Dinastia Mitologica   

 

 

 
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COSMOGONIA:     Caos    Cosmo     Divinità

TEOGONIA:   GEA    Urano    Ponto

Il Regno di Urano: Il regno di CRONO: Il regno di ZEUS:

Le Ninfe

Le sette spose e la discendenza di ZEUS
  1. Metis:  Atena
      • (Aracne    Tiresia    Narciso    Eco)
  2. Temi:
    • Le Ore:  Eunomia    Dike    Irene
    • Le Moire:  Cloto    Lachesi    Atropo
  3. Eurinome:
    • Le Cariti = Le Grazie:   Aglaia      Eufrosine     Talia.
  4. Demetra:  Persefone
      • Il Ratto di Proserpina.
  5. Mnemosine:
    • Le Muse: Clio      Euterpe      Talia       Melpomene      Tersicore
      Erato       Polimnia      Urania       Calliope.

  6. Leto:
    • Diana
    • Apollo:     (Dafne     Giacinto     Asclepio)

  7. Era (Moglie definitiva di Zeus) :
    • Ares       Efesto        Ilizia        Ebe.

Le amanti e i figli di Zeus.
  • ERIS:   Ate
  • REA:   Attis
  • ECHIDNA:   Agatirso    Gelone    Scite
  • EOS:    Ersa
  • ASTERIA:    Ecate
  • PERSEFONE:    Zagreo      Sabazio      Eubuleo
  • SELENE:    Ersa        Il Leone di Nemea        Pandia
  • EOS:    Erse
  • CALLIOPE:     i Coribanti
  • DORIDE:     Scamandro
  • MAIA:     Ermes
      • (Pan       I Satiri)
  • ALCMENA:     Eracle
  • DANAE:     Perseo
      • (la Medusa)
  • CIRCE: Fauno
  • EUROPA:      Minosse       Radamante       Sarpedonte       Dodone       Carno
      •   (Dedalo      Minotauro      Teseo)
  • LEDA  (dalle Uova):
      • Castore      Polluce
      • Elena      Clitemnestra
  • SEMELE:    Dioniso
  • OLIMPIADE:     Alessandro Magno
  • LAMIA:     Scilla        Sibilla Libica
  • NIOBE:    Argo        Pelasgo
  • IO:     Epafo


     
















     

     

     
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    DINASTIA MITOLOGICA GRECA

     

    COSMOGONIA

    La contemplazione dei cieli è stata e rimane una delle più lunghe e affascinanti avventure della mente umana. La suggestione, il fascino e lo sgomento che tali osservazioni hanno provocato, in passato fecero sì che astronomia e cosmologia permeassero ogni attività umana. L’uomo “primitivo” viveva immerso nell’Universo circostante con una compartecipazione ben più totalizzante, anche se ovviamente meno consapevole, dell’uomo “moderno”. Chi possedeva le chiavi per leggere e interpretare il cosmo suscitava rispetto e timore nelle proprie genti.

    Le inevitabili lacune della conoscenza umana si prestarono spesso ad essere riempite da credenze irrazionali (così almeno è come oggi ci appaiono) che portarono a miti e a dogmi religiosi.
    Anche la cosmologia, complesso di dottrine scientifiche o filosofiche che studiano l’ordine, i fenomeni e le leggi dell’universo, e la cosmogonia, cioè quella unione di miti e di teorie che ogni popolo ha elaborato per rendersi ragione dell’origine dell’Universo, sono state campo di battaglia di un conflitto che ancora oggi si combatte su diversi fronti: quello tra comprensione e ignoranza.
    Le cosmologie più antiche potranno apparirci ingenue: le nostre attuali conoscenze sono in grado di confutare pienamente l’asserzione che, per esempio, sia una lucertola a circondare e così facendo, tenere unito il nostro mondo.
    Esemplifichiamo la questione con una analogia: nel passaggio da due a tre dimensioni, quello che sembrava un piano su cui giacciono due circonferenze completamente separate, ci appare come un anello tagliato orizzontalmente dal piano su cui ci sembrava giacessero le circonferenze. La nostra conoscenza attuale ha, per così dire, aggiunto una dimensione in più al nostro punto di vista scientifico, rendendolo più completo e in grado di smascherare alcuni miti e dogmi [immagine]. Questo “gap” ci rende, in molti casi, indubbiamente più tranquilli e fiduciosi nelle nostre capacità di comprensione rispetto a quelle dei nostri predecessori.
    Ma “per apprendere in quale direzione si sviluppi la fisica, c’è solo un mezzo: confrontare il suo stato attuale con quello di un’epoca anteriore” (M. Planck, La conoscenza del mondo fisico).
    Studiando il passato si diventa più consapevoli del cammino dell’uomo in quella che si può definire “protoscienza” e quindi delle basi su cui poggiano le nostre attuali conoscenze scientifiche.
    Non si può inoltre negare la bellezza e il fascino ancestrale racchiuse nelle “storie del mondo”; gli uomini che ci hanno preceduto le hanno raccontate nel tentativo di rispondere alle stesse domande che ancora oggi sono la spinta di ogni ricerca umana, sia interiore che scientifica.

    Le domande, comuni agli uomini di ogni cultura e civiltà, trovano quindi una prima risposta nelle cosmologie “primitive”, se con questo termine intendiamo i sistemi non scientifici nel senso moderno del termine sviluppatisi prima delle teorie greche a tutti note o parallelamente ad esse, ma senza subirne le influenze.
    La lettura delle cosmogonie antiche porta a un’ulteriore riflessione: basterà molto meno di qualche migliaio di anni a trasformare la nostra scienza in “protoscienza”.
    Oggi con il termine “energia oscura” si intende quel fluido cosmico dalle proprietà peculiari (come una pressione negativa, capace di produrre una forma di repulsione gravitazionale ) che è stato ipotizzato per l'autoconsistenza dello schema attuale dell’universo: esso appare infatti piatto, ma manca la materia, anche oscura, che potrebbe renderlo tale; per di più appare in espansione accelerata. Se qualcuno sostenesse che un tale fluido (curioso e inquietante il nome che è stato scelto per descriverlo: quintessenza), non è altro che il nutrimento di quella enorme lucertola che racchiude l’universo, espandendosi con esso, nessuno scienziato attuale potrebbe dimostrare il contrario.


    CAOS


    “Lo Spazio che non è contenuto, ma che contiene tutto, è la personificazione primaria della semplice Unità... l’estensione illimitata”. “Ma l’estensione illimitata di che cosa?” “L’Ignoto Contenitore di Tutto, la Causa Prima Sconosciuta”. Questa è una definizione ed una risposta molto esatta.

    Lo Spazio è il Contenitore ed il Corpo dell’Universo. È un corpo di un’estensione illimitata, i cui Princìpi manifestano nel nostro mondo fenomenico soltanto la parte più grossolana.
    " Nessuno ha mai veduto gli Elementi nella loro pienezza". Noi dobbiamo attingere il nostro sapere dalle espressioni originali e dai sinonimi dei popoli primitivi.

    Il Chaos era chiamato dagli antichi privo di senno perché — il Chaos e lo Spazio essendo sinonimi — esso rappresentava e conteneva in sé tutti gli Elementi nel loro stato rudimentale e indifferenziato. Gli antichi facevano dell’?ther il quinto Elemento, la sintesi degli altri quattro; poiché l’?ther dei filosofi greci non era il suo residuo, per quanto in realtà essi avessero molte più cognizioni della scienza attuale su questo residuo (Etere), il quale si considera giustamente quale agente operatore di molte Forze che si manifestano sulla terra.

    Poiché l’Essenza dell’?ther, o lo Spazio Invisibile, era considerata divina in quanto si supponeva che fosse il Velo della Divinità, così essa veniva pure considerata quale intermediaria fra questa vita e quella successiva. Gli antichi ritenevano che quando le Intelligenze attive dirigenti — gli Dèi — si ritiravano da una porzione qualsiasi dell’?ther nel nostro Spazio, o dei quattro regni che essi governavano, allora quella particolare regione cadeva sotto il dominio del male, così chiamato a causa dell’assenza del bene.

    L’esistenza dello Spirito, l’Etere, è negata dal Materialismo, mentre la Teologia ne fa un Dio personale. II cabalista ritiene che ambedue siano in errore, e dice che nell’Etere gli elementi rappresentano soltanto la Materia, le Forze Cosmiche cieche della Natura, mentre lo Spirito rappresenta l’Intelligenza che le dirige. Le dottrine cosmogoniche Ariane, Ermetiche, Orfiche e Pitagoriche, sono tutte basate su una formula incontestabile, cioè che l’?ther e il Chaos, o, nel linguaggio platonico, la Mente e la Materia, erano i due princìpi primordiali ed eterni dell’Universo, del tutto indipendenti da qualsiasi altra cosa. Il primo di essi era il princìpio intellettuale che tutto vivifica, mentre il Chaos era un princìpio liquido “senza forma né intelletto”; dalla loro unione nacque l’Universo, o piuttosto il Mondo Universale, la prima Divinità androgina — divenendo la Materia Caotica il suo Corpo e l’Etere la sua Anima. Secondo la fraseologia di un frammento di Hermeias: “Il Chaos, ottenendo l’intelletto da questa unione con lo Spirito, risplendette di piacere e così fu generato il Protogono, la Luce (Primogenita)”. Questa è la Trinità Universale, basata sulle concezioni metafisiche degli antichi, i quali, ragionando per analogia, fecero dell’uomo, che è un composto di Intelletto e di Materia, il Microcosmo del Macrocosmo, o Grande Universo.

    “La Natura aborre il Vuoto”, dicevano i Peripatetici, i quali, benché materialisti alla loro maniera, comprendevano forse perché Democrito ed il suo maestro Leucippo insegnassero che i primi princìpi di tutte le cose contenute nell’Universo erano gli Atomi ed il Vuoto. Quest’ultimo significa semplicemente la Forza latente o la Divinità, la quale, precedentemente alla sua prima manifestazione — quando divenne la Volontà che dette il primo impulso a questi Atomi — era il grande Nulla, o Nessuna-Cosa; e di conseguenza, in ogni senso, un Vuoto o Chaos.

    COSMO

    Nelle antiche filosofie, Chaos, Theos, Kosmos, e Spazio, sono identificati per tutta l’eternità come lo Spazio Unico Ignoto, di cui l’ultima parola non sarà forse mai conosciuta. Inoltre, la parola stessa “Dio”, al singolare, che include tutti gli Dèi o Theoi, pervenne alle nazioni civili “superiori” da una strana sorgente, da una sorgente interamente e
    preminentemente fallica quale è quella del Lingham indiano nella sua nuda franchezza.
    Alle razze latine esso pervenne dall’ariano Dyaus (il Giorno); agli slavi dal Bacco greco (Bagh-bog); ed alle razze sassoni direttamente dall’ebraico Yod o Jod. Quest’ultimo è maschio e femmina, e Yod è il fallico gancio. Di qui deriva il sassone Godh, il germanico Gott e l’inglese God. Si può dire che questa parola simbolica rappresenti il Creatore dell’Umanità Fisica, sul piano terrestre; ma certamente non aveva niente a che fare con la Formazione o “Creazione” sia dello Spirito che degli Dèi o del Cosmo.

    Chaos-Theos-Kosmos, la Triplice Divinità, è tutto in tutto. Di conseguenza, si dice che essa è maschio e femmina, bene e male, positivo e negativo, l’intera serie delle qualità contrarie. Quando è latente non è conoscibile e diviene la Divinità Inconoscibile. Essa può essere conosciuta soltanto nelle sue funzioni attive, e quindi quale Forza-Materia e Spirito vivente, le correlazioni e la risultante, o l’espressione sul piano visibile, dell’Unità ultima e per sempre sconosciuta. A sua volta questa Triplice Unità produce i Quattro Elementi Primari, conosciuti nella nostra Natura terrestre visibile, ciascuno divisibile in sottoelementi, dei quali circa una settantina sono conosciuti dalla Chimica. Ogni Elemento Cosmico come il Fuoco, l’Aria, l’Acqua e la Terra, partecipando delle qualità e dei difetti dei loro Primari, è, nella sua natura, Bene e Male, Forza o Spirito, e Materia, ecc.; e ciascuno, quindi, è in pari tempo Vita e Morte, Salute e Malattia, Azione e Reazione. Essi formano costantemente la Materia sotto l’impulso incessante dell’Elemento Unico, l’inconoscibile, rappresentato nel mondo dei fenomeni dall’Aether. Essi sono “gli Dèi immortali che danno nascita e vita a tutto”.


    Empedocle.

    Empedocle (ca. 450 a.C.), chiamava questi elementi "rizòmata" ("radici", plurale di "rizoma" ) di tutte le cose, immutabili ed eterne. L'unione di tali radici determina la nascita delle cose, e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione.

    L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze cosmiche e divine Amore (Eros) e Discordia (Eris, o Odio), secondo un processo ciclico eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono riunite in un Tutto omogeneo, nel Cosmo, il regno dove predomina Eros. Ad un certo punto, sotto l'azione di Eris, inizia una progressiva separazione delle radici. L'azione della Discordia, non è ancora distruttiva, dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile che determina la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro mondo. Quando poi Eris prende il sopravvento su Eros, e ne annulla l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che dà nuovamente vita al mondo. Infine, quando Eros si impone ancora totalmente su Eris si ritorna alla condizione iniziale del Cosmo. Da qui il ciclo ricomincia.

    Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva aggregazione delle radici. Tale unione, non ha carattere finalistico, è assolutamente casuale. E tale casualità si evidenzia a proposito degli esseri viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a formare arti e membra separati, che solo in seguito si uniranno, sempre casualmente tra di loro. Nascono così mostri di ogni specie (come ad esempio il Minotauro), che, dice Empedocle quasi anticipando Charles Darwin, sono scomparsi solo perché una selezione naturale favorisce alcune forme di vita rispetto ad altre, meglio organizzate e perciò più adatte alla sopravvivenza.

    Per Empedocle le quattro radici sono anche alla base della conoscenza. Egli infatti sostenne che i processi della percezione sensibile (degli oggetti esterni) e della conoscenza razionale fossero possibili solo in quanto esisteva una identità di struttura fisica e metafisica tra il soggetto conoscente, ossia l’uomo, e l’oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l’uomo che gli enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle quattro radici ed erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità rendeva possibile il processo della conoscenza umana, che si basava dunque sul criterio del simile. Infatti così affermò Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, il fuoco con il fuoco, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio».



    La Tetraktys pitagorica

    Per i pitagorici, la "Tetraktys" rappresentava la successione aritmetica dei primi quattro numeri naturali (o più precisamente numeri interi positivi), un «quartetto» che geometricamente «si poteva disporre nella forma di un triangolo equilatero di lato quattro», ossia in modo da formare una piramide che sintetizza il rapporto fondamentale fra le prime quattro cifre e la decade: 1+2+3+4=10. «A dimostrazione dell'importanza che il simbolo aveva per Pitagora [c. 575 a.C. - c. 495 a.C.], la scuola portava questo nome e i suoi discepoli prestavano giuramento sulla tetraktys.»


    Il significato simbolico.

    A ogni livello della tetraktys corrisponde uno dei quattro elementi:

      1° livello. Il punto superiore: l'Unità fondamentale, la compiutezza, la totalità, il Fuoco

      2° livello. I due punti: la dualità, gli opposti complementari, il femminile e il maschile, l'Aria

      3° livello. I tre punti: la misura dello spazio e del tempo, la dinamica della vita, la creazione, l'Acqua

      4° livello. I quattro punti: la materialità, gli elementi strutturali, la Terra.

    A sua volta il dieci rimanda all'Unità poiché 10=1+0=1. Inoltre «nella decade "sono contenuti egualmente il pari (quattro pari: 2, 4, 6, 8) e il dispari (quattro dispari: 3, 5, 7, 9), senza che predomini una parte". Inoltre risultano uguali i numeri primi e non composti (2, 3, 5, 7) e i numeri (4, 6, 8, 9) secondi e composti. Ancora essa "possiede uguali i multipli e sottomultipli: infatti ha tre sottomultipli fino al cinque (2, 3, 5) e tre multipli di questi, da sei a dieci (6, 8, 9)". Infine, "nel dieci ci sono tutti i rapporti numerici, quello dell'uguale, del meno-più e di tutti i tipi di numero, i numeri lineari, i quadrati, i cubi. Infatti l'uno equivale al punto, il due alla linea, il tre al triangolo, il quattro alla piramide"». Forse «è nata così la teorizzazione del "sistema decimale" (si pensi alla tavola pitagorica)», tuttavia solo per quanto riguarda la Grecia e non per l'intera storia della civiltà e della matematica, che attesta la preesistenza di tale intuizione rispetto ai Pitagorici.



    Aristotele

    A questi quattro elementi Aristotele ne aggiungerà un quinto che egli chiamerà Etere e che costituisce la materia delle sfere celesti.

    L'etere (confluito in latino come aether), sinonimo di quintessenza (dal latino medievale quinta essentia), era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il fuoco, l'acqua, la terra, l'aria.

    Aristotele credeva che l'etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'etere, il cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento.

    Secondo gli alchimisti medievali, l'etere sarebbe il composto principale della pietra filosofale. Essi indicarono con l'etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza.


    L’intera allegoria è altamente filosofica, e in realtà la troviamo ripetuta in tutti gli antichi sistemi di filosofia. Così la ritroviamo in Platone, il quale, avendo pienamente abbracciate le idee che Pitagora aveva portate dall’India, le rielaborò e le pubblicò in una forma più intelligibile di quella del misterioso sistema numerico originale del Saggio di Samo. Così, in Platone, il Kosmos è il “Figlio”, che ha per Padre e Madre il Pensiero Divino e la Materia.

    La scienza moderna considera con disprezzo la Cosmolatria come una superstizione. Però, prima di deriderla, la scienza stessa dovrebbe, come consigliava uno scienziato francese, “riformare completamente il proprio sistema di educazione cosmopneumatologica.



    I moderni Caos - Energia - Vuoto
    Il “vuoto” appare come “nulla” ed in termini matematici lo si definisce come “zero” , perché esso è lo stato di “vuoto” o di “energia zero” = energia potenziale del "vuoto", che però di fatto non è un vuoto assoluto ma e' un pieno totale; infatti gli scienziati hanno scoperto recentemente che il “vuoto” non è vuoto, ma alla temperatura dello zero assoluto vi è una energia fondamentale E, che chiamano “Energia duale” E = E+ ed E- (energia duale ed indissolubile).

    Definizione di E
    E+, e' formata dai famosi “Puncta” di Ruggero Boscovich, scienziato del 1700, che per primo formulò una teoria unificata fra micro cosmo e macrocosmo, teoria simile ad alcune moderne.
    Questa Energia E, si manifesta per contrapposti (E+ ed E-), ciò significa che il “Puncta”, che ha la caratteristica di sembrare una "particella" in realta' e' un buco puntiforme virtuale CentroMosso = un vortice, questo "buco" è eternamente instabile e quindi in moto eternamente potenziale, e quando incontra - interagisce - un altro puncta (dello stesso tipo di energia a potenziale diverso E- ), forma una coppia, vi si avviluppa e forma di conseguenza, per il suo intrinseco movimento centro mosso, un vortice di energia/moto (Energia Cosmica) che li “lega assieme”, li coniuga, li sposa, formando l’insieme denominato: "particella" multiforme ("parte" di un insieme di "celle" )= curvatura dello spazio-tempo e dell'ETERe fluttuante, ma eternamente stabile in loco ed in eterno movimento sussultorio, come le onde nella massa dell'oceano .
    L’Energia null’altro e’ che la “variazione pulsante dell'Etere.


    Definizione di Vuoto e di campo
    La teoria quantistica dei Campi della fisica moderna ci costringe ad abbandonare la classica distinzione fra particelle materiali e vuoto. La teoria del campo gravitazionale di Einstein e la teoria dei campi mostrano entrambe che le particelle non possono essere separate dallo spazio che le circonda. Da una parte, esse determinano la struttura di questo spazio, mentre dall'altra non possono venire considerate come entità isolate, ma devono essere viste come condensazioni di un campo continuo che è presente in tutto lo spazio.
    Nella teoria dei campi, il campo è visto come la base di tutte le particelle e delle loro interazioni reciproche.
    "II campo esiste sempre e dappertutto (e' il nome moderno dell'Etere degli antichi), non può mai essere eliminato. Esso è il veicolo di tutti i fenomeni materiali. È il "vuoto" dal quale il protone crea i mesoni n. L'esistere e il dissolversi delle particelle sono semplicemente forme di moto del campo".
    Infine, la distinzione tra materia e spazio vuoto dovette essere abbandonata quando divenne evidente che le particelle virtuali possono generarsi spontaneamente dal vuoto, e svanire nuovamente in esso, senza che sia presente alcun nucleone o altra particella a interazione forte. Qui un "diagramma vuoto-vuoto" per un processo di questo tipo: tre particelle - un protone (p), un antiprotone (f), e un pione (n) - emergono dal nulla e scompaiono nuovamente nel vuoto.
    Secondo la teoria dei campi, eventi di questo tipo avvengono di continuo. Il vuoto è ben lungi dall'essere vuoto.
    Al contrario, esso contiene un numero illimitato di particelle che vengono generate e scompaiono in un processo senza fine.
    In questo aspetto della fisica moderna c'è dunque la più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo orientale. Il "vuoto fisico" — come è chiamato nella teoria dei campi — non è uno stato di semplice non-essere, ma contiene la potenzialità di tutte le forme del mondo delle particelle. Queste forme, a loro volta, non sono entità fisiche indipendenti, ma soltanto manifestazioni transitorie del Vuoto soggiacente ad esse. Come dice il sùtra, "la forma è vuoto, e il vuoto in realtà è forma".
    La relazione tra le particelle virtuali e il vuoto è una relazione essenzialmente dinamica; il vuoto è certamente un "Vuoto vivente, cioe' intelligente" = Vuoto QuantoMeccanico -, pulsante in ritmi senza fine di "creazione e distruzione", che si puo' definire un eterno "amplesso".
    La scoperta della qualità dinamica del vuoto è considerata da molti fisici uno dei risultati più importanti della fisica moderna. Dall'avere una funzione di vuoto contenitore dei fenomeni fisici, il "nuovo" vuoto è passato ad essere una qualita' e quantità dinamica della massima importanza.
    I risultati della fisica moderna sembrano quindi confermare le parole del saggio cinese Chang Tsai: "Quando si conosce che il Grande Vuoto è pieno di Ki, si comprende che non esistono cose quali il non-essere".

     




    DIVINITA'

    La Cosmogonia, oltre agli elementi (Fuoco, Aria, Acqua, Terra), considera anche le divinità. Queste divinità esistono come essenze vitali oscure e capricciose finché Eros non le induce ad armonizzare ed acquisire delle personalità più clementi come la Concordia. E allora Caos, miscuglio indescrivibile ed inestricabile, incomincia a delinearsi come Cosmo e quindi ordine.
    Le divinità derivano o direttamente dal Caos, oppure dalla interazione fra le entità divine stesse (Erebo e la Notte "Nyx" generano i loro opposti Etere e il Giorno):

    • Erebo: una specie di abisso senza fondo fatto di tenebre.
    • Tartaro: il luogo sotterraneo in cui i malvagi subivano i dovuti tormenti.
    • Nyx: la notte buia e misteriosa che dava però riposo e portava buoni consigli;
    • Emera: Il giorno.
    • Destino ( o Fato):  una divinità ora benigna e ora ostile, in ogni modo divinità potentissima ed inesorabile dai voleri imperscrutabili, alla quale tutti gli altri dèi dovevano sottomettersi e ubbidire.
    • Niente e nessuno poteva cambiare ciò che egli aveva stabilito.
    • Ubris: Tracotanza, insolenza compiuta verso gli dei. Il sentimento dell'uomo di volersi fare pari agli dei, puntualmente punito severamente.
    • Dione l'istinto sessuale

    E altre divinità:
    il Biasimo, la Pena, il Sonno, i Sogni, l'Inganno, la Brama, la Rissa, il Travaglio, l'Oblio, la Fame, la Vecchiaia, la Morte, ...

     

    TEOGONIA

    GEA

    (Gaia o la Tellus romana) non nasce dal Caos, ma sorge o si desta quando Eros inizia a interagire con Eris per ripristinare il Cosmo. E' la prima Dea, madre di tutti gli Dei e degli uomini.

    Come vedremo negli eventi divini, gli dei per procreare si uniscono fra di loro, ma si possono unire pure alle divinità derivate dal Caos, e pure con gli uomini. Gea invece creò i primi suoi figli da se stessa:

  • URANO ( il cielo stellato).
  • PONTO (il mare profondo)


  • PONTO e Gea procrearono:
  • Nereo: il mare in bonaccia, fu il padre delle Nereidi
  • Taumante: Il maestoso mare. Padre delle Arpie e di Iride.
  • Euribia: la violenza del mare tempestoso, sposò il Titano Crio
  • Forco e Ceto: Fratello e sorella, i pericoli del mare in tempesta.
  • E dalla loro unione nacquero le Fòrcidi, ossia le Graie e le Gorgoni, ed un serpente dal terribile aspetto. Quest'ultimo era il custode nelle caverne dei pomi aurei.

    le Graie (Enio, Perfredo e Dino) erano tre vecchie dai capelli grigi ed un solo occhio che facevano da sentinelle alle Gorgoni  (Steno, Eurialo e Medusa). Di queste, le prime due erano immortali e non potevano invecchiare, la terza invece era mortale. Esse abitavano "sull'altra riva dell'inclito Oceano, all' estremità del mondo presso il soggiorno della Notte, dove si trovano le Esperidi dalla voce sonora".

    Medusa, il cui nome in greco significa "colei che domina", inizialmente era stata una donna bellissima con capelli meravigliosi. Poseidone si innamorò di lei, si trasformò in uccello e la rapì. La sedusse nel tempio di Atena, e Medusa nascose il volto dietro l'egida della dea. Atena, offesa sia per averli scoperti nel suo tempio, sia perchè la Gorgone aveva osato vantare i suoi capelli come più belli di quelli della dea, la punì trasformandola in mostro con gli occhi di fuoco, la lingua penzolante, con zanne enormi e serpi al posto dei capelli. Inoltre, pietrificava chiunque la guardasse.


    Gea come sposo scelse Urano e assieme governarono il creato dando inizio a...

    Il REGNO DI URANO
    Gea (la Dea Madre) e Urano (il cielo stellato) generarono:

  • tre Ecatonchiri (o Centimani): Briareo (o Egemone), Gie (o Gige) e Cotto.

    Gea li generò fecondata dalla pioggia che Urano fece cadere dal cielo sulla Terra.
    Ognuno di loro aveva cento braccia e cinquanta teste che sputavano fuoco, il resto del corpo (quindi dal busto in giù) era di aspetto umano.
    Non erano giganti, ma uomini. Sono i primi mostri ad apparire nella “cronologia mitologica” greca; sono perciò appartenenti a quella schiera di mostri che è stata definita come “Prima Generazione Cosmica”. Una progenie rinnegata degli dei, che le stesse divinità hanno paura di affrontare.

  • tre Ciclopi: Bronte (tuono), Sterope (fulmine) ed Arge (lampo).
      In epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano tre stirpi di ciclopi:

    • I figli di Urano e Gea appartengono alla prima generazione divina di Ciclopi. "Costruttori", che avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da blocchi enormi il cui peso e dimensione sembrano sfidare le forze umane (le "mura ciclopiche");
    • Poi c'erano gli alti conoscitori dell'arte della lavorazione del ferro: Ciclopi aiutanti di Efesto (Vulcano). Ciclope (significa 'occhio rotondo'). Caratterizzati dalla presenza di un solo occhio.
    • Nell'Odissea di Omero (libro IX), Ulisse incontra in Sicilia i loro figli: i barbari Ciclopi, che, ormai scordata l'arte degli avi che lavoravano come fabbri, vivevano dediti alla pastorizia e isolati l'uno dall'altro in caverne.
      « Questi si affidano
      ai numi immortali: non piantano alberi,
      non arano campi; ma tutto dal suolo
      per loro vien su inseminato e inarato,
      orzo e frumento e viti che portano vino
      nei grappoli grossi, che a loro matura
      la pioggia celeste di Zeus »
      (Odissea, IX, 107-111)

      Omero dà il nome di uno solo di loro, Polifemo, che fece prigioniero Ulisse e i suoi compagni.
    •     Una qualche verità storica riguardo all'esistenza di una popolazione o tribù che rispondesse al nome di "Ciclopi" ci viene data da Tucidide nel libro VI delle sue Storie allorquando si accinge a parlare delle popolazioni barbare esistenti in Sicilia prima della colonizzazione greca.
      Così scrive:
          « Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: basti quello che è stato detto dai poeti e quello che ciascuno in un modo o nell'altro conosce al riguardo. »

          L'ipotesi più attendibile rimane oggi quella secondo cui i Ciclopi, antichi fabbri, fossero in realtà degli artigiani emigrati da oriente fino alle isole Eolie dove si sono trovate tracce della lavorazione dei metalli.
         I riscontri archeologici potrebbero così confermare il mito che li voleva residenti proprio su tali Isole. La presenza di un occhio solo potrebbe essere una tradizione legata all'usanza di coprire con una benda l'occhio sinistro per proteggerlo dalle scintille ovvero da un ipotetico tatuaggio sulla fronte rappresentante il Sole, essere cui questi antichi artigiani poterono probabilmente essere devoti.


  • 12 Titani:

    Sei maschi

  • Oceano
  • Ceo
  • Crio
  • Iperione
  • Giapeto
  • Crono

  • Sei femmine (Titanidi)

  • Tea
  • Rea
  • Temi
  • Teti
  • Febe
  • Mnemosine

  • Vivevano su una montagna della Tessaglia. Erano talmente forti che ancora oggi si usa dire uno sforzo o una forza titanica per indicare una forza veramente grande.

        Urano, disgustato dall'aspetto mostruoso dei suoi figli, i Ciclopi e gli Ecatonchiri  e ossessionato dall'idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell'universo, li fece sprofondare tutti al centro della terra.


    IL SANGUE DI URANO

    Gea, triste e irata per la sorte che Urano il suo sposo aveva destinato ai figli decise di reagire. Costruì all'insaputa di Urano un falcetto con del ferro estratto dalle sue viscere e radunati i suoi figli Titani, tentò di convincerli a muovere guerra contro il padre. Ma uno solo, il più giovane osò seguire il consiglio della madre, il titano Crono, che armato dalla madre, si nascose nella Terra ed attese l'arrivo del padre. Era infatti abitudine di Urano, discendere la notte dal cielo per abbracciare la sua sposa nell'oscurità. Non appena Urano si presentò, Crono saltò fuori e con una mano immobilizzò il padre, mentre con l'altra lo evirava con il falcetto.

    I genitali di Urano caddero a fecondare la schiuma del mare, e da una conchiglia nacque . . .

  • Afrodite la dea dell'amore.

    Nata dalla spuma fecondata del mare dentro una conchiglia, fu spinta da Zefiro sulla spiaggia dell'isola di Cipro:

    Afrodite venne subito accolta a Cipro dalle Ore che erano le figlie di Temi (dea dell'ordine dei sessi, insito nella natura);esse la rivestirono perché era emersa dalla conchiglia nuda. Soltanto dopo essere stata vestita, adornata e incoronata, Afrodite con solenne pompa, fu introdotta all'Olimpo, dove tutti gli dei furono conquistati dal suo fascino; un po' meno le dee, gelose di vedere offuscato il loro prestigio femminile, e sopra tutte, Giunone e Minerva. La conchiglia fu da allora considerata un animale marino sacro alla grande dea dell'amore.

    La Venere dei Romani, dea della bellezza e dell'amore sensuale; era rappresentata, il corpo cinto di rose e di mirto, velato il fiore della sua femminilità da una misteriosa cintura, tirato il carro da passeri, colombi e cigni, col giocondo corteggio del riso, dei giochi, dello zefiro, delle grazie e degli amorini.
    Nonostante l'aspra gelosia di Giunone (ERA) non impedì però a questa, di implorare in prestito dalla rivale il prezioso cinto, quando tentò di riaccendere l'amoroso fuoco, ormai assopito, nel marito Giove, l'eterno infedele: e, in quella congiuntura, Ermete (Mercurio) trovò modo di trafugare, sagace maestro di frodi, dalle stesse mani di Giunone l'afrodisiaco Cinto che Afrodite stentò poi a recuperare.


    Dea dell'amore e della bellezza, rappresenta l'attrazione tra le parti dell'universo. Simboleggia anche l'istinto naturale di fecondazione e di generazione con cui gli esseri si riproducono con i quattro elementi in eterno.

    Amata dagli dèi e dai mortali, Afrodite aveva una sfera di potenza vastissima; era venerata con vari epiteti alludenti alla sua qualità di suscitatrice della vegetazione e protettrice della navigazione o dei combattenti (in tal caso era venerata accanto ad Ares).Gli epiteti di "celeste" e di "tutto il popolo" sono riferiti ad Afrodite quale dea dell'amore spirituale e sensuale. Il suo culto era originario di Cipro ma la più antica sede era l'isola di Citera. In Occidente ebbe il maggior centro in Sicilia.

    Le Moire assegnarono ad Afrodite un solo compito divino, quello di fare l'amore; ma un giorno Atena la sorprese mentre segretamente tesseva un telaio, e si lagnò che tentasse di usurpare le sue prerogative; Afrodite le fece le scuse e da quel giorno non alzò più nemmeno un dito per lavorare.

    Diede figli ad Ares, Efesto, Dioniso, Ermes; ebbe Enea, dall'eroe Anchise, ma il suo grande amore fu Àdone. All'antichissima, e certo più diffusa, tradizione di Afrodite terrestre e sensuale, fu col tempo contrapposta, sull'autorevole testimonianza del poeta Esiodo, l'altra celeste e spirituale, simbolo della forza animatrice della natura, e rappresentata con in mano lo scettro ed in fronte una stella.


  • Ares e Afrodite


  • Ben di rado Afrodite cedeva in prestito alle altre dee il magico cinto che faceva innamorare chiunque lo portasse, poiché era molto gelosa dei suoi privilegi. Zeus l'aveva data in sposa a Efesto, il dio fabbro zoppo. Ma il vero padre dei tre figli che diede alla luce, Fobo, Deimo e Armonia, era Ares, l'impetuoso, litigioso e ubriacone dio della guerra. Efesto non si accorse di essere ingannato finché gli amanti non indugiarono a letto troppo a lungo nel palazzo di Ares in Tracia, ed Elio, sorgendo nel cielo, lì scoprì intenti ai loro piaceri, e andò a raccontare tutto a Efesto.
    Efesto, furibondo, si ritirò nella sua fucina e forgiò una rete di bronzo, sottile come un velo ma solidissima, e la assicurò segretamente ai lati del suo talamo. Quando Afrodite ritornò dalla Tracia, tutta sorrisi e con la scusa pronta (assicurò infatti che si era recata a Corinto per sbrigare certe faccende), Efesto le disse: "Perdonami, cara consorte, ma debbo recarmi per una breve vacanza a Lemno, la mia isola favorita". Afrodite non si offrì di accompagnarlo, anzi, non appena Efesto fu partito, mandò a chiamare Ares, che si precipitò al palazzo. Ambedue si coricarono senza perder tempo nel talamo di Efesto, ma all'alba si trovarono prigionieri della reteº, completamente nudi e senza possibilità di scampo. Efesto, ritornato dal suo viaggio, li colse sul fatto e invitò tutti gli dei a far da testimoni al suo disonore. Annunciò poi che non avrebbe liberato la moglie finché non gli fosse stata restituita la preziosa dote che aveva dovuto pagare a Zeus, padre adottivo della sposa.
    Gli dei accorsero subito per vedere Afrodite nell'imbarazzo, ma le dee, per un delicato senso di pudore, rimasero a casa. Apollo, canzonando Ermes, gli disse: "Scommetto che non ti spiacerebbe trovarti al posto di Ares, con la rete e il resto." Ermes giurò sulla sua testa che non gli sarebbe dispiaciuto affatto, anche se le reti fossero state tre anzichè una, e, mentre le dee scuotevano la testa in segno di disapprovazione, Ermes e Apollo scoppiarono in una gran risata.
    Zeus era così disgustato che rifiutò di restituire la dote o di intromettersi in un litigio tanto volgare tra moglie e marito, dichiarando che Efesto era stato uno sciocco a mettere in piazza gli affari suoi. Poseidone che, al vedere il nudo corpo di Afrodite, si era subito innamorato di lei e a fatica celava la sua gelosia per Ares, finse di prendere le parti di Efesto. "Poiché Zeus rifiuta di venirti in aiuto", gli disse, "propongo che Ares, per riavere la libertà, ti paghi il valore equivalente alla dote di cui si discuteva poc'anzi." "Benissimo", disse Efesto di cattivo umore, "ma se Ares non mantiene la promessa dovrai prendere il suo posto sotto la rete." "In compagnia di Afrodite?", chiese Apollo ridendo. "Non posso nemmeno immaginare che Ares non mantenga la promessa", disse Poseidone, "ma se non la mantenesse, sono disposto a pagare il debito in vece sua e a sposare Afrodite." Così Ares fu rimesso in libertà e ritornò in Tracia, mentre Afrodite andò a Pafo, dove recuperò la propria verginità bagnandosi nel mare.
    Afrodite ringraziò a modo suo anche Poseidone per essere intervenuto in suo favore, e gli generò due figli, Rodo ed Erofilo. Inutile dire che Ares non mantenne la sua promessa, sostenendo che, se Zeus si era rifiutato di pagare, egli poteva fare altrettanto. Alla fine Efesto rinunciò al risarcimento, perché era pazzamente innamorato di Afrodite e non aveva intenzione di divorziare da lei.




  • Anchise ed Enea


  • Benché Zeus, contrariamente a quanto taluni sostengono, non giacesse mai con Afrodite, sua figlia adottiva, la magica cintura agiva anche su di lui sottoponendolo a una tentazione continua, ed egli infine decise di umiliare la dea facendola innamorare disperatamente di un mortale. Costui fu il bell'Anchise, re dei Dardiani, nipote di Ilo: una notte, mentre egli dormiva nella sua capanna di mandriano sul monte Ida, presso Troia, Afrodite si recò da lui travestita da principessa frigia, il corpo avvolto in un manto di un bel rosso sgargiante, e si giacque con Anchise su un letto di pelli d'orso e di leone, mentre le api gli ronzavano intorno.³ Quando all'alba si separarono, Afrodite rivelò al giovane la sua identità e gli fece promettere di non dire ad alcuno che era andato a letto con lei. Anchise, atterrito all'idea di aver svelato la nudità di una dea, la supplicò di risparmiargli la vita. Afrodite lo rassicurò dicendo che non aveva nulla da temere e che il loro figliolo sarebbe diventato famoso. Alcuni giorni dopo, mentre Anchise stava bevendo in compagnia di certi amici, uno di essi gli chiese: "Non pensi sia più piacevole andare a letto con le figlia del Tal dei Tali anziché con Afrodite?" "No", rispose sbadatamente Anchise, "perché sono andato a letto con tutti e due e il paragone mi sembra assurdo".
    Zeus udì questa vanteria e scagliò contro Anchise una folgore che l'avrebbe ucciso senz'altro, se Afrodite non l'avesse salvato all'ultimo momento proteggendolo con la magica cintura. La folgore scoppiò ai piedi di Anchise senza ferirlo, ma lo spavento fu tale che il giovane da quel giorno non riuscì più a raddrizzare la schiena e Afrodite, dopo avergli generato il figlio Enea, perse ogni interesse per lui.




  • Dioniso e Priapo


  • Afrodite cedette poi alle lusinghe di Dioniso e gli generò Priapo, un orrendo fanciullo dagli enormi genitali: fu Era che gli diede quell'osceno aspetto, in segno di disapprovazione per la promiscuità di Afrodite. Priapo è giardiniere e porta sempre con sé un coltello da potatura.
    Nato deforme con pancia enorme, lingua lunga e membro mostruosamente smisurato.
    Nascendo così brutto Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò ad Abarnis (campo dei mentitori) regione intorno a Lampsaco nella Misia. Lo allevarono dei pastori che dalla sua mostruosità fallica ne avevano tratto dei buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi.

    Il culto di Priapo risale ai tempi di Alessandro Magno e fu largamente ripreso anche dai Romani, soprattutto collegato ai riti dionisiaci e alle orge dionisiache. Così Priapo divenne il dio dell'istinto sessuale e della forza generativa maschile e della fertilità delle campagne: proteggeva gli orti e le vigne dai ladri e dai golosi uccelli. Spesso, cippi di forma fallica venivano usati a delimitare gli agri di terra coltivabile. Questa tradizione è continuata nel corso dei secoli, infatti ancora oggi, possiamo trovare diversi esempi di cippi fallici in Italia, nelle campagne di Sardegna, Puglia (soprattutto nella provincia di Lecce) e Basilicata o nelle zone interne di Spagna, Grecia e Macedonia.

    Nell'arte romana, veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie. Il suo enorme membro era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio. Inoltre, il culto del membro virile eretto, nella Roma antica era molto diffuso tra le matrone di estrazione patrizia a propiziare la loro fecondità e capacità di generare la continuità della gens. Per questo, il fallo veniva usato anche come monile da portare al collo o al braccio. Sempre a Roma, le vergini patrizie, prima di contrarre matrimonio, facevano una particolare preghiera a Priapo, affinché rendesse piacevole la loro prima notte di nozze.

    Dopo un banchetto Priapo, ubriaco, tentò di fare violenza A Estia, ma un asino col suo raglio svegliò la dea che dormiva e gli altri dèi, che lo costrinsero a darsi alla fuga. L'episodio ha un carattere di avvertimento aneddotico per chi pensi di abusare delle donne accolte in casa come ospiti, sotto la protezione del focolare domestico: anche l'asino simbolo della lussuria condanna la follia criminale di Priapo.

    Ogni anno a Priapo veniva sacrificato un asino, questo rito venne istituito dallo stesso Priapo. Ad espiazione dell'accaduto il dio pretese un sacrificio annuale di un asino. Anche a causa dell'importanza che esso aveva nella vita contadina, sia per una sorta di analogia fra i membri virili di Priapo e dell'asino.

    Era figurato come vecchio barbuto seminudo munito di falce e con un enorme membro eretto.
    Ispirò la poesia Priapea dai versi e dai contenuti alquanto sconci. Ci sono giunti all'incirca 80 carmi priapei.




  • Plutone ed Erice


  • "Dalla vita sciolse la cintura, ricamata e variopinta,
    dov'erano racchiusi tutti gli incanti; vi erano amore, desiderio,
    dolci parole e la seduzione che rapisce la mente...".

    Omero (Iliade - canto XIV)

    Così Omero dice di Venere e della sua cintura che potrebbe benissimo essere caduta sulla Terra a stringere la vetta del monte Erice, e qui, aver seminato tutti i suoi incantamenti. Qui, “Venere, dall'alto della sua vetta, vide Plutone( il dio degli Inferi) che ancora vagava, e stretto a sé il suo alato figliolo disse: Armi e mani mie, figlio, strumento della mia potenza, prendi le frecce con cui vinci tutti, o Cupido, e scagliane una veloce nel petto del dio a cui è toccato in sorte l'ultimo dei tre regni …” (Ovidio, Metamorfosi, libro V - 360- 368), decretando in un momento la sorte del dio delle tenebre, di Proserpina, della madre Cerere, colei che fece dono del grano agli abitanti dell'isola Trinacria, e di un'altra città, anch'essa a giocar con le nuvole nel cuore più alto dell'isola.
    Qui, su questo monte che porta il nome del re , nacque Erice per volere di Afrodite e di Plutone, tutto si riconcilia e trova fondamento: la bellezza e l'immensità convivono stretti in un unico sguardo, infinito e sublime oggi come nel giorno in cui Venere allevava quì il suo piccolo Cupido.

    Erice era dunque eroe e re degli Elimi, ed è il nome che diede alla montagna sulla cui cima venne edificato il tempio di Afrodite Ericina, sua madre. La nascita della città è però anche egata alla figura di Enea che condivide con il re Elimo la madre. Nella narrazione virgiliana, Enea approda sulla costa ai piedi del monte e celebra il rito funebre per il padre Anchise. L'incidente di alcune navi lo costringe poi a lasciare qui alcuni suoi compagni che fondano, appunto, la città.
    Essendo Ercole giunto dunque nel territorio di Segesta, Erice , che era un gran lottatore (come sappiamo anche dall'episodio di Entello che sfida il campione troiano, nel V libro dell'Eneide) lo invitò ad un duello: se avesse perduto, gli avrebbe ceduto il suo territorio, se invece avesse vinto, Ercole gli avrebbe dovuto cedere i buoi: « Quando Ercole si avvicinò alle località della zona di Erice, lo invitò alla lotta Erice, il figlio di Afrodite e di Bute, che allora era re di quei luoghi. Alla contesa era aggiunta un'ammenda: Erice avrebbe consegnato la regione, Ercole i buoi. Ma la prima condizione irritò Erice perché, messa la regione a confronto con essi, i buoi erano di valore di gran lunga inferiore. Quando però, replicandogli, Ercole dichiarò che se li avesse persi sarebbe stato privato dell'immortalità, Erice approvò il patto e combattè».
    La lotta si concluse con l'uccisione di Erice: Ercole vincitore continuò il suo viaggio, ma lasciò il regno del suo avversario agli abitanti della regione, concedendo loro di goderne i frutti finché « non fosse comparso e non li avesse chiesti uno dei suoi discendenti » (Diodoro, ivi). Così con questo mito veniva a costituirsi come un'ipoteca politico-culturale su Erice e sul suo territorio" (V. Adragna, Erice, Trapani, 1986).
    Più tardi due Eraclidi, Dorieo e Pirro, facendosi forti di questo mito (la cui elaborazione letteraria risale, con ogni probabilità, alla perduta Gerioneide del poeta Stesicoro), rivendicarono per sé il territorio lasciato loro, per così dire, in eredità dal mitico antenato. Prima di Dorieo e di Pirro un altro discendente di Ercole, Pentatlo di Cnido, venne nella Sicilia occidentale, ma Diodoro (V, 9) non specifica se questi fosse giunto nell'isola a rivendicare i possedimenti lasciati da Ercole.




  • Ermes ed Ermafrodito


  • Lusingata dall'aperta dichiarazione di Ermes, Afrodite passò una notte con lui, e il frutto di quella breve avventura fu Ermafrodito, creatura dal doppio sesso. Ermafrodito era un giovinetto con seno femminile e lunghi capelli. Come l'androgino, o donna barbuta, l'ermafrodito ebbe una certa notorietà per le sue anormalità fisiche, ma da un punto di vista religioso ambedue simboleggiano il periodo di transizione tra il matriarcato e il patriarcato. Ermafrodito è il divino paredro che si sostituisce alla regina e porta un seno finto. Androgine è la figura della madre di un clan pre-ellenico che ha rifiutato l'ordine patriarcale e allo scopo di mantenere le sue prerogative e legittimare i figli nati da lei e da un padre schiavo, si mette una falsa barba, come accadeva in Argo. Dee barbute come Afrodite cipria e dei effeminati come Dioniso corrispondono a questi stati sociali di transizione.



     

    Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita di Urano, si sparse sulla terra da cui furono generati:

  • Le Erinni, divinità infernali;

    Culto:

    Le Erinni sono divinità antiche. La parola sta a significare uno spirito dell’ira e della vendetta. Le Erinni perseguitavano in particolare chi si macchiava di delitti di sangue nell’ambito familiare, rendendo folle il colpevole o adoprandosi in modo tale che altri mortali si vendicassero su di lui. Si accanivano anche contro gli spergiuri, contro chi disobbediva a genitori e anziani; punivano – non solo sulla terra ma anche nell’aldilà – la mancanza di rispetto verso i deboli, la violazione delle leggi dell’ospitalità, il comportamento impietoso verso i supplici e in generale chiunque non rispettasse, spinto da tracotanza, le norme etiche. Le Erinni avevano un santuario a Colòno (sobborgo di Atene) ed erano venerate ad Argo e a Sicione. Nei sacrifici venivano loro offerti soprattutto agnelli neri e una bevanda costituita da miele e acqua.


    Secondo Esiodo esse furono generate dal sangue sgorgato dall’evirazione di Urano che cadde sulla Madre Terra a fecondarla (ci sono altre versioni riguardo alla loro nascita). Sono sorelle del Terrore, della Destrezza, della Collera, della Lite, del Giuramento, della Vendetta, dell’Intemperanza, dell’Alterco, del Trattato, dell’Oblio, della Paura, del Valore, della Battaglia; ma sono anche sorelle di Afrodite, anche lei nata dall’evirazione di Urano ed esattamente dalla spuma dei suoi genitali che caddero in mare.


    Descrizione delle Erinni.

    Le Erinni sono esseri vegliardi, serpenti per capelli, teste di cane, corpi neri come il carbone, ali di pipistrello e occhi iniettati di sangue. Stringono nelle mani pungoli dalle punte di bronzo, fiaccole e fruste che constavano di cinghie guarnite di ferro: le loro vittime muoiono in preda ai tormenti.

    Non sempre le Erinni erano alate. Il loro alito e la loro traspirazione erano insopportabili. Dai loro occhi colava una bava velenosa. La loro voce somigliava talvolta al muggito dei buoi. Per lo più esse si avvicinavano però abbaiando, perché non meno di Ecate anch’esse erano cagne. Non si conosce il numero esatto delle Erinni ma si fa spesso riferimento a tre di loro: Aletto ( l’incessante), Tisifone (la rappresaglia) e Megera (l’ira invidiosa). Ma può succedere, che venga invocata una sola per tutte, un’unica Erinni. Meglio conosciute come le Furie ( o anche Manie), esse possiedono molteplici nomi che le identificano. Non conviene citare il loro nome nel corso di una conversazione, ecco perchè di solito le si chiama “Eumenidi”, cioè “le Gentili”. Le Erinni vivono nell’Erebo, sono le compagne di Ecate e il loro compito è quello di punire i crimini di parricidio e di spergiuro: ascoltano le lagnanze mosse dai mortali contro l’insolenza dei giovani nei riguardi dei vecchi, dei figli nei riguardi dei genitori, degli ospitanti nei riguardi dell’ospite e delle assemblee cittadine nei riguardi del supplice e puniscono tali crimini inseguendo senza posa i colpevoli, di città in città, di regione in regione.Le Erinni sono la personificazione dei rimorsi di coscienza, capaci di uccidere un uomo che per trascuratezza o sbadataggine abbia infranto un tabù. Costui impazzirà, si getterà giù da una palma di cocco o si avvolgerà il capo in un mantello (come Oreste) e rifiuterà di mangiare o di bere finché morrà di inedia, anche se nessuno, all’infuori di lui, conosce la sua colpa. Il metodo comunemente usato in Grecia per purificare chi si era macchiato di omicidio era di sacrificare un maiale e mentre l’ombra della vittima ne beveva avidamente il sangue, lavarsi in acqua corrente, radersi il capo per cambiare aspetto e partire per l’esilio per un anno intero, in modo da far perdere le tracce all’ombra assetata di vendetta. Se il sangue versato però era quello di una madre, la maledizione che ricadeva sul capo dell’omicida era così potente che gli abituali mezzi di purificazione non bastavano, e per non ricorrere al suicidio bisognava amputarsi un dito con un morso. La Nemesi è la personificazione della vendetta Divina (inizialmente era considerata la “debita esecuzione” dell’annuale dramma di morte). Le Erinni, ovvero i rimorsi di coscienza, sono quindi sorelle della Nemesi, la Vendetta Divina.
    Il quinto giorno di ogni mese lasciavano le loro dimore per recarsi sulla terra e punire i colpevoli accompagnate dal Terrore, dalla Rabbia e dal Pallore e una volta raggiunti i colpevoli gli rodevano il cuore. Secondo alcuni autori avevano anche il compito di ottenebrare la mente degli uomini e di condurli quindi al delitto ed alla sventura.


    Aletto, Tisifone e Megera.

    Aletto entrò nel Panteon degli dei romani col nome di Furina ed al suo culto fu preposto un flamen minor. Tra le sue apparizioni letterarie, si ricordano quelle nell'Eneide di Virgilio (libro VII), nella Divina Commedia di Dante (Inferno, canto IX) e nell'Enrico VI di Shakespeare (Parte II, 5.5.39). Nella mitologia greca il nome Megera significa "l'invidiosa". Megera era preposta all'invidia ed alla gelosia e induceva a commettere delitti, come l’infedeltà matrimoniale. Tisifone era incaricata di castigare i delitti di assassinio: patricidio, fratricidio, matricidio, omicidio. Un mito racconta che si innamorò di Citerone, che uccise col morso di uno dei serpenti presenti sul suo capo.


    Il mito di Oreste.

    Figlio di Agamennone e Clitemnestra, era fratello di Elettra e di Ifigenìa. Dopo l’assassinio del padre a opera di Clitemnestra e del suo amante Egisto, viene messo in salvo dalla sorella Elettra presso Stròfio re della Fòcide, marito della sorella di Agamennone. Qui Oreste è allevato insieme a Pìlade, figlio di Strofio, e tra i due nasce una amicizia così profonda, che quando Oreste, divenuto adulto, decide di tornare ad Argo per vendicare l’uccisione del padre, Pilade lo accompagnerà. Perseguitato dalle Erinni, dopo il matricidio, egli vaga in preda alla follia da un luogo all’altro finché non giunge, su consiglio di Atena, ad Atene e si sottopone al giudizio del tribunale della città, l’Areòpago, da cui è assolto. Le Erinni vengono placate con l’istituzione del culto delle Eumenidi: così termina il racconto nell’Orestea di Eschilo, rappresentata nel 458 a.C.


    L'Orestea di Eschilo (459-458 a.C.).

    Prima che Oreste si potesse vendicare su Clitemnestra ed Egisto, rispettivamente sua madre e l’amante, uccisori del padre Agamennone, l’oracolo di Delfi lo avvisò che le Erinni non avrebbero facilmente perdonato un matricidio e gli donò, in nome di Apollo, un arco di corno col quale respingere i loro attacchi, se fossero divenuti insopportabili. Oreste, con l’aiuto della sorella Elettra, riuscì a far credere a Clitemnestra di portare le ceneri del suo defunto figlio, ed ella per la gioia della scampata vendetta chiamò Egisto. Oreste trafisse Egisto con una spada e decapitò, secondo alcune versioni, la madre, che cadde accanto al cadavere dell’amante. Altri autori negano che Oreste abbia ucciso Clitemnestra con le proprie mani e affermarono che la consegnò ai giudici i quali la condannarono a morte e sua unica colpa, seppur si può chiamare colpa, fu di non aver interceduto in favore della madre. E’ improbabile che le Erinni siano state introdotte a caso nel mito che pare contenga un ammonimento morale contro la minima disobbedienza o il minimo insulto di un figlio nei confronti della madre. Anche il rifiutarsi di difendere la causa della propria madre, per quanto malvagia essa fosse, era una colpa sufficiente, secondo l’antica legge, per scatenare la persecuzione delle Erinni. Egisto e Clitemnestra vennero sepolti fuori dalle mura di Micene e durante la guardia di notte alle tombe, le Erinni apparvero ad Oreste e agitarono i loro flagelli. Esasperato da quei feroci attacchi, l’arco di corno donatogli da Apollo non gli fu d’aiuto. Oreste si abbandonò su un giaciglio dove giacque per 6 giorni, il capo avvolto in un mantello, rifiutando sia di cibarsi sia di lavarsi. Giunse da Sparta il vecchio Tindareo che accusò Oreste di matricidio e ingiunse ai capi micenei di giudicarlo. Tindareo sosteneva che Oreste doveva limitarsi a permettere ai suoi concittadini di esiliare la madre. E se avessero chiesto la sua morte, avrebbe dovuto intercedere in suo favore. I giudici commutarono la sentenza di morte in sentenza di suicidio. Oreste, Pilade ed Elettra decidono di punire Menelao per essersi schierato a sfavore loro uccidendo Elena, sua moglie, responsabile della guerra di Troia, ma intercede Apollo che prende Elena e la porta con sé nell’Olimpo e colà ella divenne immortale e Oreste ricevette la protezione di Apollo. Oreste si mise in cammino per Delfi, sempre inseguito dalle Erinni. Apollo promise che avrebbe interceduto per lui, ma intanto Oreste doveva partire in esilio per un anno e, solo una volta finito l’esilio, recarsi ad Atene e abbracciare l’antica statua di Atena annullando la maledizione. Mentre le Erinni ancora dormivano Oreste fuggì, ma l’ombra della defunta Clitemnestra entrò nel sacro recinto e incitò le Erinni ad eseguire il loro compito, ricordando che esse avevano spesso ricevuto dalle sue mani libagioni di vino e crudeli banchetti di mezzanotte. Le Erinni allora partirono di nuovo all’inseguimento, sprezzanti delle minacce di Apollo ed erano instancabili, nonostante Oreste si purificasse spesso con sangue di maiale e acqua corrente. Tali riti tuttavia bastavano appena a placare le sue tormentatrici per un’ora o due e ben presto egli perse il senno. Di fronte all’isola di Cranae si trova una pietra grezza chiamata Pietra di Zeus Guaritore, sulla quale Oreste sedette e fu temporaneamente guarito dalla follia. Lungo la strada che conduce da Megalopoli a Messene sorge il santuario delle Dee Folli (appellativo delle Erinni di Clitemnestra che colpirono Oreste con una crisi di follia). Vi è anche un piccolo tumulo con sopra un dito di pietra e chiamato La Tomba del Dito e indica il luogo dove Oreste, in preda alla disperazione, si amputò un dito per placare le Nere Dee, e alcune di loro divennero Bianche e Oreste recuperò il senno. Egli poi si rasò il capo e fece un’offerta espiatoria alle Dee Nere e un’offerta di ringraziamento alle Bianche. Libagioni di vino, anziché di sangue, e offerte di ciocche di capelli, anziché dell’intera chioma, sono varianti di questo rito propiziatorio, dal significato ormai scordato, così come lo è l’attuale consuetudine di vestirsi di nero che non è più messa coscientemente in rapporto con l’antica usanza di ingannare le ombre dei morti alterando il proprio aspetto. Dopo un anno di esilio Oreste si recò ad Atene, entrò nel tempio di Atena, sedette e abbracciò il simulacro. Arrivarono le Nere Erinni, ansimanti per la corsa ed iniziarono ad accusarlo presso gli ateniesi. Atena, udite le suppliche di Oreste, ordinò all’Areopago di giudicare quello che allora era soltanto il secondo caso di omicidio che ad esso si presentava. Apollo apparve nel processo in veste di difensore e la più vecchia delle Erinni come pubblica accusatrice. Apollo sostenne che oramai la società era divenuta patriarcale e che dunque l’uccisione della madre non era poi così grave come lo si riteneva una volta (sovvertimento della società matriarcale). La votazione si chiuse alla pari e Atena diede il suo voto decisivo in favore di Oreste. Le Erinni minacciarono che se la sentenza non fosse stata mutata esse avrebbero versato nell’Attica una goccia del sangue del loro cuore che avrebbe isterilito il suolo, distrutte le messi e ucciso tutti i fanciulli di Atene. Pare che in realtà fosse un eufemismo per indicare una goccia di sangue di mestruo, anziché di cuore. Un antichissimo sortilegio praticato dalle streghe che volevano maledire una casa o un campo consisteva nel corrervi attorno nude nella direzione opposta a quella del sole per nove volte mentre erano mestruate. Atena per placare le Erinni fece loro un’offerta irrinunciabile di un santuario e di vari culti che avrebbero avuto ad Atene (libagioni, riti propiziatori). Alcune accettarono l’offerta e si chiamarono da quel momento in poi Venerande. Le altre, che non accettarono la trasformazione della società da matriarcale a patriarcale, continuarono a perseguitare Oreste. Oreste le chiamò Eumenidi.



    L' Oreste di Euripide (408 a.C.).

    Nell’Oreste di Euripide la vicenda si svolge ad Argo, dove Oreste incalzato dalle Erinni e in preda a un delirio che non gli dà tregua (simbolo evidente dei rimorsi e del turbamento interiore per il matricidio) attende di essere giudicato dal tribunale argivo. L’arrivo di Elena e Menelao con la figlia Ermione fa nascere in Oreste la speranza di trovare in Menelao una difesa e un sostegno. Invano, poiché egli spaventato anzi dall’ira del vecchio Tìndaro, che frattanto era sopraggiunto, e dalla collera dei cittadini, non si schiera dalla parte di Oreste e mantiene un atteggiamento molto cauto. Elettra e Oreste sono condannati a morte: viene loro concesso di potersi uccidere anziché morire lapidati. Oreste, Elettra e Pilade tramano allora di uccidere Elena, per punire il vile comportamento di Menelao, e di prendere in ostaggio Ermione barattando con lei la salvezza. Elena però, colpita da Oreste, si sottrae alla morte con una misteriosa sparizione. Sopraggiunge allora Menelao, che vuole riprendersi la figlia e vendicarsi per quanto accaduto alla moglie, ma Oreste e Pilade minacciano di uccidere Ermione. Solo l’intervento di Apollo come deus ex machina risolverà la vicenda: il dio rivela infatti di aver posto in salvo Elena per ordine di Zeus e predice a Oreste che dovrà recarsi ad Atene e sottostare a un processo di cui saranno arbitri gli dèi; sposerà inoltre Ermione, mentre a Pilade toccherà Elettra.

    Secondo un’altra versione ancora del mito – seguita da Euripide nell’Ifigenia in Tauride – Apollo avrebbe predetto a Oreste che sarebbe guarito dal suo delirio entrando in possesso del simulacro di Artemide - che si trovava nel Chersonèso taurico - e portandolo in Attica. Arrivati in Tauride, Oreste e Pilade sono però fatti prigionieri dagli indigeni che intendono sacrificarli alla dea, in quanto stranieri, secondo un barbaro rituale. Sacerdotessa di Artemide era però Ifigenìa, sorella di Oreste; i due fratelli si riconoscono, e dopo aver rubato la statua fuggono insieme a Pilade.


    Riflessioni: La colpa da espiare.
    (Di Adalberto Bonecchi)

    Noi oggi possiamo sorridere per i tratti caratteriali degli dei che popolavano il loro Olimpo, ma essi hanno avuto il coraggio di non fantasticare la promessa di una paciosa vita ultraterrena come base dell’agire umano. Nelle Eumenidi di Eschilo si scontrano due giustizie: l’antica delle Erinni e la nuova di Apollo, che avvertiamo più consona con il nostro sentire odierno. La nuova coscienza dei Greci ha potuto recepire questo senso della giustizia solo come proveniente da un dio, secondo le modalità del pensiero di allora. E’ questo il presupposto per la trasformazione delle terrificanti Erinni in Eumenidi, le “benevole”, in un’assimilazione del Terrore Divino nel tribunale umano. Apollo è il giovane dio che le vecchie dee calpesta, per proteggere il suo supplice. Apollo le scaccia: non accetta la scusa che Clitemnestra ha si ucciso, ma senza versare sangue di consanguinei. Apollo, rappresentante di una nuova organizzazione sociale non più basata solo su vincoli di sangue, ricorda che così dicendo esse vilipendono Afrodite, la dea dell’amore che sostiene che il talamo nuziale è vincolo assai più grave del giuramento e la giustizia lo protegge. Il momento è drammatico e lo scontro fortissimo tra la vecchia concezione basata appunto su vincoli di sangue diretti e la nuova, in cui Afrodite è simbolo di unioni non più consanguinee. Il verdetto dell’Aeropago sancirà il compromesso tra queste due visioni. Il protettore di questi nuovi legami è Apollo, addirittura in modo provocatorio istigando il matricidio e proteggendo chi l’ha compiuto. Ma ai Greci questa visione doveva sembrare eccessiva, se Eschilo non ha lasciato l’ultima parola al dio, ma invia Oreste ad Atena e a un tribunale che dovrà mediare tra visioni del mondo e dei rapporti umani tanto differenti. La costituzione dell’Aeropago è un momento di grande civiltà, nonostante la truculenza dei delitti: il “colpevole”, infatti, non è semplice preda dei propri deliri interiori materializzati nelle Erinni, ma può passare attraverso un momento di giudizio collettivo, in cui il suo gesto acquista nuovo significato. Quale che sia il responso del tribunale, esso giungerà finalmente dall’esterno e non sarà il semplice effetto di una dialettica interiore senza speranza. Le Erinni infatti sono il senso di colpa, il ricordo, il rimpianto. All’inizio del secondo stasimo, il coro delle Erinni è ancora una volta turbato, al pensiero delle rovine a cui porteranno le nuove leggi, se la causa di Oreste, il matricida, dovesse prevalere: a quel punto ognuno si sentirà autorizzato a compiere qualsiasi misfatto, in particolare nell’ambito della propria famiglia di origine. Le Erinni innalzano dunque un canto al terrore, come fondamento della convivenza e saggezza: una sorta di posto di guardia nel cuore degli uomini. La sentenza dell’Aeropago rigetta la vecchia giustizia familiare, non scaccia le Erinni, ma anzi le Innalza a difesa della città nella forma mitigata delle Eumenidi. La tragedia segna il passaggio adolescenziale dalla legge familiare alla legge di gruppo, ma, come nell’Atene del V secolo, questo passaggio non elimina le Erinni, bensì le eregge a protettrici della dimensione collettiva. La paura e un’angoscia di fondo sempre pronta a emergere restano così il marchio del rapporto con l’Altro, con cui non è possibile una relazione paritaria, ma solo una sottomissione basata sulla paura. Nell’Aeropago si combatte una battaglia tra legge materna familiare e legge paterna sociale. Lo sostiene chiaramente Apollo quando, difendendo Oreste, afferma che la morte di Clitemnestra non può essere considerata alla stessa stregua di quella di Agamennone, nobile eroe onorato da Zeus dello scettro regale. E’ dunque superiore Agamennone a Clitemnestra, perché la sua condizione è regale, cioè riconosciuta dalla comunità: per giunta egli è stato ucciso per mano di una donna e non in guerra. E quando le Erinni si appellano al principio della consanguineità, ricordando che Oreste uccidendo la madre ha versato sangue delle proprie vene, Apollo svilisce la funzione della madre nella procreazione, affermando che generatore è colui che getta il seme, mentre la madre è semplice contenitore del feto. Vi è qui nel suo estremismo, certamente oggi non condivisibile, un’idea meno arcaica della procreazione. Atena vota in favore di Oreste, anche perché ella è stata generata dal padre, senza l’aiuto del grembo materno. La sentenza è nota: i voti pro e contro Oreste sono pari, ma siccome in caso di parità sarà il giudizio di Atena a fare la differenza, il matricida è salvo. Questa sentenza, che fonda l’ordine giuridico, è dunque contraddittoria: i nuovi dei e la nuova giustizia non hanno sconfitto le vecchie tradizioni e l’ambiguità tragica, irrisolvibile, permane. Le Erinni minacciarono, se la sentenza non fosse stata mutata, di lasciar cadere sull’Attica una goccia di sangue del loro cuore, che avrebbe isterilito il suolo, distrutte le messi e ucciso tutti i fanciulli di Atene. Il sangue di cui si parla in realtà è il sangue versato fra i consanguinei, che rompe la successione delle generazioni; è il sangue di mestruo e degli aborti delle donne, segno mortifero della mancata fecondazione. Ma Atena traduce la minaccia di Erinni anche in un senso strettamente politico: il Male che può minare la forza della città sono anche, soprattutto, gli odi intestini che pure Erinni ha il potere di aizzare. Per far desistere Erinni dai propositi di maleficio, Atena offre loro una serie di vantaggi (omaggi e onori). (Peithò = la Persuasione). Perché la parola persuasiva non è sufficiente a regolamentare i rapporti tra gli esseri umani? Perché la necessità del rispetto e del timore? Ma oltre che sul piano sociale, anche su quello più strettamente individuale non possiamo non chiederci perché siano così rari gli esseri umani che sanno vivere decentemente senza bisogno di essere terrorizzati dall’idea del carcere, degli inferni o, quanto meno, da implacabili Erinni interiori.

  • Le ninfe Melie (ninfe dei Frassini) protettrici delle greggi;

    Le ninfe erano delle divinità inferiori che personificavano i diversi aspetti della natura.

    Si diceva che le ninfe abitassero nei fiumi, nelle fonti, nei torrenti, nei mari, ecc. e facevano sovente parte della corte di divinità maggiori.

    Le ninfe assumevano nomi diversi a seconda dei luoghi che abitavano: le Nereidi del mare, le Oceanine dell’Oceano, le Agrostine dei campi, le Naiadi delle acque dolci, le Avernali del mondo dei morti, le Oreadi dei monti, le Napee dei boschi, le Auloniadi delle valli e dei burroni, le Driadi e le Amadriadi delle piante, le Alseidi dei boschi, le Meliadi dei frassini.

    Le ninfe non era immortali ma avevano una vita lunghissima e rimanevano giovani per sempre. Erano rappresentate come delle fanciulle giovani e bellissime, nude e con lunghissimi capelli.

  • I Giganti.

    Creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgitrice della natura quali i terremoti e gli uragani:
    Alcioneo, Encelado, Efialte, Pallante, Ippolito, Porfirione, Mimante, Grazione, Polibote, Olto, Clizio, Agrio, Toante, Eurito

    - I NEFILIM
    La teoria prevalente per stabilire un legame tra la scienza e i Giganti (Nephelim) è quella che sostiene che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra Homo sapiens e uomo di Neanderthal. Questa teoria assomiglia a quella che associa la leggenda dei draghi alle ossa di dinosauro.


    Molti studiosi pensano che l'uomo moderno abbia condiviso gli stessi territori dei neandertaliani per molti millenni, e che la regione del Vicino Oriente sia stata l'ultimo habitat per uno sparuto numero di tribù superstiti di Homo sapiens neandertalensis o di H. neandertalensis. Dunque, è concepibile che sia rimasta una memoria popolare di queste tozze e forti creature, tramutata in leggenda che evolse successivamente in popolari racconti mitologici, più o meno adattati al loro gusto dalle varie civiltà. Ad esempio, in Sardegna, creature ancestrali, tozze e pelose sono raffigurate dalle maschere dei "Mamuthones".


    - TAVOLETTE SUMERE
    Secondo Zecharia Sitchin, 450.000 anni fa un popolo proveniente dallo spazio e da un pianeta chiamato Nibiru atterrò sul nostro pianeta e attraverso un esperimento genetico creò l'uomo. Sembra che Sumeri Assiri e Babilonesi abbiano identificato questo pianeta nel Dio Marduk, il re degli Dèi. Così Nippur si popolò di Dèi. Venivano dal pianeta Nibiru che ogni 3600 anni appare nel nostro sistema solare. Giunsero 450.000 anni fa e appartenevano tutti al popolo dei Nefilim, il popolo dei razzi, gli Dèi...


    - LA TEORIA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI - GENESI UMANO-RETTILE -
    Zecharia Sitchin ed Erich Von Daniken hanno scritto libri sostenendo che i Nephilim siano i nostri antenati e che noi siamo stati creati (con l'ingegneria genetica) da una razza aliena.
    Nei voluminosi libri di Sitchin si impiega l'etimologia della lingua semitica e traduzione delle tavolette in scritta cuneiforme dei Sumeri per identificare gli antichi dei mesopotamici con gli angeli caduti (i "figli di Elohim" della Genesi). Osservando che tutti gli angeli vennero creati prima della Terra, lui constata che non possono essere della Terra... e dunque, potrebbero tutti essere considerati semanticamente come dei puri "extraterrestri".

    Nei suoi libri David Icke presenta una teoria simile, nella quale esseri interdimensionali rettiliani danno luogo ad una progenie servendosi dell' ingegneria genetica, con tratti fisici di alta statura, pelle chiara, e suscettibilità a qualsiasi forma di suggestione ipnotica (che a suo parere, avviene quando i "demoni" posseggono la loro progenie e pretendono fedeltà), ed afferma che questa linea di sangue rimane in controllo del mondo sin dai giorni dei Sumeri fino ad oggi .
    Va detto, per completezza, che le teorie di David Icke sono considerate da alcune comunità di ufologi come vero e proprio Debunking.


    - ANUNNAKI
    Nella mitologia sumera il termine Anunnaki, ossia "figli di An", indica l'insieme degli dèi sumeri.

    Essi erano costituiti in un'assemblea, presieduta da An, dio del cielo. Tale assemblea si componeva dei sette supremi, di cui facevano parte i quattro principali dei creatori (An, Enlil, Enki, Ninhursag), con l'aggiunta di Inanna, Utu e Sin e di 50 dei minori, detti anche Igigi.
    Vi è un'interpretazione non ortodossa di un traduttore dal sumerico (Zecharia Sitchin) che indicherebbe negli Annunaki degli alieni provenienti da Nibiru, un pianeta del nostro sistema solare.


    Nel Vecchio Testamento biblico, nel Libro della Genesi, vengono citati i Nephilim; è ormai dato quasi certo che i Nephilim (o nefilim) null'altro sarebbero che gli Anunnaki stessi.


    - INTERPRETAZIONE DI ZECHARIA SITCHIN

    Il nome accadico Anunnaki vuol dire "Coloro che dal Cielo sono venuti sulla Terra". Secondo Zecharia Sitchin il "cielo" degli Anunnaki cui si riferiscono i testi sumerici, detto Ni.bi.ru, era il "pianeta del transito", il "centro del cielo", cioè un pianeta del nostro Sistema Solare.

    Sitchin è uno studioso ben noto a chi segue la cosiddetta archeologia spaziale: è nato in Russia ma è cresciuto in Palestina, e qui ha acquisito una completa padronanza della lingua ebraica antica e moderna, studiando in modo approfondito le lingue semitiche ed europee, l'Antico Testamento, la storia e l'archeologia del Medio Oriente.


    In particolare, ha compiuto ricerche sul mito di Gilgamesh e sui racconti biblici. Gilgamesh è un re semileggendario di Uruk (quinto re della I dinastia, forse realmente esistito attorno al 2600 a.C.), la sua leggenda ha dato luogo a una serie di poemi; nel corso del II millennio a.c., gli scribi accadici ne hanno fatto un'epopea in dodici canti, il cui soggetto è la ricerca illusoria dell'immortalità. Uno degli episodi, quello concernente il Diluvio con il personaggio di Utnapishtim, presenta notevoli analogie col racconto del Diluvio biblico.
    Nei testi sumerici scritti in grafia cuneiforme si trovano altre cronache affini ai racconti biblici come, ad esempio, la creazione dell'uomo. La prima colonia di Sumer fu la città E.ri.du, nome che significa letteralmente "Casa costruita lontano", essa sorgeva su una collina eretta artificialmente alla foce dell'Eufrate, in mezzo alla edinu, che significa "pianura", o anche E.din, "Patria dei Giusti", da cui deriva "Eden", biblico nome del giardino paradisiaco, prima dimora terrestre dell'uomo.

    Le teorie di Sitchin sono esposte in una serie di libri facenti parte di un vasto progetto editoriale, iniziato nel 1976 e denominato The Earth Chronicles (Cronache della Terra). Come molti sostenitori della paleoastronautica, Sitchin è convinto che opere come La Bibbia, L'epopea di Gilgamesh, le iscrizioni reali degli Accadi e dei Sumeri, debbano essere considerate come vere e proprie documentazioni storico-scientifiche; e da questi testi ne ricava che la nascita e lo sviluppo della vita sulla Terra sarebbe stata guidata da esseri extraterrestri. Nella Bibbia questi esseri vengono chiamati col nome di Nephilim (o Nefilim, dalla parola ebraica Nafal, "caduti") che significa "coloro che sono scesi (o caduti) sulla Terra dal Cielo", mentre nella lingua degli Accadi questi esseri diventano gli Anunnaki, che letteralmente significa "coloro che sono venuti sulla Terra".

    Gli Anunnaki avrebbero avuto un ruolo importante nella veloce evoluzione della civiltà umana e in particolare di quella sumerica. I signori di Nibiru, sin dall'antichità, sarebbero scesi sulla Terra per sfruttare le risorse minerarie del nostro pianeta. All'inizio furono inviate delle sonde automatiche per verificare l'abitabilità del nostro mondo. Quando il pianeta Nibiru giunse nel punto della sua orbita più vicino alla Terra fu inviata una prima spedizione umana capeggiata da Enlil, un nome che ricorre spesso nella mitologia dei Sumeri. I luoghi scelti furono la Valle del Nilo, la Valle dell'Indo e la Mesopotamia.



    - RITROVAMENTO REPERTI ARCHEOLOGICI
    18/09/2007 Rinvenuti scheletri umani giganti nel "The Empty Quarter" (Il Settore Vuoto), nel Nord dell'India. E se fossere uomini vissuti hai tempi dei dinosauri ?

    Tutto ha avuto inizio da una normale attività esplorativa nel deserto Indiano, in un luogo chiamato "The Empty Quarter" (Il Settore Vuoto), nel Nord dell'India. In questa regione sono venuti alla luce i resti di uno scheletro umano di taglia eccezionale (vedere comparazione nell'immagine).

    La scoperta è stata fatta nel 2004 dal Team National Geographic (Divisione Indiana), con l'appoggio dell'Esercito Indiano, poiché l'area è sotto la giurisdizione dell'Esercito. Sembra che siano state trovate anche delle tavolette con iscrizioni che affermavano che gli dei Indiani, come il mitologico "Brahma", avessero generato persone di taglia eccezionale: molto alti, grandi, e assai potenti, in grado di poter abbracciare un grosso tronco di albero e sradicarlo.

    La Mitologia Greca ricca di leggende tramandate sui giganti, ne ha fatto gli dei che stiamo trattando in questo compendio mitologico.

  • Urano, riuscì però a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla Madre Terra, sua sposa.

    Il governo della terra, sarebbe toccato a Oceano, il più anziano fratello, ma Crono, con l'inganno, riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul creato.

    Il REGNO DI CRONO

    La prima cosa che fece Crono fu quella di liberare i suoi fratelli dalla prigionia alla quale il padre li aveva relegati ad eccezione dei Ciclopi e degli Ecatonchiri nei confronti dei quali nutriva seri dubbi sulla loro lealtà nei suoi confronti. Questo, da parte sua, fu un errore che negli anni a venire gli sarebbe costato molto caro. Ma i Titani proclamarono Crono signore dell'universo.

    Nella tradizione orfica, Crono è il primo Dio che ha regnato sul cielo e sulla terra, ha portato alle leggende dell'età dell'oro. Si raccontava in Grecia che, in quei tempi lontanissimi, egli regnasse ad Olimpia. In Italia, in cui Crono è stato identificato con Saturno, si poneva il suo trono sul campidoglio. Gli si attribuiva il regno dell'Africa, della Sicilia e, in genere, di tutto l'occidente mediterraneo. Più tardi, quando gli uomini erano diventati malvagi, con la generazione del bronzo e soprattutto del ferro, Crono era risalito al cielo.

    Esiodo raccontava un mito relativo alle differenti razze che si sono succedute dall'origine dell'umanità: oro, argento, bronzo e ferro, per esprimere il progressivo svilimento della razza umana. A queste quattro ne aggiunse una quinta, quella della stirpe divina degli uomini-Eroi che precede l'ultima età, quella del ferro, come estremo tentativo di recupero prima dell'inevitabile caduta finale. All'inizio, quindi, c'era una razza d'oro. Si era nel periodo in cui Crono regnava ancora in Cielo. Gli uomini vivevano allora come gli dei, liberi d'affanni, al riparo dalle fatiche e dalla miseria, non conoscevano la vecchiaia ma trascorrevano i giorni sempre giovani tra i banchetti e le feste; giunto il tempo di morire, si addormentavano dolcemente; non erano sottomessi alla legge del lavoro, tutti i beni appartenevano a loro spontaneamente, la terra produceva naturalmente abbondante raccolto ed essi, in mezzo ai campi, vivevano in pace.

    Crono scelse Rea, sua sorella, come sposa e insieme governarono sugli dei e sugli uomini. Ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio. Poichè Urano e Gaia, depositari della saggezza e della conoscenza dell'avvenire, gli avevano predetto che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino, iniziò a divorare i suoi figli non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle sue viscere. Così generò e successivamente divorò Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Adirata per vedersi privata in tal modo di tutti i suoi figli, Rea, incinta di Zeus, fuggì a Creta e qui partorì segretamente. Poi, avvolgendo un masso con panni, lo diede a Crono perchè lo divorasse. Egli lo inghiottì senza accorgersi dell'inganno.

    Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte Ida nell'isola di Creta e affidato alle cure della ninfa Amaltea che possedeva una capra che aveva due capretti la quale costituiva l'orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all'indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.
    Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il re degli dei, pose Amaltea fra le costellazioni e rese fecondo il corno che ancor oggi porta il suo nome, cornucopia (dal latino "cornu=corno" e "copia = abbondanza").
    Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli il miele ed un'aquila gli portava ogni giorno il nettare dell'immortalità. I suoi pianti erano coperti dai Cureti che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.

    Quando fu adulto, Zeus, aiutato da Meti, una delle figlie di Oceano, fece assorbire a Crono una droga che lo costrinse a vomitare tutti i figli divorati. Questi, guidati dal loro giovane fratello Zeus, dichiararono guerra a Crono, che aveva come alleati i suoi fratelli Titani. La guerra durò dieci anni, e un'oracolo della terra promise infine la vittoria a Zeus se avesse preso come alleati gli esseri fatti un tempo precipitare da Crono nel Tartaro. Zeus li liberò e riportò la vittoria. Allora Crono e i Titani furono incatenati al posto degli Ecatonchiri, che divennero i loro guardiani.



  • Oceano

    Oceano è il potente flusso primordiale dell'acqua che gira attorno alla terra.
    E' rappresentato come un fiume che scorre attorno al disco piatto che è la Terra, delimitandone le frontiere più lontane, sia a est che a ovest. Man mano che la conoscenza della Terra si faceva più precisa, il nome d'Oceano fu riservato all'Oceano Atlantico, il limite occidentale del mondo antico. Nell’antichità si credeva che le stelle e il sole sorgevano e tramontavano nelle sue acque.
    Teti sua moglie è una corrente d'acqua, come un grande fiume che vi si muove dentro, e con Oceano da vita a tutte le le sorgenti, i fiumi e il mare. I figli di Oceano, i fiumi, sono migliaia (Acheloo, Alfeo, Ladone, Eridano, Meandro, Simoenta, Strimone, Eveno, Scamandro, Nilo). Altrettante le figlie, le Oceanine.le quali si unirono a un gran numero di dei e mortali per generare molti figli: Stige (la maggiore), Elettra, Doride (moglie di Nereo), Asia, Calliroe, Climene (moglie di Giapeto), Eurinome (antica regnante dell'Olimpo scacciata in seguito da Crono e Rea), Europa, Meti (la prima moglie di Zeus), Clizia, Dione, Criseide, Calipso, Pleione (madre delle Pleiadi e delle Iadi), Anfitrite (moglie di Poseidone), ninfe, antiche divinita' protettrici dei pozzi, delle sorgenti e dei ruscelli.
    L'acqua è il principio di tutte le cose. Essa e' il simbolo della vita e della fecondità. Numerosi sono i miti relativi a sorgenti e fontane dell'eterna giovinezza e della vita, e numerose le credenze sulle acque miracolose che guariscono da tutte le malattie dell'anima e del corpo.
    L'acqua e’ elemento che provoca la pioggia benefica e la rinascita delle sorgenti, della vegetazione e dell’agricoltura per la vita degli animali e degli uomini, il riscatto dei terreni dalla desertificazione o la forza eversiva quando e’ rotto il suo equilibrio nel territorio.

    Oceano, nelle cui acque si bagnavano le fanciulle greche prima delle nozze, aveva un'inesauribile potenza generatrice e perciò era considerato come il capostipite di antiche famiglie.

    Oceano non è mai stato in buoni rapporti con Crono, in quanto sarebbe dovuto spettare a lui il dominio sul mondo dopo Urano, dato che lui era il più anziano. Infatti, nella Titanomachia, Oceano non appoggiò il fratello e rimase neutrale.

  • Ceo

    Fra i Titani rappresentava l'intelligenza. Sposò sposò sua sorella, la "brillante" Febe, con la quale generò Leto (Latona) e Asteria.

    Ceo era il portavoce della saggezza di suo padre Urano, e di sua madre Gea. In questo senso le sue due figlie erano i due rami di chiaroveggenza: Leto e suo figlio Apollo presiedevano la potenza della luce e del cielo. La figlia Asteria fu la sposa del titano Perse, che gli diede una figlia che chiamarono Ecate: ammantata dal denso alone di mistero, insidioso e terrifico, che conferiscono la notte, le tenebre e gli spiriti dei morti.

  • Crio

    Dio della forza, rappresenta l'ideale della forza e della potenza fisica. E' l'Ariete del cielo.

    Crio è il meno famoso. E' uno dei pochi che non si è sposato con una sua sorella Titanide; infatti, sua moglie è Euribia, figlia di Gaia e Ponto, ed ebbero Astreo, Pallante (figlia di cui sarà Nike, la Vittoria), Perse.

    Unendosi con Eos figlia di Iperione, ha generato i Venti (Zefiro, Borea, Noto, Eosforo).

  • Iperione

    Dio del sole, della vigilanza e dell'osservanza,

    Si unì in matrimonio a sua sorella Teia, dal quale ebbe tre figli: Elio (il Sole), Eos (l'Aurora) e Selene (la Luna).

    Elios sorge ogni mattina dall'Oceano per condurre il carro del sole e data la capacità del sole di penetrare dappertutto, è invocato come testimone nei giuramenti.

    Eos, Dea dell'aurora, è destinata ad alzarsi presto per agevolare il lavoro del fratello Elios.

    Selene, Dea della luna, percorre il cielo sopra un carro trainato da quattro buoi bianchi.

  • Giapeto

    Sposò Climene, una delle figlie di Oceano e Teti, dalla quale ebbe quattro figli: Atlante, Menezio, Prometeo ed Epimeteo. Dunqueè il progenitore degli uomini.,perché attraverso Prometeo, si ricollega Deucalione, il padre della stirpe umana, dopo il diluvio universale. Mentre Pirra, moglie di Deucalione, sarebbe figlia di Epimeteo e Pandora.
    Atlante possedeva il giardino delle Esperidi, dove maturavano i famosi pomi d'oro. Ebbe una numerosa discendenza. figlie sue furono le Pleiadi avute da Pleione, da Etna ebbe le Iadi, da Esperide le Esperidi.

    Fu pietrificato da Perseo con la testa della Medusa, venne identificato con le montagne che portano il suo nome.

  • Tea

    Titanide, sorella e sposa di Iperione con cui generò Elios, Selene ed Eos (Il sole, la luna e l'aurora). "E Teia ad Elios grande die' vita, e a Selene lucente, ed all'Aurora, che brilla per quelli che stan su la terra, e pei Beati, ch'àn vita perenne, signori del cielo, poscia che ad Iperïóne, domata in amore soggiacque" (Esiodo, Teogonia).

     

  • Rea

    Personificazione delle forze della natura, dea della terra e degli animali, veniva rappresentata accompagnata da sacerdoti (coribanti), da leoni e da altri animali selvaggi
    Rea sposò suo fratello Crono che, per evitare di perdere il potere così come era capitato a suo padre Urano (spodestato da Crono stesso), prese a divorare i figli via via che Rea li partoriva. Per prima divorò Estia quindi Demetra, Era, Ade e Poseidone.
    Rea era furiosa. Mise al mondo Zeus, il suo terzo figlio maschio, sul Monte Liceo, in Arcadia (o secondo altre versioni a Creta, dove era fuggita precedentemente) e dopo aver tuffato Zeus nel fiume Neda lo affidò alla madre Terra. A Crono invece era stata recapitata una pietra avvolta in fasce al posto di suo figlio Zeus. Così il Titano ingoiò la pietra mentre Zeus fu nascosto in una grotta a Creta dove visse sino al momento in cui costringerà il padre con un potente veleno a rigettare i fratelli.

    Rea (o Cibele) Aveva il compito di proteggere la fertilità, la natura, il grano mietuto e posto nei granai. Venerata come madre degli dei, tutelava le montagne e le fortezze. Essendo raffigurata con una corona che aveva la forma delle mura di una città, presso i romani era nota anche come Mater turrita.

    Al culto di Cibele erano preposti sacerdoti eunuchi chiamati Coribanti, che guidavano i fedeli in riti orgiastici accompagnati da urla selvagge e da una frenetica musica di flauti, tamburi e cembali.

    Sta a rappresentare insieme a Crono la regalità, anteriore all'avvento di Zeus.

    Il suo culto si diffuse in gran parte nella Grecia continentale in cui si dava ai propri santuari il nome di metroon (Olimpia, Atene, il Pireo, ecc.),
    A Roma, questo culto fu introdotto, in 204 a.C. Per riceverla, si costruì un tempio sul palatino e si commemorò ogni anno quest'evento con la festa di megalesia, accompagnata da giochi megalesiani (4-10 aprile). La grande festa annuale di Cibele comprendeva cerimonie simboliche dove si rappresentava la storia degli amori della dea, il dolore, la mutilazione, la morte ed il resurrezione di Atys, suo figlio; processioni di sacerdoti (coribanti), che camminavano con la statua in legno della dea; corse, danze, ecc., tutto ciò evocando l'agonia della morte della vegetazione e, quindi, il suo grande risveglio.
    Gli strumenti del culto erano il coltello incoronato, il corno, il flauto di Frigia, i cembali, le castagnette, il timpano.
    Le rappresentazioni dell'immagine di Cibele sono numerose, soprattutto nell' Asia minore. All'origine, un semplice meteorite simbolizzava la dea: tale era la pietra nera di Pessinonte. Poco a poco, sotto l'influenza dello antropomorfismo greco, si rappresentò Cibele sotto le caratteristiche di una donna seduta che tiene un leone sulle proprie ginocchia, o affiancata da due leoni.


  • Temi:

    Temi non è la dea della Giustizia come erroneamente si crede, ma la dea delle leggi naturali e perciò vigila su quanto è lecito ed illecito, regola la convivenza fra gli dèi, fra i mortali e i due sessi.

    La Giustizia invece è rappresentata da una delle Ore, Dike (sua figlia), I cui attributi sono la spada e la bilancia assieme alla cornucopia e agli occhi bendati (l'imparzialità della legge) e simboleggia il diritto e la giustizia. È spesso rappresentata come una donna con l'aria autorevole che tiene i piatti d'una bilancia con la quale pesa le argomentazioni delle controparti.

  • Teti

    Sposa Oceano, uno dei suoi fratelli, e diviene madre di tutti i fiumi del mondo e degli esseri femminili acquatici detti Oceanine.

    È lei che quando il figlio Achille, angustiato da Agamennone per la sottrazione della bella Briseide, va in riva al mare a sfogarsi, apparendogli gli domanda:

    Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
    Dì, non celarlo in cor; meco il dividi.
    (Iliade I).
    E saputo il fatto subito va sull'Olimpo da Zeus:
    Innanzi a lui
    la Dea s'assise; colla manca strinse
    le divine ginocchia; e colla destra
    molcendo il mento, e supplicando, disse:
    - Giove padre, se d'opre e di parole
    giovevole fra' numi unqua ti fui,
    un mio voto adempisci.

    Col cuore amareggiato di madre chiede a Zeus di volgere la guerra a favore dei troiani in modo da fare un dispetto ad Agamennone.
    Il Sommo Dio acconsente per poi ricambiare nuovamente le sorti quando Achille addolorato ed infuriato per la morte dell'amico Patroclo riprende la battaglia.


    Teti si identificava con una enorme massa d'acqua che scorreva nell'oceano pur restandone distinta e rappresentava l'elemento femminile fertile dei mari e dei fiumi che nutriscono la terra. La sua dimora era localizzata nell'estremo Occidente, oltre il giardino delle Esperidi, dove tramonta il sole.
    E' un meraviglioso giardino difeso dalle Esperidi dove fruttificano arance e limoni, simbolo della fecondità e dell’amore (ancor oggi i fiori di arancio), e una delle fatiche di Ercole fu quella di portare agli uomini questi pomi d’oro.

    Quando Aesacos, figlio di Priamo e di Alexirhoe , dopo la morte della moglie Asterope non riuscì a darsi pace cercando più volte la morte, gettandosi in mare da un'erta rupe, Téthys si mosse a compassione e lo tramutò in un uccello pescatore; in tal modo potè abbandonarsi alla sua ossessione, senza offendere il creato.

    Teti aveva cinquanta Nereidi come assistenti, sirene gentili figlie della ninfa Doride e di Nereo figlio di Ponto e di Gea.
     

  • Febe

    Sposata al fratello Ceo, da lui ebbe Asteria e Leto (o Latona), madre di Apollo e Artemide.

    E' la dea ispiratrice negli oracoli prima dell'avvento di Apollo. E' lei che dona il potere all'oracolo di Delfi e Apollo l'attributo di "Febo", lo prende da lei. Per il suo genetliaco Apollo riceve in regalo l'oracolo da Febe perché attraverso Latona, è suo nipote.



  • Mnemosine

    MNEMOSINE è la memoria che gli Esseri figli di ERA dovranno usare per affrontare le contraddizioni nella loro esistenza. MNEMOSINE è il conoscere le cose attraverso le quali il soggetto prende le decisioni nelle quali esercita la propria volontà. Esercitando la propria volontà il soggetto sceglie i migliori adattamenti per costruire sé stesso.

    Fu amata dal nipote Zeus, che le si presentò sotto forma di pastore.
    Mnemosine e Zeus giacquero insieme per nove notti sul monte Pierio e dopo un anno nacquero nove figlie: le Muse.

    Attraverso MNEMOSINE si aprono dei “canali di passione” con i quali collegare il singolo Essere alla MNEMOSINE universale. Questi “canali di passione” quando praticati dall’Essere della Natura e dall’Essere Umano, travolgono come una valanga emozionale l’Essere figlio di ERA. Questa Coscienza di Sé sono le MUSE!

    Esiodo elenca nove muse. Ogni MUSA è un “canale di passione” capace di condurre l’Essere Umano che la evoca fuori dai confini della ragione. E’ un canale che può portare l’Essere Umano nell’infinito collegandolo alla MNEMOSINE che figlia di URANO STELLATO e GAIA fa risuonare tutte le voci dell’infinito.

    Le mani, le passioni e l’intuire è la triade attraverso la quale gli Esseri Umani possono riuscire ad uscire dalla ragione e giungere nell’infinito che li circonda. La mani, le passioni e l’intuire portano a praticare l’impeccabilità dell’individuo che chiama la MUSA a sorreggere il suo cammino di uscita dalla ragione. Proviamo ad elencare le MUSE nominate da Esiodo: CLIO, EUTERPE, TALIA, MELPOMENE, TERSICORE, ERATO, POLIMNIA, URANIA e CALLIOPE. Quale di queste MUSE è la più importante? Quella praticata dal singolo individuo! Quella che emerge dentro la singola persona, diversa da ogni persona e praticata in maniera soggettiva!


  •     Sotto il regno di Crono la terra conobbe l'età dell'oro, ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino iniziò a divorare i suoi figli non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle sue viscere.
    Rea, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito Zeus, si recò da Crono e anziché presentargli il figlio, gli consegnò un masso avvolto nelle fasce che Crono ingoiò senza sospettare nulla.



    IL REGNO DI ZEUS

        Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte Ida nell'isola di Creta e affidato alle cure della ninfa Amaltea che possedeva una capra che aveva due capretti la quale costituiva l'orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all'indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.
    Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a Zeus. Zeus una volta diventato il re degli dei, pose Amaltea fra le costellazioni e rese fecondo il corno che ancor oggi porta il suo nome, cornucopia (dal latino "cornu=corno" e "copia = abbondanza").
    Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli il miele ed un'aquila gli portava ogni giorno il nettare dell'immortalità. I suoi pianti erano coperti dai Cureti che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.

    La conquista del regno celeste:

    Titanomachia.

    Quando Zeus fu grande, salì in cielo e con l'inganno fece bere a Crono una speciale bevande preparata da Metis che gli fece vomitare i figli che aveva divorato e dopo ciò dichiarò guerra al padre per impossessarsi del suo scettro. I Titani si schierarono al fianco del fratello Crono da cui ne scaturì una guerra chiamata Titanomachia.

    Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni che vide da una parte Crono, al cui fianco si schierarono i Titani e dall'altra Zeus, al cui fianco c'erano i suoi fratelli Poseidone e Ade.

    Entrambe le parti si battevano senza esclusione di colpi. La terra era devastata dai Titani che con la loro forza cambiavano i contorni della terra, distruggendo montagne scagliandole nell'Olimpo, il monte più alto della Grecia, dove Zeus ed i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno.

    La guerra sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un'alleanza con loro. I Ciclopi, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell'Olimpo: le folgori.
    Zeus liberò anche gli Ecatonchiri, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di Crono che assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale.
    Sulla sorte che Zeus fece fare al padre Crono ci sono diverse ipotesi. Secondo alcuni fu condotto a Tule e sprofondato in un magico sonno. Secondi altri, Crono viene liberato dalle catene, riconciliato con Zeus e dimorante nelle Isole dei Beati. Questa tradizione considera Crono come un re buono, il primo che abbia regnato sul cielo e sulla terra, e generò le leggende dell'Età dell'Oro. Si narrava in Grecia che in tempi lontanissimi egli regnasse ad Olimpia su un mondo felice di pace e abbondanza. Presso i Romani - dove Crono fu assimilato a Saturno (pur essendo, questi, una divinità di origine propriamente italica) - si favoleggiava della beata Età dell'Oro e si poneva il trono del dio, costruito da Romolo stesso, sul Campidoglio.

    Certa è invece la sorte che fu destinata ai Titani: furono incatenati nel Tartaro, e la loro custodia fu affidata agli Ecantonchiri.
    Gli antichi per spiegare la causa dei terremoti, immaginavano i Titani sprofondati nelle viscere della terra, schiacciati da montagne e isole ed i loro tentativi di liberarsi sarebbero la causa dei terremoti.

    Da un dialogo (Luciano: Saturnali) tra Crono detronizzato e vecchio, ed un suo sacerdote: " (…) Crono: Ti dirò. In prima essendo vecchio e perduto di podagra (e questo ha fatto creder al volgo che io ero incatenato) io non potevo bastare a contenere la gran malvagità che c'è ora: quel dover sempre correre su e giù, a brandire il fulmine, e folgorare gli spergiuri, i sacrileghi, i violenti, era una fatica grande e da giovane; onde con tutto il mio piacere la lasciai a Zeus. Ed ancora mi parve bene di dividere il mio regno tra i miei figlioli, ed io godermela zitto e quieto , senza aver rotto il capo da quelli che pregano e che spesso domandano cose contrarie, senza dover mandare i tuoni, i lampi e talora i rovesci di grandine. E così da vecchio meno una vita tranquilla, fo buona cera, bevo del nettare più schietto, e fo un po' di conversazioncella con Giapeto e con altri dell'età mia; ed egli si ha il regno e le mille faccende. (…)" 

    Terminava così il regno di Crono, secondo sovrano della divina famiglia e aveva inizio quella di Zeus, terzo sovrano e figlio suo.
    Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono ed avere precipitato gli alleati del padre, i Titani, nel Tartaro, regnava sereno sulla stirpe divina e sugli uomini.
    (Omero: Iliade, VIII, 3)
    "Su l'alto Olimpo il folgorante Giove
    Tenea consiglio. Ei parla e riverenti
    stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
    Tutti ed abbiate il mio voler palese;
    E nessuno di voi, nè Dio nè Diva,
    Di frangere s'ardisca il mio decreto;
    Ma tutti insieme il secondate ...
    ... degli Dei son io
    Il più possente ... "



    La Gigantomachia

    La gigantomachia è la guerra che i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell'Olimpo, aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani incatenati.
    Gea, si era recata infatti a Pallade, dove avevano dimora i Giganti, suoi figli generati con Urano. Ad essi chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus. I Giganti, acconsentendo alla richiesta della madre, forti anche della profezia secondo la quale nessun immortale sarebbe stato in grado di batterli, guidati da Porfirione, il più forte tra loro e da Alcioneo, si recarono nell'Olimpo e iniziarono quella che gli storici chiamarono GIGANTOMACHIA.

    La profezia della loro invincibilità nei confronti degli immortali era nota anche a Zeus, pertanto lo stesso decise di far partecipare alla lotta, oltre a tutti gli dei, anche il semidio Eracle (noto anche come Ercole), suo figlio, generato assieme ad Alcmena .

    I Giganti che parteciparono furono ventiquattro, altissimi e terribili, con lunghi capelli inanellati e lunghe barbe e code di serpenti a coprire i piedi. Per raggiungere la vetta dell'Olimpo dovettero mettere tre monti uno sopra l'altro.

    Alcioneo ne fu il capo. Fu anche il primo che Eracle abbatté. Fu la volta di Porfirione: riuscì quasi a strangolare Era ma, ferito al fegato da una freccia di Eros, la sua brama omicida si trasformò in lussuria e tentò di violentare la dea. Zeus divenne pazzo di gelosia e abbatté il gigante con una folgore. Eracle lo finì a colpi di clava.


    Efialte ebbe uno scontro con Ares che, sempre con l'aiuto di Eracle, riuscì a trarsi in salvo. E la storia si ripete con Eurito contro Dioniso, Clizio contro Ecate, Mimante contro Efesto, Pallade contro Atena: alla fine tocca sempre a Eracle dare il colpo di grazia.


    Demetra ed Estia, donne pacifiche, stanno in disparte, mentre le tre dispettose Moire scagliano pestelli di rame da lontano.

    Scoraggiati, i Giganti superstiti scappano. Atena riesce a scagliare un grosso masso contro Encelado che crolla in mare e diventa l'isola di Sicilia. Poseidone strappa un pezzo a Coo e lo scaglia nel mare, dove diventa l'isola di Nisiro, nel Dodecaneso. Ermes abbatte Ippolito e Artemide Grazione, mentre i proiettili infuocati lanciati dalle Moire bruciano le teste di Agrio e Toante.

     Sileno, il satiro nato dalla Terra, si vantò di aver fatto scappare i Giganti col raglio del suo asino, ma Sileno era sempre ubriaco, e veniva accolto all'Olimpo solo per ridere di lui.

    Zeus contro Tifone

    In realtà però, una nuova minaccia si affacciava all'orizzonte che avrebbe portato Zeus ad intraprende un'ennesima lotta contro un temibile nemico: Tifone.
     
    Quando gli dei ebbero vinto i Giganti, Gea, ancora piu' adirata, si unisce al Tartaro e, in Cilicia, partorisce Tifone che aveva natura mista, di uomo e di bestia. Per la statura e la forza,Tifone era superiore a tutti i figli di Gea e non aveva eguali sulla terra.
    La sua forza e la sua imponenza superavano di gran lunga quelle di tutti i figli della Terra.

    Fino alle cosce aveva una forma umana, ma di spaventosa enormità: era più grande di tutte le montagne, e la sua testa spesso sfiorava le stelle.
    Le sue braccia aperte toccavano da una parte il tramonto e dall'altra l'aurora, e terminavano con cento teste di serpente.
    Dalle cosce in giù, invece, aveva smisurate spire di vipera: se le stendeva, gli arrivavano fino alla testa, e producevano orrendi sibili.
    Tutto il suo corpo era alato; un pelo irsuto gli ondeggiava sulla testa e sulle guance, e gli occhi sprizzavano fiamme.

    Con tutta la sua mostruosa grandezza, Tifone si mise a scagliare massi infuocati contro il cielo, fra urla e sibili. Dalla bocca delle sue cento teste sgorgavano torrenti di fuoco reso ancora più orribile dall'ira che lo animava. Così spaventoso e così enorme era Tifone quando sferrò il suo attacco contro lo cielo. Quando gli dei videro che assaliva il cielo, la sorpresa e lo spavento fu tale che andarono a rifugiarsi in Egitto,e poiché lui li inseguiva,si trasformarono in animali (Apollo in corvo, Artemide in gatta, Afrodite in pesce, Ermes in cigno, ecc.), lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
    Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato da Tifone per le gambe ed immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
    Zeus era vinto.
    Tifone decise quindi di nascondere Zeus in Cilicia, rinchiudendolo in una grotta chiamata Korykos, mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
    Il suo destino sarebbe stato segnato, quando Ermes, figlio di Zeus, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la sacca a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.
    Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.
    (Ovidio: Metamorfosi 346-358): "(...) la vasta isola della Trinacria si accumula sulle membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifone, che osò sperare una dimora celeste. Spesso, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifone getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."

    Dopo questa ennesima lotta sostenuta da Zeus, seguì un nuovo periodo di tranquillità. Gli dei fecero ritorno all'Olimpo dove Zeus aveva stabilito la loro dimora.

    POSEIDONE

    Poseidone (Nettuno per i Romani) era, nella mitologia ellenica, il dio del mare, della navigazione, delle tempeste e dei terremoti. Con Zeus e Ade s'era diviso il regno di Crono, Poseidone fu uno degli dei più potenti dell'Olimpo.

    Abitava negli abissi del mare Egeo, presso la Tracia, in una casa rilucente d'oro. Andava per mare ritto su di un cocchio d'oro e con un tridente nella mano destra come simbolo di comando, trainato da cavalli marini che galoppavano sul pelo dell'acqua, mentre tutte le creature marine accorrevano gioiose, tributando un caldo saluto al loro signore.

    Aveva per attributi il tridente, regalo dei ciclopi, il toro, il delfino ed il cavallo che avrebbe addomesticato. Nelle sue vaste stalle vi erano cavalli bianchi dalla criniera d'oro e dagli zoccoli di bronzo; vi era pure un carro d'oro con cui comandava ai mostri marini ed alle tempeste.Il culto di Poseidone era molto importante nell'antica Grecia perché i greci erano per lo più pescatori e marinai. Era inoltre considerato anche il dio dei terremoti che provocava sbattendo il suo formidabile tridente.
    A Poseidone/Nettuno era sacro anche il delfino, sempre apprezzato dai marinai in quanto il suo apparire era segno di mare calmo e, quando nuotava vicino alle imbarcazioni, si riteneva che contribuisse a mantenerle in rotta.


    I Greci, grandi navigatori, ovviamente avevano un particolare culto per la massima divinità marina. Non vi fu luogo o città della Grecia dove non venissero innalzate statue o templi per il dio che squassava le onde col tridente. Gli fu costruito un tempio sull'istmo di Corinto e là si svolgevano i giochi Istmici, ai quali accorrevano tutti i Greci. Gli si intitolavano anche città, come Paestum, nell'Italia meridionale, che nacque come Posidonia, ossia città di Poseidone.

    I marinai rivolgevano preghiere a Poseidone perché concedesse loro un viaggio sicuro e talvolta come sacrificio annegavano dei cavalli in suo onore. Quando mostrava il lato benigno della sua natura Poseidone creava nuove isole come approdo per i naviganti ed offriva un mare calmo e senza tempeste. Quando invece veniva offeso e si sentiva ignorato allora colpiva la terra con il suo tridente provocando mari tempestosi e terremoti, annegando chi si trovasse in navigazione ed affondando le imbarcazioni.

    E al dio delle acque era stata consacrata anche una pianta: il pino. Le navi erano infatti quasi interamente costruite con tavole di legno di pino (o di cedro del Libano), considerato il migliore per la loro realizzazione.

    Veniva onorato il 23 luglio, con le festività dei Neptunalia, a cui furono poi uniti i ludi Neptunialicii (dal III secolo a.C.) Il suo tempio si trovava al Circo Flaminio all'interno del Campo Marzio a Roma. Nella mitologia Romana aveva una divinità associata (paredra) detta a volte Salacia a volte Venilia.

    In onore al Dio Nettuno, vi è anche la città di Nettuno, nella provincia di Roma nel Lazio.


    Avendo cospirato con Era e Apollo contro Zeus, venne punito ed esiliato nella Troade al servizio di Laomedonte. Questi gli negò il compenso pattuito per la costruzione delle mura della città. Poseidone, irato, fece scaturire dal mare un mostruoso drago. Per placarlo, il re dovette esporre la figlia Esione per essere divorata dal mostro. La giovane fu salvata e liberata da Eracle che uccise il mostro.

    Per punizione per aver offeso Zeus, Poseidone ed Apollo furono mandati a servire il re di Troia Laomedonte: questi disse loro di costruire un’enorme cinta muraria che corresse tutt’attorno alla città, promettendo di ricompensarli per questo servizio, ma poi non mantenne la parola data. Per vendicarsi, Poseidone mandò ad attaccare la città un mostro marino che però venne ucciso da Eracle.

    Dall’umore instabile come il mare era ora sorridente e benevolo ora burrascoso e violento, con il suo tridente aveva il potere di rendere il mare calmo o agitato. poteva cambiare forma a suo piacimento: simbolo dell'incostanza del mare.
    Le sue contese con altre divinità si spiegano col fatto che egli era anche dio delle acque terrestri, prima che il suo regno fosse ridotto al solo mare.

    Atena era in competizione con Poseidone per diventare la divinità protettrice della città di Atene che, all’epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora non aveva un nome. Si accordarono in questo modo: ciascuno dei due avrebbe fatto un dono agli Ateniesi e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore, decidendo così la disputa. Poseidone piantò al suolo il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente. Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel commercio che una fonte d’acqua, ma l’acqua era salmastra e non molto buona da bere. Secondo altre versioni Poseidone offrì invece il primo cavallo Atena invece offrì il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e quindi Atena come patrona della città, perché l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo. Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo di contrasti sorti nel periodo Miceneo tra gli abitanti originari della città e dei nuovi immigrati.

    Poseidone, avido di regni terrestri, un giorno rivendicò l’Attica piantando il suo tridente nell'acropoli di Atene facendo scaturire, immediatamente, un pozzo d'acqua salata che vi si trova ancora. Più tardi, durante il regno di Cecrops, arrivò Atena venne e si installò in modo più piacevole piantando il primo ulivo vicino al pozzo. Poseidone, furioso, la sfidò in combattimento ed Atena era pronta ad accettare se Zeus non si fosse interposto e non avesse ordinato loro di sottoporsi ad un arbitrato. Zeus non emise un verdetto, ma tutti gli altri dei sostennero Poseidone e tutte le dee sostennero Atena. E così, a maggioranza di una voce, il tribunale decretò che Atena aveva più diritti sul territorio perché lo aveva dotato di un regalo più utile.
    Poseidone contese ad Atena anche Trézène, una città del Peloponneso; in quest'occasione Zeus diede l'ordine che la città fosse divisa tra i due e ciò che fu sgradevole all'uno ed all'altro.

    Contese Corinto a Elios, ma ricevette soltanto l'istmo, mentre l'acropoli restò ad Elios. Furioso, provò a prendere a Era l'Argolide ed era pronto a combattere ancora, rifiutando di apparire dinanzi ai suoi pari olimpici, che, diceva, erano prevenuti contro lui. Di conseguenza, Zeus sottopose l'affare ai dio-fiumi Inachos, Céphise ed Asterione, e il giudizio che scaturì fu a favore di Era.
    Rivendica anche l'invenzione della briglia, benché Atena l'abbia inventata prima di lui; ma non gli contestano di avere istituito le corse dei cavalli.


    Poseidone fu allevato dai Telchini di Rodi e si unì alla loro sorella Alia, che gli dette sei maschi e, secondo alcune tradizioni, anche la figlia Rodo, da cui il nome dell'isola di Rodi. Afrodite fece impazzire i figli, inducendoli ad attentare alla propria madre, per cui Poseidone li precipitò nei visceri della terra con un colpo di tridente.

    Glauco è una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e di una Naiade.
    Come il padre fu una divinità del mare. La sua figura appare ne Le Argonautiche di Apollonio Rodio e nelle Metamorfosi (libro XIII) di Ovidio.
    Secondo la leggenda, nacque umano, praticò l'attività di pescatore, la sua immortalità e la sua natura di divinità marina derivarono da un'erba magica. Il suo corpo mutò sembianze, assumendo una forma di coda di pesce nella parte inferiore.
    Si ricordano i suoi amori, da quello per Scilla fino al tentativo di circuire Arianna. Glauco cercò di sedurre Scilla senza successo, impedito da Circe che lo coprì di ridicolo.

    Poseidone, innamoratosi di Anfitrite, una delle Nereidi figlie di Nereo e di Doride, la chiese in sposa ma la fanciulla intimorita, per timidezza fuggì via nascondendosi nelle acque dell'Oceano, oltre le colonne d'Ercole. Il dio inviò, allora, un delfino alla sua ricerca e ritrovatala la convinse alle nozze. La novella sposa, gelosa di Scilla la mutò in un mostro dai dodici piedi e dalle sei bocche che divoravano i marinai che attraversano lo Stretto di Messina.
    Da Anfitrite ebbe figli Tritone, Bentesecime e una figlia di nome Roda (spesso confusa con Rodo), poi moglie di Elio, dio del Sole.

    Da Eurite Poseidone ebbe il figlio Alirrozio, protagonista di due diverse versioni del mito: secondo la prima, tentò di usare violenza ad Alcippe figlia del dio Ares, che quindi lo uccise; secondo l'altra, Alirrozio si adirò perché l'Attica era stata destinata ad Atena anziché al padre Poseidone e, per rappresaglia, cercò di recidere l'ulivo che la dea aveva donato a quella regione; ma l'ascia gli cadde dalle mani e gli tagliò la testa.

    Da Ifimedia, figlia di Triope, ebbe i giganti Oto ed Efialte, detti Aloadi, che crescevano in modo smisurato: quando raggiunsero l'altezza di quasi venti metri decisero di assaltare l'Olimpo e dare battaglia agli dei, manifestando l'intenzione di prosciugare il mare, riempiendolo di massi, e di allagare la terra. Suscitarono quindi le ire divine e, secondo una versione, furono fulminati da Zeus; secondo un'altra, furono uccisi con l'inganno da Artemide, che assunse le forme di una cerbiatta e si slanciò tra i due, che si trafissero a vicenda nella fretta di colpirla.

    Amò anche Alope figlia di Cercione, contro il volere del padre di lei, ed ebbe un figlio che fu abbandonato dalla nutrice nella foresta. Poseidone mandò una giumenta, animale a lui sacro, per allattare il bambino che, dopo diverse disavventure, fu allevato da un pastore e chiamato Ippotoo, poi capostipite della tribù degli Ippotoontidi. Alope fu invece messa a morte da Cercione e fu trasformata in fonte da Poseidone.
    Secondo una diversa versione del mito, Poseidone era padre dello stesso Cercione re di Eleusi e possedeva forza e crudeltà smisurate: costringeva alla lotta i viandanti e poi squartava i vinti, legandoli alle cime ravvicinate di alberi opposti, che poi rilasciava, provocando così lo smembramento delle sue vittime. Fu ucciso da Teseo.

    Eufemo, nato da Poseidone e da Europa, eccelleva nella corsa al punto da poter scivolare sulle acque senza bagnarsi i piedi.
    Secondo alcuni mitografi, succedette a Tifi come pilota della nave Argo e prese parte alla caccia contro il Cinghiale Calidonio, figlio della scrofa Fea. Era questi grande come un toro, con setole acuminate come dardi, zanne lunghe come falci e alito che uccideva chiunque lo respirasse. Fu mandato da Artemide a devastare il paese di Oeneo, re di Calidone.

    Una delle figlie di Poseidone, Lamia, fu amata da Zeus e mise al mondo la Sibilla Libica. Le Sibille erano profetesse rivelatrici degli oracoli di Apollo, e molte sono le sacerdotesse con questo nome e le leggende che le riguardano. Secondo una delle tante storie, la prima profetessa fu appunto la figlia di Lamia, chiamata Sibilla dai Libici.

    Una donna mortale di nome Tiro, discendente di Eolo, era sposata con Creteo (dal quale aveva avuto un figlio, Esone), ma era innamorata di Enipeo, una divinità fluviale: la donna si offrì ad Enipeo che però la rifiutò. Un giorno Poseidone, incapricciatosi di Tiro, assunse le sembianze di Enipeo e dalla loro unione nacquero i due gemelli Pelia e Neleo. Abbandonati alla nascita dalla madre, furono nutriti dalla giumenta inviata da Poseidone, cui l'animale era consacrato. Secondo una leggenda, Pelia fu colpito da un calcio della giumenta che gli deturpò il volto, da cui il suo nome, derivato dal greco pelion, cioè "livido". Diventati adulti, i due gemelli ritrovarono la madre, soggetta alle angherie della propria matrigna Sidero; Pelia uccise quest'ultima, nonostante ella si fosse rifugiata nel tempio di Era, e tale sacrilegio fu la causa della sua morte, dopo una vita lunga e densa di fatti e misfatti.

    Dalla ninfa Satiria - considerata figlia di Minosse, re di Creta - Poseidone ebbe Taranto, eponimo della città omonima, mentre il nome di lei fu dato al locale Capo Satirione. Così si giustifica la tradizione che attribuisce origini cretesi alla città di Taranto.

    Amico - il Gigante nato anch'egli dal dio del mare, che aveva inventato il pugilato e il cesto, e regnava sui Bebrici in Bitinia - metteva a morte, prendendoli a pugni, gli stranieri che approdavano nella sua terra. Quando vi sbarcarono gli Argonauti egli li sfidò in combattimento; Polluce accettò la sfida e, con la sua prontezza e abilità, riuscì vincitore sulla violenza del gigante. La posta della lotta era che il vincitore avrebbe ucciso l'avversario, ma Polluce si contentò di far promettere ad Amico, vincolandolo con un solenne giuramento, di rispettare in futuro gli stranieri.

    I poemi omerici ci narrano di Poseidone che insieme ad Apollo costruì le mura inespugnabili di Troia, per ricompensare il re Laomedonte della sua ospitalità.
    Nell’Odissea Poseidone svolge un ruolo importante a causa del suo odio e irriducibile ira nei confronti di Ulisse, che gli aveva accecato il figlio Polifemo. L’inimicizia di Poseidone nei suoi confronti impedisce per molti anni ad Odisseo di fare ritorno ad Itaca nel lungo viaggio di ritorno in patria, malgrado gli interventi a favore del suo protetto di Atena e dello stesso Zeus.

    Demetra era alla ricerca di sua figlia Persefone, stancata e scoraggiata dalla sua ricerca era poco pronta trattare innamoramenti con nessun dio o Titano, allora si trasformò in giumenta ed andò nutrirsi con il gregge di un certo Oncos, figlio di Apollo che regnava a Oncéion in Arcadia. Ma non riuscì ad ingannare Poseidone, che si trasformò anch'egli e venne a congiungersi ad essa; da quest'unione nacquero la ninfa Despoena ed il cavallo selvaggio Aerione.

    Argolide fu essiccata da Poseidone, furioso che questo territorio che ambiva gli era stato rifiutato. Fu allora che Amymoné ricevette da suo padre Danaos l'ordine di scoprire una fonte per dissetare la popolazione e soprattutto, con la sua condotta, di non dispiacere a Poseidone. Ma, in cammino, incontrò un satiro che tentò di violentarla e chiamò Poseidone che cacciò l'imprudente lanciandogli il suo tridente; l'arma si piantò in una roccia da cui scaturì, immediatamente, una fonte limpida e fresca che Amymoné supplicò di lasciare scorrere. Poseidone, che si era innamorato, acconsentì a condizione che la giovane donna si fosse data a lui; Amymoné non esitò un solo momento e da quest'unione nacque Nauplios.

    Figlio di Poseidone e della Pleiade Alcione è Irieo, padre di Orione e re di Iria, città della Beozia. Secondo altre leggende, Irieo era invece un umile contadino che, per aver accolto nella sua capanna Zeus, Poseidone ed Ermes, fu premiato con l'esaudimento di un desiderio. Chiese pertanto un figlio, che gli dei fecero nascere fecondando la pelle del bue sacrificato in loro onore. Quel figlio fu Orione.
    Secondo altre versioni, il gigantesco cacciatore Orione era invece figlio dello stesso Poseidone e di Euriale. Accolto nei cieli in forma di costellazione, era apportatore di pioggia. Dice Virgilio (Eneide, I, 873-877, nella trad. di A. Caro): "... quando / Orion tempestoso i venti e 'l mare / Sì repente commosse, e mar sì fero / Venti sì pertinaci, e nembi e turbi / Così rabbiosi ..." Così pure Parini (La caduta, 1-4): "Quando Orion dal cielo / Declinando imperversa, / E pioggia e nevi e gelo / Sopra la terra ottenebrata versa, / ...".

    Poseidone ebbe un rapporto sessuale con Medusa sul pavimento del tempio di Atena che, per vendicarsi dell’affronto, trasformò la Gorgone in un mostro. Quando, tempo dopo, fu decapitata dall’eroe Perseo dal suo collo emersero il cavallo alato Pegaso ed il gigante Crisaore.

    con Melanto si unì sotto forma di delfino, da cui il nome Delfo del figlio; e suoi figli sembrano essere anche i Lestrigoni, giganti antropofagi che attaccarono le navi di Ulisse, quindi collocati tra il Lazio e la Campania.

    Figlio suo è anche l'aggressivo gigante Anteo figlio di Gea (o Gaia, la Madre Terra) che costringeva tutti coloro che attraversavano la sua terra - la Libia o il Marocco - a lottare con lui. Dopo averli vinti e uccisi, con i loro crani ornava il tempio dedicato a Poseidone. Era invulnerabile finché toccava con i piedi la madre Terra che gli infondeva rinnovato vigore, ma Eracle, durante il suo passaggio in Libia, riuscì ad averne la meglio, sollevandolo sulle spalle.

    Da Lisianassa Poseidone ebbe Busiride che figura nella leggenda come re d'Egitto, posto sul trono da Osiride quando questi intraprese il viaggio intorno alla terra. Tuttavia il suo nome non compare nelle dinastie faraoniche e potrebbe essere una deformazione di "Osiride".
    Era un tiranno crudele, colpevole di molti misfatti, al quale l'indovino cipriota Frasio aveva vaticinato che solo il sacrificio di un forestiero, una volta l'anno, avrebbe allontanato la carestia che si era abbattuta sull'Egitto. Il vate fu quindi la prima vittima e lo stesso Eracle, transitando per il Paese, fu catturato e destinato al sacrificio, ma riuscì a sciogliersi dai vincoli e a riacquistare la libertà, dopo aver ucciso Busiride e tutti i sacerdoti.

    Secondo una leggenda era figlio di Poseidone - e non di Oceano, come tutti i fiumi - anche Acheloo, dio del fiume omonimo, oggi Aspropotamo. Come dio-fiume aveva il potere di assumere qualunque forma e quindi si trasformò in serpente e poi in toro per combattere Eracle quando questi chiese in moglie Deianira, già sposata con Acheloo. Nella lotta che ne seguì, Eracle gli strappò un corno e Acheloo si dichiarò vinto; rinunciò a Deianira e donò al rivale il proprio corno che, consacrato a Copia, dea dell'abbondanza (cornu copiae), acquistò il potere di elargire fiori e frutti in quantità. Mutilato e sconfitto, Acheloo si gettò nel fiume, che prese il suo nome.

    Legato al ciclo di Eracle è un altro figlio di Poseidone, chiamato Sileo, che aveva per fratello Diceo, ossia "il Giusto", cioè di nome e di fatto l'opposto del fratello. Questi era infatti il crudele padrone di una vigna, in Tessaglia, e costringeva i passanti a lavorare per lui, prima di metterli a morte. Eracle, ricevuto l'ordine di punire Sileo, si mise al suo servizio ma, invece di accudire le viti, devastò la vigna e uccise lo stesso Sileo con un colpo di zappa. Poi si innamorò della figlia di lui e la sposò ma, di lì a poco, dovette assentarsi e la giovane morì per il dolore del distacco. Lo stesso Eracle fu trattenuto a forza dal gettarsi sulla pira funebre dell'amata moglie.

    Con Afrodite ebbe figli: Rodo, Erice, Erofilo




    ADE

    Ade era figlio di Crono e di Rea, e i suoi fratelli e sorelle erano Estia, Demetra, Era, Zeus e Poseidone. Secondo il mito venne divorato dal padre insieme ai suoi fratelli e sorelle.

    Ade partecipò alla Titanomachia, nell'occasione in cui i Ciclopi gli fabbricarono la kunée, un copricapo magico in pelle d'animale che gli permetteva di diventare invisibile: si poté introdurre così segretamente nella dimora di Crono rubandogli le armi e, mentre Poseidone minacciava il padre col tridente, Zeus lo colpì con la folgore.

    In seguito, ricevette la sovranità del mondo sotterraneo e degli Inferi, quando l'universo fu diviso con i suoi due fratelli Zeus e Poseidone, che ottennero rispettivamente il regno dell'Olimpo e del mare.

    Viene annoverato saltuariamente fra le divinità olimpiche, nonostante questo sia contrario alla tradizione canonica; Ade è d'altra parte assai poco presente nella mitologia, essendo essenzialmente legato ai racconti mitologici legati agli eroi: Orfeo, Teseo ed Eracle sono tra i pochi mortali ad averlo incontrato. Inoltre la tradizione lo vuole riluttante ad abbandonare il mondo dell'aldilà: le uniche due eccezioni si ricordano per il rapimento di Persefone e per ricevere alcune cure dopo essere stato ferito da una freccia di Eracle.

    Nella mitologia latina inizialmente Plutone è definito Signore degli Inferi, e solo successivamente Signore dell'Ade. Altro termine utilizzato è Averno, nome del lago dal quale si può accedere agli inferi.

    La leggenda lo vuole padrone delle greggi solari, al pascolo nell'isola Erizia, la cosiddetta isola rossa, dove il Sole muore quotidianamente. Il pastore era chiamato Menete.

    Persefone:
    Ade, innamorato di Persefone, la rapì con l'accordo di Zeus mentre stava raccogliendo dei fiori in compagnia delle ninfe, secondo il mito nelle attuali pianure di Enna. Sua madre, Demetra, disperata per la scomparsa della figlia, la cercò per nove giorni arrivando fino alle regioni più remote: il decimo giorno, con l'aiuto di Ecate ed Elio, seppe che il rapitore era il dio degli Inferi. Adirata, Demetra abbandonò l'Olimpo e scatenò una tremenda carestia in tutta la terra, affinché questa non offrisse più i suoi frutti ai mortali e agli dei. Zeus tentò allora di riconciliare Ade e Demetra, affinché si evitasse la fine del genere umano: inviò il messaggero Ermes al fratello, ordinandogli di restituire Persefone, a patto che ella non si fosse cibata del cibo dei morti. Ade non si oppose all'ordine ma, poiché Persefone era effettivamente digiuna dal rapimento, la invitò a mangiare prima di tornare dalla madre: le offrì così un melograno, frutto proveniente dagli Inferi, in dono. In procinto di mettersi sulla via di Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, Ascalafo, la vide mangiare pochi grani del melograno: in questo modo si compì dunque il tranello ordito da Ade, affinché Persefone restasse con lui negli Inferi. Allo scatenarsi nuovamente dell'ira di Demetra, Zeus propose un nuovo accordo, per cui, dato che Persefone non aveva mangiato un frutto intero: sarebbe rimasta nell'oltretomba solamente per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno; avrebbe trascorso così sei mesi con il marito negli Inferi, e sei mesi con la madre sulla terra. La proposta fu accettata da entrambi, e da quel momento si associarono la primavera e l'estate ai mesi che Persefone trascorreva in terra dando gioia alla madre, e l'autunno e l'inverno ai mesi che passava negli Inferi, durante i quali la madre si struggeva per la figlia.

    Menta e Leuce:
    Secondo Ovidio e Strabone, Ade tentò di approfittarsi della ninfa Menta. Persefone, gelosa del marito, si dispiacque dell'unione e si infuriò quando Menta proferì contro di lei minacce spaventose e sottilmente allusive alle proprie arti erotiche molto sviluppate. Persefone, sdegnata, la fece a pezzi: Ade le consentì di trasformarsi in erba profumata, la menta, ma Demetra la condannò alla sterilità, impedendole di produrre frutti.

    Leuce, un'altra ninfa figlia di Oceano, fu rapita da Ade e trasformata da Persefone in pioppo bianco presso la fontana della Memoria.

    Per Ade si sacrificavano, unicamente nelle ore notturne, pecore o tori neri, e coloro che offrivano il sacrificio voltavano il viso: secondo Omero, infatti, Ade era il più ripugnante degli dei. Il suo culto non era molto sviluppato ed esistono poche statue con sue raffigurazioni.

    Dei pochi luoghi di culto a lui dedicati, il solo degno di nota è Samotracia, mentre si suppone ne esistesse un secondo situato nell'Elide, a nord ovest del Peloponneso; è possibile che un altro centro del suo culto si trovasse ad Eleusi, strettamente connesso con i misteri locali. Euripide indica che Ade non riceveva libagioni rituali.

    Veniva solitamente rappresentato come un uomo maturo, barbato e feroce, spesso seduto su un trono e dotato di una patera e di uno scettro, con il cane a tre teste protettore degli Inferi, Cerbero. A volte si trovava anche un serpente ai suoi piedi. Indossa molto spesso un elmo, oppure un velo che gli copre il volto e gli occhi.

    Si hanno sue rappresentazioni in moltissimi contesti ceramici, soprattutto nelle pìnakes di Locri Epizefiri. Altri esempi si conoscono in alcuni affreschi della Tomba dell'Orco (altro nome del dio) a Tarquinia, mentre ad Orvieto se ne ha una raffigurazione all'interno della Tomba Golini I. Per la Grecia si ricordano un trono del Partenone attribuito a Fidia ed una base colonnare da Efeso, più esattamente dal Tempio di Artemide. Nel mondo romano i sarcofagi, soprattutto in età tardo antica, usavano rappresentare il ratto di Proserpina e dunque una raffigurazione del dio infernale.




    ERA

    Considerata regina dell'Olimpo.Di matronale bellezza, di impeccabili costumi, proteggeva la castità del matrimonio e la santità del parto. Fu dai Romani assimilata all'italica Giunone.
    Figlia di Crono e di Rea, fu la terza ad essere stata ingoiata dal padre.

    Fu allevata nella casa di Oceano e Teti, e poi nel giardino delle Esperidi. Zeus amava segretamente Era già dal tempo in cui Crono regnava sui Titani, ma, come spesso accade ai giovani, non sapeva come fare a dichiararle il suo amore.
    Particolare è il modo in cui fu sedotta da Zeus . Egli, per conquistarla, scatenò un tremendo temporale e, trasformatosi in cuculo, si lasciò bagnare per bene. Quando dopo la pioggia la Dea decise di fare una passeggiatina vide il povero uccellino e, commossa, lo prese in mano per riscaldarlo. Come lo fece, Zeus assunse le sue vere sembianze e la sedusse.
    Sulla cima del monte Ida sposò Zeus. Era è la patrona del matrimonio propriamente detto e rappresenta l'archetipo simbolico dell'unione di uomo e donna nel talamo nuziale, tuttavia non è certo famosa per le sue qualità di madre. I figli legittimi nati dalla sua unione con Zeus sono Ares, Ebe (la dea della giovinezza), Eris (la dea della discordia) ed Ilizia (protettrice delle nascite).

    Nei tempi più antichi la sua associazione più importante era quella con il bestiame, come dea degli armenti, venerata specialmente nell'isola Eubea detta "ricca di mandrie". Il suo epiteto più comune nei poemi omerici, "boopis", viene sempre tradotto "dall’occhio bovino" dal momento che, come i Greci dell’età classica, la nostra cultura rifiuta la più naturale traduzione "dal volto di vacca" o "dall’aspetto di vacca": un'Era dalla testa bovina come il Minotauro verrebbe percepita come un oscuro e spaventoso demone. Tuttavia sull'isola di Cipro sono stati trovati dei teschi di toro adattati ad essere usati come maschera, il che suggerisce un probabile antico culto dedicato a divinità con un simile aspetto.

    Era veniva ritratta come una figura maestosa e solenne, spesso seduta sul trono mentre porta come corona il "Polos", il tipico copricapo di forma cilindrica indossato dalle dee madri più importanti di numerose culture antiche. In mano stringeva una melagrana, simbolo di fertilità e di morte usato anche per evocare, grazie alla somiglianza della sua forma, il papavero da oppio. Omero la definiva la Dea dagli occhi "bovini" per l'intensità del suo regale sguardo. Le bastava agitarsi sul trono per fare tremare l'Olimpo, al suo sposo Zeus, bastava aggrottare le ciglia per avere lo stesso risultato.
    Nelle raffigurazioni ellenistiche il carro di Era era trainato da pavoni, una specie di uccello che in Grecia è rimasta sconosciuta fino alle conquiste di Alessandro: Aristotele, l’istitutore di Alessandro si riferiva a quest'animale come all'"uccello persiano". Il motivo artistico del pavone fu riportato molto più tardi, quando si fusero tra loro le figure di Era e Giunone.In epoca arcaica, un periodo durante il quale ad ogni dea dell’area egea era associato il "suo" uccello, veniva associato ad Era anche il cuculo che appare in alcuni frammenti che raccontano la leggenda dei primi corteggiamenti alla vergine Era da parte di Zeus.

    L’importanza di Hera fin dall’età arcaica è testimoniata dai grandi edifici di culto che vennero realizzati in suo onore.
    I templi di Era costruiti in due dei luoghi in cui il suo culto fu particolarmente sentito, l’isola di Samo e l’Argolide, risalgono al VIII secolo a.C. e furono i primissimi esempi di tempio greco monumentale della storia (si tratta rispettivamente dell'Heraion di Samo e dell'Heraion di Argo).

    Nella cultura greca classica, gli altari venivano costruiti a cielo aperto. Era potrebbe essere stata la prima divinità a cui fu dedicato un tempio dotato di un tetto chiuso, che fu eretto circa nell'800 a.C. a Samo, e fu successivamente sostituito dall'Heraion, uno dei templi greci più grandi in assoluto. I santuari più antichi, per i quali vi sono meno certezze circa la divinità a cui erano dedicati, erano realizzati secondo un modello Miceneo chiamato "casa-santuario". Gli scavi archeologici di Samo hanno portato alla luce offerte votive, molte delle quali risalenti al VIII e VII secolo a.C., che rivelano come Era non fosse considerata soltanto una dea greca locale di ambiente egeo: attualmente il museo raccoglie statuette che rappresentano dèi, supplici e offerte votive di altro tipo provenienti dall'Armenia, da Babilonia, dalla Persia, dall'Assiria e dall'Egitto, a testimonianza dell'alta considerazione di cui godeva questo santuario e del grande flusso di pellegrini che attirava.


    Era fu sempre fedele al suo sposo e fu perciò venerata come simbolo della santità e della devozione coniugale. Della sua fedeltà diede prova specialmente quando ISSIONE, re dei Lapiti, invitato da Giove ad un banchetto tra gli dei osò corteggiarla, tradendo così il sacro rispetto dell’ospitalità e la stima di cui il re degli dei lo aveva onorato.
    La Dea infatti avvertì subito il marito, che, astutamente, per cogliere sul fatto l’intraprendente e punirlo come meritava, escogitò una insidia veramente singolare. Prese una nuvoletta, le diede le forme e la fisionomia di Giunone: si nascose poi fra le altre nuvole e attese gli eventi. Di nulla sospettando, Issione cadde nel tranello e, sorpreso da Giove mentre tentava con parole di miele la bella nuvola, fu da lui condannato nel Tartaro a girare su se stesso senza posa, per l’eternità, legato a una ruota infuocata, spinta da venti furiosi. Dalla nuvola di Issione Giove fece poi nascere i CENTAURI, mostri dal corpo di cavallo con forma umana dal petto in su, perché rimanesse il ricordo del suo tradimento.

    A tanta fedeltà della moglie - come già si è detto - non ne corrispondeva altrettanta da parte di Giove. Da ciò l’ira continua di Giunone, che, superba, gelosa, vendicativa, perseguitava spietatamente non solo le Dee, le Ninfee e le donne amate da Giove, ma anche gli innocenti figli che da loro nascevano. L’Olimpo spesso tremava per i fragorosi litigi della coppia divina, e guai a chi osava frapporsi!!!!
    Così, quando da Giove e da ALCMENA, regina di Tebe, nacque ERCOLE, Giunone lo perseguitò fin dalla nascita mandando sulla sua culla due serpenti che lo uccidessero (ma il prodigioso fanciullo li strozzò entrambi con le proprie mani!), e poi costringendolo a servire il re EURISTEO (che gli impose le famose dodici fatiche!) nella speranza che morisse affrontando pericoli e mostri di ogni genere.
    Un'altra volta Giove s'innamorò di IO, giovane principessa greca. Per fare in modo che nessuno, e in particolare Giunone, sospettasse qualcosa, escogitò un nuovo stratagemma: trasformò la giovinetta in giovenca. Giunone capì l'inganno e astutamente… gliela chiese in dono. Giove, per non tradirsi, fu costretto a stare al gioco: " Prendila pure! E' tua! Di giovenche ce ne sono tante! ". La dea, per nulla ingannata da quella faccia tosta, avuta la Giovenca, la diede in custodia ad ARGO, un gigante che aveva cento occhi, cinquanta dai quali, a turno, rimanevano sempre spalancati quand'egli dormiva.
    La partita sembrava ormai definitivamente chiusa a favore di Giunone, sennonché Giove, per liberare la sua amata giovenca, incaricò MERCURIO di addormentare completamente il severo custode con una dolce, soporifera melodia e poi di ucciderlo. Allora Giunone, furibonda, si vendicò contro l'infelice Io per mezzo di un tafano che incominciò a punzecchiarla tanto furiosamente, che la povera Giovenca fu costretta ad una fuga precipitosa fino al lontano Egitto, dove, finalmente, ad un tocco di Giove, riebbe la figura umana e fu quindi venerata dagli Egizi come una dea dal nome di ISIDE. Anche l'ira, di Giunone, allora, si placò; ma la dea, non dimentica dei servigi resi del fedelissimo e sfortunato Argo, volle che i suoi cento occhi ornassero la coda del pavone a lei sacro, che, come abbiamo già ricordato, con i suoi cangianti, purissimi colori è il simbolo dell'incantevole cielo stellato.
    I suoi simboli sacri erano la vacca ed il pavone.



    Moglie fedele e gelosa era famosa per perseguitare le amanti ed i figli di Zeus e per non dimenticare mai alcuna offesa.

    Le vendette di Era venivano tramandate in varie leggende, tra di esse probabilmente la più famosa è quella nei confronti del principe troiano Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza e che, per questa ragione, aiutò i greci nella guerra di Troia finché la città non venne distrutta.



    Efesto:
    Era, resa gelosa dal fatto che Zeus era diventato padre di Atena senza di lei (infatti l’aveva avuta da Metide), decise di per ripicca di mettere al mondo Efesto senza la collaborazione del marito, semplicemente battendo il suolo con la mano, un gesto di grande solennità nella cultura greca antica. Rimasta però disgustata al vedere la bruttezza di Efesto lo scagliò giù dall'Olimpo. Efesto si vendicò del rifiuto subito dalla madre costruendole un trono magico che, una volta che ella vi si sedette, non le permise più di alzarsi. Gli altri dèi pregarono più volte Efesto di tornare sull’Olimpo e liberarla, ma egli rifiutò ripetutamente. Allora Dioniso lo fece ubriacare e lo riportò sull’Olimpo incosciente, trasportandolo con un mulo. Efesto accettò di liberare Era, ma solo dopo che gli fu concessa in moglie Afrodite.

    Eracle:
    Era era la matrigna dell'eroe Eracle, nonché la sua principale nemica. Quando Alcmena era incinta di Eracle, Era tentò di impedirne la nascita facendo annodare le gambe della puerpera. Fu salvata dalla sua serva Galantide che disse alla dea che il parto era già avvenuto, facendola desistere. Scoperto l'inganno, Era trasformò Galantide in una donnola per punizione.
    Quando Eracle era ancora un bambino, Era mandò due serpenti ad ucciderlo mentre dormiva nella sua culla. Eracle però strangolò i due serpenti afferrandoli uno per mano, e la sua nutrice lo trovò che si divertiva con i loro corpi come fossero giocattoli.
    E fu per il suo accanimento, per la volta che scatenò una tempesta contro l'eroe, che Zeus adirato la appese nel cielo con un'incudine d'oro appesa ai piedi.

    Una descrizione dell'origine della Via Lattea dice che Zeus aveva indotto con l'inganno Era ad allattare Eracle: quando si era accorta di chi fosse, l'aveva strappato via dal petto all’improvviso e uno schizzo del suo latte aveva formato la macchia nel cielo che ancor oggi possiamo vedere (un'altra versione afferma che fu Ermes ad avvicinare Eracle al seno di Era, che era addormentata, per fargli bere il latte benedetto. A causa di un morso di Eracle, però, la dea si sveglio e, per togliere il seno di bocca ad Eracle, cadde una goccia del suo latte formando la Via Lattea). Gli Etruschi dipinsero un Eracle adulto e già con la barba attaccato al seno di Era.

    Era fece in modo che Eracle fosse costretto compiere le sue famose imprese per conto del re Euristeo di Micene e, non contenta, tentò anche di renderle tutte più difficili. Quando l'eroe stava combattendo contro l'Idra di Lerna lo fece mordere ad un piede da un granchio, sperando di distrarlo. Per causargli ulteriori problemi, dopo che aveva rubato la mandria di Gerione, Era mandò dei tafani per irritare e spaventare le bestie, quindi fece gonfiare le acque di un fiume in modo tale che Eracle non potesse più guadarle con la mandria, costringendolo a gettare nel fiume enormi pietre per renderlo attraversabile. Quando finalmente riuscì a raggiungere la corte di Euristeo, la mandria fu sacrificata in onore di Era. Euristeo avrebbe voluto sacrificare alla dea anche il Toro di Creta, ma Era rifiutò perché la gloria di un simile sacrificio sarebbe andata di riflesso anche ad Eracle che l'aveva catturato. Il toro fu così lasciato andare nella piana di Maratona diventando famoso come il Toro di Maratona.

    Alcune leggende dicono che Era alla fine si riconciliò con Eracle, dato che l’aveva salvata da un gigante che tentava di stuprarla, e gli concesse anche come moglie sua figlia Ebe.


    Eco:
    Una volta, Zeus convinse una ninfa di nome Eco a distrarre Era dai suoi amori furtivi. Quando Era scoprì l’inganno condannò la ninfa a non aver più una voce propria e a poter, da allora in poi, soltanto ripetere le parole altrui.

    Latona:
    Quando Era venne a sapere che Latona era incinta e che il padre era Zeus, con un incantesimo impedì a Latona di partorire facendo sì che ogni terra ove si recasse risultasse ostile nei suoi confronti. Latona trovò l’isola galleggiante di Delo, che non era né terraferma né una vera e propria isola ed era troppo inospitale per poterla peggiorare. Su questa partorì mentre veniva circondata da cigni. In segno di gratitudine Zeus fissò Delo, che da allora fu sacra ad Apollo, con quattro pilastri. Vi sono anche altre versioni della storia. In una di queste Era rapì la figlia Ilizia, la dea della nascita, per impedire a Latona di cominciare il travaglio, ma gli altri dèi la costrinsero a lasciarla andare. Alcune leggende dicono che Artemide, nata per prima, aiutò la madre a partorire Apollo, mentre un’altra sostiene che Artemide, nata il giorno precedente sull’isola Ortigia, aiutò la madre ad attraversare il mare fino a giungere a Delo per mettere al mondo il fratello.

    Callisto e Arcade:
    Callisto, una ninfa che faceva parte del seguito di Artemide, fece voto di restare vergine, ma Zeus si innamorò di lei e assunse l'aspetto di Apollo (secondo altre versioni di Artemide stessa) per adescarla e sedurla. Era allora, per vendicarsi del tradimento, trasformò Callisto in un'orsa. Tempo dopo Arcade, il figlio che Callisto aveva generato con Zeus, quasi uccise per errore la madre durante una battuta di caccia e Zeus, per proteggerli da ulteriori rischi, li mise in cielo trasformandoli in costellazioni.

    Semele e Dioniso:
    Dioniso era figlio di Zeus e di una mortale. Era, gelosa, tentò di uccidere il bambino mandando dei Titani a fare a pezzi Dioniso dopo averlo attirato con dei giocattoli. Nonostante Zeus fosse riuscito infine a scacciare i Titani con i suoi fulmini, erano riusciti a divorarlo quasi tutto e ne era rimasto solo il cuore salvato, a seconda delle versioni della leggenda, da Atena, Rea, o Demetra. Zeus si servì del cuore per ricreare Dioniso, ponendolo nel grembo di Semele (per questo Dioniso diventò conosciuto come “il due volte nato”). Le versioni della leggenda sono comunque molte e varie.

    Io:
    Un giorno Era stava per sorprendere Zeus con una delle sue amanti, chiamata Io, ma Zeus riuscì ad evitarlo all’ultimo, trasformando Io in una giovenca bianca. Era, tuttavia, ancora insospettita, chiese a Zeus di darle la giovenca in dono. Una volta ottenutala, Era la affidò alla custodia del gigante Argo, perché la tenesse lontana da Zeus. Il re degli dèi allora ordinò ad Ermes di uccidere Argo, cosa che il dio fece addormentando il gigante dai cento occhi grazie al suono del suo flauto e poi tagliandogli la testa. Era prese gli occhi del gigante e, per onorarlo, li pose sulle piume della coda del pavone, il suo animale sacro. Quindi mandò un tafano a tormentare Io, che cominciò a fuggire per tutto il mondo conosciuto, fino a giungere in Egitto dove, dopo aver partorito il figlio Epafo, riacquistò forma umana.

    Lamia:
    Lamia era una regina della Libia della quale Zeus si era innamorato. Era per vendicarsi trasformò la donna in un mostro, ed uccise i figli che aveva avuto da Zeus. Una diversa versione della leggenda dice che Era le uccise i figli e Lamia si trasformò in un mostro per il dolore. Lamia venne anche colpita da Era con la maledizione di non poter mai chiudere gli occhi, in modo che fosse per sempre condannata a vedere ossessivamente l’immagine dei suoi figli morti. Zeus, per consentirle di riposare, le concesse il potere di cavarsi temporaneamente gli occhi e poi rimetterli al loro posto.

    Gerana:
    Gerana era una regina dei Pigmei che si vantò di essere più bella di Era. La dea, furibonda, la trasformò in una gru e proclamò solennemente che gli uccelli suoi discendenti sarebbero stati in eterna lotta contro il popolo dei Pigmei.

    Altre leggende su Era:

    Cidippe:
    Cidippe, una sacerdotessa di Era, doveva partecipare ad una cerimonia in onore della dea. Dato che il bue che avrebbe dovuto essere aggiogato al suo carro non arrivava, i suoi due figli, Bitone e Cleobi, trainarono essi stessi il carro per 8 km per permetterle di prendere parte al rito. Cidippe rimase impressionata dalla loro devozione e chiese ad Era di premiare i suoi figli con il miglior dono che una persona potesse ricevere. Come risposta, Era dispose che i fratelli morissero nel sonno senza soffrire.

    Tiresia.
    Tiresia era un sacerdote di Zeus: quando era giovane si imbatté in due serpenti arrotolati tra loro e, con un bastone, uccise il serpente femmina. Fu allora improvvisamente trasformato in una donna e, cambiato sesso, divenne una sacerdotessa di Era, si sposò ed ebbe dei figli (tra i quali Manto). Altre versioni dicono che diventò invece una famosa ed abile prostituta. Passati sette anni, Tiresia trovò altri due serpenti intrecciati e questa volta uccise il serpente maschio, recuperando il suo sesso originario. A questo punto, dato che era stato sia uomo che donna, Era e Zeus lo convocarono per chiedergli, visto che aveva vissuto entrambi i ruoli, se durante il rapporto amoroso provasse più piacere l'uomo o la donna. Zeus sosteneva fosse la donna, Era naturalmente l'opposto. Quando Tiresia si mostrò propenso a confermare le tesi di Zeus, Era lo accecò infuriata. Zeus allora, non potendo rimediare a ciò che la consorte aveva fatto, per compensarlo del danno gli diede il dono della profezia.

    Una versione diversa della leggenda di Tiresia dice che fu invece accecato da Atena per averla vista mentre faceva il bagno nuda, e Zeus gli diede la profezia per le suppliche di sua madre Cariclo.


    Mitopsicologia:

    L'esegesi psicologica del mito di Era descrive un archetipo di donna e moglie abbastanza particolare: l'obiettivo della donna Hera è il controllo e la gestione del ménage familiare, più che la ricerca di un'intesa sessuale col proprio uomo.

    Tali donne non ricercano di godere della presenza del proprio compagno, ma costruiscono case lustre e contemplative, tavole ben preparate, facciate dipinte e infiorate per i vicini.

    Era-Giunone, Vesta e altre dee del focolare, dedite al matrimonio come istituzione, non sono amanti particolarmente eccitanti: lo dimostrano i continui tradimenti di Zeus.
    Tali donne sono sessualmente povere, piene di inibizioni. L'eros è messo alla porta, e il rapporto coniugale ne risulta appiattito. Con una donna così, sopprimendo la relazione erotica, il rapporto d'amore si sposta sul modello di altri affetti familiari, come la sorella e la madre.

    Se il partner della donna Hera non è una persona forte, risulta spesso essere più vicino al bambino viziato, prima dalla mamma e poi dalla moglie.
    Altrimenti tale marito è simile a Zeus. E allora la perfetta donna Hera prorompe in violente e vocianti scenate: come ci raccontano i miti l'Olimpo intero tremava, quando la regina degli dèi era infuriata.
    Tale donna non è gelosa in senso erotico, ma è posseduta da una gelosia impersonale, poiché "qualcosa" nel suo focolare non va come lei vuole che vada. La donna Hera, seppur conosca le attività libertine dell'uomo Zeus, non chiede il divorzio, non rompe il legame coniugale, poiché quello che conta di più è l'istituzione del matrimonio, e non la coppia.




    DEMETRA

    Demetra, Cerere presso i romani, era figlia di Crono e Rea, e apparteneva alla prima generazione divina degli dei Olimpi, i fratelli Zeus, Ade e Poseidone e le sorelle Era ed Estia e fu inghiottìta per seconda dal padre.
    Demetra era dea di alto rango: figlia di Crono e di Rea, e sorella di Zeus, dunque una pari del signore degli uomini e degli dei. Questa parità virtuale si realizzava a volte come autonomia rispetto alla sovranità di Zeus.
    Demetra era la dea delle plebi rustiche in opposizione all'aristocrazia cittadina che si riferiva a Zeus come fonte del suo potere; era la dea che prometteva una specie d'immortalità oltretombale contro l'ordine di Zeus che fissava nella mortalità l'invalicabile limite umano; era la dea delle esperienze mistiche che elevavano l'uomo all'altezza degli dei, mentre l'ordine di Zeus considerava ogni sconfinamento dall'umano come il peccato per eccellenza (hýbris) e lo puniva inesorabilmente. Questa posizione di Demetra la metteva in relazione con altre divinità ugualmente opposte a Zeus, quali Ade, Posidone e Dioniso.

    Raramente è stata ritratta con un consorte o un compagno: l'eccezione è rappresentata da Giasione, il giovane cretese che giacque con Demetra in un campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da un geloso Zeus. Con Giasione ebbe Pluto, il dio della ricchezza.

    Poseidone una volta inseguì Demetra che aveva assunto l'antico aspetto di dea-cavallo. Demetra tentò di resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi tra la mandria di cavalli del re Onkios riuscì a nascondere la propria natura divina; Poseidone si trasformò così anch'egli in uno stallone e si accoppiò con lei. Demetra fu letteralmente furibonda per lo stupro subito, ma lavò via la propria ira nel fiume Ladona. Dall'unione nacquero una figlia, il cui nome non poteva essere rivelato al di fuori dei Misteri Eleusini, ed un cavallo dalla criniera nera chiamato Arione. Anche in epoche storiche, in Arcadia Demetra era adorata come una dea dalla testa di cavallo.



    Le storie orfiche accennano al suo congiungimento con Zeus dal quale è nata Core o Persefone, l'unica figlia di Demetra.
    Cerere, madre di Proserpina, era la dea che insegnò agli uomini l'arte del coltivare la terra. La figlia, di leggiadra bellezza, amava lo sbocciare dei fiori e si trastullava tra i campi.

    Un giorno di primavera, il Dio Plutone (Ade), re del mondo sotterraneo e fratello di Giove, sbucò in Sicilia dal lago di Pergusa rimanendo estasiato dalla visione davanti ai suoi occhi: in mezzo ai prati, la giovane Proserpina, assieme alle ninfe che la accompagnavano, raccoglieva fiori variopinti e profumati. Plutone se ne innamorò e - naturalmente - la rapì.

    Elios, il dio Sole, informò dell'accaduto Demetra (Cerere). La madre per nove giorni e nove notti cercò Proserpina, per tutta la terra, facendosi luce di notte con un pino da lei divelto e acceso nel cratere dell’Etna. Le ricerche furono però infruttuose e Cerere si adirò, prendendosela con gli uomini: siccità, carestie e pestilenze si abbatterono sull'umanità. Gli uomini allora chiesero l'intervento di Giove, supplicandolo di trovare una soluzione; Giove voleva porre rimedio facendo tornare Proserpina sulla terra ma ella non volle tornare, perchè aveva provato il dolce sapore del melograno, simbolo d'amore, donatole da Plutone. Giove, impietosito dal dolore della sorella Cerere, stabilì allora che Proserpina abitasse per otto mesi, da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre e per quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito Plutone. Questi quattro mesi sono chiaramente quelli invernali, durante i quali le sementi vengono messi sotto terra e la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore.
    Nel pantheon classico greco, Persefone ricoprì il ruolo di moglie di Ade, il dio degli inferi. Diventò la dea del mondo sotterraneo. Inutile aggiungere che, in questo modo, implicitamente Giove aveva deciso che in Sicilia le stagioni fossero solo due, a tutto beneficio delle generazioni future di turisti di tutto il mondo, che in questa regione trovano uno tra i più temperati climi del mondo.
    Oggi si parla sempre più spesso dei cambiamenti climatici e della sparizione delle stagioni intermedie quali autunno e primavera. Sarà una constatazione dei fatti, ma mitologicamente parlando, così era stato disposto dall'ALTO!



    Demetra, come Rea e Gea, era venerata come Madre Terra; ma Gea figurava l'elemento delle forze primordiali, Rea figura la potenza generatrice della terra, mentre, Demetra figura la divinità della terra coltivata, la dea del grano, dell'ordine costituito. Con il dono dell'agricoltura, base di civiltà per tutte le popolazioni, Demetra dà agli uomini anche le norme del vivere civile e, di conseguenza, le leggi.
    Il suo campo d'azione comprendeva la cerealicoltura e le istituzioni civili, riferite all'introduzione dell'agricoltura. Veniva significativamente chiamata la “Legislatrice” , attributo che identifica Demetra in colei che insegnando agli uomini la coltivazione dei cereali li sottrae alla barbarie e li fa partecipi di una civiltà fondata sulle leggi.
    Demetra ruppe ogni relazione col mondo di Zeus (l'Olimpo) e andò a vivere tra gli uomini, cui insegnò la coltivazione dei campi e diede i principi fondamentali del vivere civile. In una versione di questo mito, consegnataci da un famoso poema attico del sec. VI a. C. (l'Inno a Demetra, attribuito a Omero), la dea si rifugia a Eleusi, presso il re Celeo, e qui introduce le iniziazioni misteriche, che, in questo contesto, stanno al posto dell'agricoltura come fattore di miglioramento della condizione umana.

    Mentre stava cercando la figlia Persefone, Demetra assunse le sembianze di una vecchia di nome Doso e con quest'aspetto fu accolta con grande senso dell'ospitalità da Celeo, re di Eleusi nell'Attica. Questi le chiese di badare ai suoi due figli, Demofoonte e Trittolemo, che aveva avuto da Metanira. Per ringraziare Celeo della sua ospitalità, Demetra decise di fargli il dono di trasformare Demofoonte in un dio. Il rituale prevedeva che il bimbo fosse ricoperto ed unto con l'ambrosia, che la dea stringendolo tra le braccia soffiasse dolcemente su di lui e lo rendesse immortale bruciando nottetempo il suo spirito mortale sul focolare di casa. Demetra una notte, senza dire nulla ai suoi genitori, lo mise quindi sul fuoco come fosse un tronco di legno ma non poté completare il rito perché Metanira, entrata nella stanza e visto il figlio sul fuoco, si mise ad urlare di paura e la dea, irritata, dovette rivelarsi lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli dei.

    Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra decise allora di insegnare a Trittolemo l'arte dell'agricoltura, così il resto della Grecia imparò da lui a piantare e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra e Persefone volò per tutta la regione su di un carro alato per compiere la sua missione di insegnare ciò che aveva appreso a tutta la Grecia. Tempo dopo Trittolemo insegnò l'agricoltura anche a Linco, re della Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla a sua volta ai suoi sudditi e tentò di uccidere Trittolemo: Demetra per punirlo lo trasformò allora in una lince.

    Il mito degli agricoltori nasce intorno al VII-VIII millennio prima di Cristo quando si trovano già ampie testimonianze di quell'età che venne chiamata l'età dell'agricoltura e che significò, per la storia dell'umanità, un grande progresso. Ma, anche in questo periodo - come nel periodo della caccia - la natura continuava a mantenere per l'uomo un gran numero di segreti e solo attraverso il mito l'uomo può ordinare il suo mondo, può trovare una logica per quello che accade. In questo periodo, rispetto all'età della caccia, lo scenario mitico cambia profondamente anche se i miti della caccia non scompaiono, anzi, finiscono per sovrapporsi a volte a quelli degli agricoltori.


    I CEREALI:
    La scoperta dei cereali contribuì nel Pleistocene a rendere più facile la vita e a creare una certa sicurezza fisica e morale.
    Aumentarono le nascite, diminuì la mortalità infantile e ci si poté permettere di tenere con sé gli anziani e i malati. E' possibile che i rapporti di forza tra uomini e donne, giovani e vecchi diventassero più sfumati, mentre la presenza degli anziani in una società è molto importante, implicando le nozioni di memoria, tradizione, esperienza, radici culturali.
    E non senza motivo la Cultura con l'iniziale maiuscola, quella di interi popoli, e la coltivazioni delle piante derivano dalla stessa parola.
    Le donne, addette alla raccolta dei vegetali notarono come il seme proveniente da spighe non aperte desse, a seguito di nuove semine, un cereale più resistente. A partire da quel momento, cominciarono a delinearsi i culti delle dee madri tutelari dei raccolti e delle messi, ormai posti sotto il segno della femminilità feconda. In tali culti si può scorgere sia il ricordo di antiche raccoglitrici, sia un evidente rapporto con il simbolismo generale della donna: le analogie fra il "grembo" della terra e quello materno, o tra la permanenza ciclica della vegetazione e la fisiologia femminile si sono senz'altro affacciate alla mente dei primi agricoltori, tanto più che il grano seminato in autunno richiede nove mesi prima di essere raccolto in estate.

    Gli uomini molto primitivi non hanno conosciuto attrezzi per frantumare il grano perché avevano mandibole talmente forti da rompere anche le noci. In seguito, quando la forza della mandibola è retrocessa ed è aumentata l’intelligenza, l’uomo si è aiutato a frantumare il grano con delle pietre.

    La tostatura di cereali poteva essere adottata prima dell’immagazzinamento contro l’attacco di muffe e parassiti. Le granaglie venivano immagazzinate e conservate in silos sotterranei, documentati in molti villaggi neolitici. Si tratta di fosse circolari o pozzetti scavati nel terreno, che talvolta conservano ancora parte dell’originaria chiusura in argilla; le pareti di queste fosse potevano essere rivestite di argilla indurita e arrossata dal fuoco. I chicchi potevano quindi essere ridotti in farina tramite la macinatura, utilizzando le macine, grandi pietre piatte, sulle quali si sfregava una pietra più piccola, lunga e stretta, il macinello. L’uso di macine e macinelli è generalizzato in tutti i periodi della Preistoria e della Protostoria, arrivando fino alla piena età storica. La materia prima utilizzata per questi strumenti consisteva in rocce dal potere abrasivo.

    Raffigurazioni dell'antico Egitto mostrano come questo duro lavoro venisse svolto da schiave, che lo effettuavano inginocchiate sulla pietra per macinare. Più tardi i molini primitivi furono sostituiti da altri più potenti. nell'Antica Grecia e nella Roma repubblicana, vennero azionati da schiavi oppure da animali come asini e cavalli.

    I primi mulini a mano preistorici consistevano di un "piatto" di roccia di grande resistenza sul quale veniva sparsa una manciata per volta di frumento. I chicchi venivano frantumati con altra pietra dura, focaia, di forma rotondeggiante o piatta.

    Il mulino idraulico si diffuse nel mondo Greco - Romano dal 1° secolo a.C. mentre era presente in Cina già dal V° secolo a.C. Veniva ubicato in prossimità di corsi d' acqua, rapide, cascate, torrenti, poiché aveva bisogno di tanta acqua per consentire alla macina superiore, collegata con un asse verticale ad una ruota di pale sulla quale precipitava con violenza l' acqua, di attivare il sistema molitorio. Invenzione antica, il mulino ad acqua é tuttavia medioevale dal punto di vista della diffusione. Tutte le testimonianze indicano il I secolo a.C. come periodo e l'area dell' Oriente mediterraneo come culla dell'invenzione di questa macchina.



    Amata in quanto apportatrice di messi, Demetra era anche ovviamente temuta, in quanto capace, all'inverso, di provocare carestie, come ricorda il mito di Erisittone che, avendola offesa tagliando degli alberi da un frutteto sacro, ne venne punito con una fame insaziabile.

    Demetra viene solitamente raffigurata mentre si trova su un carro, e spesso associata ai prodotti della terra, come fiori, frutta e spighe di grano. A volte viene ritratta insieme a Persefone.

    L'iconografia di Demetra è nota dai testi, dagli ex voto dei santuari e da numerose opere d'arte. Da tipi di tradizione forse micenea, in cui la dea è raffigurata con teste animalesche (cavallo, capra, mucca), si passa, soprattutto dal sec. VI a. C., al tipo tradizionale della dea stante o seduta in trono con chitone e himátion, in capo il pólos, il kálathos o il modio e nelle mani lo scettro, le fiaccole oppure le spighe. Oltre a statuette fittili, monete, raffigurazioni vascolari e rilievi eleusini, nei quali Demetra appare in compagnia della figlia Persefone e di Trittolemo.

    Col suo mito gli antichi si riferirono ai cicli della natura, delle stagioni, dei raccolti, in particolare ai frutti della terra che trascorrono parte dell'anno nascosti sotto la superficie per poi sbocciare e fruttificare. Al nucleo centrale della leggenda di Demetra, il cui significato era rivelato solo agli iniziati dei Misteri di Eleusi, si aggiunsero in varie epoche miti secondari, come quello della violenza che subì da Poseidone. Un'altra leggenda vuole che Demetra si sia innamorata di Iasione dal quale ebbe Pluto, la ricchezza.Tutti i miti, anche se contraddittori, sono comunque concordi nel non attribuire un marito a Demetra, che generò i suoi figli al di fuori di ogni vincolo coniugale.

    Negli scritti di Teocrito si trovano tracce di quello che fu il ruolo di Demetra nei culti arcaici:

    * "Per i Greci Demetra era ancora la dea dei papaveri"
    * "Nelle mani reggeva fasci di grano e papaveri"

    Una statuetta d'argilla trovata a Gazi sull'isola di Creta, rappresenta la dea del papavero adorata nella cultura Minoica mentre porta i baccelli della pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un diadema. Appare dunque probabile che la grande dea madre, dalla quale derivano i nomi di Rea e Demetra, abbia portato con sé da Creta nei Misteri Eleusini insieme al suo culto anche l'uso del papavero, ed è certo che nell'ambito dei riti celebrati a Creta, si facesse uso di oppio preparato con questo fiore.

    Quando a Demetra fu attribuita una genealogia per inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue sacerdotesse erano chiamate Melisse.

    Cerere era già presente nel Pantheon dei popoli italici preromani, specialmente gli osco umbro sabelli e fu, in seguito, identificata con la dea greca Demetra. Il suo culto era inizialmente associato a quello delle antiche divinità rustiche di Liber e Libera e presentava delle similitudini con i riti celebrati a Eleusi in onore di Demetra , Persefone e Iacco (uno dei nomi di Dioniso).

    Tale culto è attestato al santuario dei 13 altari di Lavinio grazie al ritrovamento di una lamina metallica sulla quale vi è l'iscrizione Cerere(m) auliquoquibus, interpretata come offerta alla dea di interiora dell'animale sacrificato, bollite in pentola.Un suo santuario a Roma era ai piedi dell'Aventino, fondato nel V secolo a.C.. In suo onore si celebravano le "Cerealia", ogni 12 aprile, durante le quali venivano sacrificati buoi e i maiali, ed offerti frutta e miele. Si compivano anche sacrifici per purificare la casa da un lutto familiare.


    Cerere è legata anche al mondo dei morti. Una fossa che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari, il 24 agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre. Questi giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l'apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti. In quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l'esercito e non si tenevano i comizi. L'apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi ma al contrario perché, il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

    Un altro riferimento al mondo dei morti sembra essere il termine cerritus che significa "invaso dallo spirito di Cerere". Il termine indica qualcuno che oggi si definirebbe "posseduto" (come il termine analogo larvatus). Secondo Renato Del Ponte questo termine potrebbe rivelare un'antica concezione della dea come mater larvarum ("madre degli spettri"), anche in relazione al fatto che il termine cerritus viene definito da Marziano Capella come vox obsoleta, "termine antiquato" quindi "arcaico".


     



    ESTIA

    Dea del focolare domestico. Era la prima figlia di Crono e di Rea, quindi sorella maggiore di Zeus. Per diritto di nascita era una delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo, dove tuttavia non abitava, cosicché non protestò quando Dioniso crebbe d'importanza e la sostituì nella cerchia dei dodici. Poiché non si coinvolse nelle storie di guerra che hanno tanta parte nella mitologia greca.

    Il suo culto è uno dei più semplici ed è quasi privo di leggende. E' la meno conosciuta fra le divinità più importanti dell’antica Grecia. Era tuttavia tenuta in grande onore, veniva invocata e riceveva le offerte migliori in ogni sacrificio che i mortali presentavano agli dèi.
    Viene descritta come 'la venerabile vergine Estia', una delle tre dee che Afrodite non riesce a sottomettere, a persuadere, a sedurre o anche soltanto a 'risvegliare a un piacevole desiderio'. Fece voto di castità non perché non fosse bella, infatti Afrodite fece sì che Poseidone e Apollo si innamorassero di Estia e chiesero la sua mano, ma lei aveva fatto giuramento di restare vergine e così li respinse entrambi. Zeus, data la decisione della sorella di restare vergine ed evitando così un possibile concorrente al trono,respinse le loro proposte.
    Persino il dio Priapo che tentò di farle violenza non ci riuscì perchè il raglio di un asino svegliò la dea che dormiva dopo un banchetto, e gli altri dei che lo costrinsero a darsi alla fuga. L'episodio ha un carattere di avvertimento aneddotico per chi pensi di abusare delle donne accolte in casa come ospiti, sotto la protezione del focolare domestico: anche l'asino, simbolo della lussuria, condanna la follia criminale di Priapo.

    Insieme alla sua equivalente divinità romana, Vesta, non era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano, e fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, in quanto non aveva un aspetto esteriore caratteristico. La sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta al centro della casa, del tempio e della città. Il simbolo di Estia era un cerchio. I suoi primi focolari erano rotondi e così i suoi templi. Né abitazione né tempio erano consacrati fino a che non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza avvertita a livello spirituale come fuoco sacro che forniva illuminazione, tepore e calore.

    Suo attributo è il focolare, santuario della pace e della concordia. Suo simbolo era il cerchio e la sua presenza era avvertita nella fiamma viva posta nel focolare rotondo al centro della casa e nel braciere circolare nel tempio di ogni divinità.

    Estia compariva spesso insieme a Ermes, messaggero degli dèi, noto ai romani come Mercurio, la cui effigie fu una pietra a forma di colonna, chiamata erma.
    Nelle case, il focolare rotondo di Estia era posto all'interno, mentre il pilastro fallico di Ermes si trovava sulla soglia. Il fuoco di Estia provvedeva calore e santificava la dimora, mentre Ermes rimaneva sulla soglia a portare fortuna e a tenere lontano il male. Anche nei templi queste due divinità erano legate l'una all'altra.
    Così, nelle dimore e nei tempIi, Estia ed Ermes erano insieme ma separati. Ciascuno dei due svolgeva una funzione distinta e preziosa.
    Estia provvedeva il luogo sacro dove la famiglia si riuniva insieme: il luogo dove fare ritorno a casa.
    Ermes dava protezione sulla soglia della porta ed era guida e compagno nel mondo, dove la comunicazione, la capacità di orientarsi, l'intelligenza e la buona fortuna sono tutti elementi assai importanti.

    Ogni città, nell’edificio principale, aveva un braciere comune, il pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro di Estia, che non doveva spegnersi mai. Poiché le città erano considerate un allargamento del nucleo familiare, era adorata anche come protettrice di tutte le città greche.
    Nelle famiglie, il fuoco di Estia provvedeva a riscaldare la casa e a cuocere i cibi.

    Era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano: la sua importanza stava nei rituali simbolizzati dal fuoco.
    Perché una casa diventasse un focolare, era necessaria la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico e la portava agli sposi nella nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare. Questo atto consacrava la nuova dimora.

    Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo rituale estiano.Il neonato diventava membro della famiglia dopo cinque giorni dalla nascita, con un rito in cui il padre lo portava camminando attorno al focolare, come simbolo della sua ammissione nella famiglia.

    Ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con la nuova, forse come simbolo di continuità e di interdipendenza, di coscienza condivisa e d'identità comune.
    I coloni che lasciavano la Grecia, portavano con sé una torcia accesa al pritaneo della loro città natale, il cui fuoco sarebbe servito a consacrare ogni nuovo tempio ed edificio. Un rito che sopravvive anche nelle Olimpiadi moderne.
    Estia provvedeva al luogo dove sia la famiglia che la comunità si riunivano insieme: il luogo dove si ricevevano gli ospiti, il luogo dove fare ritorno a casa, un rifugio per i supplici. La dea e il fuoco erano una cosa sola e formavano il punto di congiunzione e il sentimento della comunità, sia familiare che civile.

    Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero statue di Vesta,
    ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci sono affatto statue.
    Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio
    e Vesta non ha nessuna effige, come non ne ha neppure il fuoco.
    (Ovidio, Fasti, V, 255-258)

    Più tardi, nell’antica Roma, il suo fuoco sacro veniva custodito dalle Vestali, che dovevano incarnare la verginità e l’anonimato della Dea. In un certo senso, ne erano la rappresentazione umana, sue immagini viventi, al di là di ogni raffigurazione scolpita o pittorica.
    Le fanciulle scelte come vestali venivano portate al tempio in età molto giovane, per lo più quando non avevano ancora sei anni. Tutte vestite allo stesso modo, con i capelli rasati come neo iniziate, qualunque cosa le rendesse distinguibili e riconoscibili veniva eliminata. Vivevano isolate dagli altri, erano onorate e tenute a vivere come Estia: se venivano meno alla verginità le conseguenze erano atroci. I rapporti sessuali della vestale con un uomo profanavano la dea, e come punizione la vestale veniva sepolta viva in una piccola stanza sotterranea, priva di aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per dormire. La terra soprastante veniva poi livellata come se sotto non ci fosse niente. In tal modo la vita della vestale (personificazione della fiamma sacra di Estia) che cessava di impersonare la dea veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare.

    Estia era la maggiore delle tre dee vergini. A differenza delle altre due, non si avventurò nel mondo a esplorare luoghi selvaggi come Artemide, o a fondare città come Atena. Rimase nella casa o nel tempio, racchiusa all'interno del focolare.
    A uno sguardo superficiale, l'anonima Estia sembra avere poco in comune con un'Artemide dalla vivace intraprendenza o con un'intelligente Atena dall'armatura dorata. Eppure, qualità fondamentali e impalpabili accomunavano le tre dee vergini, per quanto fossero diverse le loro sfere di interesse o le loro modalità d'azione. Tutte e tre erano “complete” in , se stesse', qualità che caratterizza la dea vergine. Nessuna di Ioro fu vittima di divinità maschili o di mortali. Ciascuna aveva la capacità di concentrarsi su quanto la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno altrui o dal proprio bisogno degli altri.

    L'archetipo Estia ha in comune con le altre due dee vergini una messa 'a fuoco' della coscienza (è la dea del 'focolare'). Tuttavia, l'orientamento di questa messa a fuoco è diverso. Artemide o Atena, che sono orientate verso il mondo esterno, si concentrano sul conseguimento di mete o sulla realizzazione di progetti.
    Estia invece si concentra sull'esperienza soggettiva interna: quando medita, ad esempio, è completamente concentrata.
    La percezione di Estia avviene attraverso lo sguardo interiore e l'intuizione di ciò che sta accadendo. La modalità estiana ci permette di stabilire un contatto con quelli che sono i nostri valori, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale. Grazie a questa polarizzazione interna noi possiamo percepire l'essenza di una situazione, intuire il carattere degli altri e comprenderne il modello di comportamento o il significato delle azioni. Questa prospettiva interiore dà chiarezza, in mezzo alla miriade di particolari confusi che si presentano ai nostri sensi.
    L'introversa Estia, quando si occupa di ciò che la interessa può anche diventare emotivamente distaccata e percettivamente disattenta a quanto la circonda. In aggiunta alla tendenza a ritirarsi dalla compagnia degli altri, il suo essere 'una in sè stessa' è una qualità che ricerca la tranquillità silenziosa, che si ritrova più di tutto nella solitudine.

    Estia è il 'punto fermo' che dà senso all' attività, il punto di riferimento che consente a una donna di rimanere ben salda in mezzo al caos del mondo esterno, al disordine o alla consueta agitazione della vita quotidiana. Quando Estia è presente nella personalità di una donna, la sua vita acquista un senso.
    Il focolare di Estia, di forma circolare, con il fuoco sacro al centro, ha là stessa forma del mandala, un'immagine usata nella meditazione come simbolo di completezza e di totalità. A proposito del simbolismo dei mandala, Jung ha scritto: “Il loro motivo di base è l'idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all'interno dell' anima al quale tutto sia correIato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L'energia del punto centrale si manifesta in una coazione pressoché irresistibile, in un impulso a divenire ciò che si è; così come ogni organismo è costretto, quali che siano le circostanze, ad assumere la forma caratteristica della propria natura. Questo centro non è sentito né pensato come lo, ma, se così
    si può dire, come Sé”.
    Il Sé è ciò che sperimentiamo internamente quando sentiamo un rapporto di unità che ci collega all' essenza di tutto ciò che è fuori di noi. A questo livello spirituale, 'unione' e 'distacco' sono paradossalmente la stessa cosa.
    Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna di amore e di luce (metaforicamente, scaldate e illuminate da un fuoco spirituale), questo 'fuoco' scalda coloro che amiamo e con cui condividiamo il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.
    Il sacro fuoco di Estia ardeva sul focolare domestico e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa e univano le famiglie l'una all' altra, le città-stato alle colonie. Estia era l'anello di congiunzione spirituale fra tutti loro. Quando questo archetipo permette la concentrazione sulla spiritualità, l'unione con gli altri è un' espressione del Sé.
    Estia, in quanto dea del focolare, è l'archetipo attivo nelle donne che considerano le occupazioni domestiche un' attività significativa e non semplicemente 'le faccende di casa'. Con Estia, la cura del focolare diventa un mezzo attraverso il quale la donna, insieme alla casa, mette ordine nel proprio sé.
    La donna che è in contatto con questo aspetto archetipico, nello svolgere le mansioni quotidiane sente nascersi dentro un senso di armonia interiore.
    Attendere alle cure domestiche è un' attività che induce alla concentrazione e che equivale alla meditazione. Se dovesse parlare del proprio mondo interno, la donna Estia potrebbe scrivere un libro intitolato Lo Zen e l'arte della cura della casa. Si dedica alle faccende domestiche perché la interessano di per sé e perché le piace. Trae una pace profonda da quello che fa, come accade a ogni donna che vive in una comunità religiosa, per la quale ogni attività viene compiuta 'al servizio di Dio'.
    Quando Estia è presente, la donna si dedica ai lavori della casa con la sensazione di avere davanti a sé tutto il tempo possibile. Non tiene d'occhio l'orologio, perché non si muove sulla base di un orario e non 'inganna il tempo'. Si trova quindi in quello che i greci chiamavano kairos, tempo propizio: 'sta partecipando àl tempo', e ciò la nutre psicologicamente (come succede in quasi tutte le esperienze dove perdiamo il senso del tempo). Mentre smista e ripiega la biancheria, rigoverna i piatti e mette in ordine, non ha fretta, ed è pacificamente concentrata in ogni cosa che fa.
    Le custodi del focolare rimangono sullo sfondo mantenendo l'anonimato: spesso la loro presenza è data per scontata e non sono personalità che fanno notizia o diventano famose.

    L'archetipo Estia fiorisce nelle comunità religiose, specialmente là dove si coltiva il silenzio.
    Gli ordini contemplativi cattolici e le religioni orientali la cui pratica spirituale si basa sulla meditazione forniscono un buon ambiente per le donne Estia.
    Le vestali e le suore hanno in comune questo modello archetipico. Le giovani donne che entrano in convento rinunciano alla precedente identità. Il loro primo nome viene cambiato e il cognome non viene più usato. Vestono tutte allo stesso modo, si sforzano di praticare l'altruismo, vivono una vita di castità e dedicano quella vita al servizio religioso. Poiché le religioni orientali attirano molti occidentali, tanto negli ashram quanto nei monasteri è possibile trovare donne che impersonano Estia. Entrambe le discipline mettono in primo piano la preghiera o la meditazione. Subito dopo segue la cura della comunità (o governo della casa), che viene svolta nel convincimento che sia anch'essa una forma di adorazione.
    La maggior parte delle donne Estia che vivono in un tempio sono anche creature anonime che partecipano in modo discreto ai riti quotidiani della spiritualità e alle cure domestiche della comunità religiosa.
    Donne famose che appartengono a queste comunità combinano l'aspetto Estia con altri archetipi forti: santa Teresa di Avila, famosa per i suoi scritti mistici, combinava Estia con un aspetto Afrodite; Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace, sembra una combinazione di Estia e della materna Demetra.
    Le superiore di conventi che si rivelano abili amministratrici e sono mosse dalla spiritualità, accanto a Estia, hanno forti tratti Atena.


    Come sorella maggiore della prima generazione degli dèi dell'Olimpo e zia nubile della seconda generazione, Estia aveva la posizione di un' anziana onorata.
    Si teneva al di sopra o al di fuori degli intrighi e delle rivalità della sua divina parentela ed evitava di farsi coinvolgere dalle passioni del momento. Quando nella donna è presente questo archetipo , gli eventi non hanno su di lei lo stesso impatto che sugli altri.
    Quando Estia è la dea presente, la donna non è 'attaccata' alla gente, agli esiti, al possesso, al prestigio o al potere. Si sente completa così com'è. Poiché la sua identità non è importante, non è legata alle circostanze esterne, e quindi niente che possa accadere la esalta o la sconvolge.
    Possiede la libertà interiore dal desiderio concreto, la libertà dall' azione e dalla sofferenza, libertà dalla necessità interna ed esterna e tuttavia è circondata da una grazia di senso, una bianca luce immobile eppure mobilissima.
    Il distacco di Estia dà a questo archetipo la qualità della 'donna saggia'. È come una donna anziana che abbia visto tutto e ne sia venuta fuori con lo spirito non offuscato e il carattere temprato dall' esperienza.
    La dea Estia era onorata nei templi di tutti gli altri dèi. Quando Estia condivide il 'tempio' (o la personalità) con altre divinità archetipiche, dà a obiettivi e propositi la sua dimensione di saggezza.
    In questo senso, la donna Era che reagisce con dolore alla scoperta dell'infedeltà del compagno, se possiede anche l'archetipo Estia, non sarà vulnerabile come è caratteristico di quella dea. Gli eccessi di tutti gli altri archetipi vengono mitigati dal saggio consiglio di Estia, una presenza forte, portatrice di una verità, di una visione spirituale profonda.

    Il pilastro (Erma) e l'anello circolare sono diventati rispettivamente il simbolo del principio maschile e di quello femminile.
    In India e in altri paesi dell'oriente pilastro e cerchio sono 'accoppiati'. Il lingam fallico rivolto verso l'alto penetra la yoni o anello, che si trova sopra di lui, come nel gioco del lancio dei cerchi. Qui, pilastro e anello si fondono, mentre greci e romani mantennero collegati, ma separati, questi due simboli che rappresentavano Ermes e Estia.
    A sottolineare ulteriormente questa separazione, Estia è una dea vergine, che non verrà mai penetrata, è la più anziana degli dèi dell'Olimpo ed è anche la zia nubile di Ermes, che veniva considerato il più giovane tra loro: un'unione estremamente improbabile.
    Dal tempo dei greci in poi, le culture occidentali hanno messo l'accento sulla dualità, su una separazione o differenziazione fra maschile e femminile, mente e corpo, logos ed eros, attivo e ricettivo, che divennero tutti, rispettivamente, và!ori superiori e inferiori.
    Quando Estia ed Ermes venivano entrambi onorati presso il focolare domestico e nei templi, i valori femminili estiani erano, semmai, i più importanti: alla dea andavano infatti i più alti onori. A quei tempi la dualità era complementare. Ma da allora, Estia ha perso valore ed è stata dimenticata. I suoi fuochi sacri non vengono più custoditi e ciò che rappresentava non è più onorato. Quando i valori femminili legati al suo archetipo vengono dimenticati e disonorati, l'importanza del santuario interno - il viaggio interiore per trovare senso e pace - e della famiglia come santuario e sorgente di calore, diminuisce o va perduta. Scompare anche il senso di sottostante legame con gli altri, così come, negli abitanti di una città, di un paese o della terra, il bisogno di sentirsi uniti da un vincolo spirituale comune.

    A livello mistico, Estia ed Ermes rappresentano le idee archetipiche dello spirito e dell' anima.
    Ermes è lo spirito che accende l'anima. In questo senso, è come il vento che soffia sulla brace sotto cui cova il fuoco, al centro del focolare, e che fa alzare la fiamma.
    Allo stesso modo, le idee possono infiammare sentimenti profondi e le parole possono dare espressione a ciò che fino allora era rimasto inesprimibile e illuminare ciò che era stato percepito in modo oscuro.


    Il Genere Umano

    PROMETEO:   "colui che è capace di prevedere".

    Figlio di Giapeto e  dell'oceanina Asia ( o Climene, Figlia di Oceano e di Teti) viveva con il fratello Epimeteo il cui nome vuol dire "colui che comprende in ritardo". Entrambi facevano pertanto parte della famiglia dei Titani che avevano osato sfidare Zeus quando aveva combattuto contro Crono, suo padre, per impossessarsi del trono. Prometeo però, a differenza dei fratelli, si era schierato con Zeus ed aveva partecipato alla lotta solo quando oramai volgeva al termine. Come premio aveva ricevuto di poter accedere liberamente all’Olimpo anche se, nel profondo del suo cuore, i sentimenti che Prometeo provava nei confronti di Zeus non erano amichevoli a causa della sorte che questi aveva destinato ai suoi fratelli .

    La nascita del primo uomo.

    Zeus, per la stima che riponeva in Prometeo, gli diede l'incarico di forgiare l'uomo che modellò dal fango e che animò con il fuoco divino.

    A quell'epoca, gli uomini erano ammessi alla presenza degli dei, con i quali trascorrevano momenti conviviali di grande allegria e serenità. Durante una di queste riunioni tenuta a Mekone, fu portato un enorme bue, del quale metà doveva spettare a Zeus e metà agli uomini. Il signore degli dei affidò l'incarico della spartizione a Prometeo che approfittò dell'occasione per vendicarsi del re degli dei.

    Divise infatti il grosso bue in due parti ma in una celò la tenera carne sotto uno spesso strato di pelle e nell'altra, macinò insieme le ossa ed il grasso che ricoprì con un sottile strato di pelle tanto da far sembrare quest'ultima il boccone più succulento. Zeus, poiché gli toccava la prima scelta, optò per la parte all'apparenza più ricca. Subito dopo accortosi dell'inganno, più che mai irato, privò gli uomini del fuoco, riportandolo nell'Olimpo. Prometeo, considerata ingiusta la punizione, rapì qualche scintilla dall'Olimpo nascondendola in un giunco e riportò così il fuoco agli uomini.

    Zeus, accortosi dell'inganno che Prometeo gli aveva perpetrato, decise una punizione ben più grande di quella che aveva destinato ai suoi fratelli: ordinò ad Ermes e ad Efesto d'inchiodare Prometeo ad una rupe nel Caucaso, dove un'aquila (Echidna) durante il giorno gli avrebbe roso il fegato con il suo becco aguzzo mentre durante la notte si sarebbe rigenerato.

    Ecco come Luciano racconta il meritato (a suo giudizio) supplizio di Prometeo (Dialoghi):

    E poi mi stanno a dire che Prometeo
    Non meritava d'esser inchiodato
    A quelle rupi? Egli ci diede il fuoco,
    Ma niente altro di buono. Fece un male,
    Per qual, cred'io, tutti gli Dei l'aborrono:
    Le femmine formò! Numi beati,
    Che brutta razza! Ora, ammogliati; ammoglia.
    Tutti i vizi con lei t'entrano in casa.

    La nascita della prima donna

    Zeus, non contento della punizione che aveva inflitto a Prometeo, decise di punire anche la stirpe umana.

    Dato che nel mondo non esisteva ancora la donna Zeus diede incarico ad Efesto di modellare un’immagine umana servendosi di acqua e di argilla che non avesse nulla da invidiare alla bellezze delle dee, per l'infelicità del genere umano. Efesto fu tanto bravo nel modellarla che la donna che ne ebbe origine era superiore ad ogni elogio e ad ogni possibile immaginazione. Tutti gli dei furono incaricati da Zeus di riporre in lei dei doni: Atena le donò delle vesti morbide e leggere a significare il candore, fiori per adornare il corpo ed una corona d’oro mentre Ermes pose nel suo cuore pensieri malvagi e sulle curve sinuose delle sue labbra, frasi tanto seducenti quanto ingannevoli.

    Narra Esiodo (Le opere e i giorni)

    "L’adornò del cinto
    E delle vesti, le donar le Grazie
    E Pito veneranda aurei monili,
    E de’ più vaghi fior di primavera
    L'Ore chiamate, le intrecciar corone.
    Ma l’uccisor d’Argo, Mercurio, a lei,
    Ché tal di Giove era il voler, l’ingegno
    Scaltri d’astuzie e blande parolette
    E fallaci costumi …"

    A questa creatura fu dato nome Pandora (dal greco "pan doron" = "tutto dono") perché ogni divinità dell'Olimpo le aveva fatto un regalo.

    Mancava solo il regalo di Zeus che fu superiore a tutti gli altri doni. Egli infatti, donò alla fanciulla un vaso (il vaso di Pandora), con il divieto di aprirlo, contenente tutti i mali che l’umanità ancora non conosceva: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, il vizio, la passione, il sospetto, la fame e così via.

    Quindi Zeus affidò la fanciulla ad Ermes perché la portasse in dono a Prometeo che però, pensando ad un inganno, rifiutò il dono. Allora Zeus ordinò ad Ermes di portarla a Epimeteo, fratello di Prometeo, che appena la vide si innamorò di lei e l’accettò come sua sposa nonostante i moniti del fratello che gli aveva raccomandato di non accettare alcun dono dagli dei.

    Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)

    "Aveva Prometeo a lui
    Fatto divieto d’accettar mai dono
    Venutogli da Giove, ché funesto
    Esser questo potea; ma, del fratello
    Obliando Epimeteo i saggi avvisi.
    Accettollo, e del male, allor che il dono
    Era già suo, di subito s’accorse."

    Dopo poco che Pandora era sulla terra, presa dalla curiosità aprì il vaso. Da esso veloci corsero come fulmini sulla terra tutti i castighi che Zeus vi aveva riposto: la malattia, la morte, il dolore, e tanti altri, fino ad allora sconosciuti. L’unico dono buono che Zeus aveva posto nel vaso rimase incastrato sotto il coperchio che subito Pandora aveva chiuso: era l’Elpis, la speranza.

    La leggenda narra che dopo trent'anni Prometeo fu liberato dal supplizio da Eracle (Ercole) che recatosi fino alla cima del Caucaso con una freccia uccise l'aquila liberando così Prometeo al quale Zeus concesse di ritornare nell'Olimpo.

    Racconta Esiodo (Le opere e i giorni)

    "Di propria mano scoperchiato il vaso,
    Che i mali in sé chiudea, questi si sparsero
    Tra i mortali, e sol dentro vi rimase
    All’estremo dell’orlo la Speranza,
    Perché la donna, subito, il coperchio
    Riposto, il volo a lei contese. Tale
    Era il cenno di Giove. A stuolo a stuolo
    Vagano intanto i mali, e n’è ripiena
    La terra e il mare, e n’è ripiena
    La terra e il mare; assalgono le genti
    Il di e la notte insidiosi e taciti,
    perché la voce accortamente il Nume
    Loro preclude."

    In questo modo fu punito il genere umano per non avere rispettato il volere del re degli dei, sovrano di ogni creatura e di ogni altra cosa sulla terra e nel cielo.

     
    Il diluvio universale
    Zeus, nell'età del bronzo, epoca nella quale gli uomini erano crudeli e sanguinari e trascorrevano la loro vita ad uccidere ogni essere vivente che incontravano, disgustato dalla natura stessa dell'uomo, decise di cancellare l'umanità dalla terra allagando tutta la terra con un diluvio universale.
    Prometeo, appreso dell'imminente diluvio che Zeus aveva deciso di scatenare sul mondo corse da suo figlio Deucalione per avvertirlo di quello che stava per accadere. Deucalione, che all'epoca era il re della Tessaglia, costruì allora un'arca nella quale si rifugiò con la moglie Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, sua cugina e moglie, prima che iniziasse il diluvio. Appena ebbero finito di costruirla iniziò il diluvio universale che implacabile spazzò ogni forma di vita sul pianeta abbattendosi per nove giorni e per nove notti. Il decimo giorno, cessata la pioggia, l'arca si arenò sul monte Parnaso (Pindaro, Olimpiche 9, 41 ss.).
    Qui aspettarono che le acque si ritirassero, e quando misero piede sulla terra ferma scesero a valle e la prima cosa che fecero i due naufraghi fu di offrire un sacrifico in onore di Zeus per ringraziarlo di averli salvati e andarono a pregare Temi presso il fiume Cefiso. Zeus, commosso, disse a Deucalione che avrebbe esaudito un suo desiderio e questi allora chiese che la terra fosse ripopolata. La sua preghiera fu tanto accorata che Zeus consigliò allora a Deucalione di andare a Delfi, per interpellare l'oracolo. Una volta presso l'oracolo, Deucalione lo interrogò e questi gli consigliò "Andando via dal tempio velatevi il capo, slacciatevi le vesti e alle spalle gettate le ossa della grande madre".

    Per lungo tempo Deucalione e Pirra pensarono a cosa potessero essere le ossa dell'antica madre, fino a quando capirono che sicuramente si trattava delle pietre, in quanto sia lui che Pirra discendevano da Gea, la Madre Terra e le ossa non potevano essere altro che le sue pietre.
    E così entrambi si velarono il capo e si incamminarono buttandosi alle spalle delle pietre, e da quelle gettate da Pirra nascevano delle donne mentre da quelle gettate da Deucalione nascevano degli uomini. Così, dopo il diluvio mandato da Zeus, Pirra divenne la madre del genere umano ripopolando la terra con le pietre e la terra si ripopolò del genere umano.(Inde genus durum sumus experiensque laborum / et documenta damus qua simus origine nati "(Ovidio, Metamorfosi I, 414-415).
    Quando Deucalione morì venne sepolto vicino al tempio di Zeus in Atene (Ovidio, Metamorfosi I, 177-415).

    ELLENO: Figlio di Decaulione e di Pirra. Fu il capostipite di tutti i Greci, per via dei figli e dei nipoti che furono a loro volta capostipiti delle varie genti greche. I nomi dei parenti e delle genti greche: dal nipote Acheo vennero gli Achei; dal figlio Doro i Dori; dal nipote Ion gli Ioni; dal figlio Eolo gli Eoli.

    Racconta Luciano nei Dialoghi (Dialoghi, V): "... Onde in un attimo venne quel si gran abisso ai tempi di Deucalione, che tutto andò sommerso nelle acque: e ne scampò solo una barchetta approdata sul monte Licoride, nella quale fu serbata la semenza di questa razza umana, che doveva rigerminare più scellerata di prima."


    Le NINFE

    • Epigee (ninfe terrestri)
      • Agrostine , dei campi.
      • Aloniadi, dei burroni.
      • Oreadi> o Orestiadi, delle montagne (vedi Eco).
        • Napee, delle valli.
          • Alseidi, dei boschi e della pelle.
          • Auloniadi
          • Lemoniadi, ninfe dei proci.
        • Coricidi
      • Driadi (o Amadriadi), che vivevano ciascuna in una quercia o comunque in una pianta (una di esse è Crisopelea).
        • Meliadi o Melie, delle piante di frassino.
        • Epimelidi, protettrici dei meli e degli ovini.
        • Ileori
        • Esperidi
    • Idriadi (ninfe acquatiche)
      • Avernali, dei piedi invernali.
      • Oceanine
        • Nefeli
      • Aliadi
        • Psamidi
        • Nereidi, del mare (dette anche Oceanine o Malie).
      • Naiadi o Efidriadi o Idriadi, delle sorgenti.
        • Eleadi
        • Potameidi, dei fiumi.
        • Limnìadi o Lìmnadi, dei laghi e degli stagni.
        • Creneidi e Pegee, delle fonti.
    • Ninfe celesti
      • Pleiadi
      • Iadi
      • Eliadi
      • Alcionidi
    • Lampadi, ninfe invernali.
    • Tiadi, chiamate anche Menadi o Baccanti da Esiodo, in quanto le ninfe sono per la maggior parte, delle creature umane.
    • Ninfe Cure, nutrici di neonati.


    LE SETTE SPOSE E LA DISCENDENZA DI ZEUS

    Zeus oltre ad essere il dio supremo di tutti gli dei era una divinità celeste dispensatrice di luce, di calore e da lui dipendevano tutti gli eventi atmosferici era infatti anche il re del tuono, dei lampi, dei fulmini mediante i quali manifestava la sua approvazione o no.
    La sua casa era l'Olimpo dal quale regolava tutto l'ordine universale e nelle sue mani era il destino di tutti gli uomini anche se la sua volontà era sottoposta ad una volontà suprema, quella del Fato le cui leggi e decisioni neanche il potente re degli dei poteva cambiare.
    Aveva diversi soprannomi tra i quali ricordiamo: Zeus Horkios in quanto il suo nome rendeva sacri i giuramenti; Zeus Xenios come dio dei vaticini e dell'ospitalità; Zeus Efestios come difensore del focolare domestico; Zeus Soter come salvatore del popolo.

    1. Zeus/METIS

      figlia di Oceano e di Teti (che impersonificava la saggezza, la ragione e l'intelligenza), fu la prima moglie di Zeus ma che fece una triste fine in quanto sia Urano che Gea avevano predetto a Zeus che sarebbe stato detronizzato da un figlio di Metis pertanto quando questa rimase incinta di Atena Zeus la ingoiò per essere sicuro di mantenere il regno.

      Tutto ebbe inizio quando a Zeus, in quel periodo sposo di Metis, fu predetto da Gea e da Urano che un giorno Metis avrebbe partorito due figli, il secondo dei quali lo avrebbe detronizzato. Zeus, spaventato da quella profezia e dato che Metis era incinta del loro primo figlio, decise di non correre rischi e la ingoiò.

      Il tempo riprese a scorrere sereno per Zeus che si era anche dimenticato della fine che aveva fatto fare alla moglie. Un giorno però iniziò ad essere assalito da violentissime fitte alla testa. Non potendole sopportare chiese ad Efesto di colpirlo in testa con il suo martello. Efesto si rifiutava di eseguire l'ordine in quanto non capiva cosa stesse succedendo ma date le urla e le insistenze di Zeus alla fine lo colpì violentemente in testa. Nel momento stesso in cui il suo martello toccò la testa di Zeus l'Olimpo tremò, i lampi sconquassarono il cielo e dal suo cranio uscì una densa nuvola nella quale si trovava una creatura, vestita con una lucente armatura, che teneva alla sua destra un giavellotto: era nata Atena, la dea guerriera che si sarebbe contrapposta ad Ares personificazione della guerra brutale e violenta.


      I mitografi diedero alla sua nascita una concezione naturalistica e videro in Atena la personificazione del lampo che disperde le nuvole e riporta il sereno (da qui il suo epiteto di Glaucopis, cioè dagli occhi scintillanti).

      Atena manifestò doti non solo come guerriera ma anche come donna saggia ed accorta. Infatti divenne ben presto anche la dea della ragione, della arti, della letteratura, della filosofia, del commercio e dell'industria. Era la personificazione della saggezza e della sapienza in tutti i campi delle scienze conosciute. Insegnò agli uomini la navigazione, ad arare i campi, ad aggiogare i buoi, a cavalcare ed alle donne insegnò anche a tessere, a tingere e a ricamare. Era anche una dea fiera che puniva severamente chi osava competere con lei

      Con il passare del tempo Atena chiese al padre che le fosse consacrata una regione della terra che la potesse onorare. Già da diverso tempo però Poseidone era in attesa che Zeus gli assegnasse una regione e fu così che tra le due divinità si accese una violenta disputa per avere il dominio sull'Attica.

      Zeus, dato che non sapeva che fare decise allora di proclamare una sfida tra Poseidone ed Atena: chi tra i due avesse fatto alla città il dono più utile, ne avrebbe avuto la supremazia e Cecrope fu posto ad arbitro della contesa.


      Cecrope è il primo leggendario re di Atene. Nacque dal suolo stesso dell'Attica, ed era rappresentato con un corpo da uomo terminante con una coda di serpente.
      Nell'antichità, infatti, il serpente era uno dei simboli della terra. A lui sono attribuiti i primi segni di civiltà, come l'abolizione dei sacrifici cruenti, il principio della monogamia, l'invenzione della scrittura e l'uso di seppellire i morti. La tomba di Cecrope sembra sia da collocarsi, secondo il mito, sull'acropoli di Atene, nei pressi dell'Eretteo.
      Quando la sfida iniziò alla presenza di tutti gli dei, Poseidone toccò con il suo tridente la terra e fece saltar fuori una nuova creatura che mai prima di allora si era vista, il cavallo che da quel momento popolò tutte le regioni della terra e divenne un grande aiuto per la vita dell'uomo.

      Atena, dal canto suo percosse il suolo con il suo magico giavellotto e in conseguenza di ciò scaturì dal terreno un albero di olivo.

      Cercrope, decise che fosse Atena la vincitrice e da quel giorno la capitale dell'Attica fu chiamata Atene in onore della dea.

      Da quel momento la vita iniziò a scorrere serena in Attica ed Atena insegnava al suo popolo le scienze e le arti.

      Aracne,

      figlia del tintore Idmone, era una fanciulla che viveva nella città di Colofone, nella Lidia, famosa per la sua porpora. Era molto conosciuta per la sua abilità di tessitrice e ricamatrice in quanto le sue tele erano considerate un dono del cielo tanto erano piene di grazia e delicatezza e le persone arrivavano da ogni parte del regno per ammirarle.
      Aracne era molto orgogliosa della sua bravura tanto che un giorno ebbe l'imprudenza di affermare che neanche l'abile Atena, anche lei famosa per la sua abilità di tessitrice, sarebbe stata in grado di competere con lei tanto che ebbe l'audacia di sfidare la stessa dea in una pubblica gara.
      Atena, non appena apprese la notizia, fu sopraffatta dall'ira e si presentò ad Aracne sotto le spoglie di una vecchia suggerendo alla stessa di ritirare la sfida e di accontentarsi di essere la migliore tessitrice tra i mortali. Per tutta risposta Aracne disse che se la dea non accettava la sfida era perchè non aveva il coraggio di competere con lei. A quel punto Atena si rivelò in tutta la sua grandezza e dichiarò aperta la sfida.
      Una di fronte all'altra Atena ed Aracne iniziarono a tessere le loro tele e via via che le matasse si dipanavano apparivano le scene che le stesse avevano deciso di rappresentare: nella tela di Atena erano rappresentate le grandi imprese compiute dalla dea ed i poteri divini che le erano propri; Aracne invece, raffigurava gli amori di alcuni dei, le loro colpe ed i loro inganni.
      Quando le tele furono completate e messe l'una di fronte all'altra, la stessa Atena dovette ammettere che il lavoro della sua rivale non aveva eguali: i personaggi che erano rappresentati sembrava che balzassero fuori dalla tela per compiere le imprese rappresentate. Atena, non tollerando l'evidente sconfitta, afferrò la tela della rivale riducendola in mille pezzi e tenendo stretta la spola nella mano, iniziò a colpire la sua rivale fino a farla sanguinare.
      Aracne, sconvolta dalla reazione della dea, scappò via e tentò di suicidarsi cercando di impiccarsi ad un albero. Ma Atena, pensando che quello fosse un castigo troppo blando, decise di condannare Aracne a tessere per il resto dei suoi giorni e a dondolare dallo stesso albero dal quale voleva uccidersi ma non avrebbe più filato con le mani ma con la bocca perchè fu trasformata in un gigantesco ragno.

      Racconta Ovidio (Metamorfosi, IV, 23 e segg.): " (...) Accetta Minerva la sfida ... la dea dai biondi capelli si corrucciò del felice successo e stracciò la trapunta tela che scopre le colpe dei numi e colpì con la spola di citoriaco bosso più volte la fronte di Aracne. Non lo patì l'infelice: furente si strinse la gola con un capestro e restò penzoloni. Atena, commossa, la liberò, ma le disse: - Pur vivi o malvagia, e pendendo com'ora pendi. E perchè ti tormenti nel tempo futuro, per la tua stirpe continui il castigo e pei tardi nepoti -. Poscia partendo la spruzza con sughi di magiche erbette: subito il crime toccato dal medicamento funesto cadde e col crine le caddero il naso e gli orecchi: divenne piccolo il capo e per tutte le membra si rimpicciolisce: l'esili dita s'attaccano, invece dei piedi, nei fianchi: ventre è quel tanto che resta, da cui vien traendo gli stami e, trasformata in un ragno, contesse la tela di un tempo" .
      Scrive Dante Alighieri (Purgatorio, XII, 43-45):
      O folle Aragne, sì vedea io te
      Già mezza ragna, trista in su li stracci
      De l'opera che mal per te si fé.

      Ancor oggi, quando si vede un ragno tessere la sua tela, si ripensa alla sorte toccata alla tessitrice della Lidia condannata per il resto della sua vita a quel triste destino perchè aveva osato essere più abile di una dea.


      Tiresia

      Tramandato da Callimaco, Nonno di Panopoli, Properzio, Apollodoro. L’indovino avrebbe perso la vista per punizione di Atena; la dea, infatti, fu vista dal giovane Tiresia mentre faceva il bagno nuda, cosa che era assolutamente proibita ai mortali. La pena, di solito era la morte, ma a Tiresia fu risparmiata in virtù dell’amicizia della dea con la madre del giovane Tiresia: la dea, anzi, come compensazione della perdita della vista diede a Tiresia anche la facoltà di vaticinare.
      Tiresia è come indovino, prima di tutto un mediatore fra gli dei e gli uomini: pertanto questo fatto gli permette di partecipare dell’immortalità che caratterizza gli dei. In effetti Tiresia, che visse per sette generazioni, non conobbe in termini reali la morte. Dunque, questa posizione privilegiata gli permette di essere un mediatore, di avere una posizione particolare proprio all’interno delle generazioni regali della casa reale di Tebe non solo tra i vivi, ma anche tra i morti della famiglia stessa. Da un certo punto di vista questa trascendenza può apparire come una trasgressione all’ordine abituale delle cose, fondato sul rispetto delle opposizioni, stabilito una volta per tutte all’origine del mondo. Inoltre, Tiresia è oggetto egli stesso di una repressione che viene dagli dei; essi, infatti, mal sopportano che i loro segreti siano rivelati agli uomini da un indovino che, a sua volta, sta anche dalla parte degli uomini, esseri che, talvolta, non riconoscono in lui l’autorità di un indovino. (…) Ecco perché Tiresia, oltre ad essere stato reso cieco dagli dei, che, per supplire a questa mutilazione gli hanno donato il bastone (che a sua volta e il simbolo dello statuto da intermediario che l’indovino occupa), non è creduto dagli uomini che lo prendono in giro e qualche volta lo insultano. Nell’analisi del primo episodio della prima versione (A), si è dimostrato che questo tipo di relazioni si organizzava, questa volta, attorno alla figura di un serpente, il guardiano di tutte le potenze che Gaia, la Terra, raccoglie (…) Il serpente appariva come il guardiano e il dispensatore della potenza divina (...) Ecco perché anche una coppia di serpenti intrecciati attorno ad un bastone può diventare, per un indovino, l’emblema della sua funzione di mediatore, la cui bisessualità successiva non ne è che un aspetto. D’altra parte, il serpente intrattiene dei rapporti privilegiati con la vita e la morte; e in effetti sotto forma di serpente che le anime tornano alla terra e, inoltre, il fatto che egli si spogli ogni anno della sua pelle (che corrisponde alla sua vecchiaia), fa sì che questo animale sia considerato un essere dotato di una longevità straordinaria, del tipo di quella di cui è proprio dotato Tiresia.


      Narciso

      La storia che andiamo a narrare è la più conosciuta della mitologia greca e sono tante le sue versioni. Noi prendiamo spunto da quanto ci narra Ovidio nelle Metamorfosi per narrare le vicende di questo giovane la cui bellezza, pari a quella di un dio, fu la causa della sua stessa rovina.
      Il fanciullo di cui parliamo si chiama Narciso ed era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso(1)che, innamorato della ninfa, la avvolse nelle sue onde e nelle sue correnti, possedendola. Da questa unione nacque un bambino di indescrivibile bellezza e grazia. La madre, poichè voleva conoscere il destino del proprio figlio, si recò dal vate Tiresia per sapere il suo futuro.
      Era questo il più grande fra tutti gli indovini che la sorte aveva reso cieco perchè aveva osato porre i suoi occhi sulle nudità della dea guerriera Atena che, dopo averlo punito per la sua audacia rendendolo cieco, gli fece dono del vaticinio.
      Tiresia dopo aver ascoltato le richieste di Liriope le disse in tono greve che suo figlio avrebbe avuto una lunga vita se non avesse mai conosciuto se stesso. Liriope, che non comprese la profezia dell'indovino, andò via e con il passare degli anni dimenticò quanto gli era stato profetizzato.
      Gli anni passarono veloci e Narciso cresceva forte e di una bellezza tanto dolce e raffinata che tutte le persone che lo rimiravano, fossero esse uomini o donne, si innamoravano di lui anche se Narciso rifuggiva ogni attenzione amorosa. Si racconta della sua insensibilità e vanità tanto che un giorno regalò una spada ad Aminio, un suo acceso spasimante, perchè si suicidasse ed Aminio tanto era grande il suo amore per Narciso, si trafisse il cuore sulla soglia della sua casa.
      Aminio morente invocò gli dei perchè vendicassero la sua morte e al suo grido rispose Artemide, che fece innamorare Narciso di se stesso.


      La Ninfa Eco

      ebbe la ventura di incrociare Narciso, incontro nefasto che fu la rovina di entrambi i giovani.
      Si narra che la sposa di Zeus, Era, la cui gelosia era nota a tutti gli dei e a tutti i mortali, era sempre alla ricerca dei tradimenti del marito e sfortuna volle che un giorno si rese conto che la compagnia e le continue chiacchiere della ninfa Eco, altro non erano che un modo per tenerla a bada e distrarla per favorire gli amori di Zeus dando il tempo alle sue concubine di mettersi in salvo. Grande fu la sua rabbia quando apprese la verità e la sua ira si manifestò in tutta la sua potenza: rese Eco destinata a ripetere per sempre solo le ultime parole dei discorsi che le si rivolgevano.
      Racconta Luciano (Epigrammi "A una statua di Eco")
      "Questa è l'Eco petrosa amica di Pane,
      Che rimanda, ripete le parole,
      E ti risponde in tutte le lingue umane;
      E più scherzare coi pastori suole.
      Dille qualunque cosa, odila e poi
      Vanne pei fatti tuoi."

      Un giorno mentre Narciso era intento a vagare nei boschi e a tendere reti tra gli alberi per catturare i cervi, lo vide la bella Eco che, non potendo rivolgergli la parola, si limitò a rimirare la sua bellezza, estasiata da tanta grazia. Per diverso tempo lo seguì da lontano senza farsi scorgere e Narciso, intento a rincorrere i cervi, nè si accorse di lei nè si accorse che si era allontanato dai compagni ed aveva smarrito il sentiero. Iniziò Narciso a chiamare a gran voce, chiedendo aiuto non sapendo dove andare. A quel punto Eco decise di mostrarsi a Narciso rispondendo al suo richiamo di aiuto e si presentò protendendo verso di lui le sue braccia offrendosi teneramente come un dono d'amore e con il cuore traboccante di teneri pensieri.
      Ma ancora una volta la reazione di Narciso fu spietata: alla vista di questa ninfa che si offriva a lui fuggi inorridito tanto che la povera Eco avvilita e vergognandosi, scappò via dolente. Si nascose nel folto del bosco e cominciò a vivere in solitudine con un solo pensiero nella mente: la sua passione per Narciso e questo pensiero era ogni giorno sempre più struggente che si dimenticò anche di vivere ed il suo corpo deperì rapidamente fino a scomparire e a lasciare di lei solo la voce. Da allora la sua presenza si manifesta solo sotto forma di voce, la voce di Eco, che continua a ripetere le ultime parole che gli sono state rivolte.




      Gli dei vollero allora punire Narciso per la sua freddezza ed insensibilità e mandarono Nemesi, dea della vendetta, che fece si che mentre si trovava presso una fonte e si chinava per bere un sorso d'acqua, nel vedere la sua immagine riflessa immediatamente il suo cuore iniziò a palpitare e a struggersi d'amore per quel volto così bello, tenero e sorridente.
      Racconta Ovidio (Metamorfosi III, 420 e segg.):
      "Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell'immagine ..."
      Non consapevole che aveva di fronte se stesso, ammirava quell'immagine e mandava baci e tenere carezze ed immergeva le braccia nell'acqua per sfiorare quel soave volto ma l'immagine scompariva non appena la toccava.
      Rimase a lungo Narciso presso la fonte cercando di afferrare quel riflesso senza accorgersi che i giorni scorrevano inesorabili, dimenticandosi di mangiare e di bere sostenuto solo dal pensiero che quel malefico sortilegio che faceva si che quell'immagine gli sfuggisse, sparisse per sempre(4).
      Alla fine morì Narciso, presso la fonte che gli aveva regalato l'amore anelando un abbraccio dalla sua stessa immagine.
      Quando le Naiadi e le Driadi andarono a prendere il suo corpo per collocarlo sulla pira funebre si narra che al suo posto fu trovato uno splendido fiore bianco che da lui prese il nome di Narciso.
      Narra Ovidio (Metamorfosi III 420 e segg.):
      "Languì a lungo d'amore non toccando più cibo nè bevanda. A poco a poco la passione lo consumò, e un giorno vicino alla fonte ... reclinò sull'erba la testa sfinita, e la morte chiuse i suoi occhi che furono folli d'amore per sé. ... Piansero le Driadi, ed Eco rispose alle grida dolenti. Già avevano preparato il rogo, le fiaccole, la bara, ma il suo corpo non c'era più: trovarono dove prima giaceva, un fiore dal cuore di croco recinto di candide foglie".
      E gli antichi narrano ancora che a Narciso non fu di lezione passare ad un'altra vita in quanto, mentre attraversava lo Stige, il fiume dei morti per entrare nell'Oltretomba, continuava a cercare il suo amato, riflesso nelle acque del nero fiume.
      In qualunque modo sia morto Narciso è certo che questo mito è arrivato sino a giorni nostri. Pittori, musicisti, scrittori, psicologici, continuano a trarre ispirazione dalla storia di questo giovane. Era superbo? Era egocentrico? Era egoista? Era ingenuto? Ognuno ne dia l'interpretazione che ritiene più consona anche se è certo che in fondo il giovane Narciso cercava solo una cosa: l'amore, come ogni creatura che popola questa terra.


    2. Zeus/TEMI

      Nel mondo antico la Giustizia era una Dea, chiamata Dike quando rappresentava la giustizia umana, e chiamata Temi quando indicava la giustizia come legge eterna. Il suo nome significa “irremovibile”, e quindi va considerata come un’astrazione: essa è l’ordine cosmico ed il suo nome veniva invocato nei giuramenti.

      Essa era la personificazione della regola naturale e sociale, e perciò vigila su quanto è lecito ed illecito, regola la convivenza fra gli dèi, fra i mortali e i due sessi. L’ideale di Giustizia di cui è emblema, era collegato con il Destino, il Tempo e la Morte.

      Dall’unione di Temi con Zeus nacquero:



      • ASTREA (o Diche)

        Dea della giustizia, considerata il principio fondamentale per lo sviluppo di ogni società civile, perché diffuse i sentimenti di giustizia, come fece la madre prima di lei, e di bontà.

        Secondo il mito la dea viveva in mezzo agli uomini, durante l'età dell'oro dopo disgustata dalla degenerazione morale del genere umano, dapprima si rifugiò nelle campagne, e poi, al principio dell'età del ferro, risalì definitivamente in cielo, dove splende sotto l'aspetto della costellazione della Vergine.

      • LE ORE

        In origine Le Ore attiche erano solamente due, Tallo (germoglio) e Carpo (frutto), nomi alludenti alla semina e alla crescita del frutto delle piante. Esiodo nella Teogonia ne indica tre e simboleggiavano il regolare scorrere del tempo nell'alterna vicenda delle stagioni (primavera, estate ed autunno fusi insieme, inverno); poi ne fu aggiunta una quarta (allusione all'autunno); in epoca romana finirono col personificare le ore vere e proprie, divenendo 12 e da ultimo 24. Le ore si presentano in duplice aspetto:

        * in quanto figlie di Temi (l'Ordine universale) assicuravano il rispetto delle leggi morali;
        * in quanto divinità della natura presiedevano al ciclo della vegetazione.

        Questi due aspetti spiegano i loro nomi:

        * Eunomia, la Legalità;
        * Diche, la Giustizia;
        * Irene, la Pace;

        oppure:

        * Tallo, la Fioritura primaverile;
        * Auso, il Rigoglio estivo;
        * Carpo, la Fruttificazione autunnale.

        Le Ore sorvegliavano le porte della dimora di Zeus sull'Olimpo (le aprivano e le richiudevano disperdendo o accumulando una densa cortina di nuvole), servivano Giunone - che avevano allevata -, attaccavano e staccavano i cavalli dal suo cocchio e da quello di Elio; inoltre facevano parte del corteo di Afrodite - insieme con le Cariti - e di Dioniso.

        Gli antichi le rappresentavano come leggiadre fanciulle stringenti nella mano un fiore o una pianticella, immaginandole peraltro brune ed invisibili con riferimento alle ore della notte; ma, se si eccettua un presunto matrimonio di Carpo con Zéfiro, non ne fecero le protagoniste di alcuna leggenda. Le onoravano con un culto particolare ad Atene (dove fu loro consacrato un tempio), ad Argo, a Corinto, ad Olimpia.



      • Le Moire

        Le Moire è il nome dato alle figlie di Zeus e di Temi o secondo altri di Ananke. Ad esse era connessa l'esecuzione del destino assegnato a ciascuna persona e quindi erano la personificazione del destino ineluttabile.

        Erano tre: Cloto, nome che in greco antico significa "io filo", che appunto filava lo stame della vita; Lachesi, che significa "destino", che lo svolgeva sul fuso e Atropo, che significa "inevitabile", che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo. Grandissimo onore diede loro ZEUS prudente,
        le quali concedono agli uomini mortali di avere il bene e il male

        Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade.
        Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

        Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.

        Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

        Si dice anche che avessero un solo occhio grazie al quale potevano vedere nel futuro e che spartivano a turno tra loro.
        Delle Moire (o Parche) parla anche Virgilio nell'Eneide, nel famoso verso: "Sic volvere Parcas" ("Così filano le Parche").


    3. Zeus/EURINOME

      Eurinome, Oceanina figlia di Oceano e di Teti. Mangiare, pascolare, nutrirsi, questo è essere EURINOME, un fare divino anche dal punto di vista psichico: fagocitare! Il fagocitare è il fare proprio, non come possesso, ma come qualche cosa che diventa parte di te; indistinguibile da te; partecipe della tua Coscienza di Te! Questo fagocitare come fare divino, fra gli Esseri della Natura diventa il mangiare.

      Ha tre figlie, le tre CARITI rappresentano un potere incredibile nella vita degli Esseri Umani. Il loro farsi DEI li porta a sviluppare nei Sistemi Sociali umani, Quale la bellezza, ma anche la riconoscenza, il favore, il piacere e la gioia. La manifestazione di queste DEE negli Esseri della Natura li rende Radiosi (AGLAIA), Gioiosi (EUFROSINE) e Fiorenti (TALIA). A Roma le CARITI saranno identificate con le tre GRAZIE. La gioia e la ricchezza al seguito di APOLLO assieme alle MUSE.

      Nela Teogonia di Esiodo si narra:
      « [...]
      Ed Eurinóme, figlia d'Ocèano, dal fulgido aspetto,
      tre Grazie guancebelle gli diede: Eufrosíne, Talía
      vezzosa, Aglaia: quando guardavano, a loro dal ciglio
      stillava amor, che scioglie le pene: il lor guardo, un incanto.

    4. Zeus/DEMETRA

      DEMETRA, assieme a Gea e a Rea, era, venerata come Madre Terra; ma Gea figurava l'elemento delle forze primordiali, Rea figura la potenza generatrice della terra, mentre Demetra figura la divinità della terra coltivata, la dea del grano, dell'ordine costituito. Con il dono dell'agricoltura, base di civiltà per tutte le popolazioni, Demetra dà agli uomini anche le norme del vivere civile e, di conseguenza, le leggi. Demetra, figlia di Crono e di Rea era la madre di Persefone, avuta dal fratello Zeus.




      Proserpina (o Persefone)

      Persefone era la dea della vegetazione primaverile. Crebbe in Sicilia fino al giorno in cui Ade il signore dei morti, la rapì.

      Un giorno Persefone, mentre coglieva dei fiori con altre compagne si allontanò dal gruppo e all'improvviso la terra si aprì e dal profondo degli abissi apparve Ade, dio dell'oltretomba e signore dei morti che la rapiva perché da tempo innamorato di lei.
      Il rapimento si era compiuto grazie al volere di Zeus che aveva dato il suo consenso ad Ade per compiere la violenta azione amorosa.

      Demetra, accortasi che Persefone era scomparsa, per nove giorni corse per tutto il mondo alla ricerca della figlia sino alle più remote regioni della terra. Ma per quanto cercasse, non riusciva né a trovarla, né ad avere notizie del suo rapimento.

      All'alba del decimo giorno venne in suo aiuto Ecate, che aveva udito le urla disperate della fanciulla mentre veniva rapita ma non aveva fatto in tempo a vedere il volto del rapitore e suggerì pertanto a Demetra di chiedere ad Elios, il Sole. E così fu. Elios disse a Demetra che a rapire la figlia era stato Ade.

      Inutile descrivere la rabbia e l'angoscia di Demetra, tradita dalla sua stessa famiglia di olimpici. Demetra abbandonò l'Olimpo e per vendicarsi, decise che la terra non avrebbe più dato frutti ai mortali così la razza umana si sarebbe estinta nella carestia. In questo modo gli dei non avrebbero più potuto ricevere i sacrifici votivi degli uomini di cui erano tanto orgogliosi.

      Si mise quindi la dea a vagare per il mondo per cercare di soffocare la sua disperazione, sorda ai lamenti degli dei e dei mortali che già assaporavano l'amaro gusto della carestia.

      Il suo pellegrinaggio la portò ad Eleusi, in Attica, sotto le spoglie di una vecchia, dove regnava il re Celeo con la sua sposa Metanira. Demetra fu accolta benevolmente nella loro casa e divenne la nutrice del figlio del re, Demofonte.



      Col tempo Demetra si affezionò al fanciullo che faceva crescere come un dio, nutrendolo, all'insaputa dei genitori, con la divina ambrosia, il nettare degli dei.

      Attraverso Demofonte la dea riusciva in questo modo a saziare il suo istinto materno, soffocando il dolore per la perduta figlia. Decise anche di donare a Demofonte l'immortalità e di renderlo pertanto simile ad un dio ma, mentre era intenta a compiere i riti necessari, fu scoperta da Metanira, la madre di Demofonte. A quel punto Demetra, abbandonò le vesti di vecchia e si manifestò in tutta la sua divinità facendo risplendere la reggia della sua luce divina.

      Delusa dai mortali che non avevano gradito il dono che voleva fare a Demofonte, si rifugiò presso la sommità del monte Callicoro dove gli stessi Eleusini gli avevano nel frattempo edificato un tempio.

      Il dolore per la scomparsa della figlia, adesso che non c'era più Demofonte a distrarla, ricominciò a farsi sentire più forte che mai e a nulla valevano le suppliche dei mortali che nel frattempo venivano decimanti dalla carestia.

      Alla fine Zeus, costretto a cedere alle suppliche dei mortali e degli stessi dei, inviò Ermes, il messaggero degli dei, nell'oltretomba da Ade, per ordinargli di rendere Persefone alla madre. Ade, inaspettatamente, non recriminò alla decisione di Zeus ma anzi esortò Persefone a fare ritorno dalla madre. L'inganno era in agguato. Infatti Ade, prima che la sua dolce sposa salisse sul cocchio di Ermes, fece mangiare a Persefone un seme di melograno, compiendo in questo modo il prodigio che le avrebbe impedito di rimanere per sempre nel regno della luce.

      Grande fu la commozione di Demetra quando rivide la figlia ed in quello stesso istante, la terrà ritornò fertile ed il mondo riprese a godere dei suoi doni.

      Solo più tardi Demetra scoprì l'inganno teso da Ade: avendo Persefone mangiato il seme di melograno nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno, ogni anno, per un lungo periodo. Questo infatti era il volere di Zeus.

      Fu così allora che Demetra decretò che nei sei mesi che Persefone fosse stata nel regno dei morti, nel mondo sarebbe calato il freddo e la natura si sarebbe addormentata, dando origine all'autunno e all'inverno, mentre nei restanti sei mesi la terra sarebbe rifiorita, dando origine alla primavera e all'estate.



      Gli antichi adombrarono in questo mito riferimenti impliciti ai cicli della natura, delle stagioni, dei raccolti, in particolare ai frutti della terra che trascorrono parte dell'anno nascosti sotto la superficie per poi sbocciare e fruttificare.

      A Persefone si sacrificavano giovenche nere e il suo emblema è il papavero. Aveva la base del suo culto in Sicilia, in Beozia, ad Eleusi, e in suo onore si eseguivano i giochi Tarentini che duravano tre giorni ed erano caratterizzati da un'eccessiva sfrenatezza. Era celebrata in Grecia con le feste Eleusine ed in Sicilia le Antesforie. Proserpina presiedeva alla crescita ed al germogliare delle messi.




    5. Zeus/MNEMOSINE

      Mnemosine è la personificazione della memoria (e secondo altre fonti anche del canto e della danza), titanide, figlia di Urano (il Cielo) e Gea (la Terra).
      Dopo la sconfitta dei Titani gli dei chiesero a Zeus di creare un gruppo di divinità che cantassero la vittoria. Mnemosine fu amata da Zeus il quale le si presentò sotto forma di pastore. Giacquero insieme per nove notti sui monti della Pieria e dopo un anno nacquero nove figlie: le Muse. Le Muse furono rese responsabili di ispirare canti funebri, la poesia, il dramma e la danza...per questa ragione è solito che gli artisti invochino la protezione e l'ispirazione delle Muse. Compaiono spesso associate alla compagnia di Apollo e Pegaso. Saffo fu considerata da molti essere la decima Musa. La nostra parola "museum" deriva dal termine"museion" che è il tempio dedicato alle Muse; e anche Musica.


      • Le muse sono figlie di Zeus e di Mnemosine (a sua volta figlia di Urano e di Gaia, quindi una Titanide), il cui nome vuol dire memoria, perché era appunto la personificazione della memoria: Zeus si unì a lei per nove notti di seguito e, in capo ad un anno, ne ebbe nove figlie, ossia le Muse.

        Le genealogie differiscono, ma tutte evidentemente si ricollegano, più o meno indirettamente, a concezioni filosofiche sul primato delle musica nell'Universo; le Muse infatti presiedono al pensiero in tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, astronomia.

        A partire dall'epoca classica il numero nove s'è imposto e ciascuna, a poco a poco, ha ricevuto una determinata funzione, d'altronde variabile secondo gli autori; si ammette in genere la lista seguente: Calliope - poesia epica, Polimnia - pantomima, Euterpe - flauto, Tersicore - danza, Erato - lirica corale, Melpomene - tragedia, Talia - commedia, Urania - astronomia, Clio - storia.

        Un soggetto umano, attraverso le sue predilezioni chiama la MUSA propria del suo piacere. La chiama praticando quanto nella ragione corrisponde a quella MUSA. La sua autodisciplina e la sua impeccabilità fanno dire alla MUSA chiamata: “Per quale motivo dall’etere che sempre scorre evocasti me…, così, con costrizioni che domano gli DEI? Ascoltami, anche se non vorrei parlare, poiché a forza mi incatenasti.” La stessa cosa vale anche per le MUSE che svegliano nell’Essere Umano quanto ad esse è simile nei bisogni e nelle passioni. Dice Proclo: “Per nessun’altra ragione il DIO distoglie l’uomo, e con la sua vivente potenza lo conduce verso nuove vie.”

        CLIO
        è la celebrazione. CLIO sono le storie della vita. Le storie dell’infinito. Le storie della specie. Le storie delle trasformazioni dei Sistemi Sociali. Raccontare cosa fu il passato per conoscere i meccanismi attraverso i quali costruire il futuro. Quante cose sono dimenticate! Sono dimenticate nella memoria degli Esseri Umani che ZEUS ha ritagliato in MNEMOSINE. Le cose non sono perdute. Ogni cosa ha partecipato a costruire quello che noi siamo. Ogni cosa è dentro di noi e ci circonda. Un ululato di un lupo, un’umana imprecazione, il canto di una civetta. Nulla è andato perduto. Tutto è manipolazione di quanto esiste e manifestazione di quanto è esistito. Ricorda e celebra! Celebra e segui le orme e gli insegnamenti di chi ha costruito un’esperienza.

        EUTERPE
        è la MUSA della musica strumentale.
        E' un altro “canale di passione” generato nell’Essere Umano per la musica auletica. La musica del flauto. EUTERPE è la trasformazione di un Essere Umano nel divino, che usando uno strumento, un oggetto, per costruire armonie riesce ad entrare in relazione con le armonie dell’universo quali assonanze con le armonie della TITANIDE MNEMOSINE. EUTERPE è la trasformazione dell’Essere Umano per entrare in sintonia con l’oggetto che suona e poi con i suoni dell’universo. Se al tempo di Esiodo questo strumento era il flauto, oggi come oggi gli strumenti sono numerosi.

        TALIA
        la  MUSA, perché c'e anche una CARITE (una Grazia).
        Un altro “canale di passione” è la Musa TALIA. La passione per la vita intesa come una commedia che deve essere recitata sul palcoscenico del mondo. Una recitazione che impegna chi la esegue al punto tale da costringere la propria personalità a cambiare d’umore e di emozione a seconda del personaggio che intende recitare o della situazione che si appresta a rappresentare.

        TALIA la manifestazione della Follia Controllata nell’Essere Umano attraverso la quale costui affronta il mondo, gli spettatori del mondo. Reagisce nei confronti dei fenomeni percepiti che gli arrivano dal mondo. Un Essere Umano che decide come deve rappresentarsi. Quando deve rappresentarsi. Un Essere Umano che sceglie di organizzare la propria apparenza in funzione del raggiungimento di uno scopo nei confronti degli spettatori. E ride TALIA! La sua comicità è arte della rappresentazione. E’ la sua Follia davanti alla quale lo spettatore altro non fa che ridere, divertirsi: quanto è sciocca TALIA! Quanto è immenso il suo progetto di vita; quanto è serio! Quanto è sciocco lo spettatore: costruisce il suo giudizio guardando TALIA anziché pescarlo dal proprio cuore! E TALIA fa ridere lo spettatore. Nel farlo ridere nasconde la fierezza, la determinazione e la durezza del proprio progetto.

        MELPOMENE
        è come TALIA! Se TALIA presenta il lato allegro e comico col quale nasconde la propria determinazione e il proprio progetto di vita, MELPOMENE presenta la sua disperazione, la sua tragedia con cui nascondere il proprio progetto di vita. TALIA fa ridere lo spettatore; MELPOMENE lo fa piangere! Due modi diversi attraverso i quali rappresentare la follia controllata degli Esseri Umani. Due modi diversi per rappresentare le umane passioni con cui nascondere i progetti attraverso i quali affrontare la vita. MELPOMENE costringe lo spettatore a vivere delle sue stesse passioni e delle sue stesse traversie. Lo costringe ad essere partecipe. Costringe l’attenzione dello spettatore ad adeguarsi alla sua storia.

        TERSICORE
         è la danza. Provate ad addestrarvi a danzare: Rappresentare l’universo attraverso il fluire delle movenze. La trasformazione soggettiva che comporta. L’uso dell’Attenzione che ciò implica. La manipolazione della propria soggettività attraverso la quale devono fluire le rappresentazioni della vita, dei sentimenti, delle emozioni che dal mondo arrivano al soggetto che danza e che questo ritrasmette al mondo che lo guarda. Danzare significa rappresentare. Rappresentare quei fenomeni e quelle tensioni che hanno inciso i propri sentimenti attraversando la propria attenzione.

        L’individuo che danza manipola sé stesso.
        All’inizio è una manipolazione dell’azione fisica, ma a mano a mano che questa procede diventa manipolazione delle sue emozioni, dei suoi sentimenti della sua percezione del mondo. La direzione del suo sentire sarà soltanto sua, come soltanto sua sarà la rappresentazione del mondo, ma lui la trasmette. Lui prende il suo sentire e costruisce una rappresentazione che dona agli Esseri della propria specie. Non è il sentire che gira vuoto nella vita, ma è il sentire che viene rappresentato attraverso la manipolazione della soggettività dell’attore.

        ERATO
        è un canale di passione proprio degli Esseri della Natura attraverso il quale si manifesta AFRODITE. E’ il canto armonioso, la passione dell’amore e il travolgere delle emozioni che attraversano gli Esseri figli di ERA. Quando le passioni amorose travolgono gli Esseri, ogni prescrizione, ogni tabù imposto dalla ragione crolla! Si rimescola l’Energia Vitale e si sfondano i confini posti dalla ragione. Nuovi fenomeni, nuovi giudizi si formano negli Esseri Umani, tutto cambia: la ragione stessa!

        Gli DEI TITANI posero dei fondamenti nell’universo e ZEUS genera i canali di passione per i figli di ERA affinché non rimanessero prigionieri di tristi e grigi confini. Attraverso quei canali di passione i figli di ERA possono muovere i loro passi e la passione amorosa è calata tanto profondamente negli Esseri figli di ERA da rappresentare l’attività emozionale primaria sulla quale si innestano tutte le altre passioni.

        ERATO è il canto d’amore. Il canto di passione di ogni Essere che si fonde con la vita. ERATO vive di questa passione; ERATO è questa passione; ERATO alimenta questa passione.

        POLIMNIA
        è un “canale di passione” molto legato agli Esseri Umani. Le passioni POLIMNIA le esprime con le parole e la mimica. Parole e mimica che necessitano di altrettanta disciplina che per suonare uno strumento o per danzare esprimendo sentimenti, sensazioni ed emozioni. Parole che travolgono, parole che offendono, parole che coinvolgono, parole che affascinano! Gesti! Gesti di offerta, gesti di rabbia, gesti cortesi e gesti di passione.

        Sembra quasi normale POLIMNIA nelle azioni degli Esseri Umani, nel loro corrugare la fronte o farsi scuotere da riso irrefrenabile. Passione che esce dai gesti, passione che si esprime con le parole davanti ad un uditorio che deve essere coinvolto, travolto, appassionato oppure indignato e rabbioso!

        Per far questo, per ottenere questo risultato è necessario essere coinvolti! Non si tratta della Follia Controllata di TALIA né di quella di MELPOMENE; si tratta di una piccola pietra che si mette in moto generando una valanga.

        TALIA e MELPOMENE nascondono l’intento allo spettatore. L’attore crea l’inganno per giungere al proprio INTENTO. Si tratta dell’arte della rappresentazione sul palcoscenico della vita. Lo spettatore ride e piange, si diverte e si commuove, ma rimane uno spettatore al di là della rappresentazione dell’attore. L’attore mantiene le distanze dallo spettatore: io sono colui che agisce! Lo spettatore assiste.

        POLIMNIA non divide gli Esseri in attivi e passivi, ma fra chi la manifesta e chi ancora non la manifesta, ma deve essere chiamato a manifestarla. L’arte di POLIMNIA è quella di mettere in moto gli Esseri Umani. “Alle armi, difendiamo la patria!”

        C’è una POLIMNIA che percepisce le emozioni del mondo e le trasmette risvegliando la POLIMNIA in ogni Essere che assiste alla sua rappresentazione



        URANIA
        Quanto è piacevole guardare il cielo stellato; quante emozioni! Il cielo stellato è in grado di dare all’Essere Umano, il senso dell’INFINITO in cui è immerso.

        Che grande “canale di passione” è URANIA! Figlia di ZEUS e calata negli Esseri Umani affinché non perdano il contatto con l’INFINITO dal quale sono emersi: URANO STELLATO! Quante notti gli Esseri Umani hanno trascorso ammirando il mondo sopra la loro testa. Un mondo sempre vario che hanno descritto e popolato di Esseri fantastici. La loro fantasia ha tentato di mettere ordine in un INFINITO nel quale il loro sentimento e le loro emozioni si perdono. Per loro “fortuna” la ragione ha ritagliato lo spazio della descrizione altrimenti l’Essere Umano avrebbe rincorso ogni voce e ogni sussurro che da quell’immenso sarebbe giunto a lui senza la possibilità di costruire la disciplina del proprio sentire. Senza la possibilità di costruire la propria esistenza! “Fortuna”? No! Necessità! L’Essere Umano è divenuto in questo modo perché quelle erano le condizioni e ZEUS poteva ritagliare delle condizioni nell’insieme in cui esisteva.

        Gli Esseri della Natura separati dall’INFINITO per fondare la propria Coscienza di Sé. Nello stesso tempo attori nell’INFINITO legati da un “canale di Passione” che permette loro di anelare alla LIBERTA’ intesa come movimento in spazi senza confini.

        URANIA è un sussurro dell’immenso. Un immenso nel quale Esseri Umani si sono immersi tentando di mettere ordine. Descrivendo e catalogando, ma sempre in quell’immenso facevano correre la loro fantasia. Sempre in quell’immenso facevano rifugiare i propri desideri e, quando questi prendevano forma, erano sempre pregnati del Potere dell’Immenso che alimentava il sentire e la determinazione degli Esseri che a quell’immenso anelavano.

        di CALLIOPE
        Esiodo dice: “e Calliope, che è la più illustre di tutte!”.
        La MUSA che esprimo è la più importante di tutte in quanto io la esprimo. Se io esprimessi una diversa o diverse MUSE queste sarebbero le più importanti. Lo sono perché attraverso quei canali di passione costruisco il mio cammino nell’infinito. Altri cammini, altri “canali di passione” mi sono sconosciuti. Non li conosco, non li alimento, loro mi ignorano! E’ più illustre perché quella si esprime attraverso il mio fare e il mio esistere.

        Quante gesta e quante storie racconta CALLIOPE. Storie epiche in cui gli Esseri Umani dettero l’assalto al cielo della conoscenza e della consapevolezza. Grandi Eroi e grandi DEI hanno alimentato CALLIOPE che tramandandone le gesta ha mantenuto un “canale di passione” vivo e attento nella ragione dell’Essere Umano e del grigiore della vita alla quale spesso è costretto. Certo, mi alzo al mattino per lavorare, ma ERCOLE ha compiuto le sue fatiche ed è diventato un DIO. Certo guardo le mani distrutte dal lavoro o la noia del quotidiano, ma CRONOS ha tagliato i genitali di URANO STELLATO e ZEUS ha abbattuto CRONOS e lottato contro i TITANI. Certo è dura spaccare la terra, ma in un maggese tre volte arato, DEMETRA a GIASONE generò PLUTO, la tensione alla ricchezza e al benessere!

        In ognuna delle storie che CALLIOPE ricorda e racconta ci sono io! C’è ogni Essere Umano che le ascolta. C’è la sua identificazione con l’eroe. C’è il suo sogno del balzo nell’infinito. Il suo sogno di uscita dal quotidiano. Il suo sogno di eternità!

        CONCLUDENDO

        Le MUSE sono delle Coscienze di Sé che generatesi da ZEUS mantengono aperta la comunicazione fra gli Esseri circoscritti nella ragione e l’infinito circostante. Vivere le MUSE (e quant’altre MUSE che non conosciamo) consente agli Esseri figli di ZEUS ed ERA di percorrere il sentiero virtuoso della costruzione del proprio corpo luminoso e di bussare alle porte dell’OLIMPO rivendicando il riconoscimento di sé stessi in quanto DEI.


    6. Zeus/LETO (Latona)

      Latona nacque dai titani Febe e Ceo, possedeva i poteri del progresso tecnologico e vegliava sulla tecnologia e sui fabbri.

      I suoi poteri erano molto simili a quelli di Efesto (Vulcano). Generò da Zeus i gemelli Apollo e Artemide cacciatrice, personificazione della luna. La mitologia spesso accosta il nome di Latona al continente originario degli Iperborei, popolo nordico emigrato in diverse ondate dalle zone artiche fino all'Europa e all'Asia.

      Leto, a causa di una maledizione lanciatale dalla moglie di Zeus Era, di cui il Dio temeva le ire e la gelosia, non trovò ospitalità da nessuno, anzi inseguita dal serpente Pitone,  per poter mettere al mondo i due bambini fu costretta a  vagare per il Mar Egeo in cerca di un luogo che non avesse mai visto la luce del sole: per questo motivo Zeus fece emergere dal mare un'isola fino ad allora sommersa che, di conseguenza, il sole non aveva ancora toccato. Si trattava dell'isola di Delo (Ortigia nel Mar Egeo) e Leto vi partorì aggrappata ad una palma sacra. Artemide nacque per prima, dopo soli sei mesi di gestazione ed aiutò quindi la madre a dare alla luce Apollo che nacque invece il settimo mese.
      Partoriti Apollo e Diana, Latona in segno di gratitudine fissò l'isola a quattro pilastri emergenti dal fondo marino per darle stabilità e intelligenza. I figli di Latona in seguito uccisero il serpente, sul monte Parnaso, per vendicarsi delle sofferenze inflitte alla madre.

      • La dea Artemide (Diana) nella mitologia greca è una figura molto complessa. E' figlia di Zeus e di Leto (Latona per i romani) ed è la gemella di Apollo, nata nell'isola di Delo.
        Come Apollo è il dio del sole, Artemide è la dea della luna. E' anche identificata più comunemente come la dea della caccia che armata di arco e di frecce, seguita dal suo corteo di ninfe, corre per monti e praterie alla ricerca di selvaggina non risparmiando i coraggiosi che osano sfidarla.

        Era, per sua espressa richiesta, vergine ma era adorata anche come dea del parto e della fertilità perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire il fratello Apollo. Durante l'epoca classica ad Atene veniva identificata con Ecate. Nei secoli Artemide/Diana,Ecate e Selene/Luna divennero una triade lunare contemplata nel (neo)paganesimo,nell'esoterismo e nella wicca.

        La dea, secondo il mito, fu anche considerata la dea della pesca e della navigazione e per questo fu molto venerata a Creta dove era conosciuta anche con gli appellattivi Britomartis (la dolce fanciulla) o di Dictunna (inventrice delle reti).

        In Arcadia era considerata la progenitrice del popolo e venerata come Agròtera (dea della natura selvaggia), ma era adorata e celebrata allo stesso modo in quasi tutte le zone della Grecia. I più importanti luoghi di culto a lei dedicati si trovavano a Delo (sua isola natale), Braurone, Munichia (su una collina nei pressi del Pireo) ed a Sparta.

        Nella Ionia, la "Signora di Efeso", una dea che viene identificata con Artemide, era oggetto di uno dei culti più importanti,  infatti questa divinità era considerata la protettrice della natura ed il suo culto era tanto forte e radicato che rimase fin agli inizi dell'era cristiana. Il Tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, fu probabilmente il più conosciuto centro dedicato al suo culto all'infuori di Delo. Negli Atti degli apostoli i fabbri efesini , quando sentono la loro fede minacciata dalla predicazione di Paolo, si levano a difenderla con fervore gridando: "Grande è Artemide degli efesini!!".

        Le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque e dieci anni venivano mandate al santuario di Artemide a Braurone per servire la dea per un anno: durante questo periodo le ragazze erano conosciute come "arktoi" (orsette). Una leggenda spiega le ragioni di questo periodo di servitù narrando che un orso aveva preso l'abitudine di entrare nella cittadina di Braurone e la gente aveva cominciato a nutrirlo, in modo che in breve tempo l'animale era diventato docile ed addomesticato. Una giovinetta prese ad infastidire l'orso che, secondo una versione la uccise, secondo un'altra le strappò gli occhi. Ad ogni modo il fratello della ragazza uccise l'orso, Artemide andò per questo in collera e pretese che le ragazze prendessero il posto dell'orso nel suo santuario come riparazione per la morte dell'animale.

        Le più antiche rappresentazioni di Artemide nell'arte greca dell'età arcaica la ritraggono come "Potnia Theron" (La regina degli animali selvatici): una dea alata che tiene in mano un cervo e un leopardo, qualche volta un leone e un leopardo. Nell'arte classica greca era abitualmente ritratta come vergine cacciatrice , con una corta gonna, gli stivali da caccia, la faretra con le frecce d'argento ed un arco. Spesso è ritratta mentre sta scoccando una freccia e insieme a lei vi sono o un cane o un cervo. Il suo lato oscuro viene mostrato nelle decorazioni di alcuni vasi, dove è rappresentata come una dea portatrice di morte, sotto le cui frecce cadono giovani vergini e donne. Gli attributi caratteristici della dea variano spesso: l'arco e le frecce sono talvolta sostituiti da delle lance da caccia. Vi sono rappresentazioni di Artemide vista anche come dea delle danze delle fanciulle, ed in questo caso tiene in mano una lira, oppure come dea della luce mentre stringe in mano due torce accese e fiammeggianti.

        Solo nel periodo post-classico si possono trovare rappresentazioni di un'Artemide che porta la corona lunare, simbolo della sua identificazione con la dea Luna, mentre nei tempi più antichi, sebbene questa identificazione fosse già presente, questo tipo di iconografia non fu mai usata.

        L'infanzia di Artemide non è raccontata da alcun mito giunto fino a noi, ma un poema di Callimaco – "la dea che si diverte usando l'arco sulle montagne" – ne riporta un suggestivo aneddoto. Giunta all'età di tre anni Artemide, sedendo sulle ginocchia del re degli dei, chiese al padre Zeus di far avverare alcuni suoi desideri: per prima cosa chiese di restare per sempre vergine, poi di non dover mai sposarsi e di avere sempre a disposizione cani da caccia con le orecchie basse, cervi che tirassero il suo carro e ninfe come compagne di caccia ("sessanta fanciulle danzanti, figlie di Oceano, tutte di nove anni, tutte piccole ninfe di mare"). Il padre la assecondò e realizzò i suoi desideri.  Tutte le sue compagne rimasero così vergini ed Artemide vigilò strettamente sulla loro castità.

        Atteone:
        Un giorno Artemide stava facendo il bagno nuda in una valle sul monte Citerone quando arrivò il principe tebano Atteone, che stava andando a caccia. Si fermò a guardarla, affascinato dalla sua incantevole bellezza, e ne fu talmente incantato che, senza accorgersene, calpestò un ramo e per il rumore Artemide si accorse di lui. Restò così disgustata dal suo sguardo fisso sul suo corpo nudo che decise di lanciargli addosso dell'acqua magica e trasformarlo in un cervo: in questo modo i suoi cani, scambiandolo per una preda, lo uccisero sbranandolo. Una versione alternativa della storia narra che Atteone si fosse vantato di essere un cacciatore migliore di lei e che quindi la dea lo trasformò in cervo, facendolo divorare per vendetta.

        Adone:
        Secondo alcune versioni della leggenda di Adone, Artemide mandò un cinghiale selvaggio ad uccidere il giovane per punirlo per essersi vantato di essere un cacciatore migliore della dea. Secondo altre, invece, Adone era uno degli amanti di Afrodite, così Artemide lo uccise per rendere la pariglia ad Afrodite per la morte di Ippolito, uno dei suoi favoriti.

        Siproite:
        Anche un cretese, Siproite, fu trasformato in cervo da Artemide per averla vista nuda. La storia completa non è sopravvissuta in alcuna opera scritta originale, ma è riportata di seconda mano da Antonino Liberale, il che suggerisce che l'aneddoto fosse abbastanza noto.

        Callisto:
        Una delle ninfe compagne di Artemide, Callisto, perse la verginità per mano di Zeus, che andò da lei trasformato in Apollo o, secondo altre versioni, in Artemide stessa: infuriata, la dea la trasformò in un'orsa. Il figlio di Callisto, Arcade, per poco non uccise la madre durante una battuta di caccia, ma fu fermato da Zeus che li pose entrambi nel cielo sotto forma di costellazioni, l'Orsa maggiore e l'Orsa Minore. Altre versioni riportano invece che Artemide uccise l'orsa con una freccia.

        Ifigenia e Artemide a Tauride:
        Artemide volle punire Agamennone per aver ucciso un cervo sacro oppure, secondo un'altra versione, per essersi vantato di essere un cacciatore migliore di lei. Quando la flotta greca si stava preparando per salpare verso Troia per portare la guerra, Artemide fece sparire il vento. L'indovino Tiresia disse ad Agamennone che l'unico modo per placare la dea era sacrificare sua figlia Ifigenia. Quando il re era sul punto di farlo, Artemide la portò via dall'altare e la sostituì con un cervo. La fanciulla fu trasportata in Crimea e nominata sacerdotessa del tempio della dea a Tauride, nel quale gli stranieri le venivano offerti come sacrifici umani. In seguito suo fratello Oreste la riportò in Grecia dove, in Laconia, istituì il culto di Artemide Tauridea. Secondo le cronache spartane il legislatore Licurgo sostituì l'usanza del sacrificio umano con la flagellazione.


        Niobe:
        Niobe, regina di Tebe e moglie di Anfione, si vantò di essere migliore di Latona perché mentre lei aveva avuto 14 figli, sette maschi e sette femmine (i Niobidi), Latona ne aveva avuti soltanto due. Quando Artemide e Apollo vennero a saperlo si affrettarono a vendicarsi: usando delle frecce avvelenate, Apollo le uccise i figli mentre stavano facendo ginnastica, badando che soffrissero molto prima di morire, mentre Artemide colpì le figlie, che si accasciarono all'istante senza un lamento. Anfione, vedendo i suoi figli morti, decise di togliersi a sua volta la vita. Niobe, distrutta, quando iniziò a piangere fu trasformata in pietra da Artemide. Secondo alcune versioni della leggenda fu scagliata in qualche luogo sperduto del deserto egiziano. Un'altra sostiene che le sue lacrime formarono il fiume Acheloo. Dato che Zeus aveva trasformato in statue tutti gli abitanti di Tebe, nessuno seppellì i Niobidi per nove giorni, quando furono gli dei stessi a provvedere a calarli nella tomba.

        Taigete:
        Taigete, una delle Pleiadi, era una delle compagne di caccia di Artemide. Quando si accorse che Zeus tentava con insistenza di insidiarla, la ninfa pregò Artemide di aiutarla e la dea la trasformò in una cerva. Zeus però la possedette ugualmente mentre si trovava in stato di incoscienza, e dall'unione nacque Lacedemone il mitico fondatore di Sparta.

        Oto ed Efialte
        Oto ed Efialte erano due fratelli giganti che un giorno decisero di assaltare il Monte Olimpo e riuscirono a rapire Ares ed a tenerlo richiuso in un grosso vaso per tredici mesi. Artemide si trasformò in un cervo e si mise a correre tra di loro: I due giganti, per non farsela sfuggire dato che erano esperti cacciatori, le lanciarono contro le loro lance, ma finirono per uccidersi l'un l'altro.

        Le Meleagridi:
        Dopo la morte di Meleagro, Artemide trasformò le sue inconsolabili sorelle, le Meleagridi in galline faraone.


        Atalanta ed Eneo:
        Artemide salvò la piccola Atalanta dalla morte per assideramento, dopo che suo padre l'aveva abbandonata, mandando da lei un'orsa che la allattò finché non venne raggiunta da alcuni cacciatori. Tra le sue avventure, Atalanta partecipò alla caccia al Cinghiale calidonio che Artemide aveva mandato per distruggere Calidone, dato che il re Eneo si era dimenticato di lei durante i sacrifici per celebrare il raccolto.

        La guerra di Troia:
        Durante la decennale guerra, Artemide si schierò dalla parte dei troiani contro i Greci. Si azzuffò con Era quando i divini alleati delle due parti si scontrarono tra loro: Era la colpì sulle orecchie con la sua stessa faretra e le frecce caddero a terra mentre Artemide fuggì da Zeus piangendo. Pare che Artemide sia stata rappresentata come sostenitrice della causa troiana sia perché il fratello Apollo era il protettore della città, sia perché essa stessa nell'antichità era molto venerata nelle zone dell'Anatolia occidentale.

        Mitopsicologia:
        L'esegesi psicologica del mito di Artemide descrive un archetipo femminile caratterizzato da un forte spirito d'indipendenza dall'uomo e da una forte solidarietà col mondo delle altre donne.
        È un femminile caratteristico dell'età moderna, dalle letterate e artiste del primo Novecento all'esperienza femminista e oltre.

        In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura, Diana cacciatrice - la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l'aspetto fiero e quasi virile del viso - viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica se non addirittura androgina.

        Diana è una dea italica, latina e romana, signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità. Più tardi fu assimilata alla dea greca Artemide assumendone il carattere di dea della caccia e l'accostamento alla Luna.

        Secondo la leggenda, Diana - giovane vergine abile nella caccia, irascibile quanto vendicativa - era amante della solitudine e nemica dei banchetti; era solita aggirarsi in luoghi isolati. In nome di Amore aveva fatto voto di castità e per questo motivo si mostrava affabile, se non addirittura protettiva, solo verso chi - come Ippolito e le ninfe che promettevano di mantenere la verginità - si affidava a lei.



        Il principale luogo di culto di Diana si trovava presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa. Ciò è desumibile da quanto riportato da Catone il Censore nelle Origines, cioè che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell'epoca (Ariccia, Lanuvio, Laurentum, Cora, Tibur, Pometia, Ardea e i Rutuli): Lucum Dianium in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis, Rutulus.

        In seguito Servio Tullio fonda il nuovo tempio di Diana sull'Aventino e lì sposta il centro del culto federale con il consenso dell'aristocrazia latina.

        Altri santuari erano situati nei territori del Lazio antico e della Campania: il colle di Corne, presso Tusculum, dove è chiamata con il nome latino arcaico di deva Cornisca e dove esisteva un collegio di cultori della dea come attesta un'iscrizione ritrovata presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino patrono del collegio; il monte Algido, sempre presso Tuscolo; a Lanuvio, dove è festeggiata alle idi (13) di agosto dal Collegio Salutare di Diana e Antinoo; a Tivoli, dove è chiamata Diana Opifera Nemorens; un bosco sacro citato da Tito Livio ad compitum Anagninum, cioè all'incrocio fra la via Labicana e la via Latina, presso Anagni, e del quale nel settembre 2007 si è parlato del possibile ritrovamento dei suoi resti; il monte Tifata, presso Capua.

        Diana (Artemide)
        Diana, sorella gemella di Apollo, usurpò il posto della più anziana Selene, dea della Luna.
        Diana era una gran cacciatrice, e quando aveva finito di guidare il cocchio della Luna, passava il resto della notte nei boschi con le ninfe che la servivano. Dal suo arco d'argento partivano frecce che andavano a colpire senza fallo ogni specie di bestie, come pure i disgraziati cacciatori che l'avessero scorta mentre si bagnava nuda. L'incontrollata irascibilità di Diana e la sua morbosa ostinazione nella castità ne fanno un caso clinico di frustrazione acuta. Erano corse, però, brutte voci intorno a un leggiadro pastorello, Endimione, che Giove aveva immerso in un sonno eterno per salvare la reputazione della figlia. Ancor più seria fu la sua cotta per Orione, giovane e bellissimo cacciatore. Apollo, accortosi che di lui si era già innamorata la tenera Aurora, ritenne opportuno intervenire . Facendo leva su certe fisime della sorella la indusse fraudolentemente a colpire con una freccia l'oggetto del suo amore. Che Orione sia stato poi collocato fra le stelle insieme al suo fedele cane Sirio, mi sembra una magra consolazione!




      • Apollo (Febo)
        Abbandonata da Giove alla furia vendicativa di Giunone, Leto andava cercando disperatamente un luogo dove potesse dare alla luce il bambino che portava in seno, figlio di Giove. Giunone proibì alla Madre Terra di offrire ospitalità a Leto e mandò a perseguitarla un mostruoso serpente, Pitone. Da ultimo, Nettuno ne ebbe pietà e sulla fluttuante isola di Delo, Leto mise al mondo un figlio e una figlia.
        Apollo venne allevato nel paese degli Iperborei e diventò un bravissimo arciere, pronto a vendicare la madre su Pitone, che come ricompensa aveva ricevuto l'incarico di guardiano del sacro speco a Delfi. Per commemorare l'uccisione da lui compiuta del mostro, Apollo istituì i Giochi Pitici, che culminavano in una gara di corsa da Delfi alla Tessaglia. Altro che Maratona!

        Apollo è il dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia; in seguito fu venerato anche nella religione romana.

        Era patrono della poesia, in quanto capo delle Muse, e viene anche descritto come un provetto arciere in grado di infliggere, con la sua arma, terribili pestilenze ai popoli che lo contrariavano. In quanto protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo era anche venerato come dio oracolare, capace di svelare, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia o Pitonessa, il futuro agli esseri umani. Per questo, era adorato nell'antichità come uno degli dèi più importanti del Dodekatheon. Nella tarda antichità greca Apollo venne anche identificato come dio del Sole, e in molti casi soppiantò Helios quale portatore di luce e auriga del cocchio solare. Un simile "passaggio di consegne" avvenne anche presso i Romani, in quanto, a partire dalla tarda età Repubblicana, Apollo divenne "alter ego" del Sol Invictus, una delle più importanti divinità romane. In ogni caso, almeno presso i Greci Apollo ed Elios rimasero entità separate e distinte, almeno nei testi letterari e mitologici dell'epoca.
         


        Dafne, figlia e sacerdotessa di Gea, la Madre Terra e del fiume Peneo (o secondo altri del fiume Lacone), era una giovane ninfa che viveva serena passando il suo tempo a deliziarsi della quiete dei boschi e del piacere della caccia la cui vita fu stravolta a causa del capriccio di due divinità: Apollo ed Eros. Racconta infatti la leggenda che un giorno Apollo, fiero di avere ucciso a colpi di freccia il gigantesco serpente Pitone alla tenera età di quattro giorni, incontra Eros che era intendo a forgiare un nuovo arco e si burlò di lui, del fatto che non avesse mai compiuto delle azioni degne di gloria.

        Il dio dell’amore, profondamente ferito dalle parole di Apollo, volò in cima al monte Parnaso e lì preparò la sua vendetta: prese due frecce, una spuntata e di piombo, destinata a respingere l'amore, che lanciò nel cuore di Dafne ed un'altra ben acuminata e dorata, destinata a far nascere la passione, che scagliò con violenza nel cuore di Apollo.

        Da quel giorno Apollo iniziò a vagare disperatamente per i boschi alla ricerca della ninfa, perchè era talmente grande la passione che ardeva nel suo cuore che ogni minuto lontano da lei era una tremenda sofferenza. Alla fine riuscì a trovarla ma Dafne appena lo vide, scappò impaurita e a nulla valsero le suppliche del dio che gridava il suo amore e le sue origini divine per cercare di impressionare la giovane fanciulla.

        Dafne, terrorizzata, scappava tra i boschi. Accortasi però che la sua corsa era vana, in quanto Apollo la incalzava sempre più da vicino, invocò la Madre Terra di aiutarla e questa, impietosita dalle richieste della figlia, inziò a rallentare la sua corsa fino a fermarla e contemporaneamente a trasformare il suo corpo: i suoi capelli si mutarono in rami ricchi di foglie; le sue braccia si sollevarono verso il cielo diventando flessibili rami; il suo corpo sinuoso si ricoprì di tenera corteccia; i suoi delicati piedi si tramutarono in robuste radici ed il suo delicato volto svaniva tra le fronde dell'albero.

        Dafne si era trasformata in un leggiadro e forte albero che prese il nome di LAURO (In greco dafnos vuol dire lauro).

        Racconta G.B. Marino nel poemetto dedicato alla ninfa:

        "Non disse più, però ch'alfin s'accorse
        esser cangiata in trionfal alloro
        colei, che 'n volto umano tanto gli piacque,
        e vide mezzo ancor tra bionda e verde
        l'oro del crespo crin moversi a l'aura,
        e sentì nel toccar l'amto legno
        sotto la viva e tenerella buccia
        tremar le vene e palpitar le fibre.
        Colà fermossi e con sospiri e pianti
        Tra le braccia le strinse, e mille e mille
        vani le porse, e 'ntempestivi baci.
        Indi de' sacri ed onorati fregi
        del novello arboscel cinta la fronte,
        coronatane ancor l'aurea cetra,
        de l'avorio fecondo in atto mesto
        sospeso il peso a l'omero chimato
        e col dolce arco della destra mosso
        tutte scorrendo le loquaci fila,
        cantò l'historia dolorosa e trista
        de' suoi lugubri e sventurati amori"

        La trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di Apollo che disperato, abbracciava il tronco nella speranza di riuscire a ritrovare la dolce Dafne.

        Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (I, 555-559): "Apollo l'ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l'albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:"Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l'albero mio: di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra".

        Il dio quindi proclamò a gran voce che la pianta dell'alloro sarebbe stata sacra al suo culto e segno di gloria da porsi sul capo dei vincitori.

        Così ancor oggi, in ricordo di Dafne, si è solito cingere il capo di coloro che compiono imprese memorabili, con una corona di alloro.

        Narra Ovidio:

        "Quando i restanti canti orneranno i solenni trionfi
        e lunghe pompe vedrà il Campidoglio,
        sarai sul capo dei condottieri romani:
        sarai fedele custode davanti alle porte imperiali
        e la quercia mirerà ch'è nel mezzo"


        Giacinto:
        Esiste anche un fiore che è legato a una disavventura di Apollo egli amava un bel giovinetto di nome Giacinto, ch'era ardentemente bramato pure da Zeffiro, dio del vento occidentale. Apollo e il ragazzo stavano giocando al lancio del disco ad Amiclae, presso Sparta, allorché Zefiro soffiò così violentemente sul disco di Apollo da mandarlo a finire addosso a Giacinto, che ne rimase mortalmente ferito. Le gocce del suo sangue furono cangiate in fiori che presero il suo nome.


        Apollo usurpò il posto di Elio, dio del Sole. Preceduto dalla sua assistente Aurora (Eos), Elio conduceva ogni giorno il cocchio solare dal suo splendido palazzo di oriente al lontano mare in occidente. Dopo aver fatto pascolare i suoi cavalli nelle Isole Fortunate, Elio ritornava alla base seguendo il fiume Oceano che circondava il mondo. A causa della somiglianza fra i loro attributi, e per la giovanile bellezza di entrambi, Elio venne identificato con Apollo, e i loro miti si fusero.


        Apollo era uno degli déi più noti e influenti nell'antica Grecia; ed erano ben due le città che si contendevano il titolo di luoghi di culto principali del dio: Delfi, sede del già citato oracolo, e Delo. L'importanza attribuita al dio è testimoniata anche da nomi teoforici come Apollonio o Apollodoro, comuni nell'antica Grecia, e dalle molte città che portavano il nome di Apollonia. Il dio delle arti veniva inoltre adorato in numerosi siti di culto sparsi, oltre che sul territorio greco, anche nelle colonie disseminate sulle rive africane del Mediterraneo, nell'esapoli dorica in Caria, in Sicilia e in Magna Grecia.
         

        Apollo viene normalmente raffigurato coronato di alloro, pianta simbolo di vittoria, sotto la quale alcune leggende volevano che il dio fosse nato. Suoi attributi tipici erano l'arco e la cetra. Altro suo emblema caratteristico è il tripode sacrificale, simbolo dei suoi poteri profetici. Animali sacri al dio erano i cigni (simbolo di bellezza), i lupi, le cicale (a simboleggiare la musica e il canto), e ancora falchi, corvi e serpenti, questi ultimi con riferimento ai suoi poteri oracolari. Altro simbolo di Apollo è il grifone, animale mitologico di lontana origine orientale.

        Come molti altri déi greci, Apollo possedeva numerosi epiteti, atti a riflettere i diversi ruoli, poteri e aspetti della personalità del dio stesso. Il titolo di gran lunga maggiormente attributo ad Apollo (e spesso condiviso dalla sorella Artemide) era quello di Febo, letteralmente "splendente" o "lucente", riferito sia alla sua bellezza sia al suo legame con il sole (o con la luna nel caso di Artemide). Quest'appellativo venne mutuato e utilizzato anche dai romani.







        Altri miti riportano che la vendicativa Era, pur di impedirne la nascita, giunse a rapire Ilizia, dea del parto. Solo l'intervento degli altri déi, che offrirono alla regina dell'Olimpo una collana di ambra lunga nove metri, riuscì a convincere Era a desistere dal suo intento. I miti riportano che Artemide fu la prima dei gemelli a nascere, e che abbia in seguito aiutato la madre nel parto di Apollo. Questi nacque in una notte di plenilunio, che fu da allora il giorno del mese a lui consacrato.



        Giovinezza
        Poco più che bambino, Apollo si cimentò nell'impresa di uccidere il drago ctonio Pitone, confermando la sua origine di dio della guerra, reo di aver tentato di stuprare Leto mentre questa era incinta del dio. Apollo lo uccise presso la sua tana, situata nei pressi della fonte castalia nei pressi di Delfi, città dove sarebbe poi sorto l'oracolo a lui dedicato. Per questo suo gesto, comunque, Apollo ricevette una punizione da Gea, madre del drago.

        Altre azioni che gli sono state attribuite dai miti durante la giovinezza, non furono così nobili: il dio sfidò il satiro Marsia (o, secondo altre fonti, venne da questi sfidato) in una gara musicale di flauto; in seguito alla vittoria, per punire l'ardire del satiro, che si era impudentemente vantato di essere più bravo di lui, lo fece legare a un albero e scorticare vivo. Un altro mito racconta invece come si vendicò terribilmente di Niobe, regina di Tebe, la quale, eccessivamente fiera dei suoi quattordici figli (sette maschi e sette femmine), aveva deriso Leto per averne avuti solo due. Per salvare l'onore della madre, Apollo, insieme con sua sorella Artemide, utilizzò il suo terribile arco per uccidere la donna e i suoi figli, risparmiandone solo due.

        Apollo e Pan
        Apollo ebbe una sfida musicale con il dio Pan, che aveva avuto l'ardire di affermare di essere più bravo del dio a suonare. Il giudice della contesa fu Tmolo, dio di una montagna omonima in Lidia; esso rimase incantato quando Pan suonò il suo strumento, incoraggiato dal sostegno del suo buon amico Mida, ma appena Apollo sfiorò le corde della sua lira, Tmolo non poté che dichiarare il dio vincitore della gara. Mida protestò vivamente per questa decisione, e arrivò a mettere in dubbio l'imparzialità dell'arbitro. Apollo, offeso, trasformò le orecchie dell'irrispettoso umano in orecchie d'asino.

        Apollo e Admeto
        Quando Zeus uccise Asclepio, figlio di Apollo, come punizione per aver osato resuscitare i morti con il suo talento medico, il dio per vendetta massacrò i ciclopi, che avevano forgiato i fulmini di Zeus. Stando alla tragedia di Euripide Alcesti, come punizione per questo suo gesto Apollo venne costretto dal padre degli déi a servire l'umano Admeto, re di Fere, per nove anni. Apollo lavorò dunque presso il re come pastore, e venne da questi trattato in modo tanto gentile che, allo scadere dei nove anni, gli concesse un dono: fece sì che le sue mucche partorissero solo figli gemelli. In seguito, il dio aiutò Admeto a ottenere la mano di Alcesti, che per volere del padre sarebbe potuta andare in sposa solo a chi fosse riuscito a mettere il giogo a due bestie feroci: Apollo gli regalò dunque un carro trainato da un leone e un cinghiale.

        Apollo ed Ermes
        Un mito degli inni omerici racconta dell'incontro tra il giovane Ermes e Apollo. Il dio dei ladri, appena nato, sfuggì infatti alla custodia della madre Maia e iniziò a vagabondare per la Tessaglia, fino a imbattersi nel gregge di Admeto, custodito da Apollo. Ermes riuscì con uno stratagemma a rubare gli animali e, dopo essersi nascosto in una grotta, usò gli intestini di alcuni di essi per confezionarsi una lira. Quando Apollo, infuriato, riuscì a rintracciare Ermes e a pretendere, con l'appoggio di Zeus, la restituzione del bestiame, non poté fare a meno di innamorarsi dello strumento e del suo suono, e accettò infine di lasciare a Ermes il maltolto, in cambio della lira, che sarebbe diventata da allora uno dei suoi simboli.

        Apollo e Oreste
        Apollo ordinò a Oreste, tramite il suo oracolo di Delfi, di uccidere sua madre Clitennestra; per questo suo crimine Oreste venne a lungo perseguitato dalle Erinni.

        Apollo durante la guerra di Troia
        L'inizio del'Iliade di Omero vede Apollo schierato a fianco dei Troiani, durante la guerra di Troia. Il dio era infatti infuriato con i greci, e in particolare con il loro capo Agamennone, per il rapimento da questi perpetrato di Criseide, giovane figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Per vendicare l'affronto, il dio decimò le schiere achee con le sue terribili frecce, fino a che il capo dei greci non acconsentì a rilasciare la prigioniera, pretendendo in cambio Briseide, schiava di Achille. Questo fatto provocò l'ira dell'eroe mirmidone, che è uno dei temi centrali del poema.

        Apollo continuò comunque a parteggiare per i troiani durante la guerra: in un'occasione salvò la vita a Enea, ingaggiato in duello da Diomede. In seguito, aiutò Paride a uccidere Achille, guidando la freccia da questi scagliata nel tallone dell'eroe, il suo unico punto debole. Da non dimenticare infine,l'importantissimo aiuto che il dio offrì a Ettore e a Euforbo nel combattimento che li vedeva avversari del potente Patroclo, amico e maestro del valorosissimo Achille, il dio infatti, oltre ad aver stordito il giovane,confuso per il re mirmidone, vista l'armatura che indossava, lo privò di quest'ultima sciogliendola come neve al sole. Distrusse perfino la punta della lancia con cui Patroclo stava mietendo vittime tra le file troiane.











        Apollo e Cassandra
        Per sedurre Cassandra, figlia del re di Troia Priamo, Apollo le promise il dono della profezia. Tuttavia, dopo aver accettato il patto, la donna si tirò indietro, rimangiandosi la parola data. Il dio allora, sputandole sulle labbra, le diede sì il dono di vedere il futuro, ma la condannò a non venir mai creduta per le sue previsioni.


        Apollo e Marpessa
        Apollo amò anche una donna chiamata Marpessa, che era contesa fra il dio e l'umano chiamato Ida. Per dirimere la contesa tra i due, intervenne Zeus, che decise di lasciare la donna libera di decidere; questa scelse Ida, perché consapevole del fatto che Apollo, essendo immortale, si sarebbe stancato di lei quando l'avrebbe vista invecchiare.


        Figli di Apollo
        Come tutti gli déi greci, le leggende riportano come Apollo ebbe molti figli, da unioni con donne mortali e non.

        Elenco degli amanti e dei figli di Apollo

        1. Acacallide - Figlia di Minosse
        1. Nasso - Insediato nell'isola
        2. Mileto - Fondatore della città
        3. Anfitemi - Pastore libico
        2. Azia minore - Donna romana
        1. Augusto - Imperatore romano
        3. Calliope - Musa della Poesia epica
        1. Orfeo - Celebre musico
        2. Ialemo - Dio del canto nuziale
        3. Imeneo - Dio del matrimonio
        4. Cirene - Ninfa tessala
        1. Aristeo - Custode di mandrie
        5. Coricla - Ninfa del Parnaso
        1. Licoreo - Re di Licorea
        6. Coronide - Ninfa Lapita
        1. Asclepio - Dio della medicina
        7. Creusa - Violentata dal dio
        1. Ione - Sacerdote di Delfi
        8. Danaide - Ninfa
        1. Cureti - Popolo Etolo
        9. Dia - Figlia di Licaone
        1. Driope - Re dell'Arcadia
        10. Driope - Amadriade
        1. Anfisso - Fondatore di Ela
        11. Ecuba - Regina troiana
        1. Ettore - Eroe troiano
        2. Polidoro - Ucciso da Polimestore
        3. Troilo - Giovane fanciullo
        12. Ftia - Eponima della regione
        1. Doro
        2. Laodoco
        3. Polipete - Uccisi da Etolo
        13. Manto - Indovina, figlia di Tiresia
        1. Mopso - Celebre indovino
        14. Procleia - Troiana
        1. Tenete - Eroe di Tenedo
        2. Emitea - Principessa di Tenedo
        15. Psamate - Principessa di Argo
        1. Lino - Sbranato da cani
        16. Reo - Discendente di Dioniso
        1. Anio - Sovrano di Delfi
        17. Rodope - Ninfa
        1. Cicone - Capostipite dei Ciconi
        18. Talia - Musa della Commedia
        1. Coribanti - Seguaci di Dioniso
        19. Tiria - Figlia di Anfinomo
        1. Cicno - Abitante dell'Etolia
        20. Urania - Musa dell'Astronomia
        1. Lino - Notevole musico
         



        Da Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, ebbe un figlio di nome Troilo, che venne ucciso da Achille

        Il figlio più noto di Apollo è però certamente Asclepio, dio della medicina presso i greci. Asclepio nacque dall'unione tra il dio e Coronide; quest'ultima però, mentre portava in grembo il bambino, si innamorò di Ischi e fuggì con lui. Quando un corvo andò a riferire l'accaduto ad Apollo, questi dapprima pensò a una menzogna, e fece diventare il corvo nero come la pece, da bianco che era. Scoperta poi la verità, il dio chiese a sua sorella Artemide di uccidere la donna. Apollo salvò comunque il bambino, e lo affidò al centauro Chirone, perché lo istruisse alle arti mediche. Come ricompensa per la sua lealtà, il corvo divenne inoltre animale sacro del dio, e venne dotato da Apollo il potere di prevedere le morti imminenti. In seguito Flegias, padre di Coronide, per vendicare la figlia diede fuoco al tempio di Apollo a Delfi, e venne per questo ucciso dal dio e scaraventato nel Tartaro.

        Nel frattempo Asclepio cresceva forte e saggio grazie agli insegnamenti di Chirone e più passava il tempo e più diventava abile e sapiente nell'uso dei medicamenti e dei ferri chirurgici tanto che decise di mettere a disposizione di tutte le persone che soffrivano per malattia, le sue conoscenze.

        Un giorno Asclepio ricevette in dono da Atena due fiale: una contenente il sangue colato dalle vene della parte sinistra del corpo della Gorgona Medusa che aveva il potere di resuscitare i morti; un'altra con il sangue che era colato dalla parte destra dello stesso corpo ma che aveva il potere di dare la morte.

         

         

         

         

         

         







        Asclepio iniziò ad usare questo sangue e furono in molti a beneficiare di questo straordinario dono: Licurgo, Capaneo, Tindareo, Glauco, Ippolito, e tanti altri che furono riportati in vita.

        Tutto procedeva per il meglio fino a che Ade, che regnava sul mondo dei defunti si recò da Zeus per chiedergli di fermare Asclepio perchè a suo giudizio stava sovvertendo l'ordine naturale delle cose e le leggi stesse della natura. Zeus, dopo averlo attentamente ascoltato, gli diede ragione e decise che l'operato di Asclepio doveva essere interrotto e così scagliò su di lui le sue folgori, uccidendolo.

        Apollo, appresa la morte del figlio e disapprovando il comportamento di Zeus, si recò presso la dimora dei Ciclopi, che avevano il compito di creare le folgori per Zeus, e li uccise tutti.

        Asclepio dopo la morte, fu premiato da Zeus che per la sua saggezza lo elevò al rango di divinità, facendogli innalzare templi e statue.

        Zeus fece di lui una costellazione, la costellazione di Ofiuco (Ophiucus) dal greco "ofiókos = colui che tiene il serpente": la si vede a partire dal mese di maggio e fino a settembre e si rappresenta come un uomo che tiene tra le mani un serpente e per questo motivo viene anche chiamata Serpentario.

        Ad Asclepio gli furono consacrati i serpenti. Una leggenda racconta infatti che un giorno mentre pensava su come resuscitare Glauco (figlio di Minosse e Pasifae) teneva in mano un bastone sul quale un serpente cercò di salire. Asclepio, infastidito, lo uccise a bastonate. Poco dopo arrivò un altro serpente che appoggiò sulla testa del serpente morto un'erba e questo resuscitò. Allora Asclepio prese quella stessa erba e con essa riportò alla vita Glauco. Da qui probabilmente l'associazione del serpente con Asclepio.

        Ad Asclepio fu consacrata la scienza della medicina e gli furono innalzati templi e statue e rapidamente il suo culto si diffuse ovunque nel mondo conosciuto diventando il padre della medicina.
        Per i romani il culto di Asclepio divenne il culto di Esculapio introdotto nel 293 a.C. per ordine dei Libri Sibillini per far cessare una terribile epidemia.



    7. Zeus/ERA

      Fu dai Romani assimilata all'italica Giunone. Di matronale bellezza, di impeccabili costumi, proteggeva la castità del matrimonio e la santità del parto.  Già in Omero si trasforma in moglie gelosa che perseguitava le amanti di Zeus. In ogni caso con il tempo Era divenne divenne il simbolo dell'amore coniugale e protettrice del focolare e del vincolo matrimoniale e tutti gli avvenimenti importanti nella vita delle donne. Divenne in pratica il simbolo di ogni virtù femminile.

      Orgogliosissima, nemica acerrima dei Troiani a causa del giudizio di Paride, ma ancora più accanita fu contro Eracle. E proprio per il suo accanimento che la volta che scatenò una tempesta contro l'eroe, Zeus adirato la appese nel cielo con un'incudine d'oro appesa ai piedi. Aiutò Giasone ad attraversare le Rocce Vaganti e per fare questo si fece aiutare da Teti e dalle Nereidi.

      Le erano sacri il pavone, la cornacchia e la melagrana; aveva come messaggeri Iride e le Ore.

      Ebbe culto speciale ad Argo, a Samo, nella Magna Grecia e soprattutto sul promontorio Lacinio. Le bastava agitarsi sul trono per fare tremare l'Olimpo; al suo sposo Zeus, bastava aggrottare le ciglia per avere lo stesso risultato.
      Secondo Esiodo (Teogonia v. 921 e sgg.) in ordine temporale fu la settima sposa di Zeus.

      Ebbero figli : Ares (Marte), Efesto (Vulcano), Iliza, Ebe.

      ARES

      Nella mitologia latina è identificato come Marte e fu un dio particolarmente onorato in quanto considerato il padre di Romolo e Remo.

      Era un'antica divinità guerriera degli indoeuropei, la cui figura aveva però assunto in territorio italico caratteri diversi da quello greco, essendo una divinità molto più complessa e importante dell'Ares greco. Fu anche assunta dagli Etruschi col nome di Maris. Ares aveva una quadriga trainata da quattro cavalli immortali dal respiro infuocato, legati al carro con finimenti d'oro. Tra tutti gli dei si distingueva per la sua armatura bronzea e luccicante ed in battaglia abitualmente brandiva una lancia.

      Viene molto spesso identificato come il dio della guerra in senso generale, ma si tratta di un'imprecisione: in realtà Ares personifica il furore bellico. E' il dio solo degli aspetti più selvaggi e feroci della guerra, e della lotta intesa come sete di sangue. Venne cresciuto da Enio che era una divinità che personificava tutta la crudeltà, la ferocia e la distruzione della guerra.

      Per i Greci Ares era un dio del quale diffidare sempre. Sebbene anche Atena, la sorellastra di Ares, venisse considerata come dea della guerra. Ma mentre la dea ne rappresentava gli aspetti positivi (guerra “giusta”, difensiva, punitiva, condotta con intelligenza, ecc.), e il suo campo di azione era quello delle strategie di combattimento e dell'astuzia applicata alle battaglie; Ares ne rappresentava gli aspetti negativi (furore, odio, follia distruttrice, ecc.), e prediligeva gli improvvisi ed imprevedibili scoppi di furia e violenza che in guerra si manifestano.

      La contrapposizione tra le due divinità ha anche un fondamento mitico: Ares sarebbe stato procreato da Era in concorrenza e in odio alla nascita di Atena che Zeus aveva generato da solo, esprimendola dalla sua testa. La contrapposizione è viva in Omero che pone Atena dalla parte dei Greci e Ares dalla parte dei Troiani; in un'occasione i due dei si scontrano direttamente sul campo di battaglia: è quando Atena stende Ares colpendolo con una pietra. Ares è chiaramente un dio caotico che si oppone all'ordine di Zeus (come la guerra si oppone alla pace); egli è “odioso” a Zeus, come si esprime Omero, ma è amato da Afrodite, divinità anch'essa caotica in un certo senso, o comunque precosmica e agente al di fuori dell'ordine di Zeus. Non era questo un amore che il mito poteva fissare nell'ordinata forma matrimoniale: infatti Ares è l'amante e non lo sposo di Afrodite. « Ares, Ares funesto ai mortali, sanguinario, eversore di mura non potremmo lasciare i Troiani e gli Achei azzuffarsi, a chiunque offra gloria il padre Zeus? e noi due ritirarci e schivare il corruccio di Zeus? » (Atena, Iliade, Omero Libro V, 31-34)


      La parola "Ares" fino all'epoca classica fu usata anche come aggettivo, intendendosi come infuriato o bellicoso. Pur essendo protagonista nelle vicende belliche, raramente Ares risultava vincitore. Era più frequente, invece, che si ritirasse vergognosamente dalla contesa, come quando combatté a fianco di Ettore contro Diomede, o nella mischia degli Dei sotto le mura di Troia: in entrambi i casi si rifugiò sull'Olimpo perché messo in seria difficoltà - direttamente o indirettamente - da Atena. Altre volte la sua furia brutale si trovò contrapposta alla lucida astuzia e alla forza di Eracle, come nell'episodio dello scontro dell'eroe con suo figlio Cicno.



      I suoi uccelli sacri erano il barbagianni, il picchio, il gufo reale e, specialmente nel sud della Grecia, l'avvoltoio. Secondo le Argonautiche gli uccelli di Ares, muovendosi come uno stormo e lasciando cadere piume appuntite come dardi, difendevano il suo tempio costruito dalle Amazzoni su di un'isola vicina alla costa del Mar Nero. Spesso Ares viene rappresentato su pietra con il colore rosso, rosso come il sangue, simbolo degli atti feroci che si compiono in guerra. Nonostante la sua figura sia importante per poeti ed aedi, il culto di Ares non era molto diffuso nell'antica Grecia, tranne che a Sparta dove veniva invocato perché concedesse il suo favore prima delle battaglie e, nonostante sia presente nelle leggende riguardanti la fondazione di Tebe è uno degli dei sul conto del quale gli antichi miti meno si soffermano. A Sparta c’era una statua di Ares che lo ritraeva incatenato, a simboleggiare che lo spirito della guerra e della vittoria non avrebbero mai potuto lasciare la città; durante le cerimonie in suo onore venivano sacrificati cani, usanza mutuata dall'antica pratica di sacrificare cuccioli alle divinità ctonie. Il tempio di Ares, nell'agorà di Atene che il geografo Pausania ebbe modo di vedere nel II secolo, era in realtà un tempio la cui destinazione era stata cambiata all'epoca di Augusto. In effetti si trattava di un tempio romano dedicato a Marte. L' Areopago, ovvero la collina di Ares, si trova invece ad una certa distanza dall'Acropoli e nei tempi antichi vi si svolgevano i processi e la sua presunta relazione con Ares potrebbe essere solo frutto di un'errata interpretazione etimologica.


      Nonostante la sua ferocia si innamorò perdutamente di Afrodite e per volere di Zeus i due si sposarono ed ebbero cinque figli: Armonia (la concordia), Eros (l''amore), Anteros (l'amore reciproco), Deimos (lo spavento) e Fobos (il terrore). Ebbe numerose amanti mortali, ma Afrodite fu la compagna più amata. Ares era oggetto di culto solo presso i Traci, considerato un popolo guerriero e selvaggio. Aveva però diversi templi a lui dedicati a Tebe essendo il padre di Armonia il cui figlio, Cadmo era stato il fondatore della città.

      Solitamente Ares scendeva in guerra accompagnato Deimos e Fobos che personificavano gli spiriti del terrore e della paura. Sorella e degna compagna del sanguinario Ares era Enio, dea degli spargimenti di sangue, Bia, la violenza e Cratos, la forza bruta; da Kydoimos (il demone del frastuono della battaglia), dai Makhai (spiriti della battaglia), dagli Hysminai (gli spiriti dell'omicidio), da Polemos (uno spirito minore della guerra) e dalla figlia di Polemos Alala, personificazione del grido di guerra dei Greci e il cui nome Ares decise di usare come proprio grido di guerra. Suo fedele soldato fu anche Alettrione. Nella guerra di Troia parteggiò per i troiani e fu ferito da Diomede al quale Atene diresse l'asta. Racconta Omero nell'Iliade (Iliade, V) ... Mugolò il ferito nume, e ruppe in un tuon, pari di nove o dieci mila combattenti al grido quando appiccan la zuffa ...

      Uno dei miti più importanti riguardo ad Ares è quello che tratta del suo coinvolgimento nella fondazione della città di Tebe in Beozia. L'eroe Cadmo aveva ricevuto dall'Oracolo di Delfi l'ordine di seguire una vacca e fondare una città nel luogo ove si fosse fermata. L'animale si fermò presso una fonte custodita da un drago acquatico sacro ad Ares. Cadmo uccise il mostro e, su consiglio di Atena, ne seminò al suolo i denti: da questi nacquero istantaneamente dei guerrieri, gli Sparti che aiutarono Cadmo a fondare quella che sarebbe appunto diventata Tebe. Cadmo, prima di diventarne il re dovette però servire Ares per otto anni per espiare l'affronto fattogli uccidendo il drago, nonché sposare la figlia del dio e di Afrodite, Armonia per appianare la discordia tra loro sorta.
      Alcuni racconti parlano di un figlio di Ares che abitava in Macedonia, Cicno, che era così sanguinario da aver tentato di costruire un tempio dedicato al padre usando le ossa ed i teschi dei viaggiatori da lui trucidati. Questo mostro venne a sua volta ucciso da Eracle: la morte del figlio suscitò l'ira di Ares che a sua volta si scontrò con il più grande degli eroi, finendone però ferito e sconfitto.


      EFESTO

      Efesto, nella mitologia greca, era la divinità del fuoco terrestre inteso in senso positivo, il fuoco come elemento di civiltà.

      Secondo la maggior parte degli studiosi era figlio di Zeus e di Era mentre per Esiodo sarebbe nato solo da Era la quale, alla vista di un figlio così brutto, vergognandosi di lui, lo scaglio giù dal cielo cadendo in mare. Le ninfe lo salvarono e lo portarono nell’isola di Lesvos. dove rimase per nove anni in una grotta curato da Teti ed è in quella grotta che si dice fece la sua prima officina di fabbro, dove creò per lei splendidi gioielli, in segno di eterna gratitudine. Efesto è il dio del fuoco, dei metalli e dell'arte di forgiarli; regna sui vulcani che sono le sue officine, dove lavora aiutato dai Ciclopi,
      e lì fabbrica armi invincibili per Achille, implorato da Teti, madre dell'eroe, che vuole assicurare il ritorno del figlio dalla guerra di Troia.

      Una volta cresciuto, Volle poi vendicarsi della madre e fabbricò allo scopo un marchingegno straordinario in un trono d'oro, che avviluppava di catene chiunque vi si sedesse, e in più il trono si metteva a galleggiare nell'aria. Lo mandò come proprio dono ad Era, che vi rimase infatti imprigionata, senza potersi liberare dai vincoli. Gli dèi non riuscendo a togliere la dea
      da quella posizione ridicola ordinarono a Efèsto che liberasse sua madre, ed egli rispose ridendo che non aveva avuto il piacere di conoscerla. Ares provò con la forza a costringere Efèsto a liberare la dea, ma fu scacciato a malo modo, allora ci provò Dioniso che andato con la sua combriccola da Efèsto lo fece ubriacare a puntino e caricatolo sul dorso di un mulo lo
      portò sull'Olimpo. Benché ubriaco il dio aveva mantenuto una certa lucidità, difatti per liberare Era, volle in cambio Afrodite per sposa. Non l'avesse mai fatto!!! La dea, sì, lo sposò, ma subito dopo lo cornificò senza pietà con quasi tutti gli dèi dell'Olimpo.
      Dopo varie vicende si affezionò tanto a sua madre da prendere sempre le sue difese, come quella volta che Efesto cercò di aiutare Era incatenata: Zeus l'aveva appesa fuori dall'Olimpo, perché aveva osato scatenare una tempesta contro Eracle, mentre navigava alla conquista di Troia. Zeus irritato perchè difendeva sempre la madre lo scagliò anche lui dall'Olimpo ed Efesto cadde nell'isola di Lemno. Fu in seguito a questa caduta che divenne zoppo.
      Sull'isola aveva particolare culto e, secondo il mito, anche una delle sue officine più importanti dove, si dice, avesse i Cabiri come dipendenti; altra officina era nell'Etna e là i suoi dipendenti erano i Ciclopi. I coloni greci che erano andati a popolare il sud dell'Italia presero ben presto venerare Efesto nella città di Adranòn collocata sull'Etna, l'odierna Adrano, e nelle Isole Lipari.

      Nonostante la sua deformità, Efesto, il più brutto degli dei, ebbe celebri amori, di cui il più noto con Afrodite, la più bella delle dee, che Zeus gli aveva destinato in moglie. Sennonché la dea divenne l'amante di Ares, ed Elio, dio del Sole che tutto vede, informò Efesto. Questi non disse nulla, ma intessé una rete invisibile attorno al letto della moglie che, non appena Ares e Afrodite si incontrarono, si chiuse immobilizzandoli ed esponendoli alla derisione dell'intero Olimpo.

      In ogni caso Efesto è ricordato come un grande fabbro: sono sue la creazione del carro del sole, i fulmini e lo scettro di Zeus, la corazza d'oro di Eracle, l'elmo di Ares, le armature di Achille e di Enea, il tridente di Poseidone. Aiutò anche a creare la prima donna Pandora, un regalo di Zeus contro Prometeo (solo per la sua stirpe) la quale riversò da
      un vaso soprannaturale tutto il male del mondo sull’umanità.


      EFESTO ( Vulcano ) è il Dio del fuoco, della tecnologia, dei fabbri, degli artigiani, degli operai, degli scultori, dei
      metalli e della metallurgia; fabbro, inventore e artefice geniale e progenitore della moderna robotica. Abilissimo artefice dei palazzi dell'Olimpo e di tanti altri oggetti e automi meravigliosi. Lui è il più gentile e sereno di tutti gli
      dei olimpici: ... opere egregie agli uomini apprese, che prima vivevano in antri, sui monti, simili a fiere... (XX Inno omerico a Efesto)

      EBE

      E' la poco conosciuta dea della giovinezza eterna e della forza vitale, secondo Omero, data in sposa a Eracle dopo che era stato assurto in cielo. Con Eracle generò Alessiare e Aniceto.

      Dai Romani fu assimilata alla loro Juventus. La sua figura appare più volte nei poemi omerici.

      Nel monte Olimpo Ebe era ancella delle divinità, a cui serviva nettare e ambrosia. Il suo successore fu il giovane principe troiano Ganimede. Nel libro V dell'Iliade è lei che immerge il fratello Ares nell'acqua, dopo la battaglia con Diomede.

      Non sono sopravvissuti miti relativi a Ebe e l'unico santuario a lei attribuito è quello di Flio.

      In Arte, è famosa una sua statua di Antonio Canova, di cui esistono quattro versioni: oltre a quella conservata a Forlì, nel Museo di San Domenico in una sala appositamente dedicata, è possibile ammirarne un superba versione in gesso alla Galleria d'Arte Moderna di Milano.

      ILIZIA

      Nonostante nessun mito la veda protagonista, è citata da numerose iscrizioni di nascite. Il suo nome appare in alcune tavolette di Cnosso, che sono state analizzate attentamente e che mostrano una continuità di culto dal neolitico all'epoca classica.

      È descritta come presente alla nascita di numerosi dei, tra i quali Eracle, Apollo e Artemide. Secondo il III Inno Omerico ad Apollo, Hera catturò Ilizia, per ostacolare le doglie di Leto per Artemide ed Apollo, essendone Zeus il padre. Le altre dee presenti a Delo per assistere alla nascita, mandarono allora Iris a prenderla. Non appena Ilizia mise piede sull'isola, iniziarono le doglie.


      Inizialmente le Ilizie (nel plurale utilizzato da Omero) erano coloro che provocavano i dolori del parto. Solo successivamente, a Creta, l'Ilizia fu venerata come dea della fertilità, prima di affermarsi a Delo. Col passare del tempo il culto si diffuse in molte città Greche, in Etruria e in Egitto, e la sua funzione diventò quella di aiutare le partorienti.


      Ad Ilizia furono consacrate delle caverne (probabilmente simboleggianti l'utero), che si ritiene fossero il suo luogo di nascita così come quello del suo culto, come menziona chiaramente l'Odissea; una delle più importanti è quella di Amnisos, il rifugio di Cnosso, dove sono state trovate stalagmiti che probabilmente la rappresentano. La caverna di Creta ha suggestive stalattiti dalla forma di una doppia dea che causa le doglie e le ritarda; inoltre sono state anche trovate delle offerte votive. Qui fu probabilmente adorata durante il periodo Minoico-Miceneo.

      Nel periodo classico, si trovano santuari di Ilizia nelle città cretesi di Lato e Eleutherna ed una grotta sacra ad Inatos.

      Pausania, nel II secolo, fece un resoconto di un tempio arcaico ad Olimpia, con una cella dedicata al serpente salvatore della città (Sisipolis) e ad Ilizia. In esso è raffigurata Ilizia come una sacerdotessa-vergine che sfama un serpente con dolci torte di orzo ed acqua. Il tempio, infatti, commemora l'apparizione improvvisa di una vecchia con un bambino fra le braccia, proprio quando gli Eli stavano per essere minacciati da Arcadia; il bimbo, posto a terra fra i contendenti, si mutò in serpente, spazzando via gli Arcadi in volo, per poi sparire dietro la collina.


      Ilizia, insieme ad Artemide e Persefone è spesso raffigurata con in mano delle torce per portare i bimbi verso la luce, fuori dall'oscurità; nella mitologia Romana infatti è rappresentata da Lucina (della luce).

      Pagina in elaborazione

      Le AMANTI e i FIGLI di ZEUS
      Zeus/GEA
      Nella mitologia greca, Mane o Mani, era un re della Frigia, che tuttavia è di caratettere puramente leggendario e non ha alcun rapporto con la storia.

      Questo re frigio era ritenuto dai suoi sudditi generato dall'unione di Zeus e della Terra, Gea. Ad eccezione della sua genealogia, nulla si possiede sul suo mito; tuttavia passava anche per aver dato origine ad una prospera stirpe frigia.

      Mane si era unito infatti ad un' Oceanina, chiamata Calliroe, la quale gli diede tre figli: Ati, Coti e Acmone. Il secondo di questi, secondo una versione, si sarebbe a sua volta sposato e dalla sua discendenza ebbero origine Lido e Tirreno, entrambi figure legate al culto etrusco.
      Zeus/ERIS (LA DISCORDIA)

      Malefica figlia della Notte e sorella di Nemesi, delle Parche e della Morte; madre della Miseria, della Fame, della Guerra, dell' Omicidio, della Contesa, e di tutto quanto c'è di cattivo. Dea della discordia, fedele ancella di Ares.

      Fu scacciata da Zeus dall'Olimpo perché causava continui litigi e conflitti fra gli dèi. Per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e di Teti, tirò sulla tavola nuziale la funesta mela d'oro che causò il giudizio di Paride e la lunghissima guerra di Troia.

      Virgilio la descrive in compagnia di mostri all'ingresso dell'Ade, con serpenti per capelli, annodati con bende insanguinate. Altre volte è descritta come una donna con il capo alto, labbra livide e smorte, occhi biechi, malati e pieni di lacrime che solcano le pallide gote, le gambe torte, i piedi sottili, un pugnale infisso nel petto, avvolta da una tenebrosa ed oscura aura.

      Dalla sua unione con


      zeus nacquero:
      Ate:«rovina, inganno, dissennatezza»)
      La dea Ate nella mitologia greca era la potente dea della sventura e della vendetta, colei che toglieva la ragione dagli uomini e agli stessi dei. Era la personificazione della maledizione divina.

      Racconta Omero nell'Iliade (iliade XIX)
      "... Un Dio
      Così dispose, la funesta a tutti
      Ate, tremenda del Saturnio figlia,
      Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
      De' mortali cammina, e lo perturba,
      e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso
      Degli uomini e de' numi arbitro Giove
      Fu nocente costei ........
      D'alto dolor ferito infuriossi
      Giove; e tosto ai capelli Ate afferrando ,
      Per lo Stige giurò: che questa a tutti
      Furia dannosa, non avria più mai
      Riveduto l'Olimpo. E, sì, dicendo,
      La rotò colla destra, e fra' mortali
      Dagli astri la scagliò ...."

      Frequentemente induce al peccato di ὕβρις (hýbris), la tracotanza che nasce dalla mancanza di senso della misura.

      Ate non tocca il suolo: cammina leggera sul capo dei mortali e degli stessi dei, inducendoli in errore.[1]

      La seguono, senza riuscire mai a raggiungerla, le Litai, le rugose Preghiere, che si prendono cura di coloro cui Ate ha nuociuto nel suo cammino. Quando qualcuno si rivela sordo alle Preghiere, queste si rivolgono al padre Zeus perché faccia perseguitare da Ate chi le ha respinte.[2]

      Secondo Omero è la figlia di Zeus. A lei Agamennone attribuisce la responsabilità degli eventi che portarono alla disputa con Achille. Lo stesso Agamennone narra che Zeus, quando suo figlio Eracle stava per nascere da Alcmena, si vantò con gli dei Olimpi che il suo prossimo discendente avrebbe regnato su tutti i vicini; sollecitato da Era, il dio ne fece giuramento, non sospettando che sulla sua testa si era in quel momento posata Ate. Era fece in modo che Euristeo, figlio di Stenelo, nascesse prima di Eracle, e questi fu dunque costretto a servire per molti anni il fratellastro. Quando Zeus scoprì l'accaduto, prese Ate per le trecce e la scagliò sulla terra, giurando che non avrebbe mai più rivisto l'Olimpo.[3]

      Stando allo Pseudo-Apollodoro, Ate atterrò su una collina in Frigia, in una località che assunse il nome della dea. Nello stesso luogo Zeus scaraventò anche il Palladio, e Ilo vi fondò Troia.[4]

      Per Esiodo, Ate è figlia di Eris, dea della Discordia, e strettamente imparentata a un'altra delle sue figlie, Ingiustizia.[5]

      Ate ed Eris sono talora confuse. Secondo alcuni non fu Eris, ma Ate, infuriata per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Teti, a lasciare scivolare durante il banchetto una mela d'oro recante la scritta "alla più bella". La mela della discordia generò una disputa fra Era, Atena e Afrodite, poi risolta in favore di quest'ultima con il giudizio di Paride, ponendo le premesse per la guerra di Troia.

      Secondo Nonno, Ate fu indotta da Era a convincere il giovane Ampelo, amato da Dioniso, a cavalcare un toro per impressionare il dio; Ampelo fu disarcionato e si ruppe il collo.[6]

      e LITE:
    8. Zeus/REA (Cibele)

      Rea era la figlia di Gea e Urano, sposa di Crono (Saturno) e madre di Zeus.
      Per vanificare la profezia che lo voleva spodestato dal figlio, Saturno divorava tutti i figli che la moglie gli partoriva. Alla nascita di Zeus, però, Rea si intenerì alla vista del bambino e decise di sottrarlo alla voracità del padre nascondendolo nel monte Ida, al centro dell'isola di Creta.

      Per questo motivo la dea era venerata in particolare a Creta come "mater Idaea", personificazione della natura montagnosa. Il suo culto si diffuse soprattutto in Asia Minore, dove fu identificata con Cibele, come avvenne anche nella tradizione romana.




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      Cibele (greco: Κυβέλη - Kubelē; latino: Cibelis) fu un'antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvatici.

      Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente. Nella mitologia greca fu identificata con Rea.

      Cibele viene generalmente raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e con su il capo una corona turrita.

      Collegato con il mito e il culto di Cibele era il giovane dio Attis, a volte considerato suo figlio, che in un primo momento aveva ricambiato il suo amore, ma che in seguito si innamorò della ninfa Songaride.

      Durante il banchetto nuziale Cibele per vendetta fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi o gettandosi da una rupe.La tradizione vuole che Attis sia poi resuscitato o comunque fu salvato da Cibele afferrandolo per i capelli lo trasformò in un pino non appena toccò il terreno.

      Nelle cerimonie funebri che si tenevano in suo onore durante l'equinozio di primavera, i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica.

      Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale, come nella Patera di Parabiago, piatto d'argento, finemente lavorato a sbalzo, risalente alla seconda metà del IV secolo e ritrovato nel 1907 nella cittadina in provincia di Milano.

      Il culto di Cibele, la Magna Mater dei Romani, fu introdotto a Roma il 4 aprile 204 a.C., quando la pietra nera, di forma conica, simbolo della dea, vi fu trasferita da Pessinunte e collocata in un tempio sul Palatino realizzato nel 191 a.C. La struttura bruciò per ben due volte, nel 111 a.C. e nel 3 d.C. e fu ricostruita per l'ultima volta da Augusto. L'edificio seguiva un orientamento ben determinato da motivi di culto, e lo stile era corinzio a pianta regolare; all'interno le pareti erano sostenute da un colonnato.

      Per celebrare tale evento, durante la Repubblica venivano organizzati dei giochi in suo onore, i Megalesia, o Ludi Megalensi. Le feste in onore di Cibele e Attis si svolgevano nel mese di marzo, dal 15 al 28, nel periodo dell'equinozio di primavera, prevedevano il rito del Sanguem e si protrassero fino al III secolo d.C..[1]

      In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una connotazione misterica e soteriologica.

      Il culto venne proclamato ufficiale dell'Impero Romano a Lione nel 160 d.C.

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      • Attis è il paredro di Cibele, il servitore eunuco che guida il carro della dea.

        Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente, da cui fu esportato a Roma nel 204 a.C.

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        Secondo la tradizione frigia, conservata in Pausania (Perieghesis, VII, 17, 10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes, V, 5-7), il demone bisessuale Agdistis sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto sulla pietra, mentre il dio cercava di accoppiarsi con la Grande Madre sul monte Agdos.

        Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla forza e dalla ferocia dell'essere lo evirarono: dalle gocce del sangue fuoriuscito dalla ferita nacque un albero di mandorlo.
        La figlia del fiume Sakarya(Sangarios), Nana, colse un frutto dall'albero e rimase incinta.
        Tempo dopo nacque il figlio che venne chiamato Attis, in quanto fu allattato da una capra (in frigio attagos), dopo essere stato cacciato sulle montagne per ordine di Sakarya. [1][2][3][4][5][6]

        Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte per sposare la figlia del re. Durante la celebrazione del matrimonio, Agdistis, innamorato del giovane, fece impazzire Attis, che si recise i genitali sotto un pino. Cibele, madre degli dei, ottenne che il corpo del giovane rimanesse incorrotto.

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        In epoca imperiale il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una connotazione misterica e soteriologica.[7]

        Ad Attis erano dedicate un ciclo di festività che si tenevano tra il 15 e il 28 marzo, che celebravano la morte e la rinascita del dio. Tra queste vi erano il Sanguem e l'Hilaria. Tracce di questi culti, che presero il nome di Attideia, sono presenti anche in colonie greco-romane (per esempio quella di Egnazia in Puglia).
    9. Zeus/NEMESI

      La parola ha il valore di "giustizia compensatrice" o "giustizia divina". Infatti originariamente la dea greca distribuiva gioia o dolore secondo il giusto, e quindi con nemesi si intende evento, situazione negativa che segue un periodo particolarmente fortunato come atto di giustizia compensatrice distribuito dal fato. L'idea che soggiace al termine è che il mondo risponda ad una legge di armonia, per cui il bene debba essere compensato dal male in egual misura.
      • Elena


        Afrodite Fu per antonomasia la dea della bellezza quando vinse la gara suscitata dalla dea della Discordia tra lei, Era e Atena, promettendo al giudice, che era il figlio di Priamo, Paride Alessandro, il possesso della donna più bella del mondo, cioè Elena, moglie di Menelao, re di Sparta; e creando così i prodromi della guerra di Troia.

        Durante tutta la guerra ella accordò la sua protezione ai Troiani e a Paride in particolare, e anche ad Enea, che aveva generato con Anchise. Ma la protezione di Afrodite non potè impedire la caduta di Troia e la morte di Paride. Tuttavia riuscì a conservare la stirpe troiana e grazie a lei Enea, col padre Anchise e il figlio Iulo (o Ascanio), riuscì a fuggire dalla città in fiamme e a cercarsi una terra dove darsi una nuova patria. In tal modo Roma aveva come particolare protettrice Afrodite-Venere: ella passava per essere l'antenata degli Iulii, i discendenti di Iulo, a loro volta discendenti d'Enea, e perciò della dea. Per questo Cesare le edificò un tempio, sotto la protezione di Venere Madre, la Venus Genitrix.
        Venere Cnidia Venere Cnidia di Prassitele, 364-363 a.C., marmo, alt. 215 cm., copia romana.Museo Pio-Clementino, Città del Vaticano.

        La bellezza di questa divinità è stata celebrata da poeti e scrittori antichi e moderni che ne hanno messo in risalto attributi particolari della personalità e si sono comunque sentiti affascinati da lei. Amore sacro dunque, e amore profano, forza primigenia della natura, dea protrettrice di tutte le forma di vita e presso molti popoli.
        Paolina Borghese Paolina Borghese (1805-1808) di Antonio Canova.Il pomo che Paolina Borghese tiene nella mano sinistra richiama la "Venere Vincitrice" del giudizio di Paride che avrebbe potuto scegliere tra Giunone (il Potere), Minerva (la Scienza) e Venere (l'Amore).Roma, Galleria Borghese

        Anche l'arte figurativa si ispirò particolarmente alla dea che rappresentò l'essenza stessa della bellezza e l'espressione più appassionata della gioia di vivere. Le famose Veneri della scultura greca, quali quelle di Prassitele, di Fidia, di Scopas, o la Venere imperiale del Canova, così come le rappresentazioni pittoriche, dagli affreschi pompeiani ai dipinti di soggetto mitologico susseguitisi nel corso dei secoli, ci forniscono sempre, nella rappresentazione delle belle forme, la possibilità di avvicinarci all'idea della bellezza assoluta come espressione del dono che gli dei fecero agli uomini per rallegrarli, per vivificarli o per consolarli. -------------------------

        Il giudizio di Paride è un episodio della mitologia greca, ritenuto uno delle cause della guerra di Troia e (nella più tarda versione della storia) della fondazione di Roma.

        Come molti altri episodi mitologici, i dettagli della vicenda variano in base alle fonti. L' Iliade (24. 25-30) allude al Giudizio come ad un evento secondario, mentre una più dettagliata versione venne raccolta nella Cipria, opera perduta dell' Epica Ciclica, di cui sopravvivono solo alcuni frammenti (e un realistico riassunto). I più tardi scrittori Ovidio (Heroides 16.71ss., 149–152 and 5.35s.), Luciano (Dialoghi degli Dei 20) e Igino (Fabulae 92) ripresero la vicenda, aggiungendovi particolari tratti dal racconto popolare. ----------------

        Si racconta che Zeus allestì un banchetto per la celebrazione del matrimonio di Peleo e Teti, genitori di Achille. In ogni modo, Eris, la dea della discordia, non venne invitata. Irritata per questo oltraggio, Eris arrivò presso il banchetto, dove gettò una mela d'oro (Il pomo della Discordia), con sopra l'iscrizione καλλίστῃ ("alla più bella").

        Le tre dee che la pretesero, scatenando litigi furibondi, furono Era, Atena e Afrodite. Esse parlarono con Zeus per convincerlo a scegliere la più bella tra loro, ma il padre degli dèi, forse consapevole di essere in qualche modo imparziale, non sapendo a chi consegnarla, stabilì che a decidere chi fosse la più bella non potesse essere che l'uomo più bello e cioè Paride, mortale frigio, principe di Troia, il quale era anche prediletto dal dio Ares.[1]

        Ermes fu incaricato di portare le tre dee dal giovane troiano, incaricato quel giorno di portare al pascolo le pecore, ed ognuna di loro gli promise una ricompensa in cambio della mela: Atena, grazie al dono della sapienza, lo avrebbe reso capace di modificare eventi e materia a suo piacimento, finanche a superare le leggi della natura; Era lo avrebbe reso così ricco che i suoi forzieri non sarebbero bastati a contenere le sue gemme e il suo oro, così potente che a un suo gesto interi popoli si sarebbero sottomessi e così glorioso che il suo nome avrebbe riecheggiato fino alle stelle; Afrodite avrebbe appagato i suoi desideri amorosi concedendogli in sposa la donna più bella del mondo (Euripide, Andromaca, l.284, Elena l. 676), Elena. Paride favorì di gran lunga quest'ultima scatenando l'ira delle altre due. La dea dell'amore aiutò Paride a rapire Elena, moglie di Menelao, re di Sparta. Questo fatto portò successivamente alla guerra di Troia ragione per cui il pomo d'oro fu chiamato anche pomo della discordia.

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        la simbologia antica della figura che esce da un uovo, lancia un suo messaggio: "fate rinascere il vostro colorito naturale" (fig. 1).
        Lo spazio pubblicitario è in buona parte occupato da un grande uovo, che si schiude, facendo fuoriuscire una giovane donna dai capelli "a pulcino", nuda, con il mento appoggiato alla spalla, colta in atteggiamento di stupore, con sguardo fisso e bocca leggermente aperta. Il riferimento alla nascita è evidente, immediato è anche quello tra l'evento e il miracolo che il "Teint miroir" può compiere per qualsiasi donna: un volto rigenerato.
        L'ideatore di questa pubblicità, coscientemente o no, costruisce il suo messaggio rifacendosi da un lato, in generale, alla simbologia dell'uovo nella tradizione pasquale cristiana (simbolo di resurrezione), nel folklore (rinascita ripetuta secondo il modello cosmogonico), negli usi funerari del mondo antico (nelle tombe come simbolo di nascita, continuità e ritorno alla vita), dall'altro, ricordando un mito, comune a molti popoli, sia pur in varianti locali, in cui proprio l'uovo occupa un posto centrale. Dall'uovo nasce il demiurgo nei miti dei Finnici, dei Lettoni, dei Peruviani, degli indigeni delle isole Sandwich e, prima ancora, nel mondo ellenico, in quello fenicio, fino a risalire all'Egitto e alla Mesopotamia.
        L'uovo del messaggio pubblicitario sembra trovare un modello iconografico molto vicino in rappresentazioni del mito di Elena, attestate su vasi italioti a figure rosse e su una piccola scultura, rinvenuti nell'Italia meridionale, l'antica Magna Grecia. Essi si rifanno a un mito, che ha evidenti legami con l'orfismo e risulta popolare ad Atene nel V sec. a.C. proprio nella versione che fa nascere Elena da un uovo deposto dalla dea Nemesis dopo la sua unione con Zeus a Ramnunte; a Leda, moglie di Tindareo, re di Sparta, viene affidato dagli dei il compito di assistere alla schiusa e di allevare poi la bambina.
        Nella scena raffigurata su un'anfora di Paestum, attribuita a Python (fig. 2), Leda e Tindareo assistono appunto alla schiusa dell'uovo, posto su un altare, da cui fuoriesce Elena; sono presenti all'evento Hermes, Afrodite, Phoibe, sorella di Elena e Tybron, un personaggio silenico. Altro esempio simile è un cratere attribuito a Caivano, ove sono rappresentati ancora una volta Elena nascente da un uovo (il quale però, in questo caso si apre a metà, in verticale ed è posto su una colonna ionica), Leda e Tindareo (fig. 3).
        Il prodigio della nascita di Elena si ricorda anche su un cratere a campana di Bari del secondo ventennio del IV sec.a.C., attribuito al pittore di Diogene (fig. 4); in una scena teatrale, ispirata probabilmente a una commedia di Cratino, la "Nemesis", Elena nasce da un uovo posato su una cesta piena di panni; in presenza di una donna, forse Leda, una figura maschile (un vecchio schiavo o Tindareo?), cerca di colpire l'uovo, ma viene bloccato da un secondo personaggio (Tindareo o Zeus?).
        In rapporto ancora più diretto con l'immagine pubblicitaria è la piccola scultura in calcare, rinvenuta nelle vicinanze di Metaponto in una tomba del V sec.a.C. (fig. 5). La scultura rappresenta una bambina, verosimilmente Elena, che fuoriesce da un uovo. Fa parte del corredo funebre di una donna, forse una seguace della dottrina orfica, dottrina a cui sembra potersi ricollegare, da un punto di vista semantico, la stessa iconografia di Elena nascente dall'uovo.
        L'uovo è nel sistema orfico, come del resto già in quello mitriaco un complesso di virtualità, da cui deriva, attraverso un'azione demiurgica, la vita; dall'uovo nasce Phanes, la cui attività demiurgica ha come ipostasi la luce e il desiderio. Da un uovo pieno di vento, generato da Nyx dalle ali nere, negli infinti seni di Erebos, secondo una versione aristofanea del mito orfico, nasce Eros dalle ali d'oro.
        Il tema dell'uovo mitriaco-orfico, da cui nasce il demiurgo-luce e desiderio viene riproposto, questa volta in chiave psicanalitica anche dal video clip con cui Paola Turci presenta con particolare incisività il suo single dal titolo "Saluto l'inverno". La cantante si esibisce in un grande uovo spaziale (http://www.mtv.it/popup_video/popup1.asp?video=paolaturci_salutolinverno.asf); il suo microcosmo nel macrocosmo del sistema solare, da cui, scolpita, rottamata e rigenerata, riemerge per narrare il suo prodigio, la sua trasformazione. Il suo uovo si schiude: "Ecco la novità. Al mio risveglio è arrivata da un altro pianeta un'insolita ebrezza: è la curiosità, un fervido impulso. Il motivo di un viaggio perenne, uno sguardo al di là del sistema solare... è la novità..." (fig. 6).
        Rigenerazione fisica quella del messaggio pubblicitario, psicologica quella del video clip per la canzone "Saluto l'inverno" di Paola Turci: in entrambi il concetto viene espresso attraverso un'immagine dalla chiara valenza simbolica, ricreando, con toni diversi, la stessa eccezionale suggestione del mitico prodigio: la schiusa dell'uovo da cui nasce la vita.

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        La ragazza di Sparta.
        Elena a Sparta era venerata quasi come una dea. Vi si riconosco due culti principali:
        1. Elena a Rodi: culto dedicato all’albero al quale Elena fu impiccata che si trovava nel platanistaV a Sparta e del quale ci parla Teocrito in un epitalamio. Si è ritenuto “in passato che la figura di Elena qui venerata conservasse i tratti di un’antica divinità dell’albero di origine mediterranea, legata alla sfera della vegetazione”. Nilsson pensò che i Greci al loro arrivo “avrebbero identificato l’antica divinità minoica della vegetazione con l’eroina il cui culto diede origine alla guerra di Troia. Il fatto che entrambe fossero oggetto di un ratto avrebbe agevolato questa assimilazione”. Secondo il West invece, il culto di Elena a Rodi, non era altro che una cerimonia che richiamava l’inizio della primavera, ed era collegata al rinnovamento della vegetazione. Ma per reinserire il personaggio nella sfera che gli è più congeniale, cioè quella delle iniziazioni femminili “appare legittimo dubitare della tesi che vede in questa figura un’antica divinità dell’albero. A ben guardare il movimento valorizzato dal racconto non è tanto quello della metamorfosi, ma dell’impiccagione”. L’impiccagione infatti presuppone il sollevamento che “viene a simboleggiare il cambiamento in atto e preannuncia l’aggregazione della giovane donna alla casa dello sposo”. Elena è quindi vista nei tratti dell’adolescente, che sta per sposarsi, e il culto di Rodi non sarebbe altro che la celebrazione dell’antica origine del matrimonio spartano, che prevede, nel suo rito, il ratto simbolico della vergine da parte dello sposo e la sua deposizione, tramite sollevamento, da un letto di foglie, sul talamo nuziale.
        2. Elena a Therapne: culto dedicato ad Elena e Menelao del quale ci parla sempre Teocrito nel proseguimento del suo Epitalamio di Elena. Qui Elena è vista come la giovane sposa, piena di cariV, con qualità “particolarmente vicine a quelle di Afrodite, la divinità che tra le sue attribuzioni primarie, ha quella di conferire la bellezza”. Nelle storie di Erodoto, sotto forma di novella, si racconta infatti che Elena, toccando una bambina bruttissima, disse che da grande sarebbe diventata la più bella tra le donne di Sparta, e così fu. Nel culto di Therapne “dove pure è venerata come sposa di Menelao, Elena richiama il tipo della nymphe, della giovane che ha appena compiuto il percorso formativo coronandolo con giuste nozze. […] I Dioscuri svolgono, sul versante maschile, il ruolo che su quello femminile era proprio di Elena”. Infatti anche in questo culto si richiama la scena del matrimonio spartano: Elena rappresenta la vergine rapita, mentre i Dioscuri, che nella mitologia greca compiono il ratto delle Leucippidi, impersonano lo sposo.
        Elena era anche venerata in altre città, come ad Argo, dove la figura di Elena era affiancata a quella di Teseo, che la rapì per farla diventare sua sposa. Molte sono le divergenze sulle età dei due, ma tutto fa presagire che le due figure possano essere tranquillamente accostate per somiglianza al culto che avevano Elena e Menelao a Therapne. L’eroina era anche venerata Atene, dove era sempre affiancata a Teseo, come ci conferma Plutarco. Teseo l’aveva rapita, e i Dioscuri arrivarono nell’Attica per liberarla. Non potendo però vedere nei due gemelli soltanto una fonte di distruzione per l’Attica, su di un cratere li troviamo assistere al matrimonio di Teseo ed Elena come amici dello sposo, segno di una qualche riconciliazione tra i gemelli divini e l’eroe ateniese.

        La nascita.
        Le tesi sulla nascita di Elena sono principalmente due. Una che la vede come figlia di Leda, l’altra come figlia di Nemesi, secondo le divergenti versioni pervenuteci dall’Iliade e dai Kypria.
        1. Figlia di Leda: secondo la tradizione antica da Omero in poi, Elena è figlia di Zeus e Leda, allevata poi nella casa del re di Sparta Tindaro. “Nel terzo canto dell’Iliade Elena afferma di essere nata dalla stessa madre che generò Castore e Polluce e nell’Odissea i due fratelli sono detti figli di Leda”. Il problema si pone se si analizza i momenti della nascita dei fratelli: la tesi più accreditata, quella spartana, vede “la coppia gemellare nata dagli amori di Leda fosse composta da Castore e Polluce, dotati rispettivamente di una natura mortale e divina, e che la nascita di Elena avvenisse in un secondo momento”. Secondo altre versioni però “le uova deposte da Leda sarebbero state due, e da ciascuna di esse sarebbe nata una coppia di gemelli”. Sappiamo infatti, grazie a moltissime pitture vascolari, che Elena nacque da un uovo, la tesi qui sopra non fa altro che dire che sarebbe gemella di Castore, Polluce e anche Clitemnestra, nati tutti da uova.
        2. Figlia di Nemesi: Secondo la versione pervenutaci dai Kypria, Elena sarebbe figlia di Nemesi, che poi diedi in custodia l’uovo a Leda, che intanto aveva già partorito i Dioscuri. I tre sarebbe quindi solamente fratellastri. In un frammento di Saffo si accenna al ritrovamento dell’uovo, molto probabilmente ad opera Ermes. Sappiamo anche che “un dramma perduto del poeta comico Cratino, dal titolo Nemesi, si ispirava a tali eventi […] In un frammento si accenna alla metamorfosi di Zeus in un grande uccello, in un altro alla necessità che Leda scaldi l’uovo proprio come una gallina”. Una statua di Fidia, o del suo allievo Agoracrito, avvalora un’altra volta questa tesi: “l’eroina vi era rappresentata nel momento in cui, già adulta, era condotta da Leda a Nemesi”.
        La nascita di Elena da un uovo ci è rappresentata da molte figure vascolari, quindi è quasi sicuro che nella mitologia classica fosse universalmente accettato. Ma perché proprio l’uovo? Perché “l’uovo richiama il momento dell’origine della vita, quello dal quale il mondo attuale ha progressivamente preso forma. La natura di Elena è quindi caratterizzata dall’ambiguità e indeterminatezza proprie delle figure divine che si pongono alle origini del mondo”. L’ambiguità di Elena va cercata, come nei Dioscuri o nei fratelli Molione, nella duplicità, ma non in quella gemellare e screditiamo quindi la tesi che vede l’eroina come gemella o di Castore o di Polluce o di Clitemnestra. “Anche in lei il tema della duplicità è ampiamente sviluppato, ma in forme più varie rispetto alle precedenti. […] Questa predisposizione del personaggio alla duplicità appare ulteriormente ribadita dal tema della nascita dall’uovo”.

        La sposa infedele.
        In questo capitolo vengono esposte tre visioni della figura di Elena: nell’Iliade, nell’Odissea e nel ciclo epico, dove l’eroina “svolge il ruolo della sposa infedele, di colei che non esita ad abbandonare la casa di Menelao, e con essa la figlia Ermione, per seguire Paride a Troia”. Una cosa deve essere sottolineata prima dell’analisi dei tre argomenti: “la bellezza di Elena ha naturalmente un ruolo importante nella storia; mai tuttavia viene descritta in termini obiettivi”, a differenza di quanto succederà con Isocrate o in età bizantina.
        1. Elena nell’Iliade: L’abbandono di Elena è, in questo poema, descritto come volontario. Ma in alcuni punti sembra “affiorare di tanto in tanto una seconda versione, mai riferita chiaramente, che presenta la fuga da Sparta come un ratto violento”. Nestore infatti “descrive la condizione di Elena a Troia come quella di una prigioniera”. La versione di Nestore, la stessa di Menelao e di molti altri Achei, viene però attribuita dal poeta a personaggi che sono interessati a offrire una propria versione degli eventi, quindi è molto probabile che la verità risieda nell’abbandono volontario, piuttosto che nel ratto. Comunque siano andate le cose, la responsabilità della guerra non viene addossata ad Elena, anzi “il primo colpevole è Paride, lo straniero accolto come ospite nella casa di Menelao e che ha tradito la sua fiducia seducendone la sposa”. L’azione di Paride infatti era considerata in Grecia a dir poco vergognosa, innanzi tutto perché si veniva a tradire il legame di amicizia reciproca (philotes) e poi perché “Paride non offendeva Menelao soltanto sul piano personale; ne offuscava anche l’onore”. In poche parole Elena non ha quasi nessuna colpa della guerra perché “il contrasto che è alle origini della guerra di Troia pone quindi uno di fronte all’altro chi ha subito e chi ha recato l’offesa. In questo ambito Elena non rappresenta una parte in causa, ma piuttosto l’oggetto del contendere”. Oltretutto Paride, in quanto seduttore di Elena rivela un animo ingannevole ed è spesso apostrofato come “occhieggiatore di donne” piuttosto che come abile guerriero. I personaggi di Elena e Paride sembrano tuttavia destinati ad incontrarsi perché entrambi governati da Afrodite e quindi “sono mossi da una forza incontrollabile che dispone anche della loro volontà”. Abbiamo appena detto che Elena non era vista nell’Iliade come causa primaria della guerra, ma “per il solo fatto di trovarsi a Troia e di essere contesa fra le due parti Elena costituisce una sciagura per Priamo e per i Troiani. Essa rappresenta emblematicamente, al di là della sua volontà, la causa della guerra […] Come della contesa di Achille ed Agamennone è possibile dire che è avvenuta a causa di una fanciulla, così della guerra di Troia si dirà che è combattuta a causa di Elena, senza che in entrambi i casi siano enfatizzate le responsabilità personali della donna che è al centro del conflitto”. Nel poema Elena si autodefinisce odiosa, tessitrice di mali e agghiacciante, ed è consapevole di evocare fra i Troiani, per il solo fatto di trovarsi fra di loro, l’immagine della morte. “Il personaggio di Elena appare quindi nell’Iliade bloccato nel ruolo che le circostanze le impongono. Il suo destino è interamente legato alla guerra: tra questa e il personaggio si stabilisce un rapporto diretto, per cui la guerra si combatte per Elena e questa a sua volta evoca la guerra in tutte le manifestazioni più odiose”.
        2. Elena nell’Odissea: “A mutare sono soprattutto le condizioni esterne” la guerra è finita, Elena si trova a Sparta a fianco del marito e la incontriamo quando Telemaco va in cerca di notizie del padre proprio alla reggia del sovrano lacedemone. Entrambi i consorti decidono di narrare a Telemaco un episodio della guerra di Troia. “Elena sceglie quindi di narrare a Telemaco un episodio nel quale emergevano anche le sue qualità di sposa che solidarizza con Menelao ancor prima della presa di Troia”. Menelao invece narra un episodio diverso, volto a mettere in luce un personaggio ben diverso: Elena è delineata mentre chiama ad uno ad uno i guerrieri dentro il cavallo, cercando di imitare la voce delle loro mogli e quindi di trarli ad un passo falso, smascherando l’inganno di Odisseo. Tratto interessante di questo passo è che “i guerrieri achei sperimentano in questa occasione la forza seduttiva di un personaggio che non si esauriva nell’aspetto esteriore. L’episodio più vicino a quello narrato da Menelao andrà individuato in quello delle Sirene”.
        3. Elena nel ciclo epico: I materiali dai quali possiamo ricavare qualcosa sulla figura di Elena che appartengono al ciclo epico sono: i riassunti di Proco, la Piccola Iliade di Lesche, la presa di Troia di un anonimo e l’Iliupersis di Stesicoro. Sappiamo da questi poemi che dopo la morte di Paride, Elena fu data in sposa a Deifobo, altri invece affermano che gli fosse solo stata data in custodia. Ma la parte più interessante è l’incontro di Menelao ed Elena nella notte della distruzione di Troia. Il fatto ci viene narrato nella Piccola Iliade di Lesche: “Menelao avanzava verso la sposa determinato a ucciderla, ma di fronte al seno scoperto della donna lasciava cadere la spada e si riconciliava a lei”. In altri poemi il fatto viene presentato con l’intervento di Afrodite, comunque sappiamo che Menelao risparmiò la vita di Elena e si riconciliò a lei, come poi ci conferma anche l’episodio dell’Odissea.
        Un altro argomento che viene preso in considerazione nel capitolo è l’anaideia di Elena. L’anaideia in Elena è richiamata dagli stessi appellativi che lei si rivolge: kyon (cane) e kynopis (faccia di cane). “L’aidos è in primo luogo di tipo emozionale, si richiama in primo luogo alle inclinazioni naturali della persona, prima che alla sfera razionale”. “La donna appare infatti naturalmente incline all’anaideia, all’adozione cioè di comportamenti contrari alle norme sociali condivise, soprattutto per quanto riguarda la posizione nella casa e i rapporti con lo sposo”. Elena quindi, lasciata solo dal marito, non seppe resistere alla bellezza, alle parole e ai doni di Paride e si lascia quindi guidare dal desiderio, peccando di anaideia.

        L’adultera.
        In questo capitolo vengono esposte le visioni della figura di Elena nel V secolo a.C., quando “la riflessione tendeva a concentrarsi sulle responsabilità personali di Elena: la colpa maggiore che le era addebitata, l’adulterio, era esaminata in tutte le sue implicazioni, a prescindere dal ruolo svolto dalle divinità e dagli altri personaggi”. Gli autori maggiormente presi in considerazione in questo capitolo sono i tre grandi tragici, Gorgia e Isocrate. Breve spazio viene anche dedicato alla poesia lirica e in particolare a Saffo e Alceo, dove la colpa dell’eroina non è più attenuata dall’influenza divina, anche se essa rimane, ma si cambia il punto di vista che diventa la passione amorosa. “L’intervento esterno non toglie nulla alla forza e all’autenticità con la quale è evocata la nascita della passione”. Nonostante nella poesia lirica si osservino alcuni interessanti sviluppi rispetto al modello della poesia epica, è con la tragedia che si arriva ad un radicale ripensamento di tutti gli avvenimenti della guerra di Troia e del personaggio di Elena.
        1. Elena in Sofocle: Di Elena in Sofocle sappiamo pochissimo, perché delle due opere dedicatele dall’autore sono pervenuti solo pochi frammenti. Nella tragedia “La richiesta di Elena” “i Greci decidevano di mandare un’ambasceria alla città con il fine di ottenere pacificamente la restituzione della donna”. L’ambasceria era formata da Menelao ed Odisseo, “non sappiamo come Sofocle trattasse questi avvenimenti, ma sembra che Elena avesse l’occasione di incontrare Menelao, si mostrasse già pentita della decisione di aver seguito Paride e forse, dopo la mancata restituzione, giungesse a minacciare il suicidio”.
        2. Elena in Eschilo: Il primo dei tre grandi tragici tratta la figura della nostra eroina nell’Agamennone. “Nella tragedia gli eventi sono presentati secondo la versione omerica, ma sono anche sottoposti ad una critica severa nel tentativo di trovare una spiegazione soddisfacente all’intervento divino e quindi alle esigenze di giustizia che, secondo un orientamento proprio della tragedia eschilea, devono trovare rispondenze nel mondo umano”. Come già accadeva in Omero, Paride è il primo responsabile della guerra; tuttavia Elena non rappresenta più solo l’oggetto del contendere, “avendo deciso liberamente di abbandonare la casa di Menelao, essa è pienamente coinvolta nelle responsabilità della guerra”. È interessante notare come in Eschilo il nome di Elena (Helene) sia sottoposto ad un gioco etimologico con le parole “distruttrice di navi” (Helenaus) “distruttrice di uomini” (Helandros) e “distruttrice di città” (Heleptolis). Eschilo “fa sì che essa acquisti dei tratti quasi demoniaci, che la avvicinano alla sorella Clitemnestra”. “Da amata sposa si trasforma in rovinosa compagna, che si abbatte sulla casa di Priamo come uno spirito vendicatore inviato da Zeus; assume allora il volto delle Erinni”. Seguendo l’etica eschilea la figura di Elena viene quindi a rappresentare un piano delle divinità superiori dell’Olimpo, una sorta di punizione per la casa di Priamo e per Paride, conservando però tutti i tratti di bellezza e attrazione propri del personaggio.
        3. Elena in Euripide: Il cambiamento più radicale nei confronti dei poemi del ciclo epico lo abbiamo con Euripide dove “scompare ogni motivazione di ordine superiore. Il comportamento tenuto dalla donna è considerato in tutta la sua umanità e giudicato unicamente in rapporto alle sue responsabilità personali”. Nelle Troiane, dove tutte le donne sono prigioniere nel campo acheo e attendono di conoscere la loro sorte, si assiste ad un confronto serrato tra Elena ed Ecuba. La prima a prendere la parola è la nostra eroina, che cerca di discolparsi dalle accuse di aver provocato la guerra e di adultera. “Innanzi tutto – osserva Elena - è cosa nota che, per il solo fatto di aver generato Paride, sia Ecuba ad aver dato origine ai mali attuali”. “Quanto all’accusa maggiore che le veniva mossa – quella di aver abbandonato Menelao – osserva che Paride giunse a Sparta <<portando con sé una non piccola divinità>> e ciò proprio nel momento in cui Menelao decideva di lasciarla sola con lo straniero per recarsi a Creta”. Elena cerca quindi di discolparsi perché le sue azioni sono dovute ad interventi divini, e non completamente alla sua volontà. Da notare come nel discorso, Euripide metta in bocca alla donna la versione omerica del mito. “La risposta di Ecuba riprende le argomentazioni maggiori del discorso precedente rivelandone l’infondatezza. Esso è tutto orientato a vanificare il ruolo attribuito alle circostanze esterne e a far emergere in tutta la loro gravità le responsabilità personali di Elena”. Secondo Ecuba, Elena seguì Paride non perché indotta da una forza divina, ma perché non seppe resistere alla bellezza del giovane. È da notare “la riduzione della divinità a semplice rappresentazione delle inclinazioni naturali della persona”. “La divinità non può essere addotta a giustificare un comportamento che ha le cause reali nella mente del soggetto”. Le parole di Ecuba riflettono il pensiero di Euripide, in opposizione a quello omerico addotto da Elena. Nel proseguimento della tragedia, scopriamo un personaggio totalmente nuovo rispetto a quelli precedenti: “l’Elena delle Troiane non è il personaggio che soggiace alle proprie passioni; preannuncia piuttosto il tipo della donna abile a mettere a frutto, con intenzione e impunemente, il fascino esercitato dalla propria persona. Pur assecondando le proprie inclinazioni, con intenzione è accorta nello schierarsi ogni volta dalla parte di chi può offrirle quanto desidera”. Nella tragedia “Oreste”, l’altra in cui Euripide inserisce il personaggio di Elena, la parte più importante per la caratterizzazione del personaggio è il dialogo con Elettra alla fine del prologo. A questo punto del dramma Elena vorrebbe recarsi sulla tomba della sorella appena uccisa, ma ha paura di incontrare la vendette dei parenti dei caduti a Troia. Affida quindi una ciocca di capelli ad una schiava; “Elettra, che è presente alla scena, nota con quanta cura la donna abbia reciso la chioma, limitandosi a tagliarne solo le estremità per non deturpare la bellezza del viso”. “All’opportunismo manifestato nelle Troiane si accompagna qui un naturale disinteresse per i gravi eventi che coinvolgono gli altri membri della famiglia”. Nel proseguimento del dramma Oreste ed Elettra decidono di uccidere Elena, ma proprio quando il figlio di Agamennone sta per compiere l’omicidio interviene Apollo a salvare l’eroina. L’inserimento di questo finale da parte di Euripide è “tuttavia un ossequio puramente formale: l’intervento appare della divinità appare incongruo rispetto alla modalità che governa l’azione nel resto del dramma”. Se vi è un autore in cui vi è una scelta pienamente umana dei personaggi in campo amoroso, questo è proprio Euripide, dove gli umani, nei loro piani, si affidano unicamente alle loro forze. “Date queste premesse Elena non poteva certo costituire un modello positivo”.
        Come già si è accennato incontriamo la figura di Elena anche in Gorgia e nel suo allievo Isocrate. L’Encomio di Elena di Gorgia, cerca di discolpare totalmente l’eroina dall’accusa di aver provocato la guerra. Dopo aver esaminato ogni possibilità, il sofista giunge alla conclusione che il personaggio è totalmente innocente. Isocrate, pur ammirando il maestro, lo contraddice in un punto: egli infatti non ha scritto un encomio, ma bensì una difesa; egli si proporrà quindi di scrivere una vera e propria lode. “Elena doveva essere lodata innanzitutto per la sua bellezza”. “La bellezza rappresenta qui un bene obiettivo”. “Il suo possesso rappresentava un bene prezioso, sia per i Greci che per i Troiani e meritava i lutti di una lunga e sanguinosa guerra”.
        Da tutte queste opere possiamo notare come “il racconto mitico si avviava ormai a diventare occasione per una composizione tendenzialmente libera, capace di farsi carico dei contenuti e dei significati più vari”.

        L’immagine.
        Accanto alla tradizione che faceva di Elena la sposa infedele di Menelao se ne affiancò un’altra secondo la quale a Troia “sarebbe giunta solo un’immagine fittizia (un eidolon) […] Elena sarebbe rimasta lontana dal teatro di guerra in Terra egiziana”. Testimoni di questa versione del mito sono Stesicoro, Erodoto ed Euripide.
        1. Elena in Stesicoro: Stesicoro non fu in realtà il primo a narrare l’altra storia di Elena. Secondo un ignoto grammatico bizantino il primo ad introdurre l’eidolon sarebbe stato Esiodo nel Catalogo delle donne. Il poeta riprese il tema dell’eroina trattandolo una prima volta secondo la versione più nota, nell’opera a noi pervenuta frammentaria “Elena”, alla quale fece seguire due palinodie, che presentavano il tema dell’immagine. “Secondo una tenace tradizione biografica che ebbe molta fortuna nell’antichità, Stesicoro sarebbe stato indotto a questa ritrattazione da un intervento straordinario; colpito da cecità, apprese che causa della sua menomazione era il risentimento di Elena che egli aveva accusato ingiustamente di adulterio”. Stesicoro scrisse così una prima palinodia, dove si allontanava da Omero, esponendo come la coppia Elena – Paride, avrebbe viaggiato fino in Egitto, dove poi la donna sarebbe stata sottratta con l’inganno all’eroe troiano dal re del posto Proteo; a Troia sarebbe giunta solo un’immagine della fanciulla. Questa versione non presentava però l’immagine di una donna fedele, si rese necessario dunque ritornare sul tema. Stesicoro lo fece, affermando che Elena non aveva navigato mai insieme a Paride, scagionando così la donna da qualsiasi accusa. La leggenda racconta così che egli riacquistò la vista. Elena veniva così per la prima volta dichiarata assolutamente fedele a Menelao, fatto per cui il poeta ha raggiunto la fama.
        2. Elena in Erodoto: Secondo la versione più nota Elena era sottratta a Paride in Egitto, dal re Proteo con l’inganno. Erodoto narra invece che Paride, giunto in Egitto dopo aver rapito Elena, fu abbandonato dai suoi servi, che si rifugiarono sotto la protezione del santuario di Ercole. Qui essi lo accusarono del rapimento e il sovrano del luogo non si sentì in grado di giudicare una questione così importante, rinviando dunque la decisione al re saggio re Proteo. Erodoto afferma che “Proteo vuole ristabilire quella giustizia che Paride ha ripetutamente violato; la sua colpa maggiore non è quella di aver rapito Elena e i suoi tesori, ma di aver irretito la donna fino a indurla ad abbandonare la casa e lo sposo”. Elena venne dunque trattenuta dal re in Egitto, e Paride tornò a Troia senza la fanciulla. Quando gli Achei giunsero alla rocca di Priamo a chiedere pacificamente la donna, secondo la versione sofoclea, i Troiani non potevano restituirla, semplicemente perché non la avevano fra sé. Si scatenò così la guerra e solo alla fine i guerrieri greci si resero conto che davvero la donne non era lì. Menelao dunque andò in Egitto, dove il saggio re Proteo aveva tenuto ospito la donna per ben diciassette anni. L’accettazione di questa versione “straniera” del mito “è dovuta al fatto che essa risulta nel complesso più coerente e quindi più verisimile nelle motivazioni generali e nel comportamento dei personaggi”.
        3. Elena in Euripide: Il sommo tragico tratta il tema dell’eidolon nell’”Elena”. Interessante è notare come nella versione euripidea convivano sia quella di Omero, sia quella di Stesicoro. La vicenda inizia con lo sbarco in Egitto di Menelao, che reca con sé l’Elena eidolon, consegnata a Paride diciassette anni prima da Hera, risentita per la sconfitta nella famosa gara tra le tre dee. Sovrano dell’Egitto in questo momento non è più il saggio Proteo, ma il figlio Teoclimeno, che ambisce alla mano dell’eroina. Elena ritrova lo sposo, che ha un attimo di smarrimento, avendo lasciato l’Elena eidolon alla nave, e trovandosi davanti quella vera. L’atmosfera si carica di pathos, ed il personaggio di Elena “appare segnato da una forte ambiguità che ne blocca ogni iniziativa. Il nome di Elena evoca, in questa fase dell’azione, insieme con il personaggio reale, anche la sua immagine, l’eidolon che qui svolge le funzioni classiche del doppio”. Solo alla notizia della scomparsa dell’immagine, che ha ormai esaurito la sua funzione, Menelao riconosce la sposa e i due si lasciano ad un canto lirico di riconciliazione. A questo punto l’obiettivo della coppia è di fuggire dall’Egitto con una nave del re Teoclimeno, che però deve essere convinto con l’inganno. È a questo punto Elena che formula un piano, anche Menelao dovrà prendervi parte, ma in maniera marginale. “Essendo queste le premesse dell’azione e del successo, è naturale che le figure femminili assumano un ruolo di primo piano. […] Al loro confronto i personaggi maschili appaiono passivi e inerti, sostanzialmente emarginati da eventi che li coinvolgono direttamente, ma che essi non controllano”. Il piano avrà buona riuscita e la coppia riuscirà a scappare dall’Egitto. Già una volta salpati i ruoli si ristabiliranno: Menelao tornerà ad essere il capo che guida la nave ed Elena la sposa inerme. Nel dramma euripideo, l’eroina è sempre molto influenzata dai comportamenti o dai giudizi che ricadono sull’eidolon, “non appare sempre decisa a separare le proprie responsabilità da quelle dell’immagine. Dopo tanti anni l’eroina sembra avvertire come inevitabile questa ingombrante vicinanza, fino al punto di sentirsi talora coinvolta nei suoi comportamenti […] Tutto quanto si dice di Elena e che in realtà riguarda l’eidolon ricade sulla persona reale, che è costretta a difendersi continuamente dalle accuse infamanti che circolano sul suo conto. […] Potremmo dire quindi che la vera Elena è presente in una certa misura anche nell’immagine artificiale e il personaggio ne appare consapevole”.

        Demone o dea?
        I tratti di una figura carica di connotati sovrannaturali, divini o demoniaci, si affermano soprattutto nella letteratura successiva a quella di cui abbiamo parlato sinora, soprattutto in età ellenistica e romana.
        1. Elena in Virgilio: Ci sono due episodi che vedono protagonista il nostro personaggio nell’Eneide virgiliana: il primo durante la distruzione di Troia, il secondo durante la discesa nell’aldilà da parte di Enea. “Il personaggio di Elena è introdotto in un momento di grande drammaticità. Troia è ormai caduta, Enea si trova sul tetto della propria casa […] scorge quasi casualmente la figura di Elena, seduta presso l’altare all’interno del tempio di Vesta”. A dominare l’episodio non è però la figura dell’eroina, ma bensì quella dell’eroe troiano, che rivolge il proprio risentimento personale a quella che sembra essere l’unica causa della morte di parenti e amici e della caduta della città natale. “Notevole è la rappresentazione di Elena come Erinni, che già abbiamo incontrato nella tragedia di Eschilo e di Euripide. Gli aspetti demoniaci del personaggio sono ben riconoscibili nell’episodio virgiliano. Elena tuttavia non è qui strumento della giustizia divina, manca di quella sinistra grandezza che la distingueva nel dramma più antico; in Virgilio è solo manifestazione di una forza malefica, portatrice di distruzione e di morte”. Il secondo episodio che vede protagonista la nostra eroina è narrato nel sesto canto, quando Enea incontra Deifobo, il quale gli racconta la propria fine. Elena, già d’accordo con gli Achei, disarma il guerriero troiano e lo lascia al suo triste destino. “L’infedeltà della donna non si limita all’abbandono del letto coniugale, giunge fino al tradimento e all’assassinio. Consegnando lo sposo indifeso nelle mani dei nemici Elena si comporta come una nuova Clitemnestra”.
        2. Elena in Seneca: Nella tragedia le “Troiane”, Seneca mette a confronto Elena con altri personaggi del campo troiano, quali Ecuba, Andromaca e Polissena. Quest’ultima è stata scelta dai Greci per essere sacrificata, Elena ha il compito di farle credere di andare in sposa a Pirro e di agghindarla con abiti greci per prepararla all’imminente matrimonio. “Affidando ad Elena il compito di persuadere Polissena, egli raggiungeva un secondo risultato: quello di offrire un’ulteriore versione della duplicità del personaggio, portatore di disgrazie e di morte anche quando si presenta come promotore di nozze”. L’eroina però, pur portando a termine il proprio compito, usa dei doppi sensi per mettere in guardia Polissena, che tuttavia verrà comunque sacrificata. “Elena non soltanto solidarizza con le donne troiane, vuole anche essere una di loro. […] Se Virgilio ci aveva presentato un personaggio definitivamente accolto nella famiglia di Priamo con il fine di porre in rilievo il tradimento della donna, Seneca ci mostra un’Elena ugualmente troiana, ma che non ha rinunciato agli antichi legami. Notevole è in tal senso la rivelazione inattesa della sua relazione con Paride, che continua ad amare anche dopo la morte. Il comportamento da lei tenuto durante l’ultimo periodo d’assedio della città era sempre stato presentato in termini ambigui; solo in questa tragedia il personaggio si dichiara apertamente solidale con i vinti e soggetto al medesimo destino”.
        In entrambe le trattazioni dei poeti latini è presente un’immagine che ricorre spesso anche in altri: quella della donna portatrice di fiaccola. “Nelle Troiane si tratta di una fiaccola nuziale, nell’Eneide di un segnale di fuoco con il quale si comunica dalle mura la riuscita del piano. In entrambi i casi essa evoca il clima gioioso della festa, per rivelarsi poi, con repentina metamorfosi, strumento di distruzione e di morte”. Il fatto che Elena sia spesso rappresentata come portatrice di fiaccola, la riconduce ad una divinità con la stessa caratteristica: Selene. Con essa condivide anche un altro tratto: l’ambiguità. “Selene si presenta quindi come una figura duplice: un’ambiguità simile, che alla bellezza esteriore associa una pericolosità nascosta anche, sia pure con notevoli differenze, il personaggio di Elena nella sua lunga storia: da Omero a Euripide a Virgilio”. Non sappiamo spiegare bene le relazioni dell’eroina con la sfera lunare; documentazioni delle scuole pitagoriche la vogliono demone lunare, dotato di grande saggezza e bellezza, prop
    10. Zeus/ECHIDNA

      Era un mostro il cui corpo di donna terminava con una coda di serpente al posto delle gambe. Viveva rinchiusa in una caverna della Cilicia, nel paese degli Arimi. Altre tradizioni la pongono nel Peloponneso: qui sarebbe stata uccisa da Argo dai Cento Occhi, perché aveva l'abitudine di divorare i passanti.

      Le si attribuivano molti figli mostruosi: con Tifone generò Ortro, cane di Gerione, Cerbero, l'Idra di Lerna e la Chimera. Con Ortro, ebbe Fice, un mostro di Beozia, il Leone di Nemea e la Sfinge.

      Gli abitanti delle colonie greche del Ponto Eusino raccontavano una leggenda d'Echidna piuttosto diversa. Secondo loro, Eracle, giunto in Scizia, aveva messo i suoi cavalli a pascolare prima di addormentarsi; ma risvegliandosi non li trovò più. Cercandoli, trovò un mostro, Echidna, che viveva in una caverna, e che gli promise di restituirgli i cavalli se avesse acconsentito a unirsi carnalmente a lei. Eracle accettò, ed essi ebbero tre figli: Agartiso, Gelono, eponimo della città di Gelona, e Scite; quest'ultimo dette il nome alla stirpe degli Sciti.

      • era Zeus il padre dei tre gemelli e quando ebbero l’età per diventare re del luogo, il divino fece cadere dal cielo quattro oggetti, prima Agatirso e poi Gelono accorsero per recuperarli ma divennero subito fuoco, solo quando arrivò il terzo gemello le fiamme si spensero chiarendo a tutti le idee su chi sarebbe diventato re. Secondo altri, Durante la sua decima fatica, Eracle perse la mandria oggetto dell’impresa, e nella ricerca di essa, appena arrivato nella regione boscosa di Ilea l’eroe incontrò uno strano essere. Tale mostro era per metà donna e per l’altra metà serpente e invitò Eracle nella grotta dove dimorava, lei aveva rubato la mandria e voleva anche restituire il maltolto a patto che lui diventasse suo amante per la notte. Il semidio non ebbe altra scelta che accettare malvolentieri al patto e dopo qualche bacio e un abbraccio divenne libero di andarsene.

        Al che il mostro rimase incinta di tre gemelli.


        Eracle disse al mostro che se uno dei tre pargoli in futuro avrebbe teso l’arco come faceva lui l’avrebbe dovuto eleggere re e quindi partì.

        I figli si chiamavano Agatirso, Gelono e Scita. Ma da adulti solo il terzo riuscì nell’impresa e la madre cacciò gli altri due dal regno.


    11. Zeus/EOS (Aurora)

      Non tutti i venti erano favorevoli all'uomo, come ad esempio quelli derivati da Tifone, mostro capace con il soffio infuocato di portare scompiglio e distruzione. I più importanti, che bisognava conoscere per garantirsi una tranquilla e facile navigazione, si diceva fossero i figli di Astreo (il Cielo stellato) e di Eos (l'Aurora); erano quattro: Borea dal nord, Noto dal sud, Zefiro da ovest ed Euro da sud-est.

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    12. Eos è una figura della mitologia greca, dea dell'aurora.

      Esiodo la indica come figlia di due titani: Iperione e Teia. Era sorella di Elio (il Sole) e di Selene (la Luna). È moglie di Astreo, col quale ha generato i venti Zefiro, Borea, Noto ed Apeliote.

      Tra i primi amanti di Eos si nomina lo stesso Zeus, da cui ebbe una figlia di nome Ersa (o Erse), dea della rugiada, altrove ritenuta figlia del padre degli dei e di Selene, sorella di Eos.

      Più tardi fu amata da Ares, il dio della guerra, con cui condivise più volte il suo talamo; sdegnata per il tradimento del suo amante, Afrodite punì la dea sua rivale, condannandola ad innamorarsi di continuo di comuni mortali.
      La maledizione di Afrodite ebbe il suo effetto, quando Eos intravide, durante una sua passeggiata presso la città di Troia, un fanciullo di straordinaria bellezza e di sangue reale, di nome Titone, figlio del re Laomedonte.

      Così, un giorno, la dea lo rapì e lo condusse con sé, rivolgendosi poi a Zeus per concedergli l'immortalità. Dalla loro unione nacquero due figli, Emazione e Memnone, ucciso da Achille durante l'assedio di Troia. Da quel giorno la dea dell'aurora piange inconsolabilmente il proprio figlio ogni mattina, e le sue lacrime formano la rugiada.

      Un altro suo amante mortale è stato Cefalo, marito di Procri.

      Omero la chiama la dea dalle dita rosate per l'effetto che si vede nel cielo all'alba.

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      xxx Nella mitologia romana, Aurora è la dea dell'aurora. Il suo mito deriva da quello della dea greca Eos.

      La dea Aurora si rinnova ogni mattina all'alba e vola attraverso il cielo, annunciando l'arrivo della mattina. I suoi fratelli sono il sole e la luna. Inoltre ha molti mariti e quattro figli, i venti: del nord (Borea), dell'est (Zefiro), dell'ovest (Euro) e del sud (Noto). Uno dei mariti è il vecchio Titone, uomo per il quale la dea aveva ottenuto da Giove l'immortalità, ma, per un errore nella richiesta, non la perenne giovinezza. Più tardi , a Roma, il suo culto viene associato a Matuta nella divintà di Mater Matuta.

      Dante Alighieri la nomina nel Purgatorio nel canto II, 9 e nel canto IX, 1 dove è citata come "la concubina di Titone antico".
      • Esiodo la indica come figlia di due titani: Iperione e Teia.
        Era sorella di Elio (il Sole) e di Selene (la Luna).
        Tra i primi amanti di Eos si nomina lo stesso Zeus, da cui ebbe una figlia di nome Erse (o Ersa), dea della rugiada, altrove ritenuta figlia del padre degli dei e di Selene, sorella di Eos.
        Più tardi fu amata da Ares, il dio della guerra, con cui condivise più volte il suo talamo; sdegnata per il tradimento del suo amante, Afrodite punì la dea sua rivale, condannandola ad innamorarsi di continuo di comuni mortali.
        La maledizione di Afrodite ebbe il suo effetto, quando Eos intravide, durante una sua passeggiata presso la città di Troia, un fanciullo di straordinaria bellezza e di sangue reale, di nome Titone, figlio del re Laomedonte.
        Così, un giorno, la dea lo rapì e lo condusse con sé, rivolgendosi poi a Zeus perché gli concedesse l'immortalità. Dalla loro unione nacquero due figli, Emazione e Memnone, ucciso da Achille durante l'assedio di Troia. Da quel giorno la dea dell'aurora piange inconsolabilmente il proprio figlio ogni mattina, e le sue lacrime formano la rugiada.
        Omero la chiama la dea dalle dita rosate per l'effetto che si vede nel cielo all'alba.
    13. Zeus/ASTERIA

      Asteria è un personaggio della mitologia greca, figlia della titanide Febe e del titano Ceo.

      Asteria fu la sposa del titano Perse, e gli diede una figlia che chiamarono Ecate.

      Per sfuggire all'amore fedifrago di Zeus, Asteria si trasformò in una quaglia, ma la fuga precipitosa la fece precipitare nel mar Egeo. Zeus ne fu addolorato e trasformò Asteria in un'isola, che si chiama anche Ortigia, ovvero "isola delle quaglie". Su quest'isola Leto (sorella di Asterio) trovò asilo e vi partorì Apollo e Artemide. E siccome per la nascita di Apollo, dio del Sole, l'isola fu tutta circonfusa di luce, fu, da allora, chiamata Delo, che in greco significa "la chiara, la luminosa", in coerente simmetria con l'altro nome, Asteria, che significa "stella". ---------------------------

      Asteria è un personaggio della mitologia greca, figlia della titanide Febe e del titano Ceo.

      Asteria fu la sposa del titano Perse, e gli diede una figlia che chiamarono Ecate.

      Per sfuggire all'amore fedifrago di Zeus, Asteria si trasformò in una quaglia, ma la fuga precipitosa la fece precipitare nel mar Egeo. Zeus ne fu addolorato e trasformò Asteria in un'isola, che si chiama anche Ortigia, ovvero "isola delle quaglie". Su quest'isola Leto (sorella di Asterio) trovò asilo e vi partorì Apollo e Artemide. E siccome per la nascita di Apollo, dio del Sole, l'isola fu tutta circonfusa di luce, fu, da allora, chiamata Delo, che in greco significa "la chiara, la luminosa", in coerente simmetria con l'altro nome, Asteria, che significa "stella".

      ORTIGIA
      Secondo la tradizione, Asteria, figlia del titano Ceo e di Febe, per sfuggire alle avances di Zeus si trasformò in quaglia (ὄρτυξ) e si gettò in mare, dove venne mutata in un'isola chiamata, appunto, Ortigia (Apollod. Bibl. 1, 4, 1; Hygin. Fab. 53; Callim. hymn. ad Delum 36 ss.). Questa fu ribattezzata Delo, "la manifesta", dopo che Latona vi partorì Apollo ed Artemide (Schol. ad Apollon. Rhod. Argon. 1, 308 a).
      Un'altra tradizione vuole che Eracle fosse figlio proprio di Asteria e di Zeus: ucciso da Tifone, l'eroe ritornò in vita inalando l'odore di una quaglia, portatagli dall'amico Iolao (Eudox. ap. Athen. 9, 392d).
      L'etimologia di questo nome resta ancora sostanzialmente sconosciuta. Tuttavia, il termine greco ὄρτυξ, che originariamente possedeva un ϝ iniziale ricostruibile dalla forma γόρτυξ attestata in Esichio, può essere accostato al sanscrito vedico vartika- (Chantraine, DELG s. v.). Il corrispondente latino coturnix, invece, sembra derivare dall'onomatopea *kwok, riferibile al suono emesso dall'animale, oppure dal sanscrito katu "penetrante" e rana "grido" (Capponi, Ornithologia Latina, Genova 1979 p.).
      Thompson (A Glossary of Greek Birds, Hildesheim 1966, p.) pensa che il termine greco si sia formato dall'egiziano p.rt = πι.ορτ(υξ), "quaglia", mostrando una certa affinità con π.έρδιξ.




      • ECATE

        Non ci sono molte informazioni redatte su Ecate poiché non ha molta partecipazione in mitologia né ha avuto molte interazioni con altre divinità. Soltanto alcuni dei sono documentati bene in letteratura ed Ecate è una dei molti che sono in gran parte assenti, particolarmente prima del IV secolo. Si spiega questa poca documentazione in relazione al fatto che Ecate ha natali davvero antichi, pre-olimpici e quindi precedenti alle numerose storie narrate intorno agli dei abitanti il famoso monte greco: Ecate ha sempre voluto tenersi in disparte da quel gruppo che riconosceva come poco familiare ed appare in mitologia rare volte, come nell’episodio del rapimento di Persefone in cui racconta l’accaduto alla madre della fanciulla, Demetra, e le intima di rimanere calma e pensare bene sul da farsi.

        Le origini di Ecate sono antichissime. Alcuni studiosi affermano che ella non era originariamente greca, poiché il suo culto aveva viaggiato verso sud (dov’era adorata come Iside già 5000 anni fa) e la maggioranza degli studiosi è concorde nell'affermare che questa figura nasce nell'Asia Minore occidentale (la regione della Caria o della Tracia).

        Il nome di Ecate deriva dalla dea-levatrice egizia Heqit, Heket o Hekat. L’anziana era la matriarca tribale dell’Egitto pre-dinastico ed era nota come una donna saggia. Heket era una dea dalla testa di rana che era connessa con lo stato embrionale quando il seme morto si decompone e inizia a germinare. Ella era inoltre una delle levatrici che assistono ogni giorno alla nascita del Sole. Tutte queste analogie con Ecate, al di là del nome, farebbero pensare ad un archetipo comune.



        In pochi, inoltre, conoscono Heka:

        "Ra donò all'umanità Heka come un'arma per respingere l'effetto degli eventi pericolosi."
        (Istruzioni per Merikara, 2000 a.C.)

        Heka era visto come la manifestazione dell'energia divina di Ra donata agli uomini per creare parole e azioni, in modo da eguagliare la forza cratrice del sole.
        E' anche l'energia magica insita negli esseri viventi, nei simboli del potere.
        Uno dei titoli del dio Heka era "Colui che consacra le immagini", riferendosi all'abilità del dio di dare poteri ai pensieri creativi e alle azioni e tradurli nei loro quivalenti fisici nel modo fisico. Cosi Heka era anche percepito come la forza animata che si manifesta in ogni atto rituale.

        Ecate è, come sappiamo, strettamente collegata agli incantesimi, alla magia. L'assonanza con nome e la natura di queste due divinità ne autorizzano il riconoscimento della medesima etimologia.

        Il nome Ecate, tuttavia, avrebbe anche altre interpretazioni: ekaton (cento), ekati (a proprio piacimento) oppure ekatos (saettatore, che colpisce da lontano).

        La prima è moderna e piuttosto superficiale, derivante dal fatto che le anime dei defunti che non avevano ricevuto una degna sepoltura avrebbero dovuto vagare per cento anni sulle rive dell'Acheronte senza trovare pace; in questo caso viene sottolineata in Ecate la sua custodia delle zone di confine. Legare Ecate all’avverbio “a proprio piacimento” delinea in maniera maggiore la fisionomia di questa divinità tenendo conto dell’opera di Esiodo Teogonia, il testo più antico ritrovato in cui si parla di Ecate. Ekatos è oggi l'ipotesi più accreditata anche perché intorno agli anni ' 60 P. Chantraine nel suo Dictionnaire étymologique de la langue grecque ha canonizzato questa idea e da allora non si è più tornati molto sull'argomento. Ecate “saettatrice” è in diretta associazione con Artemide, sua cugina sia di natali che celeste, un’associazione che nasce nel VII sec. a.C. ma che si consolida solo due secoli dopo.

        In ogni caso, l’antichità di Ecate, e quindi la sua importanza, fu riconosciuta da quelle divinità pre-olimpiche che Zeus e la sua corte hanno spodestato. Infatti, sebbene non fosse considerata parte della compagnia olimpica, ella mantenne il dominio su cielo, terra e mondo sotterraneo facendone la custode della ricchezza e delle benedizioni della vita. Zeus stesso onorò Ecate così tanto che le concesse sempre l’antico potere di donare o negare ai mortali i loro desideri. Non osò quindi destituirla, nonostante il potere di Ecate rimaneva grande quanto se non più del suo.



        Ecate è esperta nelle arti della divinazione. Ella dona agli umani i sogni e visioni che, se interpretati saggiamente, portano a grande chiarezza. Inoltre, conseguentemente alla sua associazione con Persefone, ella è connessa con la morte e la rigenerazione. La sua presenza è permesso, nella terra dell’aldilà, di speranza pre-ellenica di rinascita e trasformazione in opposizione ad Ade, che rappresenta l’inevitabilità della morte.



        Esiodo nella Teogonia afferma che Ecate era figlia dei due titani Perse ed Asteria, una dea stellare, entrambi simboli della luce splendente. Asteria era una delle sorelle di Leto, che diede alla luce Apollo e Artemide, facendo dunque di Ecate una cugina di Artemide.



        Perse, figlio di Krios ed Euribia, era associato alla distruzione, sia in agricoltura che in guerra. Alcune fonti suggeriscono che egli era a volte dipinto in spoglie canine, in modo simile ad Anubi, dio egiziano dalla testa di sciacallo associato all'aldilà. Questo è interessante se pensiamo al fatto che Ecate è regolarmente associata con i cani e con il mondo dei morti. Asteria, invece, è la dea titana che governa visioni, oracoli, sogni, profezie e nercromanzia. Era anche associata a meteoriti, comete e astrologia. Di nuovo un chiaro collegamento ad Ecate, dea della magia, dei prodigi e del cielo notturno. Ricordiamo che Asteria ospitò la sorella Leto sotto forma di isola quando quest'ultima era perseguitata da Pitone agli ordini della gelosa Hera, che aveva ordinato a tutta la terra di non dare rifugio alla titana. Asteria volle sfuggire all'amore di Zeus, che la trasformò in quaglia. La quaglie precipitò nel mare Egeo e divenne un'isola (oggi chiamata Ortigia "isola delle quaglie", nelle vicinanze di Siracusa); quest'isola aveva la proprietà di non essere ancorata al fondale e di nuotare quindi libera, fino al momento in cui Leto dette alla luce i suoi gemelli e l'isola fu fissata al fondo del mare da Zeus o, secondo altri, da Poseidone. Per la nascita di Apollo l'isola fu tutta circonfusa da luce e da allora chiamata Delo», che in greco è come dire «la chiara, la luminosa».

        Una tradizione più antica la vede come una dea ancora più primitiva e ne fa la figlia di Erebo e Notte. Altri studiosi hanno scoperto che alcuni documenti fanno di Ecate la figlia di Gea e di Ponto, mentre una tradizione più tarda dice che Ecate era la figlia di Zeus ed Era. In realtà la versione più accreditata è la prima, mentre quest'ultima è decisamente senza senso.



        Ecate era considerata una grande dea portatrice di benefici e benedizioni sicuramente fino al V sec. a.C., e sebbene da questo momento il suo lato più oscuro inizia a prendere piede, ancora sotto Silla (I sec. a.C.) ella era una dea romana delle feste pubbliche, quindi associata all'abbondanza, alla letizia e ai benefici.

        Durante il Medioevo, come abbiamo visto, Ecate divenne nota come Regina delle Streghe. Sebbene vada da sé che la dea incarnò per le donne che venivano chiamate "streghe" la loro protettrice, per la saggezza, l'illuminazione e gli insegnamenti che ella portava loro, in realtà questo nome venne affibbiato ad Ecate dalle autorità cattoliche. Queste affermavano che le persone più pericolose per la fede erano coloro che erano protette da Ecate, come levatrici, guaritori, saggi, erboristi, ecc. Per non parlare dei pagani, ovvero gli abitanti dei villaggi (pagus) dove l'insegnamento cattolico stentava ad arrivare o a insediarsi: i contadini, così attaccati ai rituali ed alle divinità della terra, vennero tacciati di adorazione del diavolo. Fu proprio in questo periodo che la potenza di Ecate fu offuscata dalle dicerie e dalle menzogne cattoliche che iniziarono a ritrarla come una vecchia brutta, bitorzoluta, cattiva e che lanciava maledizioni mentre portava a spasso il suo gregge di streghe.







        (Agostino Veneziano, Trionfo notturno di Ecate, incisione, XVI sec.)

        Questa opera di falsificazione della figura di Ecate continuò nel XVI sec., in cui Ecate addirittura è sinonimo nell'immaginario collettivo del Male, testimoniato dalla figura accanto che ritrae la divinità e un suo folle seguito mentre rapisci bimbi e giovinetti. Questo corteo non rispondeva a quello di Ecate nella tradizione greco-romana, sebbene le figure demoniche che popolavano il folklore greco e che potevano costituire il corteggio di Ecate (Lamia, Empusa, Mormò, Gorgò e simili), così come i demoni mesopotamici (Lamashtu, Lilu, Ardat-Lili e simili) avevano queste caratteristiche.

        Accade invece nel Rinascimento che questi personaggi minori vengono dimenticati oppure più semplicemente associati e fusi insieme nel personaggio di Ecate (come già succedeva in alcuni casi anche in età greca). In questo periodo, artisti come Shakespeare menzionano Ecate nelle loro opere, ma è una dea ormai troppo associata alla stregoneria e al mondo degli spettri. Sicuramente gli studiosi come anche gli artisti conoscevano bene le origini di Ecate, ma il tentativo di aver mordente tra la massa li costringeva ad adottare le stesse immagini familiari a chi non aveva accesso agli studi.

        "Nel XIX sec. Ecate divenne (con l’eccezione della sopravvivenza del suo culto in Italia presso il lago Averno e altri posti in Grecia) una figura oscura conosciuta quasi esclusivamente fra gli studiosi. Poiché poco materiale scritto riguardo Ecate è sopravvissuto (e per altre ragioni) questi stessi studiosi la classificarono come una divinità minore e poco importante, e molti di loro di conseguenza tesero a ignorare il suo ruolo nel mito classico e nella cultura europea, minimizzarlo o semplicemente demonizzarla. Nonostante questa stereotipizzazione clamorosa, nel XX sec. Ecate, come parte di una riesaminazione globale del ruolo della Dea Oscura nel credo pagano, ritornò ad una posizione di preminenza. Ella trovò rispetto in una larga area di vari prospettive e culti e come un archetipo del lato oscuro della natura femminile, fu inclusa da molte streghe femministe nel loro pantheon dela Grande Dea Madre. Fu addirittura abbracciata da molti pagani come loro esclusiva divinità.

        Allo stesso tempo, i suoi tributi ctonici la portarono ad essere adottata da un numero di gruppi non tradizionali considerati parte del movimento satanico. Fu anche la sua associazione con il sangue, la vita dopo la morte e la rinascita che fu motivo di connessione con i gruppi odierni di vampiri; ciò anche a causa del ritenuto corteo formato da creature vampirische quali Lamia ed Empusa.

        Comunque, riemergendo dall’oscurità nel dialogo sociale del XXI sec., Ecate non è ancora totalmente accettata e benvoluta. Ci sono ancora studiosi che, contro ogni evidenza del contrario, continuano a seguire le vecchie credenze e ad accantonarla come una spaventosa dea della notte, senza esaminare ulteriormente la sua figura. Inoltre, sebbene molti pagani la includono nei loro sistemi di credenze e culto, ce ne sono ancora molti che insistono al meglio nel vedere Ecate come l’aspetto pericoloso della Madre Oscura e, al peggio, nel rifiutarla completamente in nome del “politically correct”. Questo rifiuto è dovuto non solo all’eccessivo sottolineare il suo aspetto ctonio ma anche a casa della sua forte associazione con l’uso della magia, che alcuni pagani tendono a vedere come una pratica coercitiva e una violazione diretta del Rede. Ciò ha coinciso con un più largo e crescente criticismo sul Rede stesso da parti di altri pagani e ha creato, a volte, degli scismi. Comunque andranno le cose intorno al paganesimo come religione, Ecate rimarrà ancora per molto una figura controversa."
    14. Zeus/PERSEFONE (Proserpina)


      Persefone, o Kore (o Kora, fanciulla), chiamata anche Core, è una figura della mitologia greca, fondamentale nei Misteri Eleusini, entrata in quella romana come Proserpina.


      Mito di Persefone [modifica]

      Figlia di Zeus e di Demetra, venne rapita da Ade, dio dell'oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò senza appetito solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però il trucco di Ade: chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l'eternità. Secondo altre interpretazioni, il frutto che nel mito stabilisce il contatto con il regno dell'oltretomba non è il melograno ma, a causa delle sue virtù narcotiche e psicotrope, l'oppio, la cui capsula è peraltro straordinariamente simile (eccetto che per le dimensioni, più ridotte) al frutto del melograno.

      La madre Demetra, dea dell'agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e fertilità delle terre, reagì adirata al rapimento impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l'intervento di Zeus si giunse ad un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno. Così Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra.

      Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera ed in estate.

      Questo era un mito che esaltava insieme il valore del matrimonio (sei mesi a fianco dello sposo), la fertilità della Natura (risveglio primaverile), la rinascita e il rinnovare la vita dopo la morte, motivi questi che rendevano la dea Persefone particolarmente popolare e venerata.

      Persefone contese ad Afrodite il bell'Adone, riuscendo a trascinare la questione fin davanti a Zeus che preferì, per non scontentare nessuno, affidarlo separatamente ad entrambe.

      Una tradizione diversa faceva di Persefone una figlia di Zeus e di Stige. Fu generata dal dio dopo la sconfitta dei Titani, avvenuta durante la Titanomachia. Nella mitologia romana a Persefone corrispondeva Proserpina e a sua madre Demetra la dea Cerere, al cui culto era preposto un flamine minore.


      Alcuni studiosi sostengono che Persefone rapita da Ade, quando ebbe la possibilità di scappare a sorpresa decise di rimanere nell'oltretomba col suo sposo.


      Archeologia [modifica]


      Testimonianze magno-greche del culto dedicato a Persefone sono oggi rappresentate dal notevole quantitativo di reperti rinvenuti nell'area di Reggio Calabria, soprattutto presso gli scavi di Locri Epizefiri dei quali uno smisurato numero di Pinakes (tavolette votive in terracotta) è custodito al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio; mentre la magnifica "Statua di Persefone" esposta oggi al museo di Berlino, fu trafugata da Locri nel 1911 o da Taranto nel 1912[1], ed acquistata da un emissario del Kaiser di Prussia dopo aver migrato per Spagna e Francia. Un ulteriore testimonianza del culto di Persefone ci viene da Oria, dove fu presente ed attivo dal VI secolo a.C. fino all'età romana, un importante santuario (oggi sito presso Monte Papalucio), dedicato alle divinità Demetra e Persefone. Qui vi si svolgevano culti in grotta legati alla fertilità. Gli scavi archeologici svolti negli anni ottanta, infatti, hanno evidenziato numerosi resti composti di maialini (legati alle due divinità) e di melograno. Inoltre, a sottolineare l'importanza del santuario, sono state rinvenute monete di gran parte della Magna Grecia, e migliaia di vasi accumulatisi nel corso dei secoli come deposito votivo lungo il fianco della collina. Di particolare interesse sono alcuni vasetti miniaturistici ed alcune statuette raffiguranti colombe e maialini sacri alle due divinità cui era dedicato il luogo di culto. Altri esempi di ritrovamenti della Kore si hanno a Gela, una delle capitali della Magna Grecia. Diversi reperti sono custoditi presso il Museo Regionale di Gela, tra i più ricchi presenti nell'Isola.


      Mitopsicologia [modifica]

      Kore è l'archetipo della fanciulla, nata e cresciuta in un ambiente profondamente femminile, allegra e leggera, sempre positiva. È attratta da Ade, il lato oscuro degli uomini, e di lui ha bisogno. È associata ai simboli della fertilità.
      Audrey Hepburn in Vacanze romane era una Kore. La vispa Teresa ne è un altro esempio, in cui si accentua il lato sventato, di giovine imprevidente: la donna Persefone è distratta, svagata, poetica.

      Necessita di tornare periodicamente dalla madre, in quella primavera della quale si nutre da sempre: è di solito una casa ricca di affetti, di cose, di cultura femminile, che le impediscono di crescere veramente.
      Ade è costretto ad aspettarla pazientemente, ma sa che tornerà.

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      Persefone nella mitologia greca era la dea della vegetazione primaverile. Era figlia di Zeus e di Demetra e crebbe in Sicilia fino al giorno in cui Ade il signore dei morti, la rapì perchè si era innamorato di lei e la sposò (vidi "mito di Demetra e Persefone"). Demetra sconvolta per la sorte della figlia, decretò che per i sei mesi che Persefone sarebbe stata nell'Ade ci sarebbe stato l'autunno-inverno mentre per i sei mesi in cui sarebbe stata sulla terra, ci sarebbe stata la primavera-estate. Per questi motivi Persefone è considerata la dea della vegetazione primaverile ma anche una divinità lunare per la coincidenza della sua "comparsa - scomparsa" con le fasi della luna.


      Persefone come signora del regno dei morti giudicava le anime assieme al marito Ade ed era suo compito strappare il fatale capello che, secondo le credenze degli antichi, legava ciascun uomo alla vita.




      Persefone alla quale si sacrificavano vacche nere e sterili e il cui emblema è il papavero aveva la base del suo culto in Sicilia, in Beozia e ad Eleusi.

      Veniva chiamata anche Kore (o Core) ed in suo onore si celebravano in Grecia le Eleusine ed in Sicilia le Antesforie.


      Nella mitologia latina Persefone era identificata con Proserpina e presiedeva alla crescita ed al germogliare delle messi. In suo onore si celebravano i giochi Tarentini che duravano tre giorni ed erano caratterizzati da un'eccessiva sfrenatezza.
      •  Zagreo: Nome di un'antica divinità ctonia; figlio di Zeus e Persefone, identificato spesso con Dioniso.
        Le ipotesi piú probabili e piú seguite sono due.
        La prima, proposta da Chantraine (DELG), da B. Mader (in Snell, Lex. fr. Ep.) e da Perpillou (Les substantifs grecs en -εύς, § 389) è quella della derivazione dal nome della montagna Ζάγρος in Asia Minore; in questo caso non avrebbe senso cercare un'etimologia all'interno del greco.
        La seconda, proposta da Frisk (Gr. Et. Wört.) e approvata anch'essa da B. Mader, è quella di un confronto con ζάγρη, "trappola per animali", che si spiegherebbe con un prestito da un dialetto dorico - nord/ovest di *ζαγρέω = ζωγρέω, "intrappolare esseri viventi", "catturare prede vive". Chantraine ritiene invece questo rapporto indimostrabile.
        Carnoy (DEMGR) propone che si tratti di un derivato dal pelasgico ζάγρα, derivante dall'indoeuropeo *ghǝgh, ampliamento da ghe, "rimanere a bocca aperta", che si ritrova per esempio nell'antico islandese gj grar, "fessura di roccia": sarebbe quindi avvenuta un'assibilazione della - g -.
        Gli antichi hanno analizzato la parola come ζ-αγρεύς = * δι-αγρεύς, "il perfetto cacciatore", ipotesi accettata da Pape e Benseler (WGE): si tratta di un'etimologia popolare.
      • Sabazio: Dio frigio, considerato figlio di Zeus e Persefone (Diod. Sic. 4, 4, 1; Hesych. s. v. Σαβάζιος).
        Chantraine (DELG, s. v. σαβακός) mette questo nome in rapporto con σαβακός, "effeminato".
        Carnoy (DEMGR) propone invece due spiegazioni:
        1) Dall'indoeuropeo *keuad-io, "il potente", seguendo le regole del pelasgico fissate da Van Windekens (Le Pélasgique) secondo cui la gutturale anteriore k- diventa s- o z- e la -u- (consonantica) fra vocali diviene b- .
        2) Dall'indoeuropeo *sab-, "succo", visto che Sabazio è spesso assimilato a Dioniso (cfr. Grimal, DMGR).
      •  Eubuleo: Nome di un eroe legato al culto di Demetra a Eleusi; figlio del sacerdote Trochilo (o anche di Dysaules), e fratello di Trittolemo, fuggito da Argo in Attica;
        si chiamava cosí anche un guardiano che pascolava i porci dove Ade trascinò Persefone agli Inferi (Pausan. 1, 14, 2; 9, 8, 1). Il nome compare nelle laminette orfiche, associato con Dioniso.
        Si tratta di un composto di εὖ, "bene" e di βουλή nel senso di "consiglio"; significa dunque "dal buon consiglio, buon consigliere
    15. Zeus/SELENE

      Divinizzazione della luna, figlia di Iperione e di Teia, o del titano Pallante o di Elio (Apollod. Bibl. 1, 2, 2).
      Il nome deriva, come affermano unanimemente Chantraine (DELG, s. v. σελήνη), Frisk (Gr. Et. Wört., s. v.) e Carnoy (DEMGR), da σέλας, "splendore", con un suffisso *-να, come il latino luna, è tratto da lux + na (Ernout-Meillet, DELL, s. v. luc-/luc-): significa quindi "la luminosa". Il termine è un sostituto di μήνη, femminile derivato dal nome indoeuropeo di luna, che era maschile: *mens. Questa sostituzione sembra dovuta ad un tabu linguistico che ha continuato ad agire in greco moderno con la creazione di φεγγάριον; la luna, infatti, che è un astro notturno, è legata al mondo misterioso e pericoloso dell'oscurità. W. Havers (Neuere Literatur zum Sprachtabu, pp. 79-85) osserva che il nome della luna ha avuto la tendenza a diventare femminile in diverse lingue indoeuropee: una potenza femminile in opposizione al sole maschile.

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      xxx Nella mitologia greca Selene (in greco Σελήνη, "luna"; etimo: "la risplendente"[1]) è la dea della luna, figlia di Iperione e Teia, sorella di Elio (il sole) ed Eos (l'aurora).

      Selene è la personificazione della luna piena, insieme ad Artemide (la luna crescente), alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate (la luna nuova). La dea viene generalmente descritta come una bella donna con il viso pallido, che indossa lunghe vesti fluide bianche od argentate e che reca sulla testa una luna crescente ed in mano una torcia. Molte rappresentazioni la raffigurano su un carro trainato da buoi o su una biga tirata da cavalli, che insegue quella solare.

      Fu amante di Zeus, dal quale ebbe Pandia ed Erse (la rugiada). Ebbe una relazione con Pan, che per sedurla si travestì con un vello di pecora bianca e Selene vi salì sopra.

      Un altro mito che la riguarda è quello dell'amore per Endimione, re dell'Elide. Selene si innamorò del bellissimo giovane ed ogni notte lo andava a trovare mentre dormiva in una grotta del monte Latmo, in Asia Minore. Pur di poterlo andare a trovare ogni notte, Selene gli diede un sonno eterno e dalla relazione nacquero cinquanta figlie.

      Nella mitologia romana fu associata a Luna; il tempio della Luna si trovava a Roma sull'Aventino.


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      Altre versioni [modifica]

      Selene, una storia romanticissima e un po' triste: un giorno vide in una grotta un giovane addormentato, Endimione; se ne innamorò perdutamente e lo baciò sugli occhi; ne nacque un grande amore, che diede la luce a ben cinquanta figlie; ma Selene non sopportava l'idea che un giorno il suo amante potesse morire, e lo fece sprofondare in un sonno eterno per poi andare a trovarlo ogni notte. Endimione dormiva con gli occhi aperti, per poter vedere l'apparizione della sua donna. Altre versioni meno romantiche della storia sostengono che Endimione avesse chiesto a Zeus di dormire per non perdere la sua giovanile bellezza, o addirittura per evitare che Selene rischiasse un'ulteriore gravidanza! Selene comunque non perde il suo fascino di personificazione della luna, che regala un po' di luce alla notte e un po' di sogno alla realtà.

      • Il leone di Nemea o leone Nemeo è un animale della mitologia greca. Era figlio di Ortro ed Echidna oppure, secondo un'altra versione del mito, di Echidna e Tifone. In un'altra versione era invece figlio di Zeus e Selene, e quindi fratellastro di Eracle.

        Il leone Nemeo è un mostro invulnerabile, inviato a Nemea da Era per distruggere Eracle. Nacque vicino a Nemea, nell'Argolide e si insediò in una grotta con due uscite. La sua pelle non poteva essere trapassata, né bucata o scalfita da nessun tipo di arma, era indistruttibile. Il temibile leone era dunque una belva invulnerabile.

        Era un vero flagello per il popolo di Nemea, poiché attaccava uomini e greggi, facendo razzie. Per terrore dei suoi ruggiti, la gente aveva smesso di lavorare e la popolazione veniva divorata dal felino.

        Fu sconfitto da Eracle, nella prima delle dodici fatiche. Giunto a Nemea, messosi in caccia del leone, Eracle lo cercò a lungo, ma ovunque trovava solo campi disseminati di cadaveri degli uomini uccisi dal leone. Finché un tremendo ruggito scosse la foresta. Il leone aveva trovato Eracle e si preparava a sbranarlo. Eracle prese in mano l'arco e lo colpì con tutte le sue frecce, ma tutte si limitarono a rimbalzare sulla fitta pelliccia dell'invulnerabile animale. Il leone lo attaccò, menando fendenti con i suoi artigli e distrusse l'armatura dell'eroe che fu costretto a battersi nudo. Il leone ferì Eracle al petto con una zampata. Eracle usò la spada, che però si piegò inutilmente. Allora afferrò la clava e vibrò un colpo così forte che la clava si spezzò in mille pezzi e in mano gli rimase un inutile moncone. Ma il leone non era nemmeno ammaccato. Tornò dentro la sua caverna, ma non per dolore, per via delle orecchie che ronzavano. Eracle lo inseguì e combatté con lui. Nel terribile duello corpo a corpo, il leone strappò un dito a Eracle. Ma alla fine l'eroe afferrò il leone per la testa e la folta criniera e alla fine il leone si accasciò a terra sconfitto, strangolato. Eracle se lo caricò in spalla in segno di trionfo e lo portò a Micene, dove terrorizzò Euristeo, che gli ordinò di riportarlo indietro. Eracle così fece.

        Alla morte, il leone Nemeo fu posto da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del leone.
      • Pandia è una figura della mitologia greca. Figlia di Zeus e di Selene, era la personificazione del plenilunio e quindi dea della luna piena. Viene ricordata tra gli altri dei immortali, dai quali si distingue soprattutto per la sua avvenenza.

        Veniva celebrata con il padre Zeus in una festa ateniese nel mese di Elafebolione. feste che si celebravano ad Atene al termine delle Dionisie urbane in onore di Pandia, figlia di Selene e Zeus, In origine erano le feste più importanti d'Atene, ma con l'affermarsi delle Panatenee si ridussero ad appendice delle Dionisie.

    16. Zeus/CALLIOPE

      Il nome significa "dalla bella voce". Fu la Musa ispiratrice a Omero dell'Iliade e dell'Odissea. La Maggiore fra le Muse, e la più saggia e sicura di se, fu giudice nella disputa fra Afrodite e Persefone su chi di loro dovesse frequentare Adone, decidendo che ciascuna di loro avrebbe trascorso lo stesso periodo di tempo con l'amato. E' conosciuta con una stilo con cui srive su tavolette di cera, o con un rotolo, o con un libro, e in capo porta una corona d'oro. Da Apollo ebbe i due figli Orfeo e Lino. Da Zeus suo padre, ebbe figli i coribanti che erano i sacerdoti di Cibele (divinità nata dall'unione tra Gea e Urano). Onoravano la loro dea con danze sfrenate e orgiastiche, durante queste rumorosissime feste spesso si infliggevano volontariamente delle ferite. Inventori del tamburo a cornice, creavano musica basata sul ritmo ossessivo per curare l'epilessia e per sconfiggere la malinconia di Zeus. Inoltre onoravano il pino in onore di Attis (figlio della dea).

      I Coribanti erano i sacerdoti di Cibele

      Onoravano la loro dea con danze sfrenate e orgiastiche, durante queste rumorosissime feste spesso si infliggevano volontariamente delle ferite. Inventori del tamburo a cornice creavano musica basata sul ritmo ossessivo per curare l'epilessia e per sconfiggere la malinconia di Zeus. Inoltre onoravano il pino in onore di Attis (figlio della dea).
       
    17. Zeus/MAIA

       Ninfa del monte Cillene in Arcadia, figlia di Atlante e Plione. E' una delle sette figlie di Atlas.
      Il nome deriva da una radice ma- : si tratta di un nome di carattere familiare, significa "piccola madre.


      Con Zeus ebbe figlio Ermes o Mercurio.
      Mercurio è il più intelligente di tutti gli dei olimpici ed è messaggero degli dei; per questo porta dei sandali dorati e alati, un cappello alato ed un’asta magica.

      E’ il dio del commercio e dei ladri, la guida alle anime dei morti verso il mondo sotterraneo ed è quello che porta sogni ai mortali. Aveva inventato la lira, la scala musicale, l’astronomia, i pesi e le misure.

      Come molti dei, Mercurio ha anche relazioni amorose con dee, ninfe e mortali. Pan, mezzo uomo e mezzo caprone, nacque dalla sua unione con Driope (la figlia del re Driops). Anche Abderus era suo figlio; era il compagno dell’eroe Ercole.

      Ermafrodite era nato dall’unione di Mercurio e di Afrodite ed era una divinità androgena. Mercurio era adorato in tutta la Grecia, specialmente in Arcadia; i festival in suo onore erano chiamati Ermea.


       


      Eolo — non il Dio e padre dei venti, ma il progenitore della gente eolica, una delle grandi stirpi degli Elleni — aveva avuto dodici figli. Uno di questi Atamante, re dei Mini nella Beozia, aveva sposato Nefele, la dea della nube, dalla quale gli erano nati un figlio e una figlia: Frisso ed Elle; poi era passato a seconde nozze con una donna mortale, Ino, figlia di Cadmo, fondatore di Tebe.


      La matrigna non amava i figliastri e cercò di perderli. Indusse le donne del paese a seminare chicchi di grano tostato, dai quali, naturalmente, non germogliarono messi. Una grave carestia scoppiò e il re mandò uomini a interrogare l'oracolo di Delo. Ino corruppe i messaggeri e questi, ritornando da Delo, riferirono non il responso dell'oracolo, ma le parole imposte dalla regina.
      — La carestia cesserà soltanto se Frisso sarà sacrificato a Giove (Zeus).
      «Cominciamo con Frisso — si era detta la matrigna — dopo penseremo a Elle». Atamante amava i suoi figli e di sacrificare Frisso non voleva affatto saperne; ma i sudditi insorsero ed egli dovette piegare il capo. Furono fatti i preparativi per il sacrificio e il giovinetto era vicino all'altare, quando Nefele, la madre divina, mandò un ariete dal vello d'oro, che le era stato donato da Mercurio (Ermes) e che poteva correre liberamente così sulla terra come attraverso il cielo; Frisso ed Elle montarono sulla groppa dell'ariete e l'ariete, levatosi a volo, in pochi istanti sparì all'orizzonte.
      — Non guardare in giù, sorellina, non guardare in giù — aveva subito raccomandato Frisso.
      Malauguratamente a un certo punto del viaggio Elle abbassò gli occhi, fu colta da vertigini, cadde e annegò in quel tratto di mare che da lei prese il nome di Ellesponto.

      Il vello d'oro era, secondo la mitologia greca, il vello di ariete d'oro capace di volare, che Ermes donò a Nefele e che fu, in seguito, rubato da Giasone.

      L'origine del mito [modifica]

      Nefele fu ripudiata dal marito Atamante, che sposò in seguito Ino. Ino odiava Elle e Frisso, i figli che Atamante aveva avuto da Nefele, e cercò di ucciderli per permettere a suo figlio di salire al trono.

      Venuta a conoscenza dei piani di Ino, Nefele chiese dunque aiuto ad Ermes, che le inviò un ariete dal vello d'oro. Esso caricò in groppa i due e li trasportò, volando, in Colchide. Ma Elle cadde in mare durante il volo ed annegò. Frisso invece arrivò a destinazione, dove venne ospitato da Eete.

      Frisso dunque sacrificò l'animale agli dei, donando il vello ad Eete, che lo nascose in un bosco, ponendovi un drago di guardia.

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      Giasone e gli argonauti [modifica]

      Il vello venne successivamente rubato da Giasone e dai suoi compagni, gli Argonauti, con l'aiuto di Medea, figlia di Eete.

      Il mito sembrerebbe rifarsi ai primi viaggi dei mercanti-marinai proto-greci alla ricerca di oro, di cui la penisola greca è assai scarsa. Da notare che tuttora nelle zone montuose della Colchide e delle zone limitrofe, vivono pastori-cercatori d'oro seminomadi che utilizzano un setaccio ricavato principalmente dal vello di ariete, tra le cui fibre si incastrano le pagliuzze di oro.

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      Il capo e organizzatore della spedizione, Giasone, era figlio di Esone, ed era discendente del dio Eolo. L’eroe viveva a Iolco, dove suo zio Pelia aveva usurpato il regno di Esone.
      Il giovane Giasone venne affidato, per crescere bene, alle cure del Centauro Chirone, che gli insegnò oltre a l’arte della guerra anche la medicina.

      L’avventura per la conquista del Vello iniziò quando Giasone, divenuto adulto, tornò al suo paese, vestito in modo bizzarro: indossava una pelle di pantera, ed aveva un piede scalzo. Il giovane arrivò nella piazza di Iolco mentre Pelia sta eseguendo dei sacrifici per gli dei. Il re non riconobbe Giasone, ma si spaventò davanti a quella strana figura perché un oracolo gli predisse sciagure causate da un uomo che camminava con un piede nudo.

      Dopo qualche giorno Giasone richiese allo zio il trono. Pelia richiese il Vello d’oro dell’ariete che aveva trasportato Frisso in salvo in cambio delregno.


      Dovendo Giasone sottrarre il vello d’oro che Eete, re della Colchide, aveva nascosto nel tempio di Marte, convocati i generali più forti della grecia, costruì una nave, che chiamarono Argo, prese le travi dal monte Pelio. Tife (cerca gebat); Orfeo sollevava con il canto il tedio della navigazione, gli altri eroi, che sono chiamati dal popolo Arg onauti, agitavano i remi.

      Solo Ercole ritardava un poco il corso, o perchè opprimeva la nave con il peso del corpo, o perchè voleva riempire di cibo il suo ventre. Questo, bevuta tutta l’acqua conservata in (candis), mandò il giovane Ila a cercarla alla vicina fonte (lymphas). Non ritornando Ila, caduto nella fonte, Ercole uscì dalla nave per cercarlo, così liberati gli alleati vennero liberati dal suo peso. Tuttavia la nave, superato il ponto eleusino, toccò la colchide, dove Giasone, strappò il vello d’oro, con l’aiuto di Medea, figlia del re Eete, che dopo, per evitare l’ira del padre, fuggì con Giasone in Tessaglia.

      Argo

      Argo era la mitica nave che portò Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d'oro.

      Argo venne costruita dal carpentiere Argo, e il suo equipaggio era protetto dalla dea Era. La principale fonte che ci ha trasmesso questo mito è Le Argonautiche di Apollonio di Rodi.

      Secondo alcune versioni di questo mito, si diche Argo fosse stata progettata o costruita con l'aiuto di Atena. Secondo altre versioni questa nave conteneva nella sua prua un frammento di