testa. Nel
momento stesso in cui il suo martello toccò la testa
di Zeus l'Olimpo tremò, i lampi sconquassarono il cielo
e dal suo cranio uscì una densa nuvola nella quale si
trovava una creatura, vestita con una lucente armatura,
che teneva alla sua destra un giavellotto: era nata
Atena, la dea guerriera che si sarebbe contrapposta
ad Ares personificazione della guerra brutale e violenta.
I mitografi diedero alla sua nascita una concezione
naturalistica e videro in Atena la personificazione
del lampo che disperde le nuvole e riporta il sereno
(da qui il suo epiteto di Glaucopis, cioè dagli occhi
scintillanti).
Atena manifestò doti non solo come guerriera ma anche
come donna saggia ed accorta. Infatti divenne ben presto
anche la dea della ragione, della arti, della letteratura,
della filosofia, del commercio e dell'industria. Era
la personificazione della saggezza e della sapienza
in tutti i campi delle scienze conosciute. Insegnò agli
uomini la navigazione, ad arare i campi, ad aggiogare
i buoi, a cavalcare ed alle donne insegnò anche a tessere,
a tingere e a ricamare. Era anche una dea fiera che
puniva severamente chi osava competere con lei
Con il passare del tempo Atena chiese al padre che le
fosse consacrata una regione della terra che la potesse
onorare. Già da diverso tempo però Poseidone era in
attesa che Zeus gli assegnasse una regione e fu così
che tra le due divinità si accese una violenta disputa
per avere il dominio sull'Attica.
Zeus, dato che non sapeva che fare decise allora di
proclamare una sfida tra Poseidone ed Atena: chi tra
i due avesse fatto alla città il dono più utile, ne
avrebbe avuto la supremazia e Cecrope fu posto ad arbitro
della contesa.
Cecrope è il primo leggendario re di Atene. Nacque dal
suolo stesso dell'Attica, ed era rappresentato con un
corpo da uomo terminante con una coda di serpente.
Nell'antichità, infatti, il serpente era uno dei simboli
della terra. A lui sono attribuiti i primi segni di
civiltà, come l'abolizione dei sacrifici cruenti, il
principio della monogamia, l'invenzione della scrittura
e l'uso di seppellire i morti. La tomba di Cecrope sembra
sia da collocarsi, secondo il mito, sull'acropoli di
Atene, nei pressi dell'Eretteo.
Quando la sfida iniziò alla presenza di tutti gli dei,
Poseidone toccò con il suo tridente la terra e fece
saltar fuori una nuova creatura che mai prima di allora
si era vista, il cavallo che da quel momento popolò
tutte le regioni della terra e divenne un grande aiuto
per la vita dell'uomo.
Atena, dal canto suo percosse il suolo con il suo magico
giavellotto e in conseguenza di ciò scaturì dal terreno
un albero di olivo.
Cercrope, decise che fosse Atena la vincitrice e da
quel giorno la capitale dell'Attica fu chiamata Atene
in onore della dea.
Da quel momento la vita iniziò a scorrere serena in
Attica ed Atena insegnava al suo popolo le scienze e
le arti.
Aracne,
figlia del tintore Idmone, era
una fanciulla che viveva nella città di Colofone,
nella Lidia, famosa per la sua porpora. Era molto
conosciuta per la sua abilità di tessitrice e ricamatrice
in quanto le sue tele erano considerate un dono
del cielo tanto erano piene di grazia e delicatezza
e le persone arrivavano da ogni parte del regno
per ammirarle.
Aracne era molto orgogliosa della sua bravura tanto
che un giorno ebbe l'imprudenza di affermare che
neanche l'abile Atena, anche lei famosa per la sua
abilità di tessitrice, sarebbe stata in grado di
competere con lei tanto che ebbe l'audacia di sfidare
la stessa dea in una pubblica gara.
Atena, non appena apprese la notizia, fu sopraffatta
dall'ira e si presentò ad Aracne sotto le spoglie
di una vecchia suggerendo alla stessa di ritirare
la sfida e di accontentarsi di essere la migliore
tessitrice tra i mortali. Per tutta risposta Aracne
disse che se la dea non accettava la sfida era perchè
non aveva il coraggio di competere con lei. A quel
punto Atena si rivelò in tutta la sua grandezza
e dichiarò aperta la sfida.
Una di fronte all'altra Atena ed Aracne iniziarono
a tessere le loro tele e via via che le matasse
si dipanavano apparivano le scene che le stesse
avevano deciso di rappresentare: nella tela di Atena
erano rappresentate le grandi imprese compiute dalla
dea ed i poteri divini che le erano propri; Aracne
invece, raffigurava gli amori di alcuni dei, le
loro colpe ed i loro inganni.
Quando le tele furono completate e messe l'una di
fronte all'altra, la stessa Atena dovette ammettere
che il lavoro della sua rivale non aveva eguali:
i personaggi che erano rappresentati sembrava che
balzassero fuori dalla tela per compiere le imprese
rappresentate. Atena, non tollerando l'evidente
sconfitta, afferrò la tela della rivale riducendola
in mille pezzi e tenendo stretta la spola nella
mano, iniziò a colpire la sua rivale fino a farla
sanguinare.
Aracne, sconvolta dalla reazione della dea, scappò
via e tentò di suicidarsi cercando di impiccarsi
ad un albero. Ma Atena, pensando che quello fosse
un castigo troppo blando, decise di condannare Aracne
a tessere per il resto dei suoi giorni e a dondolare
dallo stesso albero dal quale voleva uccidersi ma
non avrebbe più filato con le mani ma con la bocca
perchè fu trasformata in un gigantesco ragno.
Racconta Ovidio (Metamorfosi, IV, 23 e segg.): "
(...) Accetta Minerva la sfida ... la dea dai biondi
capelli si corrucciò del felice successo e stracciò
la trapunta tela che scopre le colpe dei numi e
colpì con la spola di citoriaco bosso più volte
la fronte di Aracne. Non lo patì l'infelice: furente
si strinse la gola con un capestro e restò penzoloni.
Atena, commossa, la liberò, ma le disse: - Pur vivi
o malvagia, e pendendo com'ora pendi. E perchè ti
tormenti nel tempo futuro, per la tua stirpe continui
il castigo e pei tardi nepoti -. Poscia partendo
la spruzza con sughi di magiche erbette: subito
il crime toccato dal medicamento funesto cadde e
col crine le caddero il naso e gli orecchi: divenne
piccolo il capo e per tutte le membra si rimpicciolisce:
l'esili dita s'attaccano, invece dei piedi, nei
fianchi: ventre è quel tanto che resta, da cui vien
traendo gli stami e, trasformata in un ragno, contesse
la tela di un tempo" .
Scrive Dante Alighieri (Purgatorio, XII, 43-45):
O folle Aragne, sì vedea io te
Già mezza ragna, trista in su li stracci
De l'opera che mal per te si fé.
Ancor oggi, quando si vede un ragno tessere la sua
tela, si ripensa alla sorte toccata alla tessitrice
della Lidia condannata per il resto della sua vita
a quel triste destino perchè aveva osato essere
più abile di una dea.
Tiresia
Tramandato da Callimaco, Nonno di Panopoli, Properzio,
Apollodoro. L’indovino avrebbe perso la vista per
punizione di Atena; la dea, infatti, fu vista dal
giovane Tiresia mentre faceva il bagno nuda, cosa
che era assolutamente proibita ai mortali. La pena,
di solito era la morte, ma a Tiresia fu risparmiata
in virtù dell’amicizia della dea con la madre del
giovane Tiresia: la dea, anzi, come compensazione
della perdita della vista diede a Tiresia anche
la facoltà di vaticinare.
Tiresia è come indovino, prima di tutto un mediatore
fra gli dei e gli uomini: pertanto questo fatto
gli permette di partecipare dell’immortalità che
caratterizza gli dei. In effetti Tiresia, che visse
per sette generazioni, non conobbe in termini reali
la morte. Dunque, questa posizione privilegiata
gli permette di essere un mediatore, di avere una
posizione particolare proprio all’interno delle
generazioni regali della casa reale di Tebe non
solo tra i vivi, ma anche tra i morti della famiglia
stessa. Da un certo punto di vista questa trascendenza
può apparire come una trasgressione all’ordine abituale
delle cose, fondato sul rispetto delle opposizioni,
stabilito una volta per tutte all’origine del mondo.
Inoltre, Tiresia è oggetto egli stesso di una repressione
che viene dagli dei; essi, infatti, mal sopportano
che i loro segreti siano rivelati agli uomini da
un indovino che, a sua volta, sta anche dalla parte
degli uomini, esseri che, talvolta, non riconoscono
in lui l’autorità di un indovino. (…) Ecco perché
Tiresia, oltre ad essere stato reso cieco dagli
dei, che, per supplire a questa mutilazione gli
hanno donato il bastone (che a sua volta e il simbolo
dello statuto da intermediario che l’indovino occupa),
non è creduto dagli uomini che lo prendono in giro
e qualche volta lo insultano. Nell’analisi del primo
episodio della prima versione (A), si è dimostrato
che questo tipo di relazioni si organizzava, questa
volta, attorno alla figura di un serpente, il guardiano
di tutte le potenze che Gaia, la Terra, raccoglie
(…) Il serpente appariva come il guardiano e il
dispensatore della potenza divina (...) Ecco perché
anche una coppia di serpenti intrecciati attorno
ad un bastone può diventare, per un indovino, l’emblema
della sua funzione di mediatore, la cui bisessualità
successiva non ne è che un aspetto. D’altra parte,
il serpente intrattiene dei rapporti privilegiati
con la vita e la morte; e in effetti sotto forma
di serpente che le anime tornano alla terra e, inoltre,
il fatto che egli si spogli ogni anno della sua
pelle (che corrisponde alla sua vecchiaia), fa sì
che questo animale sia considerato un essere dotato
di una longevità straordinaria, del tipo di quella
di cui è proprio dotato Tiresia.
Narciso
La storia che andiamo a narrare è la più conosciuta
della mitologia greca e sono tante le sue versioni.
Noi prendiamo spunto da quanto ci narra Ovidio nelle
Metamorfosi per narrare le vicende di questo giovane
la cui bellezza, pari a quella di un dio, fu la
causa della sua stessa rovina.
Il fanciullo di cui parliamo si chiama Narciso ed
era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso(1)che,
innamorato della ninfa, la avvolse nelle sue onde
e nelle sue correnti, possedendola. Da questa unione
nacque un bambino di indescrivibile bellezza e grazia.
La madre, poichè voleva conoscere il destino del
proprio figlio, si recò dal vate Tiresia per sapere
il suo futuro.
Era questo il più grande fra tutti gli indovini
che la sorte aveva reso cieco perchè aveva osato
porre i suoi occhi sulle nudità della dea guerriera
Atena che, dopo averlo punito per la sua audacia
rendendolo cieco, gli fece dono del vaticinio.
Tiresia dopo aver ascoltato le richieste di Liriope
le disse in tono greve che suo figlio avrebbe avuto
una lunga vita se non avesse mai conosciuto se stesso.
Liriope, che non comprese la profezia dell'indovino,
andò via e con il passare degli anni dimenticò quanto
gli era stato profetizzato.
Gli anni passarono veloci e Narciso cresceva forte
e di una bellezza tanto dolce e raffinata che tutte
le persone che lo rimiravano, fossero esse uomini
o donne, si innamoravano di lui anche se Narciso
rifuggiva ogni attenzione amorosa. Si racconta della
sua insensibilità e vanità tanto che un giorno regalò
una spada ad Aminio, un suo acceso spasimante, perchè
si suicidasse ed Aminio tanto era grande il suo
amore per Narciso, si trafisse il cuore sulla soglia
della sua casa.
Aminio morente invocò gli dei perchè vendicassero
la sua morte e al suo grido rispose Artemide, che
fece innamorare Narciso di se stesso.
La Ninfa Eco
ebbe la ventura di incrociare Narciso, incontro
nefasto che fu la rovina di entrambi i giovani.
Si narra che la sposa di Zeus, Era, la cui gelosia
era nota a tutti gli dei e a tutti i mortali, era
sempre alla ricerca dei tradimenti del marito e
sfortuna volle che un giorno si rese conto che la
compagnia e le continue chiacchiere della ninfa
Eco, altro non erano che un modo per tenerla a bada
e distrarla per favorire gli amori di Zeus dando
il tempo alle sue concubine di mettersi in salvo.
Grande fu la sua rabbia quando apprese la verità
e la sua ira si manifestò in tutta la sua potenza:
rese Eco destinata a ripetere per sempre solo le
ultime parole dei discorsi che le si rivolgevano.
Racconta Luciano (Epigrammi "A una statua di Eco")
"Questa è l'Eco petrosa amica di Pane,
Che rimanda, ripete le parole,
E ti risponde in tutte le lingue umane;
E più scherzare coi pastori suole.
Dille qualunque cosa, odila e poi
Vanne pei fatti tuoi."
Un giorno mentre Narciso era intento a vagare nei
boschi e a tendere reti tra gli alberi per catturare
i cervi, lo vide la bella Eco che, non potendo rivolgergli
la parola, si limitò a rimirare la sua bellezza,
estasiata da tanta grazia. Per diverso tempo lo
seguì da lontano senza farsi scorgere e Narciso,
intento a rincorrere i cervi, nè si accorse di lei
nè si accorse che si era allontanato dai compagni
ed aveva smarrito il sentiero. Iniziò Narciso a
chiamare a gran voce, chiedendo aiuto non sapendo
dove andare. A quel punto Eco decise di mostrarsi
a Narciso rispondendo al suo richiamo di aiuto e
si presentò protendendo verso di lui le sue braccia
offrendosi teneramente come un dono d'amore e con
il cuore traboccante di teneri pensieri.
Ma ancora una volta la reazione di Narciso fu spietata:
alla vista di questa ninfa che si offriva a lui
fuggi inorridito tanto che la povera Eco avvilita
e vergognandosi, scappò via dolente. Si nascose
nel folto del bosco e cominciò a vivere in solitudine
con un solo pensiero nella mente: la sua passione
per Narciso e questo pensiero era ogni giorno sempre
più struggente che si dimenticò anche di vivere
ed il suo corpo deperì rapidamente fino a scomparire
e a lasciare di lei solo la voce. Da allora la sua
presenza si manifesta solo sotto forma di voce,
la voce di Eco, che continua a ripetere le ultime
parole che gli sono state rivolte.
Gli dei vollero allora punire Narciso per la sua
freddezza ed insensibilità e mandarono Nemesi, dea
della vendetta, che fece si che mentre si trovava
presso una fonte e si chinava per bere un sorso
d'acqua, nel vedere la sua immagine riflessa immediatamente
il suo cuore iniziò a palpitare e a struggersi d'amore
per quel volto così bello, tenero e sorridente.
Racconta Ovidio (Metamorfosi III, 420 e segg.):
"Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla
le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance
levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio,
il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti
inutili baci diede alla fonte ingannatrice! ...
Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per
quell'immagine ..."
Non consapevole che aveva di fronte se stesso, ammirava
quell'immagine e mandava baci e tenere carezze ed
immergeva le braccia nell'acqua per sfiorare quel
soave volto ma l'immagine scompariva non appena
la toccava.
Rimase a lungo Narciso presso la fonte cercando
di afferrare quel riflesso senza accorgersi che
i giorni scorrevano inesorabili, dimenticandosi
di mangiare e di bere sostenuto solo dal pensiero
che quel malefico sortilegio che faceva si che quell'immagine
gli sfuggisse, sparisse per sempre(4).
Alla fine morì Narciso, presso la fonte che gli
aveva regalato l'amore anelando un abbraccio dalla
sua stessa immagine.
Quando le Naiadi e le Driadi andarono a prendere
il suo corpo per collocarlo sulla pira funebre si
narra che al suo posto fu trovato uno splendido
fiore bianco che da lui prese il nome di Narciso.
Narra Ovidio (Metamorfosi III 420 e segg.):
"Languì a lungo d'amore non toccando più cibo nè
bevanda. A poco a poco la passione lo consumò, e
un giorno vicino alla fonte ... reclinò sull'erba
la testa sfinita, e la morte chiuse i suoi occhi
che furono folli d'amore per sé. ... Piansero le
Driadi, ed Eco rispose alle grida dolenti. Già avevano
preparato il rogo, le fiaccole, la bara, ma il suo
corpo non c'era più: trovarono dove prima giaceva,
un fiore dal cuore di croco recinto di candide foglie".
E gli antichi narrano ancora che a Narciso non fu
di lezione passare ad un'altra vita in quanto, mentre
attraversava lo Stige, il fiume dei morti per entrare
nell'Oltretomba, continuava a cercare il suo amato,
riflesso nelle acque del nero fiume.
In qualunque modo sia morto Narciso è certo che
questo mito è arrivato sino a giorni nostri. Pittori,
musicisti, scrittori, psicologici, continuano a
trarre ispirazione dalla storia di questo giovane.
Era superbo? Era egocentrico? Era egoista? Era ingenuto?
Ognuno ne dia l'interpretazione che ritiene più
consona anche se è certo che in fondo il giovane
Narciso cercava solo una cosa: l'amore, come ogni
creatura che popola questa terra.
- Zeus/TEMI
Nel mondo antico la Giustizia era
una Dea, chiamata Dike quando rappresentava la giustizia
umana, e chiamata Temi quando indicava la giustizia
come legge eterna. Il suo nome significa “irremovibile”,
e quindi va considerata come un’astrazione: essa è l’ordine
cosmico ed il suo nome veniva invocato nei giuramenti.
Essa era la personificazione della regola naturale e
sociale, e perciò vigila su quanto è lecito ed illecito,
regola la convivenza fra gli dèi, fra i mortali e i
due sessi. L’ideale di Giustizia di cui è emblema, era
collegato con il Destino, il Tempo e la Morte.
Dall’unione di Temi con Zeus nacquero:
- ASTREA (o Diche)
Dea della giustizia, considerata
il principio fondamentale per lo sviluppo di ogni
società civile, perché diffuse i sentimenti di giustizia,
come fece la madre prima di lei, e di bontà.
Secondo il mito la dea viveva in mezzo agli uomini,
durante l'età dell'oro dopo disgustata dalla degenerazione
morale del genere umano, dapprima si rifugiò nelle
campagne, e poi, al principio dell'età del ferro,
risalì definitivamente in cielo, dove splende sotto
l'aspetto della costellazione della Vergine.
- LE ORE
In origine Le Ore attiche erano
solamente due, Tallo (germoglio) e Carpo (frutto),
nomi alludenti alla semina e alla crescita del frutto
delle piante. Esiodo nella Teogonia ne indica tre
e simboleggiavano il regolare scorrere del tempo
nell'alterna vicenda delle stagioni (primavera,
estate ed autunno fusi insieme, inverno); poi ne
fu aggiunta una quarta (allusione all'autunno);
in epoca romana finirono col personificare le ore
vere e proprie, divenendo 12 e da ultimo 24. Le
ore si presentano in duplice aspetto:
* in quanto figlie di Temi (l'Ordine universale)
assicuravano il rispetto delle leggi morali;
* in quanto divinità della natura presiedevano al
ciclo della vegetazione.
Questi due aspetti spiegano i loro nomi:
* Eunomia, la Legalità;
* Diche, la Giustizia;
* Irene, la Pace;
oppure:
* Tallo, la Fioritura primaverile;
* Auso, il Rigoglio estivo;
* Carpo, la Fruttificazione autunnale.
Le Ore sorvegliavano le porte della dimora di Zeus
sull'Olimpo (le aprivano e le richiudevano disperdendo
o accumulando una densa cortina di nuvole), servivano
Giunone - che avevano allevata -, attaccavano e
staccavano i cavalli dal suo cocchio e da quello
di Elio; inoltre facevano parte del corteo di Afrodite
- insieme con le Cariti - e di Dioniso.
Gli antichi le rappresentavano come leggiadre fanciulle
stringenti nella mano un fiore o una pianticella,
immaginandole peraltro brune ed invisibili con riferimento
alle ore della notte; ma, se si eccettua un presunto
matrimonio di Carpo con Zéfiro, non ne fecero le
protagoniste di alcuna leggenda. Le onoravano con
un culto particolare ad Atene (dove fu loro consacrato
un tempio), ad Argo, a Corinto, ad Olimpia.
- Le Moire
Le Moire è il nome dato alle
figlie di Zeus e di Temi o secondo altri di Ananke.
Ad esse era connessa l'esecuzione del destino assegnato
a ciascuna persona e quindi erano la personificazione
del destino ineluttabile.
Erano tre: Cloto, nome che in greco antico significa
"io filo", che appunto filava lo stame della vita;
Lachesi, che significa "destino", che lo svolgeva
sul fuso e Atropo, che significa "inevitabile",
che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile.
La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente
come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi
corrisponderà una vita assai breve, come quella
di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio
che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90
anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.
Grandissimo onore diede loro ZEUS prudente,
le quali concedono agli uomini mortali di avere
il bene e il male
Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che
servono il regno dei morti, l'Ade.
Il sensibile distacco che si avverte da parte di
queste figure e la loro totale indifferenza per
la vita degli uomini accentuano e rappresentano
perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi
greci.
Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come
le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.
Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma
tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro
confronti, in quanto la loro esistenza garantiva
l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano
soggetti.
Si dice anche che avessero un solo occhio grazie
al quale potevano vedere nel futuro e che spartivano
a turno tra loro.
Delle Moire (o Parche) parla anche Virgilio nell'Eneide,
nel famoso verso: "Sic volvere Parcas" ("Così filano
le Parche").
- Zeus/EURINOME
Eurinome, Oceanina figlia di Oceano
e di Teti. Mangiare, pascolare, nutrirsi, questo è essere
EURINOME, un fare divino anche dal punto di vista psichico:
fagocitare! Il fagocitare è il fare proprio, non come
possesso, ma come qualche cosa che diventa parte di
te; indistinguibile da te; partecipe della tua Coscienza
di Te! Questo fagocitare come fare divino, fra gli Esseri
della Natura diventa il mangiare.
Ha tre figlie, le tre CARITI rappresentano un potere
incredibile nella vita degli Esseri Umani. Il loro farsi
DEI li porta a sviluppare nei Sistemi Sociali umani,
Quale la bellezza, ma anche la riconoscenza, il favore,
il piacere e la gioia. La manifestazione di queste DEE
negli Esseri della Natura li rende Radiosi (AGLAIA),
Gioiosi (EUFROSINE) e Fiorenti (TALIA). A Roma le CARITI
saranno identificate con le tre GRAZIE. La gioia e la
ricchezza al seguito di APOLLO assieme alle MUSE.
Nela Teogonia di Esiodo si narra:
« [...]
Ed Eurinóme, figlia d'Ocèano, dal fulgido aspetto,
tre Grazie guancebelle gli diede: Eufrosíne, Talía
vezzosa, Aglaia: quando guardavano, a loro dal ciglio
stillava amor, che scioglie le pene: il lor guardo,
un incanto.
- Zeus/DEMETRA
DEMETRA, assieme a Gea e a Rea, era,
venerata come Madre Terra; ma Gea figurava l'elemento
delle forze primordiali, Rea figura la potenza generatrice
della terra, mentre Demetra figura la divinità della
terra coltivata, la dea del grano, dell'ordine costituito.
Con il dono dell'agricoltura, base di civiltà per tutte
le popolazioni, Demetra dà agli uomini anche le norme
del vivere civile e, di conseguenza, le leggi. Demetra,
figlia di Crono e di Rea era la madre di Persefone,
avuta dal fratello Zeus.
Proserpina (o Persefone)
Persefone era la dea della vegetazione primaverile.
Crebbe in Sicilia fino al giorno in cui Ade il signore
dei morti, la rapì.
Un giorno Persefone, mentre coglieva dei fiori con
altre compagne si allontanò dal gruppo e all'improvviso
la terra si aprì e dal profondo degli abissi apparve
Ade, dio dell'oltretomba e signore dei morti che
la rapiva perché da tempo innamorato di lei.
Il rapimento si era compiuto grazie al volere di
Zeus che aveva dato il suo consenso ad Ade per compiere
la violenta azione amorosa.
Demetra, accortasi che Persefone era scomparsa,
per nove giorni corse per tutto il mondo alla ricerca
della figlia sino alle più remote regioni della
terra. Ma per quanto cercasse, non riusciva né a
trovarla, né ad avere notizie del suo rapimento.
All'alba del decimo giorno venne in suo aiuto Ecate,
che aveva udito le urla disperate della fanciulla
mentre veniva rapita ma non aveva fatto in tempo
a vedere il volto del rapitore e suggerì pertanto
a Demetra di chiedere ad Elios, il Sole. E così
fu. Elios disse a Demetra che a rapire la figlia
era stato Ade.
Inutile descrivere la rabbia e l'angoscia di Demetra,
tradita dalla sua stessa famiglia di olimpici. Demetra
abbandonò l'Olimpo e per vendicarsi, decise che
la terra non avrebbe più dato frutti ai mortali
così la razza umana si sarebbe estinta nella carestia.
In questo modo gli dei non avrebbero più potuto
ricevere i sacrifici votivi degli uomini di cui
erano tanto orgogliosi.
Si mise quindi la dea a vagare per il mondo per
cercare di soffocare la sua disperazione, sorda
ai lamenti degli dei e dei mortali che già assaporavano
l'amaro gusto della carestia.
Il suo pellegrinaggio la portò ad Eleusi, in Attica,
sotto le spoglie di una vecchia, dove regnava il
re Celeo con la sua sposa Metanira. Demetra fu accolta
benevolmente nella loro casa e divenne la nutrice
del figlio del re, Demofonte.
Col tempo Demetra si affezionò al fanciullo che
faceva crescere come un dio, nutrendolo, all'insaputa
dei genitori, con la divina ambrosia, il nettare
degli dei.
Attraverso Demofonte la dea riusciva in questo modo
a saziare il suo istinto materno, soffocando il
dolore per la perduta figlia. Decise anche di donare
a Demofonte l'immortalità e di renderlo pertanto
simile ad un dio ma, mentre era intenta a compiere
i riti necessari, fu scoperta da Metanira, la madre
di Demofonte. A quel punto Demetra, abbandonò le
vesti di vecchia e si manifestò in tutta la sua
divinità facendo risplendere la reggia della sua
luce divina.
Delusa dai mortali che non avevano gradito il dono
che voleva fare a Demofonte, si rifugiò presso la
sommità del monte Callicoro dove gli stessi Eleusini
gli avevano nel frattempo edificato un tempio.
Il dolore per la scomparsa della figlia, adesso
che non c'era più Demofonte a distrarla, ricominciò
a farsi sentire più forte che mai e a nulla valevano
le suppliche dei mortali che nel frattempo venivano
decimanti dalla carestia.
Alla fine Zeus, costretto a cedere alle suppliche
dei mortali e degli stessi dei, inviò Ermes, il
messaggero degli dei, nell'oltretomba da Ade, per
ordinargli di rendere Persefone alla madre. Ade,
inaspettatamente, non recriminò alla decisione di
Zeus ma anzi esortò Persefone a fare ritorno dalla
madre. L'inganno era in agguato. Infatti Ade, prima
che la sua dolce sposa salisse sul cocchio di Ermes,
fece mangiare a Persefone un seme di melograno,
compiendo in questo modo il prodigio che le avrebbe
impedito di rimanere per sempre nel regno della
luce.
Grande fu la commozione di Demetra quando rivide
la figlia ed in quello stesso istante, la terrà
ritornò fertile ed il mondo riprese a godere dei
suoi doni.
Solo più tardi Demetra scoprì l'inganno teso da
Ade: avendo Persefone mangiato il seme di melograno
nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno,
ogni anno, per un lungo periodo. Questo infatti
era il volere di Zeus.
Fu così allora che Demetra decretò che nei sei mesi
che Persefone fosse stata nel regno dei morti, nel
mondo sarebbe calato il freddo e la natura si sarebbe
addormentata, dando origine all'autunno e all'inverno,
mentre nei restanti sei mesi la terra sarebbe rifiorita,
dando origine alla primavera e all'estate.
Gli antichi adombrarono in questo mito riferimenti
impliciti ai cicli della natura, delle stagioni,
dei raccolti, in particolare ai frutti della terra
che trascorrono parte dell'anno nascosti sotto la
superficie per poi sbocciare e fruttificare.
A Persefone si sacrificavano giovenche
nere e il suo emblema è il papavero. Aveva la base del
suo culto in Sicilia, in Beozia, ad Eleusi, e in suo
onore si eseguivano i giochi Tarentini che duravano
tre giorni ed erano caratterizzati da un'eccessiva sfrenatezza.
Era celebrata in Grecia con le feste Eleusine ed in
Sicilia le Antesforie. Proserpina presiedeva alla crescita
ed al germogliare delle messi.
- Zeus/MNEMOSINE
Mnemosine è la personificazione della
memoria (e secondo altre fonti anche del canto e della
danza), titanide, figlia di Urano (il Cielo) e Gea (la
Terra).
Dopo la sconfitta dei Titani gli dei chiesero a Zeus
di creare un gruppo di divinità che cantassero la vittoria.
Mnemosine fu amata da Zeus il quale le si presentò sotto
forma di pastore. Giacquero insieme per nove notti sui
monti della Pieria e dopo un anno nacquero nove figlie:
le Muse. Le Muse furono rese responsabili di ispirare
canti funebri, la poesia, il dramma e la danza...per
questa ragione è solito che gli artisti invochino la
protezione e l'ispirazione delle Muse. Compaiono spesso
associate alla compagnia di Apollo e Pegaso. Saffo fu
considerata da molti essere la decima Musa. La nostra
parola "museum" deriva dal termine"museion" che è il
tempio dedicato alle Muse; e anche Musica.
-
Le muse sono figlie di Zeus e
di Mnemosine (a sua volta figlia di Urano e di Gaia,
quindi una Titanide), il cui nome vuol dire memoria,
perché era appunto la personificazione della memoria:
Zeus si unì a lei per nove notti di seguito e, in
capo ad un anno, ne ebbe nove figlie, ossia le Muse.
Le genealogie differiscono, ma tutte evidentemente
si ricollegano, più o meno indirettamente, a concezioni
filosofiche sul primato delle musica nell'Universo;
le Muse infatti presiedono al pensiero in tutte
le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza,
storia, matematica, astronomia.
A partire dall'epoca classica il numero nove s'è
imposto e ciascuna, a poco a poco, ha ricevuto una
determinata funzione, d'altronde variabile secondo
gli autori; si ammette in genere la lista seguente:
Calliope - poesia epica, Polimnia - pantomima, Euterpe
- flauto, Tersicore - danza, Erato - lirica corale,
Melpomene - tragedia, Talia - commedia, Urania -
astronomia, Clio - storia.
Un soggetto umano, attraverso le sue predilezioni
chiama la MUSA propria del suo piacere. La chiama
praticando quanto nella ragione corrisponde a quella
MUSA. La sua autodisciplina e la sua impeccabilità
fanno dire alla MUSA chiamata: “Per quale motivo
dall’etere che sempre scorre evocasti me…, così,
con costrizioni che domano gli DEI? Ascoltami, anche
se non vorrei parlare, poiché a forza mi incatenasti.”
La stessa cosa vale anche per le MUSE che svegliano
nell’Essere Umano quanto ad esse è simile nei bisogni
e nelle passioni. Dice Proclo: “Per nessun’altra
ragione il DIO distoglie l’uomo, e con la sua vivente
potenza lo conduce verso nuove vie.”
CLIO
è la celebrazione. CLIO sono le storie della vita.
Le storie dell’infinito. Le storie della specie.
Le storie delle trasformazioni dei Sistemi Sociali.
Raccontare cosa fu il passato per conoscere i meccanismi
attraverso i quali costruire il futuro. Quante cose
sono dimenticate! Sono dimenticate nella memoria
degli Esseri Umani che ZEUS ha ritagliato in MNEMOSINE.
Le cose non sono perdute. Ogni cosa ha partecipato
a costruire quello che noi siamo. Ogni cosa è dentro
di noi e ci circonda. Un ululato di un lupo, un’umana
imprecazione, il canto di una civetta. Nulla è andato
perduto. Tutto è manipolazione di quanto esiste
e manifestazione di quanto è esistito. Ricorda e
celebra! Celebra e segui le orme e gli insegnamenti
di chi ha costruito un’esperienza.
EUTERPE
è la MUSA della musica strumentale.
E' un altro “canale di passione” generato nell’Essere
Umano per la musica auletica. La musica del flauto.
EUTERPE è la trasformazione di un Essere Umano nel
divino, che usando uno strumento, un oggetto, per
costruire armonie riesce ad entrare in relazione
con le armonie dell’universo quali assonanze con
le armonie della TITANIDE MNEMOSINE. EUTERPE è la
trasformazione dell’Essere Umano per entrare in
sintonia con l’oggetto che suona e poi con i suoni
dell’universo. Se al tempo di Esiodo questo strumento
era il flauto, oggi come oggi gli strumenti sono
numerosi.
TALIA
la MUSA, perché c'e anche una CARITE (una
Grazia).
Un altro “canale di passione” è la Musa TALIA. La
passione per la vita intesa come una commedia che
deve essere recitata sul palcoscenico del mondo.
Una recitazione che impegna chi la esegue al punto
tale da costringere la propria personalità a cambiare
d’umore e di emozione a seconda del personaggio
che intende recitare o della situazione che si appresta
a rappresentare.
TALIA la manifestazione della Follia Controllata
nell’Essere Umano attraverso la quale costui affronta
il mondo, gli spettatori del mondo. Reagisce nei
confronti dei fenomeni percepiti che gli arrivano
dal mondo. Un Essere Umano che decide come deve
rappresentarsi. Quando deve rappresentarsi. Un Essere
Umano che sceglie di organizzare la propria apparenza
in funzione del raggiungimento di uno scopo nei
confronti degli spettatori. E ride TALIA! La sua
comicità è arte della rappresentazione. E’ la sua
Follia davanti alla quale lo spettatore altro non
fa che ridere, divertirsi: quanto è sciocca TALIA!
Quanto è immenso il suo progetto di vita; quanto
è serio! Quanto è sciocco lo spettatore: costruisce
il suo giudizio guardando TALIA anziché pescarlo
dal proprio cuore! E TALIA fa ridere lo spettatore.
Nel farlo ridere nasconde la fierezza, la determinazione
e la durezza del proprio progetto.
MELPOMENE
è come TALIA! Se TALIA presenta il lato allegro
e comico col quale nasconde la propria determinazione
e il proprio progetto di vita, MELPOMENE presenta
la sua disperazione, la sua tragedia con cui nascondere
il proprio progetto di vita. TALIA fa ridere lo
spettatore; MELPOMENE lo fa piangere! Due modi diversi
attraverso i quali rappresentare la follia controllata
degli Esseri Umani. Due modi diversi per rappresentare
le umane passioni con cui nascondere i progetti
attraverso i quali affrontare la vita. MELPOMENE
costringe lo spettatore a vivere delle sue stesse
passioni e delle sue stesse traversie. Lo costringe
ad essere partecipe. Costringe l’attenzione dello
spettatore ad adeguarsi alla sua storia.
TERSICORE
è la danza. Provate ad addestrarvi a danzare:
Rappresentare l’universo attraverso il fluire delle
movenze. La trasformazione soggettiva che comporta.
L’uso dell’Attenzione che ciò implica. La manipolazione
della propria soggettività attraverso la quale devono
fluire le rappresentazioni della vita, dei sentimenti,
delle emozioni che dal mondo arrivano al soggetto
che danza e che questo ritrasmette al mondo che
lo guarda. Danzare significa rappresentare. Rappresentare
quei fenomeni e quelle tensioni che hanno inciso
i propri sentimenti attraversando la propria attenzione.
L’individuo che danza manipola sé stesso.
All’inizio è una manipolazione dell’azione fisica,
ma a mano a mano che questa procede diventa manipolazione
delle sue emozioni, dei suoi sentimenti della sua
percezione del mondo. La direzione del suo sentire
sarà soltanto sua, come soltanto sua sarà la rappresentazione
del mondo, ma lui la trasmette. Lui prende il suo
sentire e costruisce una rappresentazione che dona
agli Esseri della propria specie. Non è il sentire
che gira vuoto nella vita, ma è il sentire che viene
rappresentato attraverso la manipolazione della
soggettività dell’attore.
ERATO
è un canale di passione proprio degli Esseri della
Natura attraverso il quale si manifesta AFRODITE.
E’ il canto armonioso, la passione dell’amore e
il travolgere delle emozioni che attraversano gli
Esseri figli di ERA. Quando le passioni amorose
travolgono gli Esseri, ogni prescrizione, ogni tabù
imposto dalla ragione crolla! Si rimescola l’Energia
Vitale e si sfondano i confini posti dalla ragione.
Nuovi fenomeni, nuovi giudizi si formano negli Esseri
Umani, tutto cambia: la ragione stessa!
Gli DEI TITANI posero dei fondamenti nell’universo
e ZEUS genera i canali di passione per i figli di
ERA affinché non rimanessero prigionieri di tristi
e grigi confini. Attraverso quei canali di passione
i figli di ERA possono muovere i loro passi e la
passione amorosa è calata tanto profondamente negli
Esseri figli di ERA da rappresentare l’attività
emozionale primaria sulla quale si innestano tutte
le altre passioni.
ERATO è il canto d’amore. Il canto di passione di
ogni Essere che si fonde con la vita. ERATO vive
di questa passione; ERATO è questa passione; ERATO
alimenta questa passione.
POLIMNIA
è un “canale di passione” molto legato agli Esseri
Umani. Le passioni POLIMNIA le esprime con le parole
e la mimica. Parole e mimica che necessitano di
altrettanta disciplina che per suonare uno strumento
o per danzare esprimendo sentimenti, sensazioni
ed emozioni. Parole che travolgono, parole che offendono,
parole che coinvolgono, parole che affascinano!
Gesti! Gesti di offerta, gesti di rabbia, gesti
cortesi e gesti di passione.
Sembra quasi normale POLIMNIA nelle azioni degli
Esseri Umani, nel loro corrugare la fronte o farsi
scuotere da riso irrefrenabile. Passione che esce
dai gesti, passione che si esprime con le parole
davanti ad un uditorio che deve essere coinvolto,
travolto, appassionato oppure indignato e rabbioso!
Per far questo, per ottenere questo risultato è
necessario essere coinvolti! Non si tratta della
Follia Controllata di TALIA né di quella di MELPOMENE;
si tratta di una piccola pietra che si mette in
moto generando una valanga.
TALIA e MELPOMENE nascondono l’intento allo spettatore.
L’attore crea l’inganno per giungere al proprio
INTENTO. Si tratta dell’arte della rappresentazione
sul palcoscenico della vita. Lo spettatore ride
e piange, si diverte e si commuove, ma rimane uno
spettatore al di là della rappresentazione dell’attore.
L’attore mantiene le distanze dallo spettatore:
io sono colui che agisce! Lo spettatore assiste.
POLIMNIA non divide gli Esseri in attivi e passivi,
ma fra chi la manifesta e chi ancora non la manifesta,
ma deve essere chiamato a manifestarla. L’arte di
POLIMNIA è quella di mettere in moto gli Esseri
Umani. “Alle armi, difendiamo la patria!”
C’è una POLIMNIA che percepisce le emozioni del
mondo e le trasmette risvegliando la POLIMNIA in
ogni Essere che assiste alla sua rappresentazione
URANIA
Quanto è piacevole guardare il cielo stellato; quante
emozioni! Il cielo stellato è in grado di dare all’Essere
Umano, il senso dell’INFINITO in cui è immerso.
Che grande “canale di passione” è URANIA! Figlia
di ZEUS e calata negli Esseri Umani affinché non
perdano il contatto con l’INFINITO dal quale sono
emersi: URANO STELLATO! Quante notti gli Esseri
Umani hanno trascorso ammirando il mondo sopra la
loro testa. Un mondo sempre vario che hanno descritto
e popolato di Esseri fantastici. La loro fantasia
ha tentato di mettere ordine in un INFINITO nel
quale il loro sentimento e le loro emozioni si perdono.
Per loro “fortuna” la ragione ha ritagliato lo spazio
della descrizione altrimenti l’Essere Umano avrebbe
rincorso ogni voce e ogni sussurro che da quell’immenso
sarebbe giunto a lui senza la possibilità di costruire
la disciplina del proprio sentire. Senza la possibilità
di costruire la propria esistenza! “Fortuna”? No!
Necessità! L’Essere Umano è divenuto in questo modo
perché quelle erano le condizioni e ZEUS poteva
ritagliare delle condizioni nell’insieme in cui
esisteva.
Gli Esseri della Natura separati dall’INFINITO per
fondare la propria Coscienza di Sé. Nello stesso
tempo attori nell’INFINITO legati da un “canale
di Passione” che permette loro di anelare alla LIBERTA’
intesa come movimento in spazi senza confini.
URANIA è un sussurro dell’immenso. Un immenso nel
quale Esseri Umani si sono immersi tentando di mettere
ordine. Descrivendo e catalogando, ma sempre in
quell’immenso facevano correre la loro fantasia.
Sempre in quell’immenso facevano rifugiare i propri
desideri e, quando questi prendevano forma, erano
sempre pregnati del Potere dell’Immenso che alimentava
il sentire e la determinazione degli Esseri che
a quell’immenso anelavano.
di CALLIOPE
Esiodo dice: “e Calliope, che è la più illustre
di tutte!”.
La MUSA che esprimo è la più importante di tutte
in quanto io la esprimo. Se io esprimessi una diversa
o diverse MUSE queste sarebbero le più importanti.
Lo sono perché attraverso quei canali di passione
costruisco il mio cammino nell’infinito. Altri cammini,
altri “canali di passione” mi sono sconosciuti.
Non li conosco, non li alimento, loro mi ignorano!
E’ più illustre perché quella si esprime attraverso
il mio fare e il mio esistere.
Quante gesta e quante storie racconta CALLIOPE.
Storie epiche in cui gli Esseri Umani dettero l’assalto
al cielo della conoscenza e della consapevolezza.
Grandi Eroi e grandi DEI hanno alimentato CALLIOPE
che tramandandone le gesta ha mantenuto un “canale
di passione” vivo e attento nella ragione dell’Essere
Umano e del grigiore della vita alla quale spesso
è costretto. Certo, mi alzo al mattino per lavorare,
ma ERCOLE ha compiuto le sue fatiche ed è diventato
un DIO. Certo guardo le mani distrutte dal lavoro
o la noia del quotidiano, ma CRONOS ha tagliato
i genitali di URANO STELLATO e ZEUS ha abbattuto
CRONOS e lottato contro i TITANI. Certo è dura spaccare
la terra, ma in un maggese tre volte arato, DEMETRA
a GIASONE generò PLUTO, la tensione alla ricchezza
e al benessere!
In ognuna delle storie che CALLIOPE ricorda e racconta
ci sono io! C’è ogni Essere Umano che le ascolta.
C’è la sua identificazione con l’eroe. C’è il suo
sogno del balzo nell’infinito. Il suo sogno di uscita
dal quotidiano. Il suo sogno di eternità!
CONCLUDENDO
Le MUSE sono delle Coscienze di Sé che generatesi
da ZEUS mantengono aperta la comunicazione fra gli
Esseri circoscritti nella ragione e l’infinito circostante.
Vivere le MUSE (e quant’altre MUSE che non conosciamo)
consente agli Esseri figli di ZEUS ed ERA di percorrere
il sentiero virtuoso della costruzione del proprio
corpo luminoso e di bussare alle porte dell’OLIMPO
rivendicando il riconoscimento di sé stessi in quanto
DEI.
- Zeus/LETO (Latona)
Latona nacque dai titani Febe e Ceo, possedeva i poteri
del progresso tecnologico e vegliava sulla tecnologia
e sui fabbri.
I suoi poteri erano molto simili a quelli di Efesto
(Vulcano). Generò da Zeus i gemelli Apollo e Artemide
cacciatrice, personificazione della luna. La mitologia
spesso accosta il nome di Latona al continente originario
degli Iperborei, popolo nordico emigrato in diverse
ondate dalle zone artiche fino all'Europa e all'Asia.
Leto, a causa di una maledizione lanciatale dalla moglie
di Zeus Era, di cui il Dio temeva le ire e la gelosia,
non trovò ospitalità da nessuno, anzi inseguita dal
serpente Pitone, per poter mettere al mondo i
due bambini fu costretta a vagare per il Mar Egeo
in cerca di un luogo che non avesse mai visto la luce
del sole: per questo motivo Zeus fece emergere dal mare
un'isola fino ad allora sommersa che, di conseguenza,
il sole non aveva ancora toccato. Si trattava dell'isola
di Delo (Ortigia nel Mar Egeo) e Leto vi partorì aggrappata
ad una palma sacra. Artemide nacque per prima, dopo
soli sei mesi di gestazione ed aiutò quindi la madre
a dare alla luce Apollo che nacque invece il settimo
mese.
Partoriti Apollo e Diana, Latona in segno di gratitudine
fissò l'isola a quattro pilastri emergenti dal fondo
marino per darle stabilità e intelligenza. I figli di
Latona in seguito uccisero il serpente, sul monte Parnaso,
per vendicarsi delle sofferenze inflitte alla madre.
- La dea Artemide (Diana) nella mitologia
greca è una figura molto complessa. E' figlia di
Zeus e di Leto (Latona per i romani) ed è la gemella
di Apollo, nata nell'isola di Delo.
Come Apollo è il dio del sole, Artemide è la dea
della luna. E' anche identificata più comunemente
come la dea della caccia che armata di arco e di
frecce, seguita dal suo corteo di ninfe, corre per
monti e praterie alla ricerca di selvaggina non
risparmiando i coraggiosi che osano sfidarla.
Era, per sua espressa richiesta, vergine ma era
adorata anche come dea del parto e della fertilità
perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire
il fratello Apollo. Durante l'epoca classica ad
Atene veniva identificata con Ecate. Nei secoli
Artemide/Diana,Ecate e Selene/Luna divennero una
triade lunare contemplata nel (neo)paganesimo,nell'esoterismo
e nella wicca.
La dea, secondo il mito, fu anche considerata la
dea della pesca e della navigazione e per questo
fu molto venerata a Creta dove era conosciuta anche
con gli appellattivi Britomartis (la dolce fanciulla)
o di Dictunna (inventrice delle reti).
In Arcadia era considerata la progenitrice del popolo
e venerata come Agròtera (dea della natura selvaggia),
ma era adorata e celebrata allo stesso modo in quasi
tutte le zone della Grecia. I più importanti luoghi
di culto a lei dedicati si trovavano a Delo (sua
isola natale), Braurone, Munichia (su una collina
nei pressi del Pireo) ed a Sparta.
Nella Ionia, la "Signora di Efeso", una dea che
viene identificata con Artemide, era oggetto di
uno dei culti più importanti, infatti questa
divinità era considerata la protettrice della natura
ed il suo culto era tanto forte e radicato che rimase
fin agli inizi dell'era cristiana. Il Tempio di
Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del
mondo, fu probabilmente il più conosciuto centro
dedicato al suo culto all'infuori di Delo. Negli
Atti degli apostoli i fabbri efesini , quando sentono
la loro fede minacciata dalla predicazione di Paolo,
si levano a difenderla con fervore gridando: "Grande
è Artemide degli efesini!!".
Le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque
e dieci anni venivano mandate al santuario di Artemide
a Braurone per servire la dea per un anno: durante
questo periodo le ragazze erano conosciute come
"arktoi" (orsette). Una leggenda spiega le ragioni
di questo periodo di servitù narrando che un orso
aveva preso l'abitudine di entrare nella cittadina
di Braurone e la gente aveva cominciato a nutrirlo,
in modo che in breve tempo l'animale era diventato
docile ed addomesticato. Una giovinetta prese ad
infastidire l'orso che, secondo una versione la
uccise, secondo un'altra le strappò gli occhi. Ad
ogni modo il fratello della ragazza uccise l'orso,
Artemide andò per questo in collera e pretese che
le ragazze prendessero il posto dell'orso nel suo
santuario come riparazione per la morte dell'animale.
Le più antiche rappresentazioni di Artemide nell'arte
greca dell'età arcaica la ritraggono come "Potnia
Theron" (La regina degli animali selvatici): una
dea alata che tiene in mano un cervo e un leopardo,
qualche volta un leone e un leopardo. Nell'arte
classica greca era abitualmente ritratta come vergine
cacciatrice , con una corta gonna, gli stivali da
caccia, la faretra con le frecce d'argento ed un
arco. Spesso è ritratta mentre sta scoccando una
freccia e insieme a lei vi sono o un cane o un cervo.
Il suo lato oscuro viene mostrato nelle decorazioni
di alcuni vasi, dove è rappresentata come una dea
portatrice di morte, sotto le cui frecce cadono
giovani vergini e donne. Gli attributi caratteristici
della dea variano spesso: l'arco e le frecce sono
talvolta sostituiti da delle lance da caccia. Vi
sono rappresentazioni di Artemide vista anche come
dea delle danze delle fanciulle, ed in questo caso
tiene in mano una lira, oppure come dea della luce
mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti.
Solo nel periodo post-classico si possono trovare
rappresentazioni di un'Artemide che porta la corona
lunare, simbolo della sua identificazione con la
dea Luna, mentre nei tempi più antichi, sebbene
questa identificazione fosse già presente, questo
tipo di iconografia non fu mai usata.
L'infanzia di Artemide non è raccontata da alcun
mito giunto fino a noi, ma un poema di Callimaco
– "la dea che si diverte usando l'arco sulle montagne"
– ne riporta un suggestivo aneddoto. Giunta all'età
di tre anni Artemide, sedendo sulle ginocchia del
re degli dei, chiese al padre Zeus di far avverare
alcuni suoi desideri: per prima cosa chiese di restare
per sempre vergine, poi di non dover mai sposarsi
e di avere sempre a disposizione cani da caccia
con le orecchie basse, cervi che tirassero il suo
carro e ninfe come compagne di caccia ("sessanta
fanciulle danzanti, figlie di Oceano, tutte di nove
anni, tutte piccole ninfe di mare"). Il padre la
assecondò e realizzò i suoi desideri. Tutte
le sue compagne rimasero così vergini ed Artemide
vigilò strettamente sulla loro castità.
Atteone:
Un giorno Artemide stava facendo il bagno nuda in
una valle sul monte Citerone quando arrivò il principe
tebano Atteone, che stava andando a caccia. Si fermò
a guardarla, affascinato dalla sua incantevole bellezza,
e ne fu talmente incantato che, senza accorgersene,
calpestò un ramo e per il rumore Artemide si accorse
di lui. Restò così disgustata dal suo sguardo fisso
sul suo corpo nudo che decise di lanciargli addosso
dell'acqua magica e trasformarlo in un cervo: in
questo modo i suoi cani, scambiandolo per una preda,
lo uccisero sbranandolo. Una versione alternativa
della storia narra che Atteone si fosse vantato
di essere un cacciatore migliore di lei e che quindi
la dea lo trasformò in cervo, facendolo divorare
per vendetta.
Adone:
Secondo alcune versioni della leggenda di Adone,
Artemide mandò un cinghiale selvaggio ad uccidere
il giovane per punirlo per essersi vantato di essere
un cacciatore migliore della dea. Secondo altre,
invece, Adone era uno degli amanti di Afrodite,
così Artemide lo uccise per rendere la pariglia
ad Afrodite per la morte di Ippolito, uno dei suoi
favoriti.
Siproite:
Anche un cretese, Siproite, fu trasformato in cervo
da Artemide per averla vista nuda. La storia completa
non è sopravvissuta in alcuna opera scritta originale,
ma è riportata di seconda mano da Antonino Liberale,
il che suggerisce che l'aneddoto fosse abbastanza
noto.
Callisto:
Una delle ninfe compagne di Artemide, Callisto,
perse la verginità per mano di Zeus, che andò da
lei trasformato in Apollo o, secondo altre versioni,
in Artemide stessa: infuriata, la dea la trasformò
in un'orsa. Il figlio di Callisto, Arcade, per poco
non uccise la madre durante una battuta di caccia,
ma fu fermato da Zeus che li pose entrambi nel cielo
sotto forma di costellazioni, l'Orsa maggiore e
l'Orsa Minore. Altre versioni riportano invece che
Artemide uccise l'orsa con una freccia.
Ifigenia e Artemide a Tauride:
Artemide volle punire Agamennone per aver ucciso
un cervo sacro oppure, secondo un'altra versione,
per essersi vantato di essere un cacciatore migliore
di lei. Quando la flotta greca si stava preparando
per salpare verso Troia per portare la guerra, Artemide
fece sparire il vento. L'indovino Tiresia disse
ad Agamennone che l'unico modo per placare la dea
era sacrificare sua figlia Ifigenia. Quando il re
era sul punto di farlo, Artemide la portò via dall'altare
e la sostituì con un cervo. La fanciulla fu trasportata
in Crimea e nominata sacerdotessa del tempio della
dea a Tauride, nel quale gli stranieri le venivano
offerti come sacrifici umani. In seguito suo fratello
Oreste la riportò in Grecia dove, in Laconia, istituì
il culto di Artemide Tauridea. Secondo le cronache
spartane il legislatore Licurgo sostituì l'usanza
del sacrificio umano con la flagellazione.
Niobe:
Niobe, regina di Tebe e moglie di Anfione, si vantò
di essere migliore di Latona perché mentre lei aveva
avuto 14 figli, sette maschi e sette femmine (i
Niobidi), Latona ne aveva avuti soltanto due. Quando
Artemide e Apollo vennero a saperlo si affrettarono
a vendicarsi: usando delle frecce avvelenate, Apollo
le uccise i figli mentre stavano facendo ginnastica,
badando che soffrissero molto prima di morire, mentre
Artemide colpì le figlie, che si accasciarono all'istante
senza un lamento. Anfione, vedendo i suoi figli
morti, decise di togliersi a sua volta la vita.
Niobe, distrutta, quando iniziò a piangere fu trasformata
in pietra da Artemide. Secondo alcune versioni della
leggenda fu scagliata in qualche luogo sperduto
del deserto egiziano. Un'altra sostiene che le sue
lacrime formarono il fiume Acheloo. Dato che Zeus
aveva trasformato in statue tutti gli abitanti di
Tebe, nessuno seppellì i Niobidi per nove giorni,
quando furono gli dei stessi a provvedere a calarli
nella tomba.
Taigete:
Taigete, una delle Pleiadi, era una delle compagne
di caccia di Artemide. Quando si accorse che Zeus
tentava con insistenza di insidiarla, la ninfa pregò
Artemide di aiutarla e la dea la trasformò in una
cerva. Zeus però la possedette ugualmente mentre
si trovava in stato di incoscienza, e dall'unione
nacque Lacedemone il mitico fondatore di Sparta.
Oto ed Efialte
Oto ed Efialte erano due fratelli giganti che un
giorno decisero di assaltare il Monte Olimpo e riuscirono
a rapire Ares ed a tenerlo richiuso in un grosso
vaso per tredici mesi. Artemide si trasformò in
un cervo e si mise a correre tra di loro: I due
giganti, per non farsela sfuggire dato che erano
esperti cacciatori, le lanciarono contro le loro
lance, ma finirono per uccidersi l'un l'altro.
Le Meleagridi:
Dopo la morte di Meleagro, Artemide trasformò le
sue inconsolabili sorelle, le Meleagridi in galline
faraone.
Atalanta ed Eneo:
Artemide salvò la piccola Atalanta dalla morte per
assideramento, dopo che suo padre l'aveva abbandonata,
mandando da lei un'orsa che la allattò finché non
venne raggiunta da alcuni cacciatori. Tra le sue
avventure, Atalanta partecipò alla caccia al Cinghiale
calidonio che Artemide aveva mandato per distruggere
Calidone, dato che il re Eneo si era dimenticato
di lei durante i sacrifici per celebrare il raccolto.
La guerra di Troia:
Durante la decennale guerra, Artemide si schierò
dalla parte dei troiani contro i Greci. Si azzuffò
con Era quando i divini alleati delle due parti
si scontrarono tra loro: Era la colpì sulle orecchie
con la sua stessa faretra e le frecce caddero a
terra mentre Artemide fuggì da Zeus piangendo. Pare
che Artemide sia stata rappresentata come sostenitrice
della causa troiana sia perché il fratello Apollo
era il protettore della città, sia perché essa stessa
nell'antichità era molto venerata nelle zone dell'Anatolia
occidentale.
Mitopsicologia:
L'esegesi psicologica del mito di Artemide descrive
un archetipo femminile caratterizzato da un forte
spirito d'indipendenza dall'uomo e da una forte
solidarietà col mondo delle altre donne.
È un femminile caratteristico dell'età moderna,
dalle letterate e artiste del primo Novecento all'esperienza
femminista e oltre.
In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura,
Diana cacciatrice - la cui grazia femminile del
corpo contrasta decisamente con l'aspetto fiero
e quasi virile del viso - viene spesso raffigurata
con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea,
ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti
semplici quasi a sottolineare una natura dinamica
se non addirittura androgina.
Diana è una dea italica, latina e romana, signora
delle selve, protettrice degli animali selvatici,
custode delle fonti e dei torrenti, protettrice
delle donne, cui assicurava parti non dolorosi,
e dispensatrice della sovranità. Più tardi fu assimilata
alla dea greca Artemide assumendone il carattere
di dea della caccia e l'accostamento alla Luna.
Secondo la leggenda, Diana - giovane vergine abile
nella caccia, irascibile quanto vendicativa - era
amante della solitudine e nemica dei banchetti;
era solita aggirarsi in luoghi isolati. In nome
di Amore aveva fatto voto di castità e per questo
motivo si mostrava affabile, se non addirittura
protettiva, solo verso chi - come Ippolito e le
ninfe che promettevano di mantenere la verginità
- si affidava a lei.
Il principale luogo di culto di Diana si trovava
presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli
Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus
aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia.
Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il
nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta
di Alba Longa. Ciò è desumibile da quanto riportato
da Catone il Censore nelle Origines, cioè che il
dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una
cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme
ai rappresentanti delle altre principali comunità
latine dell'epoca (Ariccia, Lanuvio, Laurentum,
Cora, Tibur, Pometia, Ardea e i Rutuli): Lucum Dianium
in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit
dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus,
Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis,
Pometinus, Ardeatis, Rutulus.
In seguito Servio Tullio fonda il nuovo tempio di
Diana sull'Aventino e lì sposta il centro del culto
federale con il consenso dell'aristocrazia latina.
Altri santuari erano situati nei territori del Lazio
antico e della Campania: il colle di Corne, presso
Tusculum, dove è chiamata con il nome latino arcaico
di deva Cornisca e dove esisteva un collegio di
cultori della dea come attesta un'iscrizione ritrovata
presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino
patrono del collegio; il monte Algido, sempre presso
Tuscolo; a Lanuvio, dove è festeggiata alle idi
(13) di agosto dal Collegio Salutare di Diana e
Antinoo; a Tivoli, dove è chiamata Diana Opifera
Nemorens; un bosco sacro citato da Tito Livio ad
compitum Anagninum, cioè all'incrocio fra la via
Labicana e la via Latina, presso Anagni, e del quale
nel settembre 2007 si è parlato del possibile ritrovamento
dei suoi resti; il monte Tifata, presso Capua.
Diana (Artemide)
Diana, sorella gemella di Apollo, usurpò il posto
della più anziana Selene, dea della Luna.
Diana era una gran cacciatrice, e quando aveva finito
di guidare il cocchio della Luna, passava il resto
della notte nei boschi con le ninfe che la servivano.
Dal suo arco d'argento partivano frecce che andavano
a colpire senza fallo ogni specie di bestie, come
pure i disgraziati cacciatori che l'avessero scorta
mentre si bagnava nuda. L'incontrollata irascibilità
di Diana e la sua morbosa ostinazione nella castità
ne fanno un caso clinico di frustrazione acuta.
Erano corse, però, brutte voci intorno a un leggiadro
pastorello, Endimione, che Giove aveva immerso in
un sonno eterno per salvare la reputazione della
figlia. Ancor più seria fu la sua cotta per Orione,
giovane e bellissimo cacciatore. Apollo, accortosi
che di lui si era già innamorata la tenera Aurora,
ritenne opportuno intervenire . Facendo leva su
certe fisime della sorella la indusse fraudolentemente
a colpire con una freccia l'oggetto del suo amore.
Che Orione sia stato poi collocato fra le stelle
insieme al suo fedele cane Sirio, mi sembra una
magra consolazione!
- Apollo (Febo)
Abbandonata da Giove alla furia vendicativa di Giunone,
Leto andava cercando disperatamente un luogo dove
potesse dare alla luce il bambino che portava in
seno, figlio di Giove. Giunone proibì alla Madre
Terra di offrire ospitalità a Leto e mandò a perseguitarla
un mostruoso serpente, Pitone. Da ultimo, Nettuno
ne ebbe pietà e sulla fluttuante isola di Delo,
Leto mise al mondo un figlio e una figlia.
Apollo venne allevato nel paese degli Iperborei
e diventò un bravissimo arciere, pronto a vendicare
la madre su Pitone, che come ricompensa aveva ricevuto
l'incarico di guardiano del sacro speco a Delfi.
Per commemorare l'uccisione da lui compiuta del
mostro, Apollo istituì i Giochi Pitici, che culminavano
in una gara di corsa da Delfi alla Tessaglia. Altro
che Maratona!Apollo è il dio delle arti, della
medicina, della musica e della profezia; in seguito
fu venerato anche nella religione romana.
Era patrono della poesia, in quanto capo delle Muse,
e viene anche descritto come un provetto arciere
in grado di infliggere, con la sua arma, terribili
pestilenze ai popoli che lo contrariavano. In quanto
protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo
era anche venerato come dio oracolare, capace di
svelare, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia
o Pitonessa, il futuro agli esseri umani. Per questo,
era adorato nell'antichità come uno degli dèi più
importanti del Dodekatheon. Nella tarda antichità
greca Apollo venne anche identificato come dio del
Sole, e in molti casi soppiantò Helios quale portatore
di luce e auriga del cocchio solare. Un simile "passaggio
di consegne" avvenne anche presso i Romani, in quanto,
a partire dalla tarda età Repubblicana, Apollo divenne
"alter ego" del Sol Invictus, una delle più importanti
divinità romane. In ogni caso, almeno presso i Greci
Apollo ed Elios rimasero entità separate e distinte,
almeno nei testi letterari e mitologici dell'epoca.
Dafne, figlia e sacerdotessa di Gea, la Madre Terra
e del fiume Peneo (o secondo altri del fiume Lacone),
era una giovane ninfa che viveva serena passando
il suo tempo a deliziarsi della quiete dei boschi
e del piacere della caccia la cui vita fu stravolta
a causa del capriccio di due divinità: Apollo ed
Eros. Racconta infatti la leggenda che un giorno
Apollo, fiero di avere ucciso a colpi di freccia
il gigantesco serpente Pitone alla tenera età di
quattro giorni, incontra Eros che era intendo a
forgiare un nuovo arco e si burlò di lui, del fatto
che non avesse mai compiuto delle azioni degne di
gloria.
Il dio dell’amore, profondamente ferito dalle parole
di Apollo, volò in cima al monte Parnaso e lì preparò
la sua vendetta: prese due frecce, una spuntata
e di piombo, destinata a respingere l'amore, che
lanciò nel cuore di Dafne ed un'altra ben acuminata
e dorata, destinata a far nascere la passione, che
scagliò con violenza nel cuore di Apollo.
Da quel giorno Apollo iniziò a vagare disperatamente
per i boschi alla ricerca della ninfa, perchè era
talmente grande la passione che ardeva nel suo cuore
che ogni minuto lontano da lei era una tremenda
sofferenza. Alla fine riuscì a trovarla ma Dafne
appena lo vide, scappò impaurita e a nulla valsero
le suppliche del dio che gridava il suo amore e
le sue origini divine per cercare di impressionare
la giovane fanciulla.
Dafne, terrorizzata, scappava tra i boschi. Accortasi
però che la sua corsa era vana, in quanto Apollo
la incalzava sempre più da vicino, invocò la Madre
Terra di aiutarla e questa, impietosita dalle richieste
della figlia, inziò a rallentare la sua corsa fino
a fermarla e contemporaneamente a trasformare il
suo corpo: i suoi capelli si mutarono in rami ricchi
di foglie; le sue braccia si sollevarono verso il
cielo diventando flessibili rami; il suo corpo sinuoso
si ricoprì di tenera corteccia; i suoi delicati
piedi si tramutarono in robuste radici ed il suo
delicato volto svaniva tra le fronde dell'albero.
Dafne si era trasformata in un leggiadro e forte
albero che prese il nome di LAURO (In greco dafnos
vuol dire lauro).
Racconta G.B. Marino nel poemetto dedicato alla
ninfa:
"Non disse più, però ch'alfin s'accorse
esser cangiata in trionfal alloro
colei, che 'n volto umano tanto gli piacque,
e vide mezzo ancor tra bionda e verde
l'oro del crespo crin moversi a l'aura,
e sentì nel toccar l'amto legno
sotto la viva e tenerella buccia
tremar le vene e palpitar le fibre.
Colà fermossi e con sospiri e pianti
Tra le braccia le strinse, e mille e mille
vani le porse, e 'ntempestivi baci.
Indi de' sacri ed onorati fregi
del novello arboscel cinta la fronte,
coronatane ancor l'aurea cetra,
de l'avorio fecondo in atto mesto
sospeso il peso a l'omero chimato
e col dolce arco della destra mosso
tutte scorrendo le loquaci fila,
cantò l'historia dolorosa e trista
de' suoi lugubri e sventurati amori"
La trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di
Apollo che disperato, abbracciava il tronco nella
speranza di riuscire a ritrovare la dolce Dafne.
Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (I, 555-559): "Apollo
l'ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo
della ninfa; ne bacia i rami, ma l'albero sembra
ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così
le dice:"Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai
almeno l'albero mio: di te sempre, o lauro, saranno
ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra".
Il dio quindi proclamò a gran voce che la pianta
dell'alloro sarebbe stata sacra al suo culto e segno
di gloria da porsi sul capo dei vincitori.
Così ancor oggi, in ricordo di Dafne, si è solito
cingere il capo di coloro che compiono imprese memorabili,
con una corona di alloro.
Narra Ovidio:
"Quando i restanti canti orneranno i solenni trionfi
e lunghe pompe vedrà il Campidoglio,
sarai sul capo dei condottieri romani:
sarai fedele custode davanti alle porte imperiali
e la quercia mirerà ch'è nel mezzo"
Giacinto:
Esiste anche un fiore che è legato a una disavventura
di Apollo egli amava un bel giovinetto di nome Giacinto,
ch'era ardentemente bramato pure da Zeffiro, dio
del vento occidentale. Apollo e il ragazzo stavano
giocando al lancio del disco ad Amiclae, presso
Sparta, allorché Zefiro soffiò così violentemente
sul disco di Apollo da mandarlo a finire addosso
a Giacinto, che ne rimase mortalmente ferito. Le
gocce del suo sangue furono cangiate in fiori che
presero il suo nome.
Apollo usurpò il posto di Elio, dio del Sole. Preceduto
dalla sua assistente Aurora (Eos), Elio conduceva
ogni giorno il cocchio solare dal suo splendido
palazzo di oriente al lontano mare in occidente.
Dopo aver fatto pascolare i suoi cavalli nelle Isole
Fortunate, Elio ritornava alla base seguendo il
fiume Oceano che circondava il mondo. A causa della
somiglianza fra i loro attributi, e per la giovanile
bellezza di entrambi, Elio venne identificato con
Apollo, e i loro miti si fusero.
Apollo era uno degli déi più noti e influenti nell'antica
Grecia; ed erano ben due le città che si contendevano
il titolo di luoghi di culto principali del dio:
Delfi, sede del già citato oracolo, e Delo. L'importanza
attribuita al dio è testimoniata anche da nomi teoforici
come Apollonio o Apollodoro, comuni nell'antica
Grecia, e dalle molte città che portavano il nome
di Apollonia. Il dio delle arti veniva inoltre adorato
in numerosi siti di culto sparsi, oltre che sul
territorio greco, anche nelle colonie disseminate
sulle rive africane del Mediterraneo, nell'esapoli
dorica in Caria, in Sicilia e in Magna Grecia.
Apollo viene normalmente raffigurato coronato di
alloro, pianta simbolo di vittoria, sotto la quale
alcune leggende volevano che il dio fosse nato.
Suoi attributi tipici erano l'arco e la cetra. Altro
suo emblema caratteristico è il tripode sacrificale,
simbolo dei suoi poteri profetici. Animali sacri
al dio erano i cigni (simbolo di bellezza), i lupi,
le cicale (a simboleggiare la musica e il canto),
e ancora falchi, corvi e serpenti, questi ultimi
con riferimento ai suoi poteri oracolari. Altro
simbolo di Apollo è il grifone, animale mitologico
di lontana origine orientale.
Come molti altri déi greci, Apollo possedeva numerosi
epiteti, atti a riflettere i diversi ruoli, poteri
e aspetti della personalità del dio stesso. Il titolo
di gran lunga maggiormente attributo ad Apollo (e
spesso condiviso dalla sorella Artemide) era quello
di Febo, letteralmente "splendente" o "lucente",
riferito sia alla sua bellezza sia al suo legame
con il sole (o con la luna nel caso di Artemide).
Quest'appellativo venne mutuato e utilizzato anche
dai romani.
Altri miti riportano che la vendicativa Era, pur
di impedirne la nascita, giunse a rapire Ilizia,
dea del parto. Solo l'intervento degli altri déi,
che offrirono alla regina dell'Olimpo una collana
di ambra lunga nove metri, riuscì a convincere Era
a desistere dal suo intento. I miti riportano che
Artemide fu la prima dei gemelli a nascere, e che
abbia in seguito aiutato la madre nel parto di Apollo.
Questi nacque in una notte di plenilunio, che fu
da allora il giorno del mese a lui consacrato.
Giovinezza
Poco più che bambino, Apollo si cimentò nell'impresa
di uccidere il drago ctonio Pitone, confermando
la sua origine di dio della guerra, reo di aver
tentato di stuprare Leto mentre questa era incinta
del dio. Apollo lo uccise presso la sua tana, situata
nei pressi della fonte castalia nei pressi di Delfi,
città dove sarebbe poi sorto l'oracolo a lui dedicato.
Per questo suo gesto, comunque, Apollo ricevette
una punizione da Gea, madre del drago.
Altre azioni che gli sono state attribuite dai miti
durante la giovinezza, non furono così nobili: il
dio sfidò il satiro Marsia (o, secondo altre fonti,
venne da questi sfidato) in una gara musicale di
flauto; in seguito alla vittoria, per punire l'ardire
del satiro, che si era impudentemente vantato di
essere più bravo di lui, lo fece legare a un albero
e scorticare vivo. Un altro mito racconta invece
come si vendicò terribilmente di Niobe, regina di
Tebe, la quale, eccessivamente fiera dei suoi quattordici
figli (sette maschi e sette femmine), aveva deriso
Leto per averne avuti solo due. Per salvare l'onore
della madre, Apollo, insieme con sua sorella Artemide,
utilizzò il suo terribile arco per uccidere la donna
e i suoi figli, risparmiandone solo due.
Apollo e Pan
Apollo ebbe una sfida musicale con il dio Pan, che
aveva avuto l'ardire di affermare di essere più
bravo del dio a suonare. Il giudice della contesa
fu Tmolo, dio di una montagna omonima in Lidia;
esso rimase incantato quando Pan suonò il suo strumento,
incoraggiato dal sostegno del suo buon amico Mida,
ma appena Apollo sfiorò le corde della sua lira,
Tmolo non poté che dichiarare il dio vincitore della
gara. Mida protestò vivamente per questa decisione,
e arrivò a mettere in dubbio l'imparzialità dell'arbitro.
Apollo, offeso, trasformò le orecchie dell'irrispettoso
umano in orecchie d'asino.
Apollo e Admeto
Quando Zeus uccise Asclepio, figlio di Apollo, come
punizione per aver osato resuscitare i morti con
il suo talento medico, il dio per vendetta massacrò
i ciclopi, che avevano forgiato i fulmini di Zeus.
Stando alla tragedia di Euripide Alcesti, come punizione
per questo suo gesto Apollo venne costretto dal
padre degli déi a servire l'umano Admeto, re di
Fere, per nove anni. Apollo lavorò dunque presso
il re come pastore, e venne da questi trattato in
modo tanto gentile che, allo scadere dei nove anni,
gli concesse un dono: fece sì che le sue mucche
partorissero solo figli gemelli. In seguito, il
dio aiutò Admeto a ottenere la mano di Alcesti,
che per volere del padre sarebbe potuta andare in
sposa solo a chi fosse riuscito a mettere il giogo
a due bestie feroci: Apollo gli regalò dunque un
carro trainato da un leone e un cinghiale.
Apollo ed Ermes
Un mito degli inni omerici racconta dell'incontro
tra il giovane Ermes e Apollo. Il dio dei ladri,
appena nato, sfuggì infatti alla custodia della
madre Maia e iniziò a vagabondare per la Tessaglia,
fino a imbattersi nel gregge di Admeto, custodito
da Apollo. Ermes riuscì con uno stratagemma a rubare
gli animali e, dopo essersi nascosto in una grotta,
usò gli intestini di alcuni di essi per confezionarsi
una lira. Quando Apollo, infuriato, riuscì a rintracciare
Ermes e a pretendere, con l'appoggio di Zeus, la
restituzione del bestiame, non poté fare a meno
di innamorarsi dello strumento e del suo suono,
e accettò infine di lasciare a Ermes il maltolto,
in cambio della lira, che sarebbe diventata da allora
uno dei suoi simboli.
Apollo e Oreste
Apollo ordinò a Oreste, tramite il suo oracolo di
Delfi, di uccidere sua madre Clitennestra; per questo
suo crimine Oreste venne a lungo perseguitato dalle
Erinni.
Apollo durante la guerra di Troia
L'inizio del'Iliade di Omero vede Apollo schierato
a fianco dei Troiani, durante la guerra di Troia.
Il dio era infatti infuriato con i greci, e in particolare
con il loro capo Agamennone, per il rapimento da
questi perpetrato di Criseide, giovane figlia di
Crise, sacerdote di Apollo. Per vendicare l'affronto,
il dio decimò le schiere achee con le sue terribili
frecce, fino a che il capo dei greci non acconsentì
a rilasciare la prigioniera, pretendendo in cambio
Briseide, schiava di Achille. Questo fatto provocò
l'ira dell'eroe mirmidone, che è uno dei temi centrali
del poema.
Apollo continuò comunque a parteggiare per i troiani
durante la guerra: in un'occasione salvò la vita
a Enea, ingaggiato in duello da Diomede. In seguito,
aiutò Paride a uccidere Achille, guidando la freccia
da questi scagliata nel tallone dell'eroe, il suo
unico punto debole. Da non dimenticare infine,l'importantissimo
aiuto che il dio offrì a Ettore e a Euforbo nel
combattimento che li vedeva avversari del potente
Patroclo, amico e maestro del valorosissimo Achille,
il dio infatti, oltre ad aver stordito il giovane,confuso
per il re mirmidone, vista l'armatura che indossava,
lo privò di quest'ultima sciogliendola come neve
al sole. Distrusse perfino la punta della lancia
con cui Patroclo stava mietendo vittime tra le file
troiane.
Apollo e Cassandra
Per sedurre Cassandra, figlia del re di Troia Priamo,
Apollo le promise il dono della profezia. Tuttavia,
dopo aver accettato il patto, la donna si tirò indietro,
rimangiandosi la parola data. Il dio allora, sputandole
sulle labbra, le diede sì il dono di vedere il futuro,
ma la condannò a non venir mai creduta per le sue
previsioni.
Apollo e Marpessa
Apollo amò anche una donna chiamata Marpessa, che
era contesa fra il dio e l'umano chiamato Ida. Per
dirimere la contesa tra i due, intervenne Zeus,
che decise di lasciare la donna libera di decidere;
questa scelse Ida, perché consapevole del fatto
che Apollo, essendo immortale, si sarebbe stancato
di lei quando l'avrebbe vista invecchiare.
Figli di Apollo
Come tutti gli déi greci, le leggende riportano
come Apollo ebbe molti figli, da unioni con donne
mortali e non.
Elenco degli amanti e dei figli di Apollo
1. Acacallide - Figlia di Minosse
1. Nasso - Insediato nell'isola
2. Mileto - Fondatore della città
3. Anfitemi - Pastore libico
2. Azia minore - Donna romana
1. Augusto - Imperatore romano
3. Calliope - Musa della Poesia epica
1. Orfeo - Celebre musico
2. Ialemo - Dio del canto nuziale
3. Imeneo - Dio del matrimonio
4. Cirene - Ninfa tessala
1. Aristeo - Custode di mandrie
5. Coricla - Ninfa del Parnaso
1. Licoreo - Re di Licorea
6. Coronide - Ninfa Lapita
1. Asclepio - Dio della medicina
7. Creusa - Violentata dal dio
1. Ione - Sacerdote di Delfi
8. Danaide - Ninfa
1. Cureti - Popolo Etolo
9. Dia - Figlia di Licaone
1. Driope - Re dell'Arcadia
10. Driope - Amadriade
1. Anfisso - Fondatore di Ela
11. Ecuba - Regina troiana
1. Ettore - Eroe troiano
2. Polidoro - Ucciso da Polimestore
3. Troilo - Giovane fanciullo
12. Ftia - Eponima della regione
1. Doro
2. Laodoco
3. Polipete - Uccisi da Etolo
13. Manto - Indovina, figlia di Tiresia
1. Mopso - Celebre indovino
14. Procleia - Troiana
1. Tenete - Eroe di Tenedo
2. Emitea - Principessa di Tenedo
15. Psamate - Principessa di Argo
1. Lino - Sbranato da cani
16. Reo - Discendente di Dioniso
1. Anio - Sovrano di Delfi
17. Rodope - Ninfa
1. Cicone - Capostipite dei Ciconi
18. Talia - Musa della Commedia
1. Coribanti - Seguaci di Dioniso
19. Tiria - Figlia di Anfinomo
1. Cicno - Abitante dell'Etolia
20. Urania - Musa dell'Astronomia
1. Lino - Notevole musico
Da Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, ebbe
un figlio di nome Troilo, che venne ucciso da Achille
Il figlio più noto di Apollo è però certamente Asclepio,
dio della medicina presso i greci. Asclepio nacque
dall'unione tra il dio e Coronide; quest'ultima
però, mentre portava in grembo il bambino, si innamorò
di Ischi e fuggì con lui. Quando un corvo andò a
riferire l'accaduto ad Apollo, questi dapprima pensò
a una menzogna, e fece diventare il corvo nero come
la pece, da bianco che era. Scoperta poi la verità,
il dio chiese a sua sorella Artemide di uccidere
la donna. Apollo salvò comunque il bambino, e lo
affidò al centauro Chirone, perché lo istruisse
alle arti mediche. Come ricompensa per la sua lealtà,
il corvo divenne inoltre animale sacro del dio,
e venne dotato da Apollo il potere di prevedere
le morti imminenti. In seguito Flegias, padre di
Coronide, per vendicare la figlia diede fuoco al
tempio di Apollo a Delfi, e venne per questo ucciso
dal dio e scaraventato nel Tartaro.
Nel frattempo Asclepio cresceva forte e saggio grazie
agli insegnamenti di Chirone e più passava il tempo
e più diventava abile e sapiente nell'uso dei medicamenti
e dei ferri chirurgici tanto che decise di mettere
a disposizione di tutte le persone che soffrivano
per malattia, le sue conoscenze.
Un giorno Asclepio ricevette in dono da Atena due
fiale: una contenente il sangue colato dalle vene
della parte sinistra del corpo della Gorgona Medusa
che aveva il potere di resuscitare i morti; un'altra
con il sangue che era colato dalla parte destra
dello stesso corpo ma che aveva il potere di dare
la morte.
Asclepio iniziò ad usare questo sangue e furono
in molti a beneficiare di questo straordinario dono:
Licurgo, Capaneo, Tindareo, Glauco, Ippolito, e
tanti altri che furono riportati in vita.
Tutto procedeva per il meglio fino a che Ade, che
regnava sul mondo dei defunti si recò da Zeus per
chiedergli di fermare Asclepio perchè a suo giudizio
stava sovvertendo l'ordine naturale delle cose e
le leggi stesse della natura. Zeus, dopo averlo
attentamente ascoltato, gli diede ragione e decise
che l'operato di Asclepio doveva essere interrotto
e così scagliò su di lui le sue folgori, uccidendolo.
Apollo, appresa la morte del figlio e disapprovando
il comportamento di Zeus, si recò presso la dimora
dei Ciclopi, che avevano il compito di creare le
folgori per Zeus, e li uccise tutti.
Asclepio dopo la morte, fu premiato da Zeus che
per la sua saggezza lo elevò al rango di divinità,
facendogli innalzare templi e statue.
Zeus fece di lui una costellazione, la costellazione
di Ofiuco (Ophiucus) dal greco "ofiókos = colui
che tiene il serpente": la si vede a partire dal
mese di maggio e fino a settembre e si rappresenta
come un uomo che tiene tra le mani un serpente e
per questo motivo viene anche chiamata Serpentario.
Ad Asclepio gli furono consacrati i serpenti. Una
leggenda racconta infatti che un giorno mentre pensava
su come resuscitare Glauco (figlio di Minosse e
Pasifae) teneva in mano un bastone sul quale un
serpente cercò di salire. Asclepio, infastidito,
lo uccise a bastonate. Poco dopo arrivò un altro
serpente che appoggiò sulla testa del serpente morto
un'erba e questo resuscitò. Allora Asclepio prese
quella stessa erba e con essa riportò alla vita
Glauco. Da qui probabilmente l'associazione del
serpente con Asclepio.
Ad Asclepio fu consacrata la scienza della medicina
e gli furono innalzati templi e statue e rapidamente
il suo culto si diffuse ovunque nel mondo conosciuto
diventando il padre della medicina.
Per i romani il culto di Asclepio divenne il culto
di Esculapio introdotto nel 293 a.C. per ordine
dei Libri Sibillini per far cessare una terribile
epidemia.
- Zeus/ERA
Fu dai Romani assimilata all'italica
Giunone. Di matronale bellezza, di impeccabili costumi,
proteggeva la castità del matrimonio e la santità del
parto. Già in Omero si trasforma in moglie gelosa
che perseguitava le amanti di Zeus. In ogni caso con
il tempo Era divenne divenne il simbolo dell'amore coniugale
e protettrice del focolare e del vincolo matrimoniale
e tutti gli avvenimenti importanti nella vita delle
donne. Divenne in pratica il simbolo di ogni virtù femminile.
Orgogliosissima, nemica acerrima
dei Troiani a causa del giudizio di Paride, ma ancora
più accanita fu contro Eracle. E proprio per il suo
accanimento che la volta che scatenò una tempesta contro
l'eroe, Zeus adirato la appese nel cielo con un'incudine
d'oro appesa ai piedi. Aiutò Giasone ad attraversare
le Rocce Vaganti e per fare questo si fece aiutare da
Teti e dalle Nereidi.
Le erano sacri il pavone, la cornacchia e la melagrana;
aveva come messaggeri Iride e le Ore.
Ebbe culto speciale ad Argo, a Samo, nella Magna Grecia
e soprattutto sul promontorio Lacinio. Le bastava agitarsi
sul trono per fare tremare l'Olimpo; al suo sposo Zeus,
bastava aggrottare le ciglia per avere lo stesso risultato.
Secondo Esiodo (Teogonia v. 921 e sgg.) in ordine temporale
fu la settima sposa di Zeus.
Ebbero figli : Ares (Marte), Efesto (Vulcano), Iliza,
Ebe.
ARES
Nella mitologia latina è identificato
come Marte e fu un dio particolarmente onorato in
quanto considerato il padre di Romolo e Remo.
Era un'antica divinità guerriera degli indoeuropei,
la cui figura aveva però assunto in territorio italico
caratteri diversi da quello greco, essendo una divinità
molto più complessa e importante dell'Ares greco.
Fu anche assunta dagli Etruschi col nome di Maris.
Ares aveva una quadriga trainata da quattro cavalli
immortali dal respiro infuocato, legati al carro
con finimenti d'oro. Tra tutti gli dei si distingueva
per la sua armatura bronzea e luccicante ed in battaglia
abitualmente brandiva una lancia.
Viene molto spesso identificato come il dio della
guerra in senso generale, ma si tratta di un'imprecisione:
in realtà Ares personifica il furore bellico. E'
il dio solo degli aspetti più selvaggi e feroci
della guerra, e della lotta intesa come sete di
sangue. Venne cresciuto da Enio che era una divinità
che personificava tutta la crudeltà, la ferocia
e la distruzione della guerra.
Per i Greci Ares era un dio del quale diffidare
sempre. Sebbene anche Atena, la sorellastra di Ares,
venisse considerata come dea della guerra. Ma mentre
la dea ne rappresentava gli aspetti positivi (guerra
“giusta”, difensiva, punitiva, condotta con intelligenza,
ecc.), e il suo campo di azione era quello delle
strategie di combattimento e dell'astuzia applicata
alle battaglie; Ares ne rappresentava gli aspetti
negativi (furore, odio, follia distruttrice, ecc.),
e prediligeva gli improvvisi ed imprevedibili scoppi
di furia e violenza che in guerra si manifestano.
La contrapposizione tra le due divinità ha anche
un fondamento mitico: Ares sarebbe stato procreato
da Era in concorrenza e in odio alla nascita di
Atena che Zeus aveva generato da solo, esprimendola
dalla sua testa. La contrapposizione è viva in Omero
che pone Atena dalla parte dei Greci e Ares dalla
parte dei Troiani; in un'occasione i due dei si
scontrano direttamente sul campo di battaglia: è
quando Atena stende Ares colpendolo con una pietra.
Ares è chiaramente un dio caotico che si oppone
all'ordine di Zeus (come la guerra si oppone alla
pace); egli è “odioso” a Zeus, come si esprime Omero,
ma è amato da Afrodite, divinità anch'essa caotica
in un certo senso, o comunque precosmica e agente
al di fuori dell'ordine di Zeus. Non era questo
un amore che il mito poteva fissare nell'ordinata
forma matrimoniale: infatti Ares è l'amante e non
lo sposo di Afrodite. « Ares, Ares funesto ai mortali,
sanguinario, eversore di mura non potremmo lasciare
i Troiani e gli Achei azzuffarsi, a chiunque offra
gloria il padre Zeus? e noi due ritirarci e schivare
il corruccio di Zeus? » (Atena, Iliade, Omero Libro
V, 31-34)
La parola "Ares" fino all'epoca classica fu usata
anche come aggettivo, intendendosi come infuriato
o bellicoso. Pur essendo protagonista nelle vicende
belliche, raramente Ares risultava vincitore. Era
più frequente, invece, che si ritirasse vergognosamente
dalla contesa, come quando combatté a fianco di
Ettore contro Diomede, o nella mischia degli Dei
sotto le mura di Troia: in entrambi i casi si rifugiò
sull'Olimpo perché messo in seria difficoltà - direttamente
o indirettamente - da Atena. Altre volte la sua
furia brutale si trovò contrapposta alla lucida
astuzia e alla forza di Eracle, come nell'episodio
dello scontro dell'eroe con suo figlio Cicno.
I suoi uccelli sacri erano il barbagianni, il picchio,
il gufo reale e, specialmente nel sud della Grecia,
l'avvoltoio. Secondo le Argonautiche gli uccelli
di Ares, muovendosi come uno stormo e lasciando
cadere piume appuntite come dardi, difendevano il
suo tempio costruito dalle Amazzoni su di un'isola
vicina alla costa del Mar Nero. Spesso Ares viene
rappresentato su pietra con il colore rosso, rosso
come il sangue, simbolo degli atti feroci che si
compiono in guerra. Nonostante la sua figura sia
importante per poeti ed aedi, il culto di Ares non
era molto diffuso nell'antica Grecia, tranne che
a Sparta dove veniva invocato perché concedesse
il suo favore prima delle battaglie e, nonostante
sia presente nelle leggende riguardanti la fondazione
di Tebe è uno degli dei sul conto del quale gli
antichi miti meno si soffermano. A Sparta c’era
una statua di Ares che lo ritraeva incatenato, a
simboleggiare che lo spirito della guerra e della
vittoria non avrebbero mai potuto lasciare la città;
durante le cerimonie in suo onore venivano sacrificati
cani, usanza mutuata dall'antica pratica di sacrificare
cuccioli alle divinità ctonie. Il tempio di Ares,
nell'agorà di Atene che il geografo Pausania ebbe
modo di vedere nel II secolo, era in realtà un tempio
la cui destinazione era stata cambiata all'epoca
di Augusto. In effetti si trattava di un tempio
romano dedicato a Marte. L' Areopago, ovvero la
collina di Ares, si trova invece ad una certa distanza
dall'Acropoli e nei tempi antichi vi si svolgevano
i processi e la sua presunta relazione con Ares
potrebbe essere solo frutto di un'errata interpretazione
etimologica.
Nonostante la sua ferocia si innamorò perdutamente
di Afrodite e per volere di Zeus i due si sposarono
ed ebbero cinque figli: Armonia (la concordia),
Eros (l''amore), Anteros (l'amore reciproco), Deimos
(lo spavento) e Fobos (il terrore). Ebbe numerose
amanti mortali, ma Afrodite fu la compagna più amata.
Ares era oggetto di culto solo presso i Traci, considerato
un popolo guerriero e selvaggio. Aveva però diversi
templi a lui dedicati a Tebe essendo il padre di
Armonia il cui figlio, Cadmo era stato il fondatore
della città.
Solitamente Ares scendeva in guerra accompagnato
Deimos e Fobos che personificavano gli spiriti del
terrore e della paura. Sorella e degna compagna
del sanguinario Ares era Enio, dea degli spargimenti
di sangue, Bia, la violenza e Cratos, la forza bruta;
da Kydoimos (il demone del frastuono della battaglia),
dai Makhai (spiriti della battaglia), dagli Hysminai
(gli spiriti dell'omicidio), da Polemos (uno spirito
minore della guerra) e dalla figlia di Polemos Alala,
personificazione del grido di guerra dei Greci e
il cui nome Ares decise di usare come proprio grido
di guerra. Suo fedele soldato fu anche Alettrione.
Nella guerra di Troia parteggiò per i troiani e
fu ferito da Diomede al quale Atene diresse l'asta.
Racconta Omero nell'Iliade (Iliade, V) ... Mugolò
il ferito nume, e ruppe in un tuon, pari di nove
o dieci mila combattenti al grido quando appiccan
la zuffa ...
Uno dei miti più importanti riguardo ad Ares è quello
che tratta del suo coinvolgimento nella fondazione
della città di Tebe in Beozia. L'eroe Cadmo aveva
ricevuto dall'Oracolo di Delfi l'ordine di seguire
una vacca e fondare una città nel luogo ove si fosse
fermata. L'animale si fermò presso una fonte custodita
da un drago acquatico sacro ad Ares. Cadmo uccise
il mostro e, su consiglio di Atena, ne seminò al
suolo i denti: da questi nacquero istantaneamente
dei guerrieri, gli Sparti che aiutarono Cadmo a
fondare quella che sarebbe appunto diventata Tebe.
Cadmo, prima di diventarne il re dovette però servire
Ares per otto anni per espiare l'affronto fattogli
uccidendo il drago, nonché sposare la figlia del
dio e di Afrodite, Armonia per appianare la discordia
tra loro sorta.
Alcuni racconti parlano di un figlio di Ares che
abitava in Macedonia, Cicno, che era così sanguinario
da aver tentato di costruire un tempio dedicato
al padre usando le ossa ed i teschi dei viaggiatori
da lui trucidati. Questo mostro venne a sua volta
ucciso da Eracle: la morte del figlio suscitò l'ira
di Ares che a sua volta si scontrò con il più grande
degli eroi, finendone però ferito e sconfitto.
EFESTO
Efesto, nella mitologia greca, era la divinità del
fuoco terrestre inteso in senso positivo, il fuoco
come elemento di civiltà.
Secondo la maggior parte degli studiosi era figlio
di Zeus e di Era mentre per Esiodo sarebbe nato
solo da Era la quale, alla vista di un figlio così
brutto, vergognandosi di lui, lo scaglio giù dal
cielo cadendo in mare. Le ninfe lo salvarono e lo
portarono nell’isola di Lesvos. dove rimase per
nove anni in una grotta curato da Teti ed è in quella
grotta che si dice fece la sua prima officina di
fabbro, dove creò per lei splendidi gioielli, in
segno di eterna gratitudine. Efesto è il dio del
fuoco, dei metalli e dell'arte di forgiarli; regna
sui vulcani che sono le sue officine, dove lavora
aiutato dai Ciclopi,
e lì fabbrica armi invincibili per Achille, implorato
da Teti, madre dell'eroe, che vuole assicurare il
ritorno del figlio dalla guerra di Troia.
Una volta cresciuto, Volle poi vendicarsi della
madre e fabbricò allo scopo un marchingegno straordinario
in un trono d'oro, che avviluppava di catene chiunque
vi si sedesse, e in più il trono si metteva a galleggiare
nell'aria. Lo mandò come proprio dono ad Era, che
vi rimase infatti imprigionata, senza potersi liberare
dai vincoli. Gli dèi non riuscendo a togliere la
dea
da quella posizione ridicola ordinarono a Efèsto
che liberasse sua madre, ed egli rispose ridendo
che non aveva avuto il piacere di conoscerla. Ares
provò con la forza a costringere Efèsto a liberare
la dea, ma fu scacciato a malo modo, allora ci provò
Dioniso che andato con la sua combriccola da Efèsto
lo fece ubriacare a puntino e caricatolo sul dorso
di un mulo lo
portò sull'Olimpo. Benché ubriaco il dio aveva mantenuto
una certa lucidità, difatti per liberare Era, volle
in cambio Afrodite per sposa. Non l'avesse mai fatto!!!
La dea, sì, lo sposò, ma subito dopo lo cornificò
senza pietà con quasi tutti gli dèi dell'Olimpo.
Dopo varie vicende si affezionò tanto a sua madre
da prendere sempre le sue difese, come quella volta
che Efesto cercò di aiutare Era incatenata: Zeus
l'aveva appesa fuori dall'Olimpo, perché aveva osato
scatenare una tempesta contro Eracle, mentre navigava
alla conquista di Troia. Zeus irritato perchè difendeva
sempre la madre lo scagliò anche lui dall'Olimpo
ed Efesto cadde nell'isola di Lemno. Fu in seguito
a questa caduta che divenne zoppo.
Sull'isola aveva particolare culto e, secondo il
mito, anche una delle sue officine più importanti
dove, si dice, avesse i Cabiri come dipendenti;
altra officina era nell'Etna e là i suoi dipendenti
erano i Ciclopi. I coloni greci che erano andati
a popolare il sud dell'Italia presero ben presto
venerare Efesto nella città di Adranòn collocata
sull'Etna, l'odierna Adrano, e nelle Isole Lipari.
Nonostante la sua deformità, Efesto, il più brutto
degli dei, ebbe celebri amori, di cui il più noto
con Afrodite, la più bella delle dee, che Zeus gli
aveva destinato in moglie. Sennonché la dea divenne
l'amante di Ares, ed Elio, dio del Sole che tutto
vede, informò Efesto. Questi non disse nulla, ma
intessé una rete invisibile attorno al letto della
moglie che, non appena Ares e Afrodite si incontrarono,
si chiuse immobilizzandoli ed esponendoli alla derisione
dell'intero Olimpo.
In ogni caso Efesto è ricordato come un grande fabbro:
sono sue la creazione del carro del sole, i fulmini
e lo scettro di Zeus, la corazza d'oro di Eracle,
l'elmo di Ares, le armature di Achille e di Enea,
il tridente di Poseidone. Aiutò anche a creare la
prima donna Pandora, un regalo di Zeus contro Prometeo
(solo per la sua stirpe) la quale riversò da
un vaso soprannaturale tutto il male del mondo sull’umanità.
EFESTO ( Vulcano ) è il Dio del fuoco, della tecnologia,
dei fabbri, degli artigiani, degli operai, degli
scultori, dei
metalli e della metallurgia; fabbro, inventore e
artefice geniale e progenitore della moderna robotica.
Abilissimo artefice dei palazzi dell'Olimpo e di
tanti altri oggetti e automi meravigliosi. Lui è
il più gentile e sereno di tutti gli
dei olimpici: ... opere egregie agli uomini apprese,
che prima vivevano in antri, sui monti, simili a
fiere... (XX Inno omerico a Efesto)
EBE
E' la poco conosciuta dea della giovinezza eterna
e della forza vitale, secondo Omero, data in sposa
a Eracle dopo che era stato assurto in cielo. Con
Eracle generò Alessiare e Aniceto.
Dai Romani fu assimilata alla loro Juventus. La
sua figura appare più volte nei poemi omerici.
Nel monte Olimpo Ebe era ancella delle divinità,
a cui serviva nettare e ambrosia. Il suo successore
fu il giovane principe troiano Ganimede. Nel libro
V dell'Iliade è lei che immerge il fratello Ares
nell'acqua, dopo la battaglia con Diomede.
Non sono sopravvissuti miti relativi a Ebe e l'unico
santuario a lei attribuito è quello di Flio.
In Arte, è famosa una sua statua di Antonio Canova,
di cui esistono quattro versioni: oltre a quella
conservata a Forlì, nel Museo di San Domenico in
una sala appositamente dedicata, è possibile ammirarne
un superba versione in gesso alla Galleria d'Arte
Moderna di Milano.
ILIZIA
Nonostante nessun mito la veda protagonista, è citata
da numerose iscrizioni di nascite. Il suo nome appare
in alcune tavolette di Cnosso, che sono state analizzate
attentamente e che mostrano una continuità di culto
dal neolitico all'epoca classica.
È descritta come presente alla nascita di numerosi
dei, tra i quali Eracle, Apollo e Artemide. Secondo
il III Inno Omerico ad Apollo, Hera catturò Ilizia,
per ostacolare le doglie di Leto per Artemide ed
Apollo, essendone Zeus il padre. Le altre dee presenti
a Delo per assistere alla nascita, mandarono allora
Iris a prenderla. Non appena Ilizia mise piede sull'isola,
iniziarono le doglie.
Inizialmente le Ilizie (nel plurale utilizzato da
Omero) erano coloro che provocavano i dolori del
parto. Solo successivamente, a Creta, l'Ilizia fu
venerata come dea della fertilità, prima di affermarsi
a Delo. Col passare del tempo il culto si diffuse
in molte città Greche, in Etruria e in Egitto, e
la sua funzione diventò quella di aiutare le partorienti.
Ad Ilizia furono consacrate delle caverne (probabilmente
simboleggianti l'utero), che si ritiene fossero
il suo luogo di nascita così come quello del suo
culto, come menziona chiaramente l'Odissea; una
delle più importanti è quella di Amnisos, il rifugio
di Cnosso, dove sono state trovate stalagmiti che
probabilmente la rappresentano. La caverna di Creta
ha suggestive stalattiti dalla forma di una doppia
dea che causa le doglie e le ritarda; inoltre sono
state anche trovate delle offerte votive. Qui fu
probabilmente adorata durante il periodo Minoico-Miceneo.
Nel periodo classico, si trovano santuari di Ilizia
nelle città cretesi di Lato e Eleutherna ed una
grotta sacra ad Inatos.
Pausania, nel II secolo, fece un resoconto di un
tempio arcaico ad Olimpia, con una cella dedicata
al serpente salvatore della città (Sisipolis) e
ad Ilizia. In esso è raffigurata Ilizia come una
sacerdotessa-vergine che sfama un serpente con dolci
torte di orzo ed acqua. Il tempio, infatti, commemora
l'apparizione improvvisa di una vecchia con un bambino
fra le braccia, proprio quando gli Eli stavano per
essere minacciati da Arcadia; il bimbo, posto a
terra fra i contendenti, si mutò in serpente, spazzando
via gli Arcadi in volo, per poi sparire dietro la
collina.
Ilizia, insieme ad Artemide e Persefone è spesso
raffigurata con in mano delle torce per portare
i bimbi verso la luce, fuori dall'oscurità; nella
mitologia Romana infatti è rappresentata da Lucina
(della luce).
Pagina in elaborazione
Le AMANTI e i FIGLI di ZEUS
Zeus/GEA
Nella mitologia greca, Mane o Mani, era
un re della Frigia, che tuttavia è di caratettere
puramente leggendario e non ha alcun rapporto
con la storia.
Questo re frigio era ritenuto dai suoi sudditi
generato dall'unione di Zeus e della Terra,
Gea. Ad eccezione della sua genealogia,
nulla si possiede sul suo mito; tuttavia
passava anche per aver dato origine ad una
prospera stirpe frigia.
Mane si era unito infatti ad un' Oceanina,
chiamata Calliroe, la quale gli diede tre
figli: Ati, Coti e Acmone. Il secondo di
questi, secondo una versione, si sarebbe
a sua volta sposato e dalla sua discendenza
ebbero origine Lido e Tirreno, entrambi
figure legate al culto etrusco.
Zeus/ERIS (LA DISCORDIA)
Malefica figlia della Notte e sorella di
Nemesi, delle Parche e della Morte; madre
della Miseria, della Fame, della Guerra,
dell' Omicidio, della Contesa, e di tutto
quanto c'è di cattivo. Dea della discordia,
fedele ancella di Ares.
Fu scacciata da Zeus dall'Olimpo perché
causava continui litigi e conflitti fra
gli dèi. Per non essere stata invitata alle
nozze di Peleo e di Teti, tirò sulla tavola
nuziale la funesta mela d'oro che causò
il giudizio di Paride e la lunghissima guerra
di Troia.
Virgilio la descrive in compagnia di mostri
all'ingresso dell'Ade, con serpenti per
capelli, annodati con bende insanguinate.
Altre volte è descritta come una donna con
il capo alto, labbra livide e smorte, occhi
biechi, malati e pieni di lacrime che solcano
le pallide gote, le gambe torte, i piedi
sottili, un pugnale infisso nel petto, avvolta
da una tenebrosa ed oscura aura.
Dalla sua unione con
zeus nacquero:
Ate:«rovina, inganno, dissennatezza»)
La dea Ate nella mitologia greca era la
potente dea della sventura e della vendetta,
colei che toglieva la ragione dagli uomini
e agli stessi dei. Era la personificazione
della maledizione divina.
Racconta Omero nell'Iliade (iliade XIX)
"... Un Dio
Così dispose, la funesta a tutti
Ate, tremenda del Saturnio figlia,
Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
De' mortali cammina, e lo perturba,
e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso
Degli uomini e de' numi arbitro Giove
Fu nocente costei ........
D'alto dolor ferito infuriossi
Giove; e tosto ai capelli Ate afferrando
,
Per lo Stige giurò: che questa a tutti
Furia dannosa, non avria più mai
Riveduto l'Olimpo. E, sì, dicendo,
La rotò colla destra, e fra' mortali
Dagli astri la scagliò ...."
Frequentemente induce al peccato di ὕβρις
(hýbris), la tracotanza che nasce dalla
mancanza di senso della misura.
Ate non tocca il suolo: cammina leggera
sul capo dei mortali e degli stessi dei,
inducendoli in errore.[1]
La seguono, senza riuscire mai a raggiungerla,
le Litai, le rugose Preghiere, che si prendono
cura di coloro cui Ate ha nuociuto nel suo
cammino. Quando qualcuno si rivela sordo
alle Preghiere, queste si rivolgono al padre
Zeus perché faccia perseguitare da Ate chi
le ha respinte.[2]
Secondo Omero è la figlia di Zeus. A lei
Agamennone attribuisce la responsabilità
degli eventi che portarono alla disputa
con Achille. Lo stesso Agamennone narra
che Zeus, quando suo figlio Eracle stava
per nascere da Alcmena, si vantò con gli
dei Olimpi che il suo prossimo discendente
avrebbe regnato su tutti i vicini; sollecitato
da Era, il dio ne fece giuramento, non sospettando
che sulla sua testa si era in quel momento
posata Ate. Era fece in modo che Euristeo,
figlio di Stenelo, nascesse prima di Eracle,
e questi fu dunque costretto a servire per
molti anni il fratellastro. Quando Zeus
scoprì l'accaduto, prese Ate per le trecce
e la scagliò sulla terra, giurando che non
avrebbe mai più rivisto l'Olimpo.[3]
Stando allo Pseudo-Apollodoro, Ate atterrò
su una collina in Frigia, in una località
che assunse il nome della dea. Nello stesso
luogo Zeus scaraventò anche il Palladio,
e Ilo vi fondò Troia.[4]
Per Esiodo, Ate è figlia di Eris, dea della
Discordia, e strettamente imparentata a
un'altra delle sue figlie, Ingiustizia.[5]
Ate ed Eris sono talora confuse. Secondo
alcuni non fu Eris, ma Ate, infuriata per
non essere stata invitata alle nozze di
Peleo e Teti, a lasciare scivolare durante
il banchetto una mela d'oro recante la scritta
"alla più bella". La mela della discordia
generò una disputa fra Era, Atena e Afrodite,
poi risolta in favore di quest'ultima con
il giudizio di Paride, ponendo le premesse
per la guerra di Troia.
Secondo Nonno, Ate fu indotta da Era a convincere
il giovane Ampelo, amato da Dioniso, a cavalcare
un toro per impressionare il dio; Ampelo
fu disarcionato e si ruppe il collo.[6]
e LITE:
- Zeus/REA (Cibele)
Rea era la figlia di Gea e Urano, sposa
di Crono (Saturno) e madre di Zeus.
Per vanificare la profezia che lo voleva
spodestato dal figlio, Saturno divorava
tutti i figli che la moglie gli partoriva.
Alla nascita di Zeus, però, Rea si intenerì
alla vista del bambino e decise di sottrarlo
alla voracità del padre nascondendolo nel
monte Ida, al centro dell'isola di Creta.
Per questo motivo la dea era venerata in
particolare a Creta come "mater Idaea",
personificazione della natura montagnosa.
Il suo culto si diffuse soprattutto in Asia
Minore, dove fu identificata con Cibele,
come avvenne anche nella tradizione romana.
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Cibele (greco: Κυβέλη - Kubelē; latino:
Cibelis) fu un'antica divinità anatolica,
venerata come Grande Madre, dea della natura,
degli animali (potnia theron) e dei luoghi
selvatici.
Il centro principale del suo culto era Pessinunte,
nella Frigia, da cui attraverso la Lidia
passò approssimativamente nel VII secolo
a.C. nelle colonie greche dell'Asia Minore
e successivamente nel continente. Nella
mitologia greca fu identificata con Rea.
Cibele viene generalmente raffigurata seduta
sul trono tra due leoni o leopardi, spesso
con in mano un tamburello e con su il capo
una corona turrita.
Collegato con il mito e il culto di Cibele
era il giovane dio Attis, a volte considerato
suo figlio, che in un primo momento aveva
ricambiato il suo amore, ma che in seguito
si innamorò della ninfa Songaride.
Durante il banchetto nuziale Cibele per
vendetta fece impazzire il giovane che,
fuggito sui monti, si uccise evirandosi
o gettandosi da una rupe.La tradizione vuole
che Attis sia poi resuscitato o comunque
fu salvato da Cibele afferrandolo per i
capelli lo trasformò in un pino non appena
toccò il terreno.
Nelle cerimonie funebri che si tenevano
in suo onore durante l'equinozio di primavera,
i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano
tamburi e cantavano in una sorta di estasi
orgiastica.
Le due divinità sono sovente raffigurate
insieme sul carro divino trainato da leoni
in un corteo trionfale, come nella Patera
di Parabiago, piatto d'argento, finemente
lavorato a sbalzo, risalente alla seconda
metà del IV secolo e ritrovato nel 1907
nella cittadina in provincia di Milano.
Il culto di Cibele, la Magna Mater dei Romani,
fu introdotto a Roma il 4 aprile 204 a.C.,
quando la pietra nera, di forma conica,
simbolo della dea, vi fu trasferita da Pessinunte
e collocata in un tempio sul Palatino realizzato
nel 191 a.C. La struttura bruciò per ben
due volte, nel 111 a.C. e nel 3 d.C. e fu
ricostruita per l'ultima volta da Augusto.
L'edificio seguiva un orientamento ben determinato
da motivi di culto, e lo stile era corinzio
a pianta regolare; all'interno le pareti
erano sostenute da un colonnato.
Per celebrare tale evento, durante la Repubblica
venivano organizzati dei giochi in suo onore,
i Megalesia, o Ludi Megalensi. Le feste
in onore di Cibele e Attis si svolgevano
nel mese di marzo, dal 15 al 28, nel periodo
dell'equinozio di primavera, prevedevano
il rito del Sanguem e si protrassero fino
al III secolo d.C..[1]
In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la
cui morte e resurrezione simboleggiava il
ciclo vegetativo della primavera, si accentuò
gradualmente, dando al culto una connotazione
misterica e soteriologica.
Il culto venne proclamato ufficiale dell'Impero
Romano a Lione nel 160 d.C.
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- Attis è il paredro di Cibele, il
servitore eunuco che guida il carro
della dea.
Il centro principale del suo culto era
Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso
la Lidia passò approssimativamente nel
VII secolo a.C. nelle colonie greche
dell'Asia Minore e successivamente nel
continente, da cui fu esportato a Roma
nel 204 a.C.
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Secondo la tradizione frigia, conservata
in Pausania (Perieghesis, VII, 17, 10-12)
ed in Arnobio (Adversus Nationes, V,
5-7), il demone bisessuale Agdistis
sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto
sulla pietra, mentre il dio cercava
di accoppiarsi con la Grande Madre sul
monte Agdos.
Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla
forza e dalla ferocia dell'essere lo
evirarono: dalle gocce del sangue fuoriuscito
dalla ferita nacque un albero di mandorlo.
La figlia del fiume Sakarya(Sangarios),
Nana, colse un frutto dall'albero e
rimase incinta.
Tempo dopo nacque il figlio che venne
chiamato Attis, in quanto fu allattato
da una capra (in frigio attagos), dopo
essere stato cacciato sulle montagne
per ordine di Sakarya. [1][2][3][4][5][6]
Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte
per sposare la figlia del re. Durante
la celebrazione del matrimonio, Agdistis,
innamorato del giovane, fece impazzire
Attis, che si recise i genitali sotto
un pino. Cibele, madre degli dei, ottenne
che il corpo del giovane rimanesse incorrotto.
--------------------
In epoca imperiale il ruolo di Attis,
la cui morte e resurrezione simboleggiava
il ciclo vegetativo della primavera,
si accentuò gradualmente, dando al culto
una connotazione misterica e soteriologica.[7]
Ad Attis erano dedicate un ciclo di
festività che si tenevano tra il 15
e il 28 marzo, che celebravano la morte
e la rinascita del dio. Tra queste vi
erano il Sanguem e l'Hilaria. Tracce
di questi culti, che presero il nome
di Attideia, sono presenti anche in
colonie greco-romane (per esempio quella
di Egnazia in Puglia).
- Zeus/NEMESI
La parola ha il valore di "giustizia compensatrice"
o "giustizia divina". Infatti originariamente
la dea greca distribuiva gioia o dolore
secondo il giusto, e quindi con nemesi si
intende evento, situazione negativa che
segue un periodo particolarmente fortunato
come atto di giustizia compensatrice distribuito
dal fato. L'idea che soggiace al termine
è che il mondo risponda ad una legge di
armonia, per cui il bene debba essere compensato
dal male in egual misura.
- Elena
Afrodite Fu per antonomasia la dea della
bellezza quando vinse la gara suscitata
dalla dea della Discordia tra lei, Era
e Atena, promettendo al giudice, che
era il figlio di Priamo, Paride Alessandro,
il possesso della donna più bella del
mondo, cioè Elena, moglie di Menelao,
re di Sparta; e creando così i prodromi
della guerra di Troia.
Durante tutta la guerra ella accordò
la sua protezione ai Troiani e a Paride
in particolare, e anche ad Enea, che
aveva generato con Anchise. Ma la protezione
di Afrodite non potè impedire la caduta
di Troia e la morte di Paride. Tuttavia
riuscì a conservare la stirpe troiana
e grazie a lei Enea, col padre Anchise
e il figlio Iulo (o Ascanio), riuscì
a fuggire dalla città in fiamme e a
cercarsi una terra dove darsi una nuova
patria. In tal modo Roma aveva come
particolare protettrice Afrodite-Venere:
ella passava per essere l'antenata degli
Iulii, i discendenti di Iulo, a loro
volta discendenti d'Enea, e perciò della
dea. Per questo Cesare le edificò un
tempio, sotto la protezione di Venere
Madre, la Venus Genitrix.
Venere Cnidia Venere Cnidia di Prassitele,
364-363 a.C., marmo, alt. 215 cm., copia
romana.Museo Pio-Clementino, Città del
Vaticano.
La bellezza di questa divinità è stata
celebrata da poeti e scrittori antichi
e moderni che ne hanno messo in risalto
attributi particolari della personalità
e si sono comunque sentiti affascinati
da lei. Amore sacro dunque, e amore
profano, forza primigenia della natura,
dea protrettrice di tutte le forma di
vita e presso molti popoli.
Paolina Borghese Paolina Borghese (1805-1808)
di Antonio Canova.Il pomo che Paolina
Borghese tiene nella mano sinistra richiama
la "Venere Vincitrice" del giudizio
di Paride che avrebbe potuto scegliere
tra Giunone (il Potere), Minerva (la
Scienza) e Venere (l'Amore).Roma, Galleria
Borghese
Anche l'arte figurativa si ispirò particolarmente
alla dea che rappresentò l'essenza stessa
della bellezza e l'espressione più appassionata
della gioia di vivere. Le famose Veneri
della scultura greca, quali quelle di
Prassitele, di Fidia, di Scopas, o la
Venere imperiale del Canova, così come
le rappresentazioni pittoriche, dagli
affreschi pompeiani ai dipinti di soggetto
mitologico susseguitisi nel corso dei
secoli, ci forniscono sempre, nella
rappresentazione delle belle forme,
la possibilità di avvicinarci all'idea
della bellezza assoluta come espressione
del dono che gli dei fecero agli uomini
per rallegrarli, per vivificarli o per
consolarli. -------------------------
Il giudizio di Paride è un episodio
della mitologia greca, ritenuto uno
delle cause della guerra di Troia e
(nella più tarda versione della storia)
della fondazione di Roma.
Come molti altri episodi mitologici,
i dettagli della vicenda variano in
base alle fonti. L' Iliade (24. 25-30)
allude al Giudizio come ad un evento
secondario, mentre una più dettagliata
versione venne raccolta nella Cipria,
opera perduta dell' Epica Ciclica, di
cui sopravvivono solo alcuni frammenti
(e un realistico riassunto). I più tardi
scrittori Ovidio (Heroides 16.71ss.,
149–152 and 5.35s.), Luciano (Dialoghi
degli Dei 20) e Igino (Fabulae 92) ripresero
la vicenda, aggiungendovi particolari
tratti dal racconto popolare. ----------------
Si racconta che Zeus allestì un banchetto
per la celebrazione del matrimonio di
Peleo e Teti, genitori di Achille. In
ogni modo, Eris, la dea della discordia,
non venne invitata. Irritata per questo
oltraggio, Eris arrivò presso il banchetto,
dove gettò una mela d'oro (Il pomo della
Discordia), con sopra l'iscrizione καλλίστῃ
("alla più bella").
Le tre dee che la pretesero, scatenando
litigi furibondi, furono Era, Atena
e Afrodite. Esse parlarono con Zeus
per convincerlo a scegliere la più bella
tra loro, ma il padre degli dèi, forse
consapevole di essere in qualche modo
imparziale, non sapendo a chi consegnarla,
stabilì che a decidere chi fosse la
più bella non potesse essere che l'uomo
più bello e cioè Paride, mortale frigio,
principe di Troia, il quale era anche
prediletto dal dio Ares.[1]
Ermes fu incaricato di portare le tre
dee dal giovane troiano, incaricato
quel giorno di portare al pascolo le
pecore, ed ognuna di loro gli promise
una ricompensa in cambio della mela:
Atena, grazie al dono della sapienza,
lo avrebbe reso capace di modificare
eventi e materia a suo piacimento, finanche
a superare le leggi della natura; Era
lo avrebbe reso così ricco che i suoi
forzieri non sarebbero bastati a contenere
le sue gemme e il suo oro, così potente
che a un suo gesto interi popoli si
sarebbero sottomessi e così glorioso
che il suo nome avrebbe riecheggiato
fino alle stelle; Afrodite avrebbe appagato
i suoi desideri amorosi concedendogli
in sposa la donna più bella del mondo
(Euripide, Andromaca, l.284, Elena l.
676), Elena. Paride favorì di gran lunga
quest'ultima scatenando l'ira delle
altre due. La dea dell'amore aiutò Paride
a rapire Elena, moglie di Menelao, re
di Sparta. Questo fatto portò successivamente
alla guerra di Troia ragione per cui
il pomo d'oro fu chiamato anche pomo
della discordia.
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la simbologia antica della figura che
esce da un uovo, lancia un suo messaggio:
"fate rinascere il vostro colorito naturale"
(fig. 1).
Lo spazio pubblicitario è in buona parte
occupato da un grande uovo, che si schiude,
facendo fuoriuscire una giovane donna
dai capelli "a pulcino", nuda, con il
mento appoggiato alla spalla, colta
in atteggiamento di stupore, con sguardo
fisso e bocca leggermente aperta. Il
riferimento alla nascita è evidente,
immediato è anche quello tra l'evento
e il miracolo che il "Teint miroir"
può compiere per qualsiasi donna: un
volto rigenerato.
L'ideatore di questa pubblicità, coscientemente
o no, costruisce il suo messaggio rifacendosi
da un lato, in generale, alla simbologia
dell'uovo nella tradizione pasquale
cristiana (simbolo di resurrezione),
nel folklore (rinascita ripetuta secondo
il modello cosmogonico), negli usi funerari
del mondo antico (nelle tombe come simbolo
di nascita, continuità e ritorno alla
vita), dall'altro, ricordando un mito,
comune a molti popoli, sia pur in varianti
locali, in cui proprio l'uovo occupa
un posto centrale. Dall'uovo nasce il
demiurgo nei miti dei Finnici, dei Lettoni,
dei Peruviani, degli indigeni delle
isole Sandwich e, prima ancora, nel
mondo ellenico, in quello fenicio, fino
a risalire all'Egitto e alla Mesopotamia.
L'uovo del messaggio pubblicitario sembra
trovare un modello iconografico molto
vicino in rappresentazioni del mito
di Elena, attestate su vasi italioti
a figure rosse e su una piccola scultura,
rinvenuti nell'Italia meridionale, l'antica
Magna Grecia. Essi si rifanno a un mito,
che ha evidenti legami con l'orfismo
e risulta popolare ad Atene nel V sec.
a.C. proprio nella versione che fa nascere
Elena da un uovo deposto dalla dea Nemesis
dopo la sua unione con Zeus a Ramnunte;
a Leda, moglie di Tindareo, re di Sparta,
viene affidato dagli dei il compito
di assistere alla schiusa e di allevare
poi la bambina.
Nella scena raffigurata su un'anfora
di Paestum, attribuita a Python (fig.
2), Leda e Tindareo assistono appunto
alla schiusa dell'uovo, posto su un
altare, da cui fuoriesce Elena; sono
presenti all'evento Hermes, Afrodite,
Phoibe, sorella di Elena e Tybron, un
personaggio silenico. Altro esempio
simile è un cratere attribuito a Caivano,
ove sono rappresentati ancora una volta
Elena nascente da un uovo (il quale
però, in questo caso si apre a metà,
in verticale ed è posto su una colonna
ionica), Leda e Tindareo (fig. 3).
Il prodigio della nascita di Elena si
ricorda anche su un cratere a campana
di Bari del secondo ventennio del IV
sec.a.C., attribuito al pittore di Diogene
(fig. 4); in una scena teatrale, ispirata
probabilmente a una commedia di Cratino,
la "Nemesis", Elena nasce da un uovo
posato su una cesta piena di panni;
in presenza di una donna, forse Leda,
una figura maschile (un vecchio schiavo
o Tindareo?), cerca di colpire l'uovo,
ma viene bloccato da un secondo personaggio
(Tindareo o Zeus?).
In rapporto ancora più diretto con l'immagine
pubblicitaria è la piccola scultura
in calcare, rinvenuta nelle vicinanze
di Metaponto in una tomba del V sec.a.C.
(fig. 5). La scultura rappresenta una
bambina, verosimilmente Elena, che fuoriesce
da un uovo. Fa parte del corredo funebre
di una donna, forse una seguace della
dottrina orfica, dottrina a cui sembra
potersi ricollegare, da un punto di
vista semantico, la stessa iconografia
di Elena nascente dall'uovo.
L'uovo è nel sistema orfico, come del
resto già in quello mitriaco un complesso
di virtualità, da cui deriva, attraverso
un'azione demiurgica, la vita; dall'uovo
nasce Phanes, la cui attività demiurgica
ha come ipostasi la luce e il desiderio.
Da un uovo pieno di vento, generato
da Nyx dalle ali nere, negli infinti
seni di Erebos, secondo una versione
aristofanea del mito orfico, nasce Eros
dalle ali d'oro.
Il tema dell'uovo mitriaco-orfico, da
cui nasce il demiurgo-luce e desiderio
viene riproposto, questa volta in chiave
psicanalitica anche dal video clip con
cui Paola Turci presenta con particolare
incisività il suo single dal titolo
"Saluto l'inverno". La cantante si esibisce
in un grande uovo spaziale (http://www.mtv.it/popup_video/popup1.asp?video=paolaturci_salutolinverno.asf);
il suo microcosmo nel macrocosmo del
sistema solare, da cui, scolpita, rottamata
e rigenerata, riemerge per narrare il
suo prodigio, la sua trasformazione.
Il suo uovo si schiude: "Ecco la novità.
Al mio risveglio è arrivata da un altro
pianeta un'insolita ebrezza: è la curiosità,
un fervido impulso. Il motivo di un
viaggio perenne, uno sguardo al di là
del sistema solare... è la novità..."
(fig. 6).
Rigenerazione fisica quella del messaggio
pubblicitario, psicologica quella del
video clip per la canzone "Saluto l'inverno"
di Paola Turci: in entrambi il concetto
viene espresso attraverso un'immagine
dalla chiara valenza simbolica, ricreando,
con toni diversi, la stessa eccezionale
suggestione del mitico prodigio: la
schiusa dell'uovo da cui nasce la vita.
_______________________
La ragazza di Sparta.
Elena a Sparta era venerata quasi come
una dea. Vi si riconosco due culti principali:
1. Elena a Rodi: culto dedicato all’albero
al quale Elena fu impiccata che si trovava
nel platanistaV a Sparta e del quale
ci parla Teocrito in un epitalamio.
Si è ritenuto “in passato che la figura
di Elena qui venerata conservasse i
tratti di un’antica divinità dell’albero
di origine mediterranea, legata alla
sfera della vegetazione”. Nilsson pensò
che i Greci al loro arrivo “avrebbero
identificato l’antica divinità minoica
della vegetazione con l’eroina il cui
culto diede origine alla guerra di Troia.
Il fatto che entrambe fossero oggetto
di un ratto avrebbe agevolato questa
assimilazione”. Secondo il West invece,
il culto di Elena a Rodi, non era altro
che una cerimonia che richiamava l’inizio
della primavera, ed era collegata al
rinnovamento della vegetazione. Ma per
reinserire il personaggio nella sfera
che gli è più congeniale, cioè quella
delle iniziazioni femminili “appare
legittimo dubitare della tesi che vede
in questa figura un’antica divinità
dell’albero. A ben guardare il movimento
valorizzato dal racconto non è tanto
quello della metamorfosi, ma dell’impiccagione”.
L’impiccagione infatti presuppone il
sollevamento che “viene a simboleggiare
il cambiamento in atto e preannuncia
l’aggregazione della giovane donna alla
casa dello sposo”. Elena è quindi vista
nei tratti dell’adolescente, che sta
per sposarsi, e il culto di Rodi non
sarebbe altro che la celebrazione dell’antica
origine del matrimonio spartano, che
prevede, nel suo rito, il ratto simbolico
della vergine da parte dello sposo e
la sua deposizione, tramite sollevamento,
da un letto di foglie, sul talamo nuziale.
2. Elena a Therapne: culto dedicato
ad Elena e Menelao del quale ci parla
sempre Teocrito nel proseguimento del
suo Epitalamio di Elena. Qui Elena è
vista come la giovane sposa, piena di
cariV, con qualità “particolarmente
vicine a quelle di Afrodite, la divinità
che tra le sue attribuzioni primarie,
ha quella di conferire la bellezza”.
Nelle storie di Erodoto, sotto forma
di novella, si racconta infatti che
Elena, toccando una bambina bruttissima,
disse che da grande sarebbe diventata
la più bella tra le donne di Sparta,
e così fu. Nel culto di Therapne “dove
pure è venerata come sposa di Menelao,
Elena richiama il tipo della nymphe,
della giovane che ha appena compiuto
il percorso formativo coronandolo con
giuste nozze. […] I Dioscuri svolgono,
sul versante maschile, il ruolo che
su quello femminile era proprio di Elena”.
Infatti anche in questo culto si richiama
la scena del matrimonio spartano: Elena
rappresenta la vergine rapita, mentre
i Dioscuri, che nella mitologia greca
compiono il ratto delle Leucippidi,
impersonano lo sposo.
Elena era anche venerata in altre città,
come ad Argo, dove la figura di Elena
era affiancata a quella di Teseo, che
la rapì per farla diventare sua sposa.
Molte sono le divergenze sulle età dei
due, ma tutto fa presagire che le due
figure possano essere tranquillamente
accostate per somiglianza al culto che
avevano Elena e Menelao a Therapne.
L’eroina era anche venerata Atene, dove
era sempre affiancata a Teseo, come
ci conferma Plutarco. Teseo l’aveva
rapita, e i Dioscuri arrivarono nell’Attica
per liberarla. Non potendo però vedere
nei due gemelli soltanto una fonte di
distruzione per l’Attica, su di un cratere
li troviamo assistere al matrimonio
di Teseo ed Elena come amici dello sposo,
segno di una qualche riconciliazione
tra i gemelli divini e l’eroe ateniese.
La nascita.
Le tesi sulla nascita di Elena sono
principalmente due. Una che la vede
come figlia di Leda, l’altra come figlia
di Nemesi, secondo le divergenti versioni
pervenuteci dall’Iliade e dai Kypria.
1. Figlia di Leda: secondo la tradizione
antica da Omero in poi, Elena è figlia
di Zeus e Leda, allevata poi nella casa
del re di Sparta Tindaro. “Nel terzo
canto dell’Iliade Elena afferma di essere
nata dalla stessa madre che generò Castore
e Polluce e nell’Odissea i due fratelli
sono detti figli di Leda”. Il problema
si pone se si analizza i momenti della
nascita dei fratelli: la tesi più accreditata,
quella spartana, vede “la coppia gemellare
nata dagli amori di Leda fosse composta
da Castore e Polluce, dotati rispettivamente
di una natura mortale e divina, e che
la nascita di Elena avvenisse in un
secondo momento”. Secondo altre versioni
però “le uova deposte da Leda sarebbero
state due, e da ciascuna di esse sarebbe
nata una coppia di gemelli”. Sappiamo
infatti, grazie a moltissime pitture
vascolari, che Elena nacque da un uovo,
la tesi qui sopra non fa altro che dire
che sarebbe gemella di Castore, Polluce
e anche Clitemnestra, nati tutti da
uova.
2. Figlia di Nemesi: Secondo la versione
pervenutaci dai Kypria, Elena sarebbe
figlia di Nemesi, che poi diedi in custodia
l’uovo a Leda, che intanto aveva già
partorito i Dioscuri. I tre sarebbe
quindi solamente fratellastri. In un
frammento di Saffo si accenna al ritrovamento
dell’uovo, molto probabilmente ad opera
Ermes. Sappiamo anche che “un dramma
perduto del poeta comico Cratino, dal
titolo Nemesi, si ispirava a tali eventi
[…] In un frammento si accenna alla
metamorfosi di Zeus in un grande uccello,
in un altro alla necessità che Leda
scaldi l’uovo proprio come una gallina”.
Una statua di Fidia, o del suo allievo
Agoracrito, avvalora un’altra volta
questa tesi: “l’eroina vi era rappresentata
nel momento in cui, già adulta, era
condotta da Leda a Nemesi”.
La nascita di Elena da un uovo ci è
rappresentata da molte figure vascolari,
quindi è quasi sicuro che nella mitologia
classica fosse universalmente accettato.
Ma perché proprio l’uovo? Perché “l’uovo
richiama il momento dell’origine della
vita, quello dal quale il mondo attuale
ha progressivamente preso forma. La
natura di Elena è quindi caratterizzata
dall’ambiguità e indeterminatezza proprie
delle figure divine che si pongono alle
origini del mondo”. L’ambiguità di Elena
va cercata, come nei Dioscuri o nei
fratelli Molione, nella duplicità, ma
non in quella gemellare e screditiamo
quindi la tesi che vede l’eroina come
gemella o di Castore o di Polluce o
di Clitemnestra. “Anche in lei il tema
della duplicità è ampiamente sviluppato,
ma in forme più varie rispetto alle
precedenti. […] Questa predisposizione
del personaggio alla duplicità appare
ulteriormente ribadita dal tema della
nascita dall’uovo”.
La sposa infedele.
In questo capitolo vengono esposte tre
visioni della figura di Elena: nell’Iliade,
nell’Odissea e nel ciclo epico, dove
l’eroina “svolge il ruolo della sposa
infedele, di colei che non esita ad
abbandonare la casa di Menelao, e con
essa la figlia Ermione, per seguire
Paride a Troia”. Una cosa deve essere
sottolineata prima dell’analisi dei
tre argomenti: “la bellezza di Elena
ha naturalmente un ruolo importante
nella storia; mai tuttavia viene descritta
in termini obiettivi”, a differenza
di quanto succederà con Isocrate o in
età bizantina.
1. Elena nell’Iliade: L’abbandono di
Elena è, in questo poema, descritto
come volontario. Ma in alcuni punti
sembra “affiorare di tanto in tanto
una seconda versione, mai riferita chiaramente,
che presenta la fuga da Sparta come
un ratto violento”. Nestore infatti
“descrive la condizione di Elena a Troia
come quella di una prigioniera”. La
versione di Nestore, la stessa di Menelao
e di molti altri Achei, viene però attribuita
dal poeta a personaggi che sono interessati
a offrire una propria versione degli
eventi, quindi è molto probabile che
la verità risieda nell’abbandono volontario,
piuttosto che nel ratto. Comunque siano
andate le cose, la responsabilità della
guerra non viene addossata ad Elena,
anzi “il primo colpevole è Paride, lo
straniero accolto come ospite nella
casa di Menelao e che ha tradito la
sua fiducia seducendone la sposa”. L’azione
di Paride infatti era considerata in
Grecia a dir poco vergognosa, innanzi
tutto perché si veniva a tradire il
legame di amicizia reciproca (philotes)
e poi perché “Paride non offendeva Menelao
soltanto sul piano personale; ne offuscava
anche l’onore”. In poche parole Elena
non ha quasi nessuna colpa della guerra
perché “il contrasto che è alle origini
della guerra di Troia pone quindi uno
di fronte all’altro chi ha subito e
chi ha recato l’offesa. In questo ambito
Elena non rappresenta una parte in causa,
ma piuttosto l’oggetto del contendere”.
Oltretutto Paride, in quanto seduttore
di Elena rivela un animo ingannevole
ed è spesso apostrofato come “occhieggiatore
di donne” piuttosto che come abile guerriero.
I personaggi di Elena e Paride sembrano
tuttavia destinati ad incontrarsi perché
entrambi governati da Afrodite e quindi
“sono mossi da una forza incontrollabile
che dispone anche della loro volontà”.
Abbiamo appena detto che Elena non era
vista nell’Iliade come causa primaria
della guerra, ma “per il solo fatto
di trovarsi a Troia e di essere contesa
fra le due parti Elena costituisce una
sciagura per Priamo e per i Troiani.
Essa rappresenta emblematicamente, al
di là della sua volontà, la causa della
guerra […] Come della contesa di Achille
ed Agamennone è possibile dire che è
avvenuta a causa di una fanciulla, così
della guerra di Troia si dirà che è
combattuta a causa di Elena, senza che
in entrambi i casi siano enfatizzate
le responsabilità personali della donna
che è al centro del conflitto”. Nel
poema Elena si autodefinisce odiosa,
tessitrice di mali e agghiacciante,
ed è consapevole di evocare fra i Troiani,
per il solo fatto di trovarsi fra di
loro, l’immagine della morte. “Il personaggio
di Elena appare quindi nell’Iliade bloccato
nel ruolo che le circostanze le impongono.
Il suo destino è interamente legato
alla guerra: tra questa e il personaggio
si stabilisce un rapporto diretto, per
cui la guerra si combatte per Elena
e questa a sua volta evoca la guerra
in tutte le manifestazioni più odiose”.
2. Elena nell’Odissea: “A mutare sono
soprattutto le condizioni esterne” la
guerra è finita, Elena si trova a Sparta
a fianco del marito e la incontriamo
quando Telemaco va in cerca di notizie
del padre proprio alla reggia del sovrano
lacedemone. Entrambi i consorti decidono
di narrare a Telemaco un episodio della
guerra di Troia. “Elena sceglie quindi
di narrare a Telemaco un episodio nel
quale emergevano anche le sue qualità
di sposa che solidarizza con Menelao
ancor prima della presa di Troia”. Menelao
invece narra un episodio diverso, volto
a mettere in luce un personaggio ben
diverso: Elena è delineata mentre chiama
ad uno ad uno i guerrieri dentro il
cavallo, cercando di imitare la voce
delle loro mogli e quindi di trarli
ad un passo falso, smascherando l’inganno
di Odisseo. Tratto interessante di questo
passo è che “i guerrieri achei sperimentano
in questa occasione la forza seduttiva
di un personaggio che non si esauriva
nell’aspetto esteriore. L’episodio più
vicino a quello narrato da Menelao andrà
individuato in quello delle Sirene”.
3. Elena nel ciclo epico: I materiali
dai quali possiamo ricavare qualcosa
sulla figura di Elena che appartengono
al ciclo epico sono: i riassunti di
Proco, la Piccola Iliade di Lesche,
la presa di Troia di un anonimo e l’Iliupersis
di Stesicoro. Sappiamo da questi poemi
che dopo la morte di Paride, Elena fu
data in sposa a Deifobo, altri invece
affermano che gli fosse solo stata data
in custodia. Ma la parte più interessante
è l’incontro di Menelao ed Elena nella
notte della distruzione di Troia. Il
fatto ci viene narrato nella Piccola
Iliade di Lesche: “Menelao avanzava
verso la sposa determinato a ucciderla,
ma di fronte al seno scoperto della
donna lasciava cadere la spada e si
riconciliava a lei”. In altri poemi
il fatto viene presentato con l’intervento
di Afrodite, comunque sappiamo che Menelao
risparmiò la vita di Elena e si riconciliò
a lei, come poi ci conferma anche l’episodio
dell’Odissea.
Un altro argomento che viene preso in
considerazione nel capitolo è l’anaideia
di Elena. L’anaideia in Elena è richiamata
dagli stessi appellativi che lei si
rivolge: kyon (cane) e kynopis (faccia
di cane). “L’aidos è in primo luogo
di tipo emozionale, si richiama in primo
luogo alle inclinazioni naturali della
persona, prima che alla sfera razionale”.
“La donna appare infatti naturalmente
incline all’anaideia, all’adozione cioè
di comportamenti contrari alle norme
sociali condivise, soprattutto per quanto
riguarda la posizione nella casa e i
rapporti con lo sposo”. Elena quindi,
lasciata solo dal marito, non seppe
resistere alla bellezza, alle parole
e ai doni di Paride e si lascia quindi
guidare dal desiderio, peccando di anaideia.
L’adultera.
In questo capitolo vengono esposte le
visioni della figura di Elena nel V
secolo a.C., quando “la riflessione
tendeva a concentrarsi sulle responsabilità
personali di Elena: la colpa maggiore
che le era addebitata, l’adulterio,
era esaminata in tutte le sue implicazioni,
a prescindere dal ruolo svolto dalle
divinità e dagli altri personaggi”.
Gli autori maggiormente presi in considerazione
in questo capitolo sono i tre grandi
tragici, Gorgia e Isocrate. Breve spazio
viene anche dedicato alla poesia lirica
e in particolare a Saffo e Alceo, dove
la colpa dell’eroina non è più attenuata
dall’influenza divina, anche se essa
rimane, ma si cambia il punto di vista
che diventa la passione amorosa. “L’intervento
esterno non toglie nulla alla forza
e all’autenticità con la quale è evocata
la nascita della passione”. Nonostante
nella poesia lirica si osservino alcuni
interessanti sviluppi rispetto al modello
della poesia epica, è con la tragedia
che si arriva ad un radicale ripensamento
di tutti gli avvenimenti della guerra
di Troia e del personaggio di Elena.
1. Elena in Sofocle: Di Elena in Sofocle
sappiamo pochissimo, perché delle due
opere dedicatele dall’autore sono pervenuti
solo pochi frammenti. Nella tragedia
“La richiesta di Elena” “i Greci decidevano
di mandare un’ambasceria alla città
con il fine di ottenere pacificamente
la restituzione della donna”. L’ambasceria
era formata da Menelao ed Odisseo, “non
sappiamo come Sofocle trattasse questi
avvenimenti, ma sembra che Elena avesse
l’occasione di incontrare Menelao, si
mostrasse già pentita della decisione
di aver seguito Paride e forse, dopo
la mancata restituzione, giungesse a
minacciare il suicidio”.
2. Elena in Eschilo: Il primo dei tre
grandi tragici tratta la figura della
nostra eroina nell’Agamennone. “Nella
tragedia gli eventi sono presentati
secondo la versione omerica, ma sono
anche sottoposti ad una critica severa
nel tentativo di trovare una spiegazione
soddisfacente all’intervento divino
e quindi alle esigenze di giustizia
che, secondo un orientamento proprio
della tragedia eschilea, devono trovare
rispondenze nel mondo umano”. Come già
accadeva in Omero, Paride è il primo
responsabile della guerra; tuttavia
Elena non rappresenta più solo l’oggetto
del contendere, “avendo deciso liberamente
di abbandonare la casa di Menelao, essa
è pienamente coinvolta nelle responsabilità
della guerra”. È interessante notare
come in Eschilo il nome di Elena (Helene)
sia sottoposto ad un gioco etimologico
con le parole “distruttrice di navi”
(Helenaus) “distruttrice di uomini”
(Helandros) e “distruttrice di città”
(Heleptolis). Eschilo “fa sì che essa
acquisti dei tratti quasi demoniaci,
che la avvicinano alla sorella Clitemnestra”.
“Da amata sposa si trasforma in rovinosa
compagna, che si abbatte sulla casa
di Priamo come uno spirito vendicatore
inviato da Zeus; assume allora il volto
delle Erinni”. Seguendo l’etica eschilea
la figura di Elena viene quindi a rappresentare
un piano delle divinità superiori dell’Olimpo,
una sorta di punizione per la casa di
Priamo e per Paride, conservando però
tutti i tratti di bellezza e attrazione
propri del personaggio.
3. Elena in Euripide: Il cambiamento
più radicale nei confronti dei poemi
del ciclo epico lo abbiamo con Euripide
dove “scompare ogni motivazione di ordine
superiore. Il comportamento tenuto dalla
donna è considerato in tutta la sua
umanità e giudicato unicamente in rapporto
alle sue responsabilità personali”.
Nelle Troiane, dove tutte le donne sono
prigioniere nel campo acheo e attendono
di conoscere la loro sorte, si assiste
ad un confronto serrato tra Elena ed
Ecuba. La prima a prendere la parola
è la nostra eroina, che cerca di discolparsi
dalle accuse di aver provocato la guerra
e di adultera. “Innanzi tutto – osserva
Elena - è cosa nota che, per il solo
fatto di aver generato Paride, sia Ecuba
ad aver dato origine ai mali attuali”.
“Quanto all’accusa maggiore che le veniva
mossa – quella di aver abbandonato Menelao
– osserva che Paride giunse a Sparta
<<portando con sé una non piccola divinità>>
e ciò proprio nel momento in cui Menelao
decideva di lasciarla sola con lo straniero
per recarsi a Creta”. Elena cerca quindi
di discolparsi perché le sue azioni
sono dovute ad interventi divini, e
non completamente alla sua volontà.
Da notare come nel discorso, Euripide
metta in bocca alla donna la versione
omerica del mito. “La risposta di Ecuba
riprende le argomentazioni maggiori
del discorso precedente rivelandone
l’infondatezza. Esso è tutto orientato
a vanificare il ruolo attribuito alle
circostanze esterne e a far emergere
in tutta la loro gravità le responsabilità
personali di Elena”. Secondo Ecuba,
Elena seguì Paride non perché indotta
da una forza divina, ma perché non seppe
resistere alla bellezza del giovane.
È da notare “la riduzione della divinità
a semplice rappresentazione delle inclinazioni
naturali della persona”. “La divinità
non può essere addotta a giustificare
un comportamento che ha le cause reali
nella mente del soggetto”. Le parole
di Ecuba riflettono il pensiero di Euripide,
in opposizione a quello omerico addotto
da Elena. Nel proseguimento della tragedia,
scopriamo un personaggio totalmente
nuovo rispetto a quelli precedenti:
“l’Elena delle Troiane non è il personaggio
che soggiace alle proprie passioni;
preannuncia piuttosto il tipo della
donna abile a mettere a frutto, con
intenzione e impunemente, il fascino
esercitato dalla propria persona. Pur
assecondando le proprie inclinazioni,
con intenzione è accorta nello schierarsi
ogni volta dalla parte di chi può offrirle
quanto desidera”. Nella tragedia “Oreste”,
l’altra in cui Euripide inserisce il
personaggio di Elena, la parte più importante
per la caratterizzazione del personaggio
è il dialogo con Elettra alla fine del
prologo. A questo punto del dramma Elena
vorrebbe recarsi sulla tomba della sorella
appena uccisa, ma ha paura di incontrare
la vendette dei parenti dei caduti a
Troia. Affida quindi una ciocca di capelli
ad una schiava; “Elettra, che è presente
alla scena, nota con quanta cura la
donna abbia reciso la chioma, limitandosi
a tagliarne solo le estremità per non
deturpare la bellezza del viso”. “All’opportunismo
manifestato nelle Troiane si accompagna
qui un naturale disinteresse per i gravi
eventi che coinvolgono gli altri membri
della famiglia”. Nel proseguimento del
dramma Oreste ed Elettra decidono di
uccidere Elena, ma proprio quando il
figlio di Agamennone sta per compiere
l’omicidio interviene Apollo a salvare
l’eroina. L’inserimento di questo finale
da parte di Euripide è “tuttavia un
ossequio puramente formale: l’intervento
appare della divinità appare incongruo
rispetto alla modalità che governa l’azione
nel resto del dramma”. Se vi è un autore
in cui vi è una scelta pienamente umana
dei personaggi in campo amoroso, questo
è proprio Euripide, dove gli umani,
nei loro piani, si affidano unicamente
alle loro forze. “Date queste premesse
Elena non poteva certo costituire un
modello positivo”.
Come già si è accennato incontriamo
la figura di Elena anche in Gorgia e
nel suo allievo Isocrate. L’Encomio
di Elena di Gorgia, cerca di discolpare
totalmente l’eroina dall’accusa di aver
provocato la guerra. Dopo aver esaminato
ogni possibilità, il sofista giunge
alla conclusione che il personaggio
è totalmente innocente. Isocrate, pur
ammirando il maestro, lo contraddice
in un punto: egli infatti non ha scritto
un encomio, ma bensì una difesa; egli
si proporrà quindi di scrivere una vera
e propria lode. “Elena doveva essere
lodata innanzitutto per la sua bellezza”.
“La bellezza rappresenta qui un bene
obiettivo”. “Il suo possesso rappresentava
un bene prezioso, sia per i Greci che
per i Troiani e meritava i lutti di
una lunga e sanguinosa guerra”.
Da tutte queste opere possiamo notare
come “il racconto mitico si avviava
ormai a diventare occasione per una
composizione tendenzialmente libera,
capace di farsi carico dei contenuti
e dei significati più vari”.
L’immagine.
Accanto alla tradizione che faceva di
Elena la sposa infedele di Menelao se
ne affiancò un’altra secondo la quale
a Troia “sarebbe giunta solo un’immagine
fittizia (un eidolon) […] Elena sarebbe
rimasta lontana dal teatro di guerra
in Terra egiziana”. Testimoni di questa
versione del mito sono Stesicoro, Erodoto
ed Euripide.
1. Elena in Stesicoro: Stesicoro non
fu in realtà il primo a narrare l’altra
storia di Elena. Secondo un ignoto grammatico
bizantino il primo ad introdurre l’eidolon
sarebbe stato Esiodo nel Catalogo delle
donne. Il poeta riprese il tema dell’eroina
trattandolo una prima volta secondo
la versione più nota, nell’opera a noi
pervenuta frammentaria “Elena”, alla
quale fece seguire due palinodie, che
presentavano il tema dell’immagine.
“Secondo una tenace tradizione biografica
che ebbe molta fortuna nell’antichità,
Stesicoro sarebbe stato indotto a questa
ritrattazione da un intervento straordinario;
colpito da cecità, apprese che causa
della sua menomazione era il risentimento
di Elena che egli aveva accusato ingiustamente
di adulterio”. Stesicoro scrisse così
una prima palinodia, dove si allontanava
da Omero, esponendo come la coppia Elena
– Paride, avrebbe viaggiato fino in
Egitto, dove poi la donna sarebbe stata
sottratta con l’inganno all’eroe troiano
dal re del posto Proteo; a Troia sarebbe
giunta solo un’immagine della fanciulla.
Questa versione non presentava però
l’immagine di una donna fedele, si rese
necessario dunque ritornare sul tema.
Stesicoro lo fece, affermando che Elena
non aveva navigato mai insieme a Paride,
scagionando così la donna da qualsiasi
accusa. La leggenda racconta così che
egli riacquistò la vista. Elena veniva
così per la prima volta dichiarata assolutamente
fedele a Menelao, fatto per cui il poeta
ha raggiunto la fama.
2. Elena in Erodoto: Secondo la versione
più nota Elena era sottratta a Paride
in Egitto, dal re Proteo con l’inganno.
Erodoto narra invece che Paride, giunto
in Egitto dopo aver rapito Elena, fu
abbandonato dai suoi servi, che si rifugiarono
sotto la protezione del santuario di
Ercole. Qui essi lo accusarono del rapimento
e il sovrano del luogo non si sentì
in grado di giudicare una questione
così importante, rinviando dunque la
decisione al re saggio re Proteo. Erodoto
afferma che “Proteo vuole ristabilire
quella giustizia che Paride ha ripetutamente
violato; la sua colpa maggiore non è
quella di aver rapito Elena e i suoi
tesori, ma di aver irretito la donna
fino a indurla ad abbandonare la casa
e lo sposo”. Elena venne dunque trattenuta
dal re in Egitto, e Paride tornò a Troia
senza la fanciulla. Quando gli Achei
giunsero alla rocca di Priamo a chiedere
pacificamente la donna, secondo la versione
sofoclea, i Troiani non potevano restituirla,
semplicemente perché non la avevano
fra sé. Si scatenò così la guerra e
solo alla fine i guerrieri greci si
resero conto che davvero la donne non
era lì. Menelao dunque andò in Egitto,
dove il saggio re Proteo aveva tenuto
ospito la donna per ben diciassette
anni. L’accettazione di questa versione
“straniera” del mito “è dovuta al fatto
che essa risulta nel complesso più coerente
e quindi più verisimile nelle motivazioni
generali e nel comportamento dei personaggi”.
3. Elena in Euripide: Il sommo tragico
tratta il tema dell’eidolon nell’”Elena”.
Interessante è notare come nella versione
euripidea convivano sia quella di Omero,
sia quella di Stesicoro. La vicenda
inizia con lo sbarco in Egitto di Menelao,
che reca con sé l’Elena eidolon, consegnata
a Paride diciassette anni prima da Hera,
risentita per la sconfitta nella famosa
gara tra le tre dee. Sovrano dell’Egitto
in questo momento non è più il saggio
Proteo, ma il figlio Teoclimeno, che
ambisce alla mano dell’eroina. Elena
ritrova lo sposo, che ha un attimo di
smarrimento, avendo lasciato l’Elena
eidolon alla nave, e trovandosi davanti
quella vera. L’atmosfera si carica di
pathos, ed il personaggio di Elena “appare
segnato da una forte ambiguità che ne
blocca ogni iniziativa. Il nome di Elena
evoca, in questa fase dell’azione, insieme
con il personaggio reale, anche la sua
immagine, l’eidolon che qui svolge le
funzioni classiche del doppio”. Solo
alla notizia della scomparsa dell’immagine,
che ha ormai esaurito la sua funzione,
Menelao riconosce la sposa e i due si
lasciano ad un canto lirico di riconciliazione.
A questo punto l’obiettivo della coppia
è di fuggire dall’Egitto con una nave
del re Teoclimeno, che però deve essere
convinto con l’inganno. È a questo punto
Elena che formula un piano, anche Menelao
dovrà prendervi parte, ma in maniera
marginale. “Essendo queste le premesse
dell’azione e del successo, è naturale
che le figure femminili assumano un
ruolo di primo piano. […] Al loro confronto
i personaggi maschili appaiono passivi
e inerti, sostanzialmente emarginati
da eventi che li coinvolgono direttamente,
ma che essi non controllano”. Il piano
avrà buona riuscita e la coppia riuscirà
a scappare dall’Egitto. Già una volta
salpati i ruoli si ristabiliranno: Menelao
tornerà ad essere il capo che guida
la nave ed Elena la sposa inerme. Nel
dramma euripideo, l’eroina è sempre
molto influenzata dai comportamenti
o dai giudizi che ricadono sull’eidolon,
“non appare sempre decisa a separare
le proprie responsabilità da quelle
dell’immagine. Dopo tanti anni l’eroina
sembra avvertire come inevitabile questa
ingombrante vicinanza, fino al punto
di sentirsi talora coinvolta nei suoi
comportamenti […] Tutto quanto si dice
di Elena e che in realtà riguarda l’eidolon
ricade sulla persona reale, che è costretta
a difendersi continuamente dalle accuse
infamanti che circolano sul suo conto.
[…] Potremmo dire quindi che la vera
Elena è presente in una certa misura
anche nell’immagine artificiale e il
personaggio ne appare consapevole”.
Demone o dea?
I tratti di una figura carica di connotati
sovrannaturali, divini o demoniaci,
si affermano soprattutto nella letteratura
successiva a quella di cui abbiamo parlato
sinora, soprattutto in età ellenistica
e romana.
1. Elena in Virgilio: Ci sono due episodi
che vedono protagonista il nostro personaggio
nell’Eneide virgiliana: il primo durante
la distruzione di Troia, il secondo
durante la discesa nell’aldilà da parte
di Enea. “Il personaggio di Elena è
introdotto in un momento di grande drammaticità.
Troia è ormai caduta, Enea si trova
sul tetto della propria casa […] scorge
quasi casualmente la figura di Elena,
seduta presso l’altare all’interno del
tempio di Vesta”. A dominare l’episodio
non è però la figura dell’eroina, ma
bensì quella dell’eroe troiano, che
rivolge il proprio risentimento personale
a quella che sembra essere l’unica causa
della morte di parenti e amici e della
caduta della città natale. “Notevole
è la rappresentazione di Elena come
Erinni, che già abbiamo incontrato nella
tragedia di Eschilo e di Euripide. Gli
aspetti demoniaci del personaggio sono
ben riconoscibili nell’episodio virgiliano.
Elena tuttavia non è qui strumento della
giustizia divina, manca di quella sinistra
grandezza che la distingueva nel dramma
più antico; in Virgilio è solo manifestazione
di una forza malefica, portatrice di
distruzione e di morte”. Il secondo
episodio che vede protagonista la nostra
eroina è narrato nel sesto canto, quando
Enea incontra Deifobo, il quale gli
racconta la propria fine. Elena, già
d’accordo con gli Achei, disarma il
guerriero troiano e lo lascia al suo
triste destino. “L’infedeltà della donna
non si limita all’abbandono del letto
coniugale, giunge fino al tradimento
e all’assassinio. Consegnando lo sposo
indifeso nelle mani dei nemici Elena
si comporta come una nuova Clitemnestra”.
2. Elena in Seneca: Nella tragedia le
“Troiane”, Seneca mette a confronto
Elena con altri personaggi del campo
troiano, quali Ecuba, Andromaca e Polissena.
Quest’ultima è stata scelta dai Greci
per essere sacrificata, Elena ha il
compito di farle credere di andare in
sposa a Pirro e di agghindarla con abiti
greci per prepararla all’imminente matrimonio.
“Affidando ad Elena il compito di persuadere
Polissena, egli raggiungeva un secondo
risultato: quello di offrire un’ulteriore
versione della duplicità del personaggio,
portatore di disgrazie e di morte anche
quando si presenta come promotore di
nozze”. L’eroina però, pur portando
a termine il proprio compito, usa dei
doppi sensi per mettere in guardia Polissena,
che tuttavia verrà comunque sacrificata.
“Elena non soltanto solidarizza con
le donne troiane, vuole anche essere
una di loro. […] Se Virgilio ci aveva
presentato un personaggio definitivamente
accolto nella famiglia di Priamo con
il fine di porre in rilievo il tradimento
della donna, Seneca ci mostra un’Elena
ugualmente troiana, ma che non ha rinunciato
agli antichi legami. Notevole è in tal
senso la rivelazione inattesa della
sua relazione con Paride, che continua
ad amare anche dopo la morte. Il comportamento
da lei tenuto durante l’ultimo periodo
d’assedio della città era sempre stato
presentato in termini ambigui; solo
in questa tragedia il personaggio si
dichiara apertamente solidale con i
vinti e soggetto al medesimo destino”.
In entrambe le trattazioni dei poeti
latini è presente un’immagine che ricorre
spesso anche in altri: quella della
donna portatrice di fiaccola. “Nelle
Troiane si tratta di una fiaccola nuziale,
nell’Eneide di un segnale di fuoco con
il quale si comunica dalle mura la riuscita
del piano. In entrambi i casi essa evoca
il clima gioioso della festa, per rivelarsi
poi, con repentina metamorfosi, strumento
di distruzione e di morte”. Il fatto
che Elena sia spesso rappresentata come
portatrice di fiaccola, la riconduce
ad una divinità con la stessa caratteristica:
Selene. Con essa condivide anche un
altro tratto: l’ambiguità. “Selene si
presenta quindi come una figura duplice:
un’ambiguità simile, che alla bellezza
esteriore associa una pericolosità nascosta
anche, sia pure con notevoli differenze,
il personaggio di Elena nella sua lunga
storia: da Omero a Euripide a Virgilio”.
Non sappiamo spiegare bene le relazioni
dell’eroina con la sfera lunare; documentazioni
delle scuole pitagoriche la vogliono
demone lunare, dotato di grande saggezza
e bellezza, prop
- Zeus/ECHIDNA
Era un mostro il cui corpo di donna terminava
con una coda di serpente al posto delle
gambe. Viveva rinchiusa in una caverna della
Cilicia, nel paese degli Arimi. Altre tradizioni
la pongono nel Peloponneso: qui sarebbe
stata uccisa da Argo dai Cento Occhi, perché
aveva l'abitudine di divorare i passanti.
Le si attribuivano molti figli mostruosi:
con Tifone generò Ortro, cane di Gerione,
Cerbero, l'Idra di Lerna e la Chimera. Con
Ortro, ebbe Fice, un mostro di Beozia, il
Leone di Nemea e la Sfinge.
Gli abitanti delle colonie greche del Ponto
Eusino raccontavano una leggenda d'Echidna
piuttosto diversa. Secondo loro, Eracle,
giunto in Scizia, aveva messo i suoi cavalli
a pascolare prima di addormentarsi; ma risvegliandosi
non li trovò più. Cercandoli, trovò un mostro,
Echidna, che viveva in una caverna, e che
gli promise di restituirgli i cavalli se
avesse acconsentito a unirsi carnalmente
a lei. Eracle accettò, ed essi ebbero tre
figli: Agartiso, Gelono, eponimo della città
di Gelona, e Scite; quest'ultimo dette il
nome alla stirpe degli Sciti.
- era Zeus il padre dei tre gemelli
e quando ebbero l’età per diventare
re del luogo, il divino fece cadere
dal cielo quattro oggetti, prima Agatirso
e poi Gelono accorsero per recuperarli
ma divennero subito fuoco, solo quando
arrivò il terzo gemello le fiamme si
spensero chiarendo a tutti le idee su
chi sarebbe diventato re. Secondo altri,
Durante la sua decima fatica, Eracle
perse la mandria oggetto dell’impresa,
e nella ricerca di essa, appena arrivato
nella regione boscosa di Ilea l’eroe
incontrò uno strano essere. Tale mostro
era per metà donna e per l’altra metà
serpente e invitò Eracle nella grotta
dove dimorava, lei aveva rubato la mandria
e voleva anche restituire il maltolto
a patto che lui diventasse suo amante
per la notte. Il semidio non ebbe altra
scelta che accettare malvolentieri al
patto e dopo qualche bacio e un abbraccio
divenne libero di andarsene.
Al che il mostro rimase incinta di tre
gemelli.
Eracle disse al mostro che se uno dei
tre pargoli in futuro avrebbe teso l’arco
come faceva lui l’avrebbe dovuto eleggere
re e quindi partì.
I figli si chiamavano Agatirso, Gelono
e Scita. Ma da adulti solo il terzo
riuscì nell’impresa e la madre cacciò
gli altri due dal regno.
- Zeus/EOS (Aurora)
Non tutti i venti erano favorevoli all'uomo,
come ad esempio quelli derivati da Tifone,
mostro capace con il soffio infuocato di
portare scompiglio e distruzione. I più
importanti, che bisognava conoscere per
garantirsi una tranquilla e facile navigazione,
si diceva fossero i figli di Astreo (il
Cielo stellato) e di Eos (l'Aurora); erano
quattro: Borea dal nord, Noto dal sud, Zefiro
da ovest ed Euro da sud-est.
-------------
- Eos è una figura della mitologia greca,
dea dell'aurora.
Esiodo la indica come figlia di due titani:
Iperione e Teia. Era sorella di Elio (il
Sole) e di Selene (la Luna). È moglie di
Astreo, col quale ha generato i venti Zefiro,
Borea, Noto ed Apeliote.
Tra i primi amanti di Eos si nomina lo stesso
Zeus, da cui ebbe una figlia di nome Ersa
(o Erse), dea della rugiada, altrove ritenuta
figlia del padre degli dei e di Selene,
sorella di Eos.
Più tardi fu amata da Ares, il dio della
guerra, con cui condivise più volte il suo
talamo; sdegnata per il tradimento del suo
amante, Afrodite punì la dea sua rivale,
condannandola ad innamorarsi di continuo
di comuni mortali.
La maledizione di Afrodite ebbe il suo effetto,
quando Eos intravide, durante una sua passeggiata
presso la città di Troia, un fanciullo di
straordinaria bellezza e di sangue reale,
di nome Titone, figlio del re Laomedonte.
Così, un giorno, la dea lo rapì e lo condusse
con sé, rivolgendosi poi a Zeus per concedergli
l'immortalità. Dalla loro unione nacquero
due figli, Emazione e Memnone, ucciso da
Achille durante l'assedio di Troia. Da quel
giorno la dea dell'aurora piange inconsolabilmente
il proprio figlio ogni mattina, e le sue
lacrime formano la rugiada.
Un altro suo amante mortale è stato Cefalo,
marito di Procri.
Omero la chiama la dea dalle dita rosate
per l'effetto che si vede nel cielo all'alba.
------------------
xxx Nella mitologia romana, Aurora è la
dea dell'aurora. Il suo mito deriva da quello
della dea greca Eos.
La dea Aurora si rinnova ogni mattina all'alba
e vola attraverso il cielo, annunciando
l'arrivo della mattina. I suoi fratelli
sono il sole e la luna. Inoltre ha molti
mariti e quattro figli, i venti: del nord
(Borea), dell'est (Zefiro), dell'ovest (Euro)
e del sud (Noto). Uno dei mariti è il vecchio
Titone, uomo per il quale la dea aveva ottenuto
da Giove l'immortalità, ma, per un errore
nella richiesta, non la perenne giovinezza.
Più tardi , a Roma, il suo culto viene associato
a Matuta nella divintà di Mater Matuta.
Dante Alighieri la nomina nel Purgatorio
nel canto II, 9 e nel canto IX, 1 dove è
citata come "la concubina di Titone antico".
- Esiodo la indica come figlia di
due titani: Iperione e Teia.
Era sorella di Elio (il Sole) e di Selene
(la Luna).
Tra i primi amanti di Eos si nomina
lo stesso Zeus, da cui ebbe una figlia
di nome Erse (o Ersa), dea della rugiada,
altrove ritenuta figlia del padre degli
dei e di Selene, sorella di Eos.
Più tardi fu amata da Ares, il dio della
guerra, con cui condivise più volte
il suo talamo; sdegnata per il tradimento
del suo amante, Afrodite punì la dea
sua rivale, condannandola ad innamorarsi
di continuo di comuni mortali.
La maledizione di Afrodite ebbe il suo
effetto, quando Eos intravide, durante
una sua passeggiata presso la città
di Troia, un fanciullo di straordinaria
bellezza e di sangue reale, di nome
Titone, figlio del re Laomedonte.
Così, un giorno, la dea lo rapì e lo
condusse con sé, rivolgendosi poi a
Zeus perché gli concedesse l'immortalità.
Dalla loro unione nacquero due figli,
Emazione e Memnone, ucciso da Achille
durante l'assedio di Troia. Da quel
giorno la dea dell'aurora piange inconsolabilmente
il proprio figlio ogni mattina, e le
sue lacrime formano la rugiada.
Omero la chiama la dea dalle dita rosate
per l'effetto che si vede nel cielo
all'alba.
- Zeus/ASTERIA
Asteria è un personaggio della mitologia
greca, figlia della titanide Febe e del
titano Ceo.
Asteria fu la sposa del titano Perse, e
gli diede una figlia che chiamarono Ecate.
Per sfuggire all'amore fedifrago di Zeus,
Asteria si trasformò in una quaglia, ma
la fuga precipitosa la fece precipitare
nel mar Egeo. Zeus ne fu addolorato e trasformò
Asteria in un'isola, che si chiama anche
Ortigia, ovvero "isola delle quaglie". Su
quest'isola Leto (sorella di Asterio) trovò
asilo e vi partorì Apollo e Artemide. E
siccome per la nascita di Apollo, dio del
Sole, l'isola fu tutta circonfusa di luce,
fu, da allora, chiamata Delo, che in greco
significa "la chiara, la luminosa", in coerente
simmetria con l'altro nome, Asteria, che
significa "stella". ---------------------------
Asteria è un personaggio della mitologia
greca, figlia della titanide Febe e del
titano Ceo.
Asteria fu la sposa del titano Perse, e
gli diede una figlia che chiamarono Ecate.
Per sfuggire all'amore fedifrago di Zeus,
Asteria si trasformò in una quaglia, ma
la fuga precipitosa la fece precipitare
nel mar Egeo. Zeus ne fu addolorato e trasformò
Asteria in un'isola, che si chiama anche
Ortigia, ovvero "isola delle quaglie". Su
quest'isola Leto (sorella di Asterio) trovò
asilo e vi partorì Apollo e Artemide. E
siccome per la nascita di Apollo, dio del
Sole, l'isola fu tutta circonfusa di luce,
fu, da allora, chiamata Delo, che in greco
significa "la chiara, la luminosa", in coerente
simmetria con l'altro nome, Asteria, che
significa "stella".
ORTIGIA
Secondo la tradizione, Asteria, figlia del
titano Ceo e di Febe, per sfuggire alle
avances di Zeus si trasformò in quaglia
(ὄρτυξ) e si gettò in mare, dove venne mutata
in un'isola chiamata, appunto, Ortigia (Apollod.
Bibl. 1, 4, 1; Hygin. Fab. 53; Callim. hymn.
ad Delum 36 ss.). Questa fu ribattezzata
Delo, "la manifesta", dopo che Latona vi
partorì Apollo ed Artemide (Schol. ad Apollon.
Rhod. Argon. 1, 308 a).
Un'altra tradizione vuole che Eracle fosse
figlio proprio di Asteria e di Zeus: ucciso
da Tifone, l'eroe ritornò in vita inalando
l'odore di una quaglia, portatagli dall'amico
Iolao (Eudox. ap. Athen. 9, 392d).
L'etimologia di questo nome resta ancora
sostanzialmente sconosciuta. Tuttavia, il
termine greco ὄρτυξ, che originariamente
possedeva un ϝ iniziale ricostruibile dalla
forma γόρτυξ attestata in Esichio, può essere
accostato al sanscrito vedico vartika- (Chantraine,
DELG s. v.). Il corrispondente latino coturnix,
invece, sembra derivare dall'onomatopea
*kwok, riferibile al suono emesso dall'animale,
oppure dal sanscrito katu "penetrante" e
rana "grido" (Capponi, Ornithologia Latina,
Genova 1979 p.).
Thompson (A Glossary of Greek Birds, Hildesheim
1966, p.) pensa che il termine greco si
sia formato dall'egiziano p.rt = πι.ορτ(υξ),
"quaglia", mostrando una certa affinità
con π.έρδιξ.
ECATE
Non ci sono molte informazioni redatte
su Ecate poiché non ha molta partecipazione
in mitologia né ha avuto molte interazioni
con altre divinità. Soltanto alcuni
dei sono documentati bene in letteratura
ed Ecate è una dei molti che sono in
gran parte assenti, particolarmente
prima del IV secolo. Si spiega questa
poca documentazione in relazione al
fatto che Ecate ha natali davvero antichi,
pre-olimpici e quindi precedenti alle
numerose storie narrate intorno agli
dei abitanti il famoso monte greco:
Ecate ha sempre voluto tenersi in disparte
da quel gruppo che riconosceva come
poco familiare ed appare in mitologia
rare volte, come nell’episodio del rapimento
di Persefone in cui racconta l’accaduto
alla madre della fanciulla, Demetra,
e le intima di rimanere calma e pensare
bene sul da farsi.
Le origini di Ecate sono antichissime.
Alcuni studiosi affermano che ella non
era originariamente greca, poiché il
suo culto aveva viaggiato verso sud
(dov’era adorata come Iside già 5000
anni fa) e la maggioranza degli studiosi
è concorde nell'affermare che questa
figura nasce nell'Asia Minore occidentale
(la regione della Caria o della Tracia).
Il nome di Ecate deriva dalla dea-levatrice
egizia Heqit, Heket o Hekat. L’anziana
era la matriarca tribale dell’Egitto
pre-dinastico ed era nota come una donna
saggia. Heket era una dea dalla testa
di rana che era connessa con lo stato
embrionale quando il seme morto si decompone
e inizia a germinare. Ella era inoltre
una delle levatrici che assistono ogni
giorno alla nascita del Sole. Tutte
queste analogie con Ecate, al di là
del nome, farebbero pensare ad un archetipo
comune.
In pochi, inoltre, conoscono Heka:
"Ra donò all'umanità Heka come un'arma
per respingere l'effetto degli eventi
pericolosi."
(Istruzioni per Merikara, 2000 a.C.)
Heka era visto come la manifestazione
dell'energia divina di Ra donata agli
uomini per creare parole e azioni, in
modo da eguagliare la forza cratrice
del sole.
E' anche l'energia magica insita negli
esseri viventi, nei simboli del potere.
Uno dei titoli del dio Heka era "Colui
che consacra le immagini", riferendosi
all'abilità del dio di dare poteri ai
pensieri creativi e alle azioni e tradurli
nei loro quivalenti fisici nel modo
fisico. Cosi Heka era anche percepito
come la forza animata che si manifesta
in ogni atto rituale.
Ecate è, come sappiamo, strettamente
collegata agli incantesimi, alla magia.
L'assonanza con nome e la natura di
queste due divinità ne autorizzano il
riconoscimento della medesima etimologia.
Il nome Ecate, tuttavia, avrebbe anche
altre interpretazioni: ekaton (cento),
ekati (a proprio piacimento) oppure
ekatos (saettatore, che colpisce da
lontano).
La prima è moderna e piuttosto superficiale,
derivante dal fatto che le anime dei
defunti che non avevano ricevuto una
degna sepoltura avrebbero dovuto vagare
per cento anni sulle rive dell'Acheronte
senza trovare pace; in questo caso viene
sottolineata in Ecate la sua custodia
delle zone di confine. Legare Ecate
all’avverbio “a proprio piacimento”
delinea in maniera maggiore la fisionomia
di questa divinità tenendo conto dell’opera
di Esiodo Teogonia, il testo più antico
ritrovato in cui si parla di Ecate.
Ekatos è oggi l'ipotesi più accreditata
anche perché intorno agli anni ' 60
P. Chantraine nel suo Dictionnaire étymologique
de la langue grecque ha canonizzato
questa idea e da allora non si è più
tornati molto sull'argomento. Ecate
“saettatrice” è in diretta associazione
con Artemide, sua cugina sia di natali
che celeste, un’associazione che nasce
nel VII sec. a.C. ma che si consolida
solo due secoli dopo.
In ogni caso, l’antichità di Ecate,
e quindi la sua importanza, fu riconosciuta
da quelle divinità pre-olimpiche che
Zeus e la sua corte hanno spodestato.
Infatti, sebbene non fosse considerata
parte della compagnia olimpica, ella
mantenne il dominio su cielo, terra
e mondo sotterraneo facendone la custode
della ricchezza e delle benedizioni
della vita. Zeus stesso onorò Ecate
così tanto che le concesse sempre l’antico
potere di donare o negare ai mortali
i loro desideri. Non osò quindi destituirla,
nonostante il potere di Ecate rimaneva
grande quanto se non più del suo.
Ecate è esperta nelle arti della divinazione.
Ella dona agli umani i sogni e visioni
che, se interpretati saggiamente, portano
a grande chiarezza. Inoltre, conseguentemente
alla sua associazione con Persefone,
ella è connessa con la morte e la rigenerazione.
La sua presenza è permesso, nella terra
dell’aldilà, di speranza pre-ellenica
di rinascita e trasformazione in opposizione
ad Ade, che rappresenta l’inevitabilità
della morte.
Esiodo nella Teogonia afferma che Ecate
era figlia dei due titani Perse ed Asteria,
una dea stellare, entrambi simboli della
luce splendente. Asteria era una delle
sorelle di Leto, che diede alla luce
Apollo e Artemide, facendo dunque di
Ecate una cugina di Artemide.
Perse, figlio di Krios ed Euribia, era
associato alla distruzione, sia in agricoltura
che in guerra. Alcune fonti suggeriscono
che egli era a volte dipinto in spoglie
canine, in modo simile ad Anubi, dio
egiziano dalla testa di sciacallo associato
all'aldilà. Questo è interessante se
pensiamo al fatto che Ecate è regolarmente
associata con i cani e con il mondo
dei morti. Asteria, invece, è la dea
titana che governa visioni, oracoli,
sogni, profezie e nercromanzia. Era
anche associata a meteoriti, comete
e astrologia. Di nuovo un chiaro collegamento
ad Ecate, dea della magia, dei prodigi
e del cielo notturno. Ricordiamo che
Asteria ospitò la sorella Leto sotto
forma di isola quando quest'ultima era
perseguitata da Pitone agli ordini della
gelosa Hera, che aveva ordinato a tutta
la terra di non dare rifugio alla titana.
Asteria volle sfuggire all'amore di
Zeus, che la trasformò in quaglia. La
quaglie precipitò nel mare Egeo e divenne
un'isola (oggi chiamata Ortigia "isola
delle quaglie", nelle vicinanze di Siracusa);
quest'isola aveva la proprietà di non
essere ancorata al fondale e di nuotare
quindi libera, fino al momento in cui
Leto dette alla luce i suoi gemelli
e l'isola fu fissata al fondo del mare
da Zeus o, secondo altri, da Poseidone.
Per la nascita di Apollo l'isola fu
tutta circonfusa da luce e da allora
chiamata Delo», che in greco è come
dire «la chiara, la luminosa».
Una tradizione più antica la vede come
una dea ancora più primitiva e ne fa
la figlia di Erebo e Notte. Altri studiosi
hanno scoperto che alcuni documenti
fanno di Ecate la figlia di Gea e di
Ponto, mentre una tradizione più tarda
dice che Ecate era la figlia di Zeus
ed Era. In realtà la versione più accreditata
è la prima, mentre quest'ultima è decisamente
senza senso.
Ecate era considerata una grande dea
portatrice di benefici e benedizioni
sicuramente fino al V sec. a.C., e sebbene
da questo momento il suo lato più oscuro
inizia a prendere piede, ancora sotto
Silla (I sec. a.C.) ella era una dea
romana delle feste pubbliche, quindi
associata all'abbondanza, alla letizia
e ai benefici.
Durante il Medioevo, come abbiamo visto,
Ecate divenne nota come Regina delle
Streghe. Sebbene vada da sé che la dea
incarnò per le donne che venivano chiamate
"streghe" la loro protettrice, per la
saggezza, l'illuminazione e gli insegnamenti
che ella portava loro, in realtà questo
nome venne affibbiato ad Ecate dalle
autorità cattoliche. Queste affermavano
che le persone più pericolose per la
fede erano coloro che erano protette
da Ecate, come levatrici, guaritori,
saggi, erboristi, ecc. Per non parlare
dei pagani, ovvero gli abitanti dei
villaggi (pagus) dove l'insegnamento
cattolico stentava ad arrivare o a insediarsi:
i contadini, così attaccati ai rituali
ed alle divinità della terra, vennero
tacciati di adorazione del diavolo.
Fu proprio in questo periodo che la
potenza di Ecate fu offuscata dalle
dicerie e dalle menzogne cattoliche
che iniziarono a ritrarla come una vecchia
brutta, bitorzoluta, cattiva e che lanciava
maledizioni mentre portava a spasso
il suo gregge di streghe.
(Agostino Veneziano, Trionfo notturno
di Ecate, incisione, XVI sec.)
Questa opera di falsificazione della
figura di Ecate continuò nel XVI sec.,
in cui Ecate addirittura è sinonimo
nell'immaginario collettivo del Male,
testimoniato dalla figura accanto che
ritrae la divinità e un suo folle seguito
mentre rapisci bimbi e giovinetti. Questo
corteo non rispondeva a quello di Ecate
nella tradizione greco-romana, sebbene
le figure demoniche che popolavano il
folklore greco e che potevano costituire
il corteggio di Ecate (Lamia, Empusa,
Mormò, Gorgò e simili), così come i
demoni mesopotamici (Lamashtu, Lilu,
Ardat-Lili e simili) avevano queste
caratteristiche.
Accade invece nel Rinascimento che questi
personaggi minori vengono dimenticati
oppure più semplicemente associati e
fusi insieme nel personaggio di Ecate
(come già succedeva in alcuni casi anche
in età greca). In questo periodo, artisti
come Shakespeare menzionano Ecate nelle
loro opere, ma è una dea ormai troppo
associata alla stregoneria e al mondo
degli spettri. Sicuramente gli studiosi
come anche gli artisti conoscevano bene
le origini di Ecate, ma il tentativo
di aver mordente tra la massa li costringeva
ad adottare le stesse immagini familiari
a chi non aveva accesso agli studi.
"Nel XIX sec. Ecate divenne (con l’eccezione
della sopravvivenza del suo culto in
Italia presso il lago Averno e altri
posti in Grecia) una figura oscura conosciuta
quasi esclusivamente fra gli studiosi.
Poiché poco materiale scritto riguardo
Ecate è sopravvissuto (e per altre ragioni)
questi stessi studiosi la classificarono
come una divinità minore e poco importante,
e molti di loro di conseguenza tesero
a ignorare il suo ruolo nel mito classico
e nella cultura europea, minimizzarlo
o semplicemente demonizzarla. Nonostante
questa stereotipizzazione clamorosa,
nel XX sec. Ecate, come parte di una
riesaminazione globale del ruolo della
Dea Oscura nel credo pagano, ritornò
ad una posizione di preminenza. Ella
trovò rispetto in una larga area di
vari prospettive e culti e come un archetipo
del lato oscuro della natura femminile,
fu inclusa da molte streghe femministe
nel loro pantheon dela Grande Dea Madre.
Fu addirittura abbracciata da molti
pagani come loro esclusiva divinità.
Allo stesso tempo, i suoi tributi ctonici
la portarono ad essere adottata da un
numero di gruppi non tradizionali considerati
parte del movimento satanico. Fu anche
la sua associazione con il sangue, la
vita dopo la morte e la rinascita che
fu motivo di connessione con i gruppi
odierni di vampiri; ciò anche a causa
del ritenuto corteo formato da creature
vampirische quali Lamia ed Empusa.
Comunque, riemergendo dall’oscurità
nel dialogo sociale del XXI sec., Ecate
non è ancora totalmente accettata e
benvoluta. Ci sono ancora studiosi che,
contro ogni evidenza del contrario,
continuano a seguire le vecchie credenze
e ad accantonarla come una spaventosa
dea della notte, senza esaminare ulteriormente
la sua figura. Inoltre, sebbene molti
pagani la includono nei loro sistemi
di credenze e culto, ce ne sono ancora
molti che insistono al meglio nel vedere
Ecate come l’aspetto pericoloso della
Madre Oscura e, al peggio, nel rifiutarla
completamente in nome del “politically
correct”. Questo rifiuto è dovuto non
solo all’eccessivo sottolineare il suo
aspetto ctonio ma anche a casa della
sua forte associazione con l’uso della
magia, che alcuni pagani tendono a vedere
come una pratica coercitiva e una violazione
diretta del Rede. Ciò ha coinciso con
un più largo e crescente criticismo
sul Rede stesso da parti di altri pagani
e ha creato, a volte, degli scismi.
Comunque andranno le cose intorno al
paganesimo come religione, Ecate rimarrà
ancora per molto una figura controversa."
- Zeus/PERSEFONE (Proserpina)
Persefone, o Kore (o Kora, fanciulla), chiamata
anche Core, è una figura della mitologia
greca, fondamentale nei Misteri Eleusini,
entrata in quella romana come Proserpina.
Mito di Persefone [modifica]
Figlia di Zeus e di Demetra, venne rapita
da Ade, dio dell'oltretomba, che la portò
negli inferi per sposarla ancora fanciulla
contro la sua volontà. Una volta negli inferi
le venne offerta della frutta, ed ella mangiò
senza appetito solo sei semi di melograno.
Persefone ignorava però il trucco di Ade:
chi mangia i frutti degli inferi è costretto
a rimanervi per l'eternità. Secondo altre
interpretazioni, il frutto che nel mito
stabilisce il contatto con il regno dell'oltretomba
non è il melograno ma, a causa delle sue
virtù narcotiche e psicotrope, l'oppio,
la cui capsula è peraltro straordinariamente
simile (eccetto che per le dimensioni, più
ridotte) al frutto del melograno.
La madre Demetra, dea dell'agricoltura,
che prima di questo episodio procurava agli
uomini interi anni di bel tempo e fertilità
delle terre, reagì adirata al rapimento
impedendo la crescita delle messi, scatenando
un inverno duro che sembrava non avere mai
fine. Con l'intervento di Zeus si giunse
ad un accordo, per cui, visto che Persefone
non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe
rimasta nell'oltretomba solo per un numero
di mesi equivalente al numero di semi da
lei mangiati, potendo così trascorrere con
la madre il resto dell'anno. Così Persefone
avrebbe trascorso sei mesi con il marito
negli inferi e sei mesi con la madre sulla
terra.
Demetra allora accoglieva con gioia il periodico
ritorno di Persefone sulla Terra, facendo
rifiorire la natura in primavera ed in estate.
Questo era un mito che esaltava insieme
il valore del matrimonio (sei mesi a fianco
dello sposo), la fertilità della Natura
(risveglio primaverile), la rinascita e
il rinnovare la vita dopo la morte, motivi
questi che rendevano la dea Persefone particolarmente
popolare e venerata.
Persefone contese ad Afrodite il bell'Adone,
riuscendo a trascinare la questione fin
davanti a Zeus che preferì, per non scontentare
nessuno, affidarlo separatamente ad entrambe.
Una tradizione diversa faceva di Persefone
una figlia di Zeus e di Stige. Fu generata
dal dio dopo la sconfitta dei Titani, avvenuta
durante la Titanomachia. Nella mitologia
romana a Persefone corrispondeva Proserpina
e a sua madre Demetra la dea Cerere, al
cui culto era preposto un flamine minore.
Alcuni studiosi sostengono che Persefone
rapita da Ade, quando ebbe la possibilità
di scappare a sorpresa decise di rimanere
nell'oltretomba col suo sposo.
Archeologia [modifica]
Testimonianze magno-greche del culto dedicato
a Persefone sono oggi rappresentate dal
notevole quantitativo di reperti rinvenuti
nell'area di Reggio Calabria, soprattutto
presso gli scavi di Locri Epizefiri dei
quali uno smisurato numero di Pinakes (tavolette
votive in terracotta) è custodito al Museo
Nazionale della Magna Grecia di Reggio;
mentre la magnifica "Statua di Persefone"
esposta oggi al museo di Berlino, fu trafugata
da Locri nel 1911 o da Taranto nel 1912[1],
ed acquistata da un emissario del Kaiser
di Prussia dopo aver migrato per Spagna
e Francia. Un ulteriore testimonianza del
culto di Persefone ci viene da Oria, dove
fu presente ed attivo dal VI secolo a.C.
fino all'età romana, un importante santuario
(oggi sito presso Monte Papalucio), dedicato
alle divinità Demetra e Persefone. Qui vi
si svolgevano culti in grotta legati alla
fertilità. Gli scavi archeologici svolti
negli anni ottanta, infatti, hanno evidenziato
numerosi resti composti di maialini (legati
alle due divinità) e di melograno. Inoltre,
a sottolineare l'importanza del santuario,
sono state rinvenute monete di gran parte
della Magna Grecia, e migliaia di vasi accumulatisi
nel corso dei secoli come deposito votivo
lungo il fianco della collina. Di particolare
interesse sono alcuni vasetti miniaturistici
ed alcune statuette raffiguranti colombe
e maialini sacri alle due divinità cui era
dedicato il luogo di culto. Altri esempi
di ritrovamenti della Kore si hanno a Gela,
una delle capitali della Magna Grecia. Diversi
reperti sono custoditi presso il Museo Regionale
di Gela, tra i più ricchi presenti nell'Isola.
Mitopsicologia [modifica]
Kore è l'archetipo della fanciulla, nata
e cresciuta in un ambiente profondamente
femminile, allegra e leggera, sempre positiva.
È attratta da Ade, il lato oscuro degli
uomini, e di lui ha bisogno. È associata
ai simboli della fertilità.
Audrey Hepburn in Vacanze romane era una
Kore. La vispa Teresa ne è un altro esempio,
in cui si accentua il lato sventato, di
giovine imprevidente: la donna Persefone
è distratta, svagata, poetica.
Necessita di tornare periodicamente dalla
madre, in quella primavera della quale si
nutre da sempre: è di solito una casa ricca
di affetti, di cose, di cultura femminile,
che le impediscono di crescere veramente.
Ade è costretto ad aspettarla pazientemente,
ma sa che tornerà.
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Persefone nella mitologia greca era la dea
della vegetazione primaverile. Era figlia
di Zeus e di Demetra e crebbe in Sicilia
fino al giorno in cui Ade il signore dei
morti, la rapì perchè si era innamorato
di lei e la sposò (vidi "mito di Demetra
e Persefone"). Demetra sconvolta per la
sorte della figlia, decretò che per i sei
mesi che Persefone sarebbe stata nell'Ade
ci sarebbe stato l'autunno-inverno mentre
per i sei mesi in cui sarebbe stata sulla
terra, ci sarebbe stata la primavera-estate.
Per questi motivi Persefone è considerata
la dea della vegetazione primaverile ma
anche una divinità lunare per la coincidenza
della sua "comparsa - scomparsa" con le
fasi della luna.
Persefone come signora del regno dei morti
giudicava le anime assieme al marito Ade
ed era suo compito strappare il fatale capello
che, secondo le credenze degli antichi,
legava ciascun uomo alla vita.
Persefone alla quale si sacrificavano vacche
nere e sterili e il cui emblema è il papavero
aveva la base del suo culto in Sicilia,
in Beozia e ad Eleusi.
Veniva chiamata anche Kore (o Core) ed in
suo onore si celebravano in Grecia le Eleusine
ed in Sicilia le Antesforie.
Nella mitologia latina Persefone era identificata
con Proserpina e presiedeva alla crescita
ed al germogliare delle messi. In suo onore
si celebravano i giochi Tarentini che duravano
tre giorni ed erano caratterizzati da un'eccessiva
sfrenatezza.
- Zagreo: Nome di un'antica
divinità ctonia; figlio di Zeus e Persefone,
identificato spesso con Dioniso.
Le ipotesi piú probabili e piú seguite
sono due.
La prima, proposta da Chantraine (DELG),
da B. Mader (in Snell, Lex. fr. Ep.)
e da Perpillou (Les substantifs grecs
en -εύς, § 389) è quella della derivazione
dal nome della montagna Ζάγρος in Asia
Minore; in questo caso non avrebbe senso
cercare un'etimologia all'interno del
greco.
La seconda, proposta da Frisk (Gr. Et.
Wört.) e approvata anch'essa da B. Mader,
è quella di un confronto con ζάγρη,
"trappola per animali", che si spiegherebbe
con un prestito da un dialetto dorico
- nord/ovest di *ζαγρέω = ζωγρέω, "intrappolare
esseri viventi", "catturare prede vive".
Chantraine ritiene invece questo rapporto
indimostrabile.
Carnoy (DEMGR) propone che si tratti
di un derivato dal pelasgico ζάγρα,
derivante dall'indoeuropeo *ghǝgh, ampliamento
da ghe, "rimanere a bocca aperta", che
si ritrova per esempio nell'antico islandese
gj grar, "fessura di roccia": sarebbe
quindi avvenuta un'assibilazione della
- g -.
Gli antichi hanno analizzato la parola
come ζ-αγρεύς = * δι-αγρεύς, "il perfetto
cacciatore", ipotesi accettata da Pape
e Benseler (WGE): si tratta di un'etimologia
popolare.
- Sabazio: Dio frigio, considerato
figlio di Zeus e Persefone (Diod. Sic.
4, 4, 1; Hesych. s. v. Σαβάζιος).
Chantraine (DELG, s. v. σαβακός) mette
questo nome in rapporto con σαβακός,
"effeminato".
Carnoy (DEMGR) propone invece due spiegazioni:
1) Dall'indoeuropeo *keuad-io, "il potente",
seguendo le regole del pelasgico fissate
da Van Windekens (Le Pélasgique) secondo
cui la gutturale anteriore k- diventa
s- o z- e la -u- (consonantica) fra
vocali diviene b- .
2) Dall'indoeuropeo *sab-, "succo",
visto che Sabazio è spesso assimilato
a Dioniso (cfr. Grimal, DMGR).
- Eubuleo: Nome di un eroe legato
al culto di Demetra a Eleusi; figlio
del sacerdote Trochilo (o anche di Dysaules),
e fratello di Trittolemo, fuggito da
Argo in Attica;
si chiamava cosí anche un guardiano
che pascolava i porci dove Ade trascinò
Persefone agli Inferi (Pausan. 1, 14,
2; 9, 8, 1). Il nome compare nelle laminette
orfiche, associato con Dioniso.
Si tratta di un composto di εὖ, "bene"
e di βουλή nel senso di "consiglio";
significa dunque "dal buon consiglio,
buon consigliere
- Zeus/SELENE
Divinizzazione della luna, figlia di Iperione
e di Teia, o del titano Pallante o di Elio
(Apollod. Bibl. 1, 2, 2).
Il nome deriva, come affermano unanimemente
Chantraine (DELG, s. v. σελήνη), Frisk (Gr.
Et. Wört., s. v.) e Carnoy (DEMGR), da σέλας,
"splendore", con un suffisso *-να, come
il latino luna, è tratto da lux + na (Ernout-Meillet,
DELL, s. v. luc-/luc-): significa quindi
"la luminosa". Il termine è un sostituto
di μήνη, femminile derivato dal nome indoeuropeo
di luna, che era maschile: *mens. Questa
sostituzione sembra dovuta ad un tabu linguistico
che ha continuato ad agire in greco moderno
con la creazione di φεγγάριον; la luna,
infatti, che è un astro notturno, è legata
al mondo misterioso e pericoloso dell'oscurità.
W. Havers (Neuere Literatur zum Sprachtabu,
pp. 79-85) osserva che il nome della luna
ha avuto la tendenza a diventare femminile
in diverse lingue indoeuropee: una potenza
femminile in opposizione al sole maschile.
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xxx Nella mitologia greca Selene (in greco
Σελήνη, "luna"; etimo: "la risplendente"[1])
è la dea della luna, figlia di Iperione
e Teia, sorella di Elio (il sole) ed Eos
(l'aurora).
Selene è la personificazione della luna
piena, insieme ad Artemide (la luna crescente),
alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate
(la luna nuova). La dea viene generalmente
descritta come una bella donna con il viso
pallido, che indossa lunghe vesti fluide
bianche od argentate e che reca sulla testa
una luna crescente ed in mano una torcia.
Molte rappresentazioni la raffigurano su
un carro trainato da buoi o su una biga
tirata da cavalli, che insegue quella solare.
Fu amante di Zeus, dal quale ebbe Pandia
ed Erse (la rugiada). Ebbe una relazione
con Pan, che per sedurla si travestì con
un vello di pecora bianca e Selene vi salì
sopra.
Un altro mito che la riguarda è quello dell'amore
per Endimione, re dell'Elide. Selene si
innamorò del bellissimo giovane ed ogni
notte lo andava a trovare mentre dormiva
in una grotta del monte Latmo, in Asia Minore.
Pur di poterlo andare a trovare ogni notte,
Selene gli diede un sonno eterno e dalla
relazione nacquero cinquanta figlie.
Nella mitologia romana fu associata a Luna;
il tempio della Luna si trovava a Roma sull'Aventino.
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Altre versioni [modifica]
Selene, una storia romanticissima e un po'
triste: un giorno vide in una grotta un
giovane addormentato, Endimione; se ne innamorò
perdutamente e lo baciò sugli occhi; ne
nacque un grande amore, che diede la luce
a ben cinquanta figlie; ma Selene non sopportava
l'idea che un giorno il suo amante potesse
morire, e lo fece sprofondare in un sonno
eterno per poi andare a trovarlo ogni notte.
Endimione dormiva con gli occhi aperti,
per poter vedere l'apparizione della sua
donna. Altre versioni meno romantiche della
storia sostengono che Endimione avesse chiesto
a Zeus di dormire per non perdere la sua
giovanile bellezza, o addirittura per evitare
che Selene rischiasse un'ulteriore gravidanza!
Selene comunque non perde il suo fascino
di personificazione della luna, che regala
un po' di luce alla notte e un po' di sogno
alla realtà.
- Il leone di Nemea o leone Nemeo
è un animale della mitologia greca.
Era figlio di Ortro ed Echidna oppure,
secondo un'altra versione del mito,
di Echidna e Tifone. In un'altra versione
era invece figlio di Zeus e Selene,
e quindi fratellastro di Eracle.
Il leone Nemeo è un mostro invulnerabile,
inviato a Nemea da Era per distruggere
Eracle. Nacque vicino a Nemea, nell'Argolide
e si insediò in una grotta con due uscite.
La sua pelle non poteva essere trapassata,
né bucata o scalfita da nessun tipo
di arma, era indistruttibile. Il temibile
leone era dunque una belva invulnerabile.
Era un vero flagello per il popolo di
Nemea, poiché attaccava uomini e greggi,
facendo razzie. Per terrore dei suoi
ruggiti, la gente aveva smesso di lavorare
e la popolazione veniva divorata dal
felino.
Fu sconfitto da Eracle, nella prima
delle dodici fatiche. Giunto a Nemea,
messosi in caccia del leone, Eracle
lo cercò a lungo, ma ovunque trovava
solo campi disseminati di cadaveri degli
uomini uccisi dal leone. Finché un tremendo
ruggito scosse la foresta. Il leone
aveva trovato Eracle e si preparava
a sbranarlo. Eracle prese in mano l'arco
e lo colpì con tutte le sue frecce,
ma tutte si limitarono a rimbalzare
sulla fitta pelliccia dell'invulnerabile
animale. Il leone lo attaccò, menando
fendenti con i suoi artigli e distrusse
l'armatura dell'eroe che fu costretto
a battersi nudo. Il leone ferì Eracle
al petto con una zampata. Eracle usò
la spada, che però si piegò inutilmente.
Allora afferrò la clava e vibrò un colpo
così forte che la clava si spezzò in
mille pezzi e in mano gli rimase un
inutile moncone. Ma il leone non era
nemmeno ammaccato. Tornò dentro la sua
caverna, ma non per dolore, per via
delle orecchie che ronzavano. Eracle
lo inseguì e combatté con lui. Nel terribile
duello corpo a corpo, il leone strappò
un dito a Eracle. Ma alla fine l'eroe
afferrò il leone per la testa e la folta
criniera e alla fine il leone si accasciò
a terra sconfitto, strangolato. Eracle
se lo caricò in spalla in segno di trionfo
e lo portò a Micene, dove terrorizzò
Euristeo, che gli ordinò di riportarlo
indietro. Eracle così fece.
Alla morte, il leone Nemeo fu posto
da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove
formò la costellazione del leone.
- Pandia è una figura della mitologia
greca. Figlia di Zeus e di Selene, era
la personificazione del plenilunio e
quindi dea della luna piena. Viene ricordata
tra gli altri dei immortali, dai quali
si distingue soprattutto per la sua
avvenenza.
Veniva celebrata con il padre Zeus in
una festa ateniese nel mese di Elafebolione.
feste che si celebravano ad Atene al
termine delle Dionisie urbane in onore
di Pandia, figlia di Selene e Zeus,
In origine erano le feste più importanti
d'Atene, ma con l'affermarsi delle Panatenee
si ridussero ad appendice delle Dionisie.
- Zeus/CALLIOPE
Il nome significa "dalla bella voce". Fu
la Musa ispiratrice a Omero dell'Iliade
e dell'Odissea. La Maggiore fra le Muse,
e la più saggia e sicura di se, fu giudice
nella disputa fra Afrodite e Persefone su
chi di loro dovesse frequentare Adone, decidendo
che ciascuna di loro avrebbe trascorso lo
stesso periodo di tempo con l'amato. E'
conosciuta con una stilo con cui srive su
tavolette di cera, o con un rotolo, o con
un libro, e in capo porta una corona d'oro.
Da Apollo ebbe i due figli Orfeo e Lino.
Da Zeus suo padre, ebbe figli i coribanti
che erano i sacerdoti di Cibele (divinità
nata dall'unione tra Gea e Urano). Onoravano
la loro dea con danze sfrenate e orgiastiche,
durante queste rumorosissime feste spesso
si infliggevano volontariamente delle ferite.
Inventori del tamburo a cornice, creavano
musica basata sul ritmo ossessivo per curare
l'epilessia e per sconfiggere la malinconia
di Zeus. Inoltre onoravano il pino in onore
di Attis (figlio della dea).
I Coribanti erano i sacerdoti di Cibele
Onoravano la loro dea con danze sfrenate
e orgiastiche, durante queste rumorosissime
feste spesso si infliggevano volontariamente
delle ferite. Inventori del tamburo a cornice
creavano musica basata sul ritmo ossessivo
per curare l'epilessia e per sconfiggere
la malinconia di Zeus. Inoltre onoravano
il pino in onore di Attis (figlio della
dea).
- Zeus/MAIA
Ninfa del monte Cillene in Arcadia, figlia di Atlante e Plione. E' una delle
sette figlie di Atlas.
Il nome deriva da una radice ma- : si tratta
di un nome di carattere familiare, significa
"piccola madre.
Con Zeus ebbe figlio Ermes o Mercurio.
Mercurio è il più intelligente di tutti
gli dei olimpici ed è messaggero degli
dei; per questo porta dei sandali dorati
e alati, un cappello alato ed un’asta
magica.
E’ il dio del commercio e dei ladri,
la guida alle anime dei morti verso
il mondo sotterraneo ed è quello che
porta sogni ai mortali. Aveva inventato
la lira, la scala musicale, l’astronomia,
i pesi e le misure.
Come molti dei, Mercurio ha anche relazioni
amorose con dee, ninfe e mortali. Pan,
mezzo uomo e mezzo caprone, nacque dalla
sua unione con Driope (la figlia del
re Driops). Anche Abderus era suo figlio;
era il compagno dell’eroe Ercole.
Ermafrodite era nato dall’unione di
Mercurio e di Afrodite ed era una divinità
androgena. Mercurio era adorato in tutta
la Grecia, specialmente in Arcadia;
i festival in suo onore erano chiamati
Ermea.
Eolo — non il Dio e padre dei venti,
ma il progenitore della gente eolica,
una delle grandi stirpi degli Elleni
— aveva avuto dodici figli. Uno
di questi Atamante, re dei Mini
nella Beozia, aveva sposato Nefele,
la dea della nube, dalla quale gli
erano nati un figlio e una figlia:
Frisso ed Elle; poi era passato
a seconde nozze con una donna mortale,
Ino, figlia di Cadmo, fondatore
di Tebe.
La matrigna non amava i figliastri
e cercò di perderli. Indusse le
donne del paese a seminare chicchi
di grano tostato, dai quali, naturalmente,
non germogliarono messi. Una grave
carestia scoppiò e il re mandò uomini
a interrogare l'oracolo di Delo.
Ino corruppe i messaggeri e questi,
ritornando da Delo, riferirono non
il responso dell'oracolo, ma le
parole imposte dalla regina.
— La carestia cesserà soltanto se
Frisso sarà sacrificato a Giove
(Zeus).
«Cominciamo con Frisso — si era
detta la matrigna — dopo penseremo
a Elle». Atamante amava i suoi figli
e di sacrificare Frisso non voleva
affatto saperne; ma i sudditi insorsero
ed egli dovette piegare il capo.
Furono fatti i preparativi per il
sacrificio e il giovinetto era vicino
all'altare, quando Nefele, la madre
divina, mandò un ariete dal vello
d'oro, che le era stato donato da
Mercurio (Ermes) e che poteva correre
liberamente così sulla terra come
attraverso il cielo; Frisso ed Elle
montarono sulla groppa dell'ariete
e l'ariete, levatosi a volo, in
pochi istanti sparì all'orizzonte.
— Non guardare in giù, sorellina,
non guardare in giù — aveva subito
raccomandato Frisso.
Malauguratamente a un certo punto
del viaggio Elle abbassò gli occhi,
fu colta da vertigini, cadde e annegò
in quel tratto di mare che da lei
prese il nome di Ellesponto.
Il vello d'oro era, secondo la
mitologia greca, il vello di ariete
d'oro capace di volare, che Ermes
donò a Nefele e che fu, in seguito,
rubato da Giasone.
L'origine del mito [modifica]
Nefele fu ripudiata dal marito Atamante,
che sposò in seguito Ino. Ino odiava
Elle e Frisso, i figli che Atamante
aveva avuto da Nefele, e cercò di
ucciderli per permettere a suo figlio
di salire al trono.
Venuta a conoscenza dei piani di
Ino, Nefele chiese dunque aiuto
ad Ermes, che le inviò un ariete
dal vello d'oro. Esso caricò in
groppa i due e li trasportò, volando,
in Colchide. Ma Elle cadde in mare
durante il volo ed annegò. Frisso
invece arrivò a destinazione, dove
venne ospitato da Eete.
Frisso dunque sacrificò l'animale
agli dei, donando il vello ad Eete,
che lo nascose in un bosco, ponendovi
un drago di guardia.
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Giasone e gli argonauti [modifica]
Il vello venne successivamente rubato
da Giasone e dai suoi compagni,
gli Argonauti, con l'aiuto di Medea,
figlia di Eete.
Il mito sembrerebbe rifarsi ai primi
viaggi dei mercanti-marinai proto-greci
alla ricerca di oro, di cui la penisola
greca è assai scarsa. Da notare
che tuttora nelle zone montuose
della Colchide e delle zone limitrofe,
vivono pastori-cercatori d'oro seminomadi
che utilizzano un setaccio ricavato
principalmente dal vello di ariete,
tra le cui fibre si incastrano le
pagliuzze di oro.
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Il capo e organizzatore della spedizione,
Giasone, era figlio di Esone, ed
era discendente del dio Eolo. L’eroe
viveva a Iolco, dove suo zio Pelia
aveva usurpato il regno di Esone.
Il giovane Giasone venne affidato,
per crescere bene, alle cure del
Centauro Chirone, che gli insegnò
oltre a l’arte della guerra anche
la medicina.
L’avventura per la conquista del
Vello iniziò quando Giasone, divenuto
adulto, tornò al suo paese, vestito
in modo bizzarro: indossava una
pelle di pantera, ed aveva un piede
scalzo. Il giovane arrivò nella
piazza di Iolco mentre Pelia sta
eseguendo dei sacrifici per gli
dei. Il re non riconobbe Giasone,
ma si spaventò davanti a quella
strana figura perché un oracolo
gli predisse sciagure causate da
un uomo che camminava con un piede
nudo.
Dopo qualche giorno Giasone richiese
allo zio il trono. Pelia richiese
il Vello d’oro dell’ariete che aveva
trasportato Frisso in salvo in cambio
delregno.
Dovendo Giasone sottrarre il vello
d’oro che Eete, re della Colchide,
aveva nascosto nel tempio di Marte,
convocati i generali più forti della
grecia, costruì una nave, che chiamarono
Argo, prese le travi dal monte Pelio.
Tife (cerca gebat); Orfeo sollevava
con il canto il tedio della navigazione,
gli altri eroi, che sono chiamati
dal popolo Arg onauti, agitavano
i remi.
Solo Ercole ritardava un poco il
corso, o perchè opprimeva la nave
con il peso del corpo, o perchè
voleva riempire di cibo il suo ventre.
Questo, bevuta tutta l’acqua conservata
in (candis), mandò il giovane Ila
a cercarla alla vicina fonte (lymphas).
Non ritornando Ila, caduto nella
fonte, Ercole uscì dalla nave per
cercarlo, così liberati gli alleati
vennero liberati dal suo peso. Tuttavia
la nave, superato il ponto eleusino,
toccò la colchide, dove Giasone,
strappò il vello d’oro, con l’aiuto
di Medea, figlia del re Eete, che
dopo, per evitare l’ira del padre,
fuggì con Giasone in Tessaglia.
Argo
Argo era la mitica nave che portò
Giasone e gli Argonauti alla conquista
del vello d'oro.
Argo venne costruita dal carpentiere
Argo, e il suo equipaggio era protetto
dalla dea Era. La principale fonte
che ci ha trasmesso questo mito
è Le Argonautiche di Apollonio di
Rodi.
Secondo alcune versioni di questo
mito, si diche Argo fosse stata
progettata o costruita con l'aiuto
di Atena. Secondo altre versioni
questa nave conteneva nella sua
prua un frammento di | | |