Concorso di Lingua Siciliana.
Preghiamo cortesemente alla Vostra Scuola la partecipazione di tutti gli studenti
al nostro concorso di Cuntura e Puisi in siciliano, sperando che sia un occasione
in più per il recupero della nostra “lingua” che ormai perde una parola al giorno.
Abbiamo voluto utilizzare la parola lingua nello spirito di Noam Chomskj, il quale
pone la differenza fondamentale tra una lingua e un dialetto asserendo che la prima
ha la tutela attiva di uno stato, mentre il dialetto vive ai margini dell’ufficialità.
Quasi tutte le lingue regionali sono tutelate dallo Stato Italiano, dalla Legge
3366 del 25 novembre 1999, chiaramente è stata esclusa la Lingua Siciliana perché
non ha trovato neanche un deputato che ne perorasse in Parlamento il semplice diritto
all’esistenza, bravi i nostri rappresentanti onorevoli siciliani… Il 21 febbraio
del 2001 l’UNESCO ha indetto la Giornata Mondiale delle Lingue Materne. Studiosi
affermano che delle attuali 6700 lingue del Mondo questo secolo ne vedrà scomparire
il 90%. E sempre più Popoli avranno problemi d’identità.
Sperando che questo concorso sia un’occasione in più per la Vostra Scuola per argomentare
sul recupero della memoria storica, culturale e linguistica Siciliana, ci aspettiamo
una piena adesione.
RingraziandoVi porgiamo i più cordiali saluti.
Il Presidente
Prima conclusione, non ho avuto nessuna risposta da nessuna scuola, tranne la media
inferiore di Siculiana, per ovvi motivi. Rimanendo sensibili al lavoro degli insegnanti
che è diventato veramente pesante, oltre che le scuole si adoperano nel loro programma
al recupero della memoria storica. A questo punto vorrei riportarvi una parte di
un mio articolo recente SICILIANiTA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO:
Giovedì 17 novembre 2005 leggo nella pagina Cultura e spettacoli del quotidiano
LA SICILIA, un intervista a Silvana Grasso dal titolo: Silvana e l’anarchico disìo.
Questo articolo mi ha colpito per due motivi fondamentali: La questione della Lingua
Siciliana e la Sicilianità. Il bravo intervistatore pone la seguente domanda: -Che
cosa ha il siciliano che l’italiano non ha?
Risposta: -Animus e anima. L’italiano “letterario” di oggi ha il
fascino di un cadavere in fase d’autopsia.
Domanda: -Disìo, come gli altri suoi romanzi, è impreziosito da
sapiente uso del siciliano. Eppure, per chi cresce e
studia in Sicilia, non sempre il siciliano è considerato
sapiente. Per molti è una sorta di tabù, ed è divieto
parlare siciliano a scuola o, peggio ancora, a casa.
Perché? Da dove, secondo lei, nasce la vergogna?
Risposta: - (…)La vergogna è non flagellare una scuola così,
che impone a una lingua il cilicio dell’abitudine, del
tedio, della mortificazione espressiva.
La Scrittrice Grasso ha trovato nel suo linguaggio la vitalità linguistica, come
Verga ieri come Camilleri oggi, utilizzando, liberando, quel Siciliano ingabbiato
in quella lingua artefatta dell’italiano che ci costringe a tradurre continuamente
dal nostro pensiero siciliano allo strumento lingua italiano. E fin quando scriviamo
allora esce quella forma meccanicista, che a volte ha fatto la fortuna della letteratura
siciliana in italiano, ma quando parliamo, lì nascono i problemi, gli intercalari,
le parole non parlate, tratte chissà da quale circolare ministeriale, eccetera.
Ricordo ancora le interviste di Leonardo Sciascia alla radio… Lo sappiamo che la
fortuna della lingua italiana è la televisione, ma lo stesso mezzo la sta depredando,
la sta straziando con tutti gli abusi linguistici e i barbarismi che molta gente
mediocre protagonista di questo mezzo compie continuamente. Il siciliano diventa
sempre più letteratura, sempre più cult. E il motivo è nella scoperta dell’anima
che ha questa lingua, quella forma di liberazione della nostra entità sicilianità
che spesso riteniamo rilegata dentro noi.
Ormai sempre più spesso gli autori siciliani usano frasi, parole e intercalari della
lingua siciliana, famosissimo è Camilleri. Tra gli ultimi la bravissima Simonetta
Agnello Horbi con il suo grande successo LA MINNULLARA che a noi Siculianesi, a
mio avviso, riguarda molto da vicino e poi LA ZIA MARCHESE dove la protagonista
Costanza conversando con il Prefetto piemontese (Pagina 121): “Costanza si ritrovò
a conversare con loro, impacciata della lingua e confusa dal tono amichevoli di
quelli. Il padre la osservava divertito e benevolo, ma non l’assisteva nella difficoltà
del parlare italiano. Poi le venne in aiuto rivolgendole la parola in francese.
La conversazione continuò spedita in quella lingua.”
La lingua italiana nella storia della Sicilia prende il posto che hanno assunto
le altre come: Il Punico, il Greco, il Berebero, il Latino, l’Arabo, l’Ebraico e
il Quadrilinguismo. Abbiamo avuto per ogni lingua degli autori siciliani validissimi,
come anche ora. Ma il pensiero è stato sempre siciliano. Proprio nell’Indagine Archeologica
conclusa sul territorio di Cattolica Eraclea, in contrada Branda, dopo Matarana,
vi è una necropoli indigena “Sicana” e resti probabilmente di un Tempio visto i
massi ben tagliati che vi sono, anche perché i contadini del luogo chiamo quel posto
i templi . Ebbene in quel posto ho trovato una pietra con delle scritte che a primo
analisi sembravano rune poi studiando attentamente mi sono accorto che (Tratto dal
libro SEGNI E SIMBOLI scritto da I. Schwarz – Winklhofer – H. Biedermann. Definizione
dei simboli) è: “Una scrittura formalmente analoga è quella numidica, diffusa nell’Africa
settentrionale, sopravvissuta nella attuale grafia libicoberbera (come nel Tifinagh
dei Tuareg). Stando a questa scrittura in quelle incisione ritroviamo i suoni tipici
del siciliano come tzu zzu, dda e altri ancora. Possiamo dire che questo è un esempio
del nocciolo duro linguistico dove dominazione dopo dominazione, il Siciliano acquisisce
altri idiomi ma non sostituisce, non elimina. Millenni dopo millenni, dominazione
dopo dominazione, assimila, sicilianizza, avvolgendo al suo primordiale pensiero,
forse portato dall’altra sponda del Mediterraneo, o nato spontaneamente nel luogo
con le sue varianti. (Tratto da INDAGINE ARCHEOLOGICA)
La lingua Siciliana come lingua unitaria dalle diversità linguistiche che la Sicilia
ha, nelle sue parlate locali. Ancora oggi è comprensibile in tutte le sue varianti
anche se non abbiamo l’ufficialità della lingua. In questa Lingua si trova le tracce
di tutta la complessità storica della nostra Sicilia, come un buon vino ricchissimo
di gusti. Diventa lingua Nazionale con Federico Secondo fino all’Unità d’Italia.
Ora sta noi prendere coscienza di tale tradizione culturale che è la nostra Lingua
Siciliana. Avere cura di allontanarci dai barbarismi linguistici televisivi e altro
e staccarci dalla zavorra della parlata locale per un Siciliano sempre più unitario,
almeno nello scrivere.
Il discorso è molto complesso e molto lungo ma devo chiudere per motivi di spazio.
Auguro a tutti quanti di continuare la passione della Lingua Siciliana e diffonderla
sempre più. Ne è della nostra esistenza e del nostro futuro.
La questione della lingua siciliana
C’è una paginetta della storia della scuola che non ho mai dimenticato e che è stata
scritta dal Reverendo Don Milani in un libro assai famoso che si chiama “lettera
ad una professoressa”.
Forse non tutto quello che c’era dentro quel libro è stato attentamente analizzato
e opportunamente preso in considerazione. Mi riferisco subito alla lingua dei ragazzi
di Barbiana. Certamente sarebbero stati bravissimi a scrivere nella loro lingua-uno
(ora si dice così), ma proprio non ce la facevano a scrivere nella lingua italiana
e, per questo, venivano bocciati! E quanti di questi alunni noi abbiamo in realtà
“bocciati”, forse anche nella vita! Noi insegnanti, italiani, italianissimi, quante
volte abbiamo scritto sui registri di classe “L’alunno non si sa esprimere”, intendendo
dire che l’alunno non si sapeva “esprimere in lingua italiana”! Piccola precisazione
inutile, quasi una pignoleria intollerabile quest’ultima, visto che nell’Italia
unita le consuetudini erano state stabilite da un pezzo, forse anche in barba ai
diritti e alle libertà individuali definite con lungimiranza nella nostra Costituzione!
Se mi dicessero, oggi, di parlare sempre e soltanto in lingua inglese non sarei
sicura di riuscire a parlare in modo sempre corretto, e di potere esprimere in modo
efficace i miei sentimenti….forse potrei anche dire, in inglese, “io, speriamo che
me la cavo!”…ed essere bocciata!
Ma già il nostro caro Buttitta aveva detto che “un popolo è persu pi sempri, quannu
ci arrobbanu a lingua addutata dai patri”
Nel nuovo momento storico che stiamo vivendo, dobbiamo certamente prendere atto
della nuova realtà politica ed economica che si sta determinando e delle opportunità
che l’Europa dei popoli e delle Regioni ci offre. Dobbiamo prendere atto che la
costruzione dell’Europa non è soltanto un’idea rispondente alla politica e all’economia,
ma richiede anche una forte integrazione culturale.
Rinasce la questione importante delle lingue regionali e del denominatore comune
del latino e da questa questione si parte, sicuramente per approdare alla questione
dell’identità personale e regionale e dei valori a cui tale identità è stata, è,
e dovrebbe ispirarsi.
Un tempo una questione di tale portata poteva essere oggetto di riflessione da parte
dei filosofi, ma nel tempo del nichilismo noi pensiamo che possa essere affidata
ai pedagogisti, agli uomini di scuola e a tutte le persone di buona volontà che
vogliano orientare i giovani nella società futura, a tutti quei politici che vogliano
abbracciare un serio impegno a lungo termine, che vogliano guardare al futuro sviluppo
sociale, assicurando il miglioramento della qualità della vita in generale e la
fruizione dei diritti fondamentali di ogni persona.
Diciamolo chiaramente: in Sicilia siamo bilingui! C’è chi parla sempre in Italiano
perché la consuetudine con l’Italiano gli ha fatto perdere la lingua “addutata”,
ma mantiene un vocabolario passivo di parole siciliane essenziali che gli permettono
di comprendere chi parla in siciliano; c’è chi parla in italiano e infila qua e
là, come piccole perle affettive, alcune parole di lingua siciliana, sfidando il
naturale disprezzo di qualche ascoltatore; c’è chi parla in siciliano nella quiete
della famiglia, riservando all’Italiano l’etichetta di lingua sociale; e c’è chi
possiede solo il codice della lingua siciliana e non manca di suscitare negli ambienti
scolastici e sociali, atteggiamenti intransigenti e inevitabili sanzioni. Lo stesso
atteggiamento sanzionatorio non si adotta, però, nei confronti dei sempre più numerosi
stranieri presenti in Italia verso i quali si è tolleranti nella considerazione
che la loro lingua-uno non è l’italiano.
La ciliegina sulla torta è, inoltre, il riconoscimento che lo Stato italiano ha
sancito, con la legge 482/99 alle minoranze linguistiche gallo-italiche e albanesi,
escludendo da tali minoranze (a torto o a ragione) la categoria dei siciliani che
parla la lingua siciliana, cioè la lingua più ricca d’Italia di storia e di civiltà.
Crediamo allora che qualcosa bisognerà fare per assicurare al siciliano il riconoscimento
di lingua; giorno 13 maggio a Mazzara del Vallo, con una presenza significativa
di un funzionario del Consiglio d’Europa e di un illustre rappresentante degli emigrati
d’America, si è svolta la Giornata della lingua siciliana; già da tempo molte scuole
di diverse province si stanno muovendo in tal senso con un interessante progetto
di studio e di ricerca intitolato “lingue nostre e identità regionale”, che si sta
intestando la Direzione regionale scolastica, che vede la lingua e la cultura siciliana
proiettarsi nel futuro attraverso cento scuole in rete. Ai posteri l’ardua sentenza!
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A puisia ri me nonnu | Sishilianu |
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A me verra (1915 - '18) Amish’ e parenti vi vogghiu cuntari 1 Tutti li suffirenzi me’ verrieri Ora vi cuntu cu palori chiari kiddhu ca suffrii nta cuattr’ anni ri peni. scusati si sbagliassi a lu parlari, s’ unn m’ accumpagna giustu lu pinzeri. Ki nfernu, chi fastidiu, chi sfirnìshi chi scuppiau o novishentucuinnishi. E vinticuattru ri Majiu na jurnata, 2 jornu di la mobilitazioni, l’ Austria hav’ a verra dichiarata cu la ran bannera triculuri. Ognunu rispunnemu a la chiamata Tutti r’ un zensu, ‘n attu r’ un valuri. Ni chiama a classi a classi a li so’ mprisi nenti sapennu ca si perd’ i spisi. P’ ognunu chi lassamu lu paisi 3 Cu li famigghi tutti affrittulusi, e massimamente cuarke burgisi chi lassau a l’ abbannunu li so chiusi, scuppiau sta ran forti crisi puru pi li famigghi chiù kunfusi. Senza chi nuddhu ri vui s’ affinnirìa nominu sulu la famigghia mia. Spartimi ra famigghia unn mi vulia, 4 a mmia mi parsi un gran trarimentu sei misi avia ch’ era pi kasa mia ci avia arrivatu pi sforzu e pi stentu s’ iddhu l’ avia rittu un ci criria d’ essiri trattatu ri stu senzu stu valantomu ven’ a cerc’ a mmia mentri jò a iddhu nun lu penzu. Ogni putenti voli fari verra. 5 Armanu tutti, juvini e nkiffarati, ku cummatti pi mmari kui pi tterra senza aviri di nui nuddha pietati. Su' kom' un mastrurascia cu la serra ki tagghia tutti i rossi e li minuti, armanu puru pi fari la verra tutti li zoppi, shunki, orvi e muti. Rishinu iddhi ch’ è nishissitatati 6 A fannu puru i figghi ri papà. Iddhi si la virino nte teatri e a niautri nni la fannu fari ka. Tutti li so strumenti su’ accurdati k’ ognunu r’iddhi a mbuscari si va e a nniautri scarsi tutti armati ni runan’ ‘i mazza senza pietà. Kistu riscursu lassamulu cca. 7 Vi cuntu un pocu di la vita mia fashennu lu surdatu nta shittà. Kuantu autri partìri viria, e s’iddhu ven’ a mmia comu si fa? E mentri la me menti lu rishia m’ arriva l’ ordini di partiri ddhà a lu settantashinku fanteria. E vintishinku ri giugnu si partia, 8 lassamu la shittà di jorn’ e n gnornu, a sorti chi ni port’ a la stranìa jò speru chi ni sarva lu ritornu. Mentri lu trenu tagghia la via pinzava sempri la notti e lu jornu, pinzava sempri a la famigghia mia, e pashi unn avia, cuetu e sonnu. E vintishinku arrivamu di jornu, 9 scinnemu di lu trenu a Cirvignanu, un trummitteri sunau lu cornu a lu cumannu di lu capitanu. Sparanu li cannuna r’ iddhi ‘ntornu, dunanu allarmi pi n aeroplanu; mi misi n kulaturi pi ssu jornu ki c’ era di lavari peri e manu. A Cirvignanu fishimu riposu 10 E subbitu armamu accampamentu, avìamu un kumannanti mafiusu chi vulia fari tuttu non momentu, ma era na patata skifiusa, a notti si sintiu bummardamentu iddhu si ntisi veniri u nirvusu e partiri vulia comu lu ventu. Eramu cuasi shinkushentu 11 Tutti a kampu apertu chi chiuvia nta trona e lampi, accua e forti ventu ognunu la so tenna si fashia. Era un puntu ri cuncentramentu, cu’ pi na strata cu’ pi nautra via partiri viria nu reggimentu tutti curaggiusi com’ a mmia. L’ ordini di partìri u nnumani vinia 12 dhitti pi lu front’ ‘i Monfalconi zainu a spaddha e si nkumincia la via a peri caminamu pi ssei uri, mentri bummardari si sintia la ranni città di Monfalcuni, e niautri tanti poveri surdati ni nn' jìamu a lu mashellu cunnannati. Junti chi fomu appena na ddhu nfernu 13 Unn vi lu pozzu riri chi virìa na ddha ran forti lotta e ddhu shimentu kuantu cumpagni carìri viria, tutti ni sparpagghiamu nton momentu s’ iddhu l’avia rittu un ci criria kissu fu nu veru spaventu crirennuni chi dhocu ni tinia. A li shinku r’ Austu si rishia 14 r’ iri a dari l’assaltu a lu tammuru, un tirantunnu ki è, gir’ e firria, tuttu ntunniatu ri sacchett’ a mmuru. Un kannuni di la cumpagnia S’ avanza pi l’ assaltu e spara puru. M’ arresta pi ricordu ssa sirata Na cannunata si lu porta n fumu. D' Austu scinnemu a lu vintunu 15 E pi furtuna turnamu a ripusari U nimicu attacca arrè u tammuru, Eramu tutti cu cori rimossu. A nostr’ artiglieria chi spara puru Contr’ o nimicu chi stava a riddossu. E nui partemu e arrivamu di notti nton paisi chiamatu Tri Sordi. E vintinovi r’ Austu si rishia 16 di partiri pu front’ ‘i san Micheli u nnumani partìri s’ avia pi gghiri a passari autri peni mentri mi fannu fari n’ autra via ki fashia veniri lu friddu e la frevi, mi portanu a lu fronti Santa Lucia unni chi mi piscaru nta li peri. O vintinovi eramu n trinceri 17 s’ avia nkuminciatu l’avanzata, ni taliavamu tutti nta li sheri: “sa comu ni finisci sta jurnata”. Mentri l’ austriashi artiglieri cuntinuavanu la so sparata na nica scheggia mi firisci un peri, scappu ri dha vita dispirata. Ssa vita l’ amu fattu chiù ri unu 18 e nni fa a tutti troppu mprissioni, mangiatu ri pirocchi e stari nuru ognunu suppurtari chiù nun moli. Diciotto misi passai, fora r’ ognunu, n mezzu ddhu focu ùnni chi si mori e ku l’ aiutu di Gesù e Maria, arrivai nautra vota n kasa mia. Ssennu a lishenza, ch’ era n kasa mia, 19 un gnornu sentu leggiri u giurnali, c’ era na scrittura chi dishia “ai nostri ci toccava rinkolare”. kuasi nuddhu veru ci criria, vintottu misi sempri r’ avanzari, tutti li beni Cadorna ch’ avia n tempu sei jorna ci l’ appi a lassari. Comu si spiega ora amishi cari 20 Ch’ è successu stu putenti dannu? Jornu e notti sempri r’ avanzari Pigghiari lu tirrenu parmu a parmu N’ mezz' a ddhi vòscura, muntagni e ciumari cuantu me frati morti ci stannu, e a nnui ni li tocca abbannunari senza sapiri r’ unni veni u dannu. Sintennu chissu, Signuri vi nghannu, 21 Un zacciu s’ aiu fattu cuark’ erruri, passannu tutti sti peni e st’ affannu, allura m’aiu datu disirturi. Va bbeni pi la patria è un dannu, ma avennu a la famigghia tantu amuri, e la fortuna amentri mi rishia, “Si vvoi campari t’ ha ppigghiari ssa via”. E vintitri ri Marzu la matina 22 di l’annu novishenturishiottu pinzava a la famigghia cu gran stima dubitannu di farici un tortu, avia la me casa pi katina ki mi tirava senzu a stari accortu, m’arrestanu a li reshi ri matina tannu lu cori meu si ntisi mortu. Si prisintaru a li sò maneri, 23 mi puntanu u fishili ri vishinu du’ sbirrazzi brutti crudeli vennu a arristari a mmia e a mme cushinu. Rishiottu misi passai, fora r’ ognunu, n mezzu ddhu focu unni chi si mori pinzannu a la famigghia, e ddha jurnata mi purtaru a caserma ra Baddhata. Stesimu ddha rintra na nuttata, 24 pi n Trapani partemu lu nnumani mi spartu ra famigghia ddha jurnata pinzava sempri chi vulia scappari, taliava ch’ era forti nkatinatu era vardatu di tri grossi cani, penzu “sarà ch' è lu me distino” mentri nkumincia lu caminu. Fashennu ddha vita sempri ri cuntinuu 25 n Trapani arrivamu a mezzujornu, un brigaderi ch’ era un sbirru finu, ch’ era cuntintuni pi ddhu jornu, sutt’ occhi tinia a me cushinu e a mia mi firriava sempri ntornu e Vanni “u zoppu” cu la so fracata ni purtau a caserma ra Mocata. Junti chi fomu pi ddha jurnata 26 ni pigghia u nomi nautru brigaderi paria ch’ avia na mala livata ni pigghiau a tutti propriu ri beni vulia cuntata tutta la passata: “Vi prisintastu cu li vostri peri?” Jò ci arrispunnii cu kurtisia: “S’ unn era capitatu unn ci vinia”. Ora vi cuntu senza buggia 27 cuantu amishi truvai na ddhi cuntorni Ku me cushinu, era n kumpagnia di cuarantotto, mi paria un gnornu, ma penzu sempri a la famigghia mia pashi nun mi po’ cuetu e sonnu, ora vi parlu cu la viritati com’ eramu sirvuti e rispettati. Eramu nchiusi rintr’e cammarati 28 cuntannu sempri a nostra vittoria, pi ranciu ni passavano patati e kuarke gghiornu baccalà e cicoria. Eramu propriu boni sistimati pi fari rinfriscari la memoria, e ss’ a famigghia nun porta manciari avemu beddhi cosi ri cuntari. Kuaranta jorna vittimu passari, 29 a li reshi di Majiu vinni l’ura prestu lu trenu ni fannu pigghiari accompagnati ri tri tartaruna e pi m Palermu ni fannu avviari rishennu a niautri “traritura” e arrivannu poi a la stazzioni ni portanu ddhittu a l’ Ucciardoni. Ni nchiurinu ddha rintr' on kammaruni, 30 ni rispettanu di principi e ri conti. Na vardia carciarera lazzaruna, ch’ era niputi di Giuseppi Fonti, appena arrivati a stu signuri ni fa "ora partiti pi lu fronti". Jò ci arrispunnii "un sacciu la via, si voli vegnu appressu ri vossia." Stesimu cuattru jorna n kumpagnia 31 ni rispittava comu veru frati pi biviri ni porta accua ri liscia pi mangiari pani ri patati pigghiannu cunfirenza ni rishia "vi portanu a viautri a villabbati, nton gnardineddhu firriatu ri mura nzemmula cu l'autri disirtura" Partemu scuraggiati lu nnumani 32 nkatinati comu du' briganti a tutti ci pariamu piatusi a kiddhi chi taliavanu ri distanti, ma poi virennu ch' eramu surdati curaggiu ni fashianu tutti cuanti rishianu ognunu "unn vi scantati, vi portanu cu l' autri a Villabbati". Junti chi ffomu appena nta stu locu 33 paria un kunmmentu ri monaci cumpletu stavamu tutti sempri n mezz' on focu pickì era rintra na fossa fabbricatu. Un' aria brutta e poi manciari pocu ognunu carìa subbitu malatu addisiàvamu ci vinissi un motu a ddhu carogna chi nni ci avia purtatu. E pi gustari megghiu lu palatu 34 avìanu nautru bruttu naturali ogni sbirruni cu lu nervu armatu chi nni trattava peggiu di l'armali senz' avillu ri nuddhu cumannatu fashianu sempri lu nervu schiuccari, eramu rintr' on kurtigghiu cumminati chi nuddhu putia fora scappari. Mentri tutti stavanu a pinzari 35 a stu nfernu chi nn' avia arrivatu, e ku sherca mezzi pi scappari p' unn essiri chiù malu trattatu, mentri arriva ordini a sti nfami di stu repartu essiri sgummiratu, mi portanu a Milazzu lu nnumani unni chi la gran fami amu pruvatu. Furtuna chi ti vogghiu a lu me latu 36 fammi curaggiu e dunami aiutu mi trovu intra Milazzu cunnannatu scarsu, mortu ri fami arriddushutu. cuark' amicu ch' avia a lu me latu prova la so parti e ssi sta mutu. Tutti sti beni u guvernu m' ha datu pi ricumpenza dopo tantu aiutu. Passannu sti jurnati ri miseria 37 stàvamu tutti cu la menti n aria tiniamu li facci ri materia, pariamu tutti chini di malaria, pi travagghiari scupremu l' america cucchiari e ggavetti jittavamu all' aria e ppoi ogni tantu si fashia na prerica contru ddhi sbirruna e a ddha nfamia. Ddha rintra paria n arsinali, 38 ognunu si fashia lu so misteri, cu vinni ficu, pira, puma e pani ca cu cumprava ci sintia u sapuri, cu joca a karti sempri pi dinari cu allorda carta pi stampari shuri cu fa lu camurrista pi fumari senza nuddha vivrogna né russuri. Ku mme cushinu stava tutti l' uri 39 passamu n tempu sta vita ri cani. Un ghiornu fu chiamatu run sbirruni, l' avvisu ci vinia ru tribbunali lu portanu m Palermu all' Ucciarduni prestu ni spartinu u nnumani. La sorti ni destina lu stratuni e l' avviniri ch' avemu a passari. Jo dopu pocu jorna fui chiamatu 40 all' ottu di Novembri la matina, veni un brigaderi e un zurdatu mi rishi "ora parti pi Messina, di lu tribbunali sì avvisatu, Cca li manu ca c' è la catina". M' attaccanu pun meru cunnannatu, unn mi la scordu chiù chissa matina. Subbitu partemu pi Messina, 41 mi portanu ravanti a li giurenti eranu fursi chiù ri na vintina avvucati, giurati, presidenti, prestu lu me proshessu si nkamina, la me cunnanna la tinianu a menti, pi tteniri firmizza e disciplina mi runanu a suspisi anni venti. Lassamu tribunali e prisirenti 42 dopu sei jorna ni portanu a lu fronti, abituatu ri ddhi ranni spaventi ch' ogni minutu chiamava li santi, arrivavu ddha ch' unn c' era chiù nenti, firmaru l' armistiziu sull'istanti. Ma penzu a la cunnanna e su' scuntenti, penzu a mogghi, figghi e tutti cuanti. Mi passu anticchia 'i tempu cu stu scantu 43 senza aviri fattu nuddhu mali. Lu ministru di la verra Diaz Armandu un gnornu pubblicau na shircolari, sennu niautri tutti o so cumannu ordini aviamu tutti r' ascutari lu scrittu mi ralligrau 'n autru tantu tutta la cunnanna mia fa annullari. Ringhraziu a Cristu e la surti, suvrani 44 ca m' assissteru sempri a tutti l'uri a scornu ri carogna e di li nfami, e di la genti farsa e traritura, passu cuattru anni ri focu e di fami senza cogghiri sanghu né kalura. Ma speru nta poch' 'i jorna 'i cuncidarimi cuantu vaiu a vasari la me shura. Fiori ca di mia si sempri amata 45 dopu cuattr' anni ti trovi rifiorita, ora ch' è arrivata la jurnata etta ssa fogghia trista e sculurita, ha avutu curpa la furtuna nghrata soffriri tantu nni la nostra vita ma speru nta la Matri Addulurata di riturnari cu saluti e vita. Ora chi sta gran lotta è tirminata 46 tornanu n kori l' amuri e la vita torna la vita vecchia addimurata torna la paci bella rifiorita, mi resta pi ricordu ssa jurnata, cu appi la furtuna di villa finita, e tutta la cuadruplici alliata gridau "Viva l' Italia unita!" M' aiu 'mpignatu e arrivai stanku 47 pi cuntarivi tutta l' evangelica, a farimi sti versi nun fu franku, vulia la menti d' un struitu mericu, scrivu giustu la me firma e kuasi manku vulia passari cuarke libbru tecnicu, u nomi meu vi ricu chiaru e franku è Amodeo Giuseppe di Domenicu. |
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