<p>Concorso di Lingua Siciliana.<br> <br> Preghiamo cortesemente alla Vostra Scuola la partecipazione di tutti gli studenti al nostro concorso di Cuntura e Puisi in siciliano, sperando che sia un occasione in più per il recupero della nostra “lingua” che ormai perde una parola al giorno. Abbiamo voluto utilizzare la parola lingua nello spirito di Noam Chomskj, il quale pone la differenza fondamentale tra una lingua e un dialetto asserendo che la prima ha la tutela attiva di uno stato, mentre il dialetto vive ai margini dell’ufficialità. Quasi tutte le lingue regionali sono tutelate dallo Stato Italiano, dalla Legge 3366 del 25 novembre 1999, chiaramente è stata esclusa la Lingua Siciliana perché non ha trovato neanche un deputato che ne perorasse in Parlamento il semplice diritto all’esistenza, bravi i nostri rappresentanti onorevoli siciliani… Il 21 febbraio del 2001 l’UNESCO ha indetto la Giornata Mondiale delle Lingue Materne. Studiosi affermano che delle attuali 6700 lingue del Mondo questo secolo ne vedrà scomparire il 90%. E sempre più Popoli avranno problemi d’identità.<br> Sperando che questo concorso sia un’occasione in più per la Vostra Scuola per argomentare sul recupero della memoria storica, culturale e linguistica Siciliana, ci aspettiamo una piena adesione.<br> RingraziandoVi porgiamo i più cordiali saluti.<br> Il Presidente<br> <br> Prima conclusione, non ho avuto nessuna risposta da nessuna scuola, tranne la media inferiore di Siculiana, per ovvi motivi. Rimanendo sensibili al lavoro degli insegnanti che è diventato veramente pesante, oltre che le scuole si adoperano nel loro programma al recupero della memoria storica. A questo punto vorrei riportarvi una parte di un mio articolo recente SICILIANiTA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO:<br> <br> Giovedì 17 novembre 2005 leggo nella pagina Cultura e spettacoli del quotidiano LA SICILIA, un intervista a Silvana Grasso dal titolo: Silvana e l’anarchico disìo. Questo articolo mi ha colpito per due motivi fondamentali: La questione della Lingua Siciliana e la Sicilianità. Il bravo intervistatore pone la seguente domanda: -Che cosa ha il siciliano che l’italiano non ha?<br> Risposta: -Animus e anima. L’italiano “letterario” di oggi ha il<br> fascino di un cadavere in fase d’autopsia.<br> Domanda: -Disìo, come gli altri suoi romanzi, è impreziosito da<br> sapiente uso del siciliano. Eppure, per chi cresce e<br> studia in Sicilia, non sempre il siciliano è considerato<br> sapiente. Per molti è una sorta di tabù, ed è divieto<br> parlare siciliano a scuola o, peggio ancora, a casa.<br> Perché? Da dove, secondo lei, nasce la vergogna?<br> Risposta: - (…)La vergogna è non flagellare una scuola così,<br> che impone a una lingua il cilicio dell’abitudine, del<br> tedio, della mortificazione espressiva.<br> <br> La Scrittrice Grasso ha trovato nel suo linguaggio la vitalità linguistica, come Verga ieri come Camilleri oggi, utilizzando, liberando, quel Siciliano ingabbiato in quella lingua artefatta dell’italiano che ci costringe a tradurre continuamente dal nostro pensiero siciliano allo strumento lingua italiano. E fin quando scriviamo allora esce quella forma meccanicista, che a volte ha fatto la fortuna della letteratura siciliana in italiano, ma quando parliamo, lì nascono i problemi, gli intercalari, le parole non parlate, tratte chissà da quale circolare ministeriale, eccetera. Ricordo ancora le interviste di Leonardo Sciascia alla radio… Lo sappiamo che la fortuna della lingua italiana è la televisione, ma lo stesso mezzo la sta depredando, la sta straziando con tutti gli abusi linguistici e i barbarismi che molta gente mediocre protagonista di questo mezzo compie continuamente. Il siciliano diventa sempre più letteratura, sempre più cult. E il motivo è nella scoperta dell’anima che ha questa lingua, quella forma di liberazione della nostra entità sicilianità che spesso riteniamo rilegata dentro noi.<br> <br> Ormai sempre più spesso gli autori siciliani usano frasi, parole e intercalari della lingua siciliana, famosissimo è Camilleri. Tra gli ultimi la bravissima Simonetta Agnello Horbi con il suo grande successo LA MINNULLARA che a noi Siculianesi, a mio avviso, riguarda molto da vicino e poi LA ZIA MARCHESE dove la protagonista Costanza conversando con il Prefetto piemontese (Pagina 121): “Costanza si ritrovò a conversare con loro, impacciata della lingua e confusa dal tono amichevoli di quelli. Il padre la osservava divertito e benevolo, ma non l’assisteva nella difficoltà del parlare italiano. Poi le venne in aiuto rivolgendole la parola in francese. La conversazione continuò spedita in quella lingua.”<br> La lingua italiana nella storia della Sicilia prende il posto che hanno assunto le altre come: Il Punico, il Greco, il Berebero, il Latino, l’Arabo, l’Ebraico e il Quadrilinguismo. Abbiamo avuto per ogni lingua degli autori siciliani validissimi, come anche ora. Ma il pensiero è stato sempre siciliano. Proprio nell’Indagine Archeologica conclusa sul territorio di Cattolica Eraclea, in contrada Branda, dopo Matarana, vi è una necropoli indigena “Sicana” e resti probabilmente di un Tempio visto i massi ben tagliati che vi sono, anche perché i contadini del luogo chiamo quel posto i templi . Ebbene in quel posto ho trovato una pietra con delle scritte che a primo analisi sembravano rune poi studiando attentamente mi sono accorto che (Tratto dal libro SEGNI E SIMBOLI scritto da I. Schwarz – Winklhofer – H. Biedermann. Definizione dei simboli) è: “Una scrittura formalmente analoga è quella numidica, diffusa nell’Africa settentrionale, sopravvissuta nella attuale grafia libicoberbera (come nel Tifinagh dei Tuareg). Stando a questa scrittura in quelle incisione ritroviamo i suoni tipici del siciliano come tzu zzu, dda e altri ancora. Possiamo dire che questo è un esempio del nocciolo duro linguistico dove dominazione dopo dominazione, il Siciliano acquisisce altri idiomi ma non sostituisce, non elimina. Millenni dopo millenni, dominazione dopo dominazione, assimila, sicilianizza, avvolgendo al suo primordiale pensiero, forse portato dall’altra sponda del Mediterraneo, o nato spontaneamente nel luogo con le sue varianti. (Tratto da INDAGINE ARCHEOLOGICA)<br> La lingua Siciliana come lingua unitaria dalle diversità linguistiche che la Sicilia ha, nelle sue parlate locali. Ancora oggi è comprensibile in tutte le sue varianti anche se non abbiamo l’ufficialità della lingua. In questa Lingua si trova le tracce di tutta la complessità storica della nostra Sicilia, come un buon vino ricchissimo di gusti. Diventa lingua Nazionale con Federico Secondo fino all’Unità d’Italia. Ora sta noi prendere coscienza di tale tradizione culturale che è la nostra Lingua Siciliana. Avere cura di allontanarci dai barbarismi linguistici televisivi e altro e staccarci dalla zavorra della parlata locale per un Siciliano sempre più unitario, almeno nello scrivere.<br> Il discorso è molto complesso e molto lungo ma devo chiudere per motivi di spazio. Auguro a tutti quanti di continuare la passione della Lingua Siciliana e diffonderla sempre più. Ne è della nostra esistenza e del nostro futuro.<br> <br> <br> <br> La questione della lingua siciliana<br> <br> C’è una paginetta della storia della scuola che non ho mai dimenticato e che è stata scritta dal Reverendo Don Milani in un libro assai famoso che si chiama “lettera ad una professoressa”.<br> Forse non tutto quello che c’era dentro quel libro è stato attentamente analizzato e opportunamente preso in considerazione. Mi riferisco subito alla lingua dei ragazzi di Barbiana. Certamente sarebbero stati bravissimi a scrivere nella loro lingua-uno (ora si dice così), ma proprio non ce la facevano a scrivere nella lingua italiana e, per questo, venivano bocciati! E quanti di questi alunni noi abbiamo in realtà “bocciati”, forse anche nella vita! Noi insegnanti, italiani, italianissimi, quante volte abbiamo scritto sui registri di classe “L’alunno non si sa esprimere”, intendendo dire che l’alunno non si sapeva “esprimere in lingua italiana”! Piccola precisazione inutile, quasi una pignoleria intollerabile quest’ultima, visto che nell’Italia unita le consuetudini erano state stabilite da un pezzo, forse anche in barba ai diritti e alle libertà individuali definite con lungimiranza nella nostra Costituzione!<br> Se mi dicessero, oggi, di parlare sempre e soltanto in lingua inglese non sarei sicura di riuscire a parlare in modo sempre corretto, e di potere esprimere in modo efficace i miei sentimenti….forse potrei anche dire, in inglese, “io, speriamo che me la cavo!”…ed essere bocciata!<br> Ma già il nostro caro Buttitta aveva detto che “un popolo è persu pi sempri, quannu ci arrobbanu a lingua addutata dai patri”<br> Nel nuovo momento storico che stiamo vivendo, dobbiamo certamente prendere atto della nuova realtà politica ed economica che si sta determinando e delle opportunità che l’Europa dei popoli e delle Regioni ci offre. Dobbiamo prendere atto che la costruzione dell’Europa non è soltanto un’idea rispondente alla politica e all’economia, ma richiede anche una forte integrazione culturale.<br> Rinasce la questione importante delle lingue regionali e del denominatore comune del latino e da questa questione si parte, sicuramente per approdare alla questione dell’identità personale e regionale e dei valori a cui tale identità è stata, è, e dovrebbe ispirarsi.<br> Un tempo una questione di tale portata poteva essere oggetto di riflessione da parte dei filosofi, ma nel tempo del nichilismo noi pensiamo che possa essere affidata ai pedagogisti, agli uomini di scuola e a tutte le persone di buona volontà che vogliano orientare i giovani nella società futura, a tutti quei politici che vogliano abbracciare un serio impegno a lungo termine, che vogliano guardare al futuro sviluppo sociale, assicurando il miglioramento della qualità della vita in generale e la fruizione dei diritti fondamentali di ogni persona.<br> Diciamolo chiaramente: in Sicilia siamo bilingui! C’è chi parla sempre in Italiano perché la consuetudine con l’Italiano gli ha fatto perdere la lingua “addutata”, ma mantiene un vocabolario passivo di parole siciliane essenziali che gli permettono di comprendere chi parla in siciliano; c’è chi parla in italiano e infila qua e là, come piccole perle affettive, alcune parole di lingua siciliana, sfidando il naturale disprezzo di qualche ascoltatore; c’è chi parla in siciliano nella quiete della famiglia, riservando all’Italiano l’etichetta di lingua sociale; e c’è chi possiede solo il codice della lingua siciliana e non manca di suscitare negli ambienti scolastici e sociali, atteggiamenti intransigenti e inevitabili sanzioni. Lo stesso atteggiamento sanzionatorio non si adotta, però, nei confronti dei sempre più numerosi stranieri presenti in Italia verso i quali si è tolleranti nella considerazione che la loro lingua-uno non è l’italiano.<br> La ciliegina sulla torta è, inoltre, il riconoscimento che lo Stato italiano ha sancito, con la legge 482/99 alle minoranze linguistiche gallo-italiche e albanesi, escludendo da tali minoranze (a torto o a ragione) la categoria dei siciliani che parla la lingua siciliana, cioè la lingua più ricca d’Italia di storia e di civiltà.<br> Crediamo allora che qualcosa bisognerà fare per assicurare al siciliano il riconoscimento di lingua; giorno 13 maggio a Mazzara del Vallo, con una presenza significativa di un funzionario del Consiglio d’Europa e di un illustre rappresentante degli emigrati d’America, si è svolta la Giornata della lingua siciliana; già da tempo molte scuole di diverse province si stanno muovendo in tal senso con un interessante progetto di studio e di ricerca intitolato “lingue nostre e identità regionale”, che si sta intestando la Direzione regionale scolastica, che vede la lingua e la cultura siciliana proiettarsi nel futuro attraverso cento scuole in rete. Ai posteri l’ardua sentenza!<br> &nbsp;</p>
    A puisia ri me nonnu     Sishilianu    

 

 



A me verra (1915 - '18)


Amish’ e parenti vi vogghiu cuntari                1
Tutti li suffirenzi me’ verrieri
Ora vi cuntu cu palori chiari
kiddhu ca suffrii nta cuattr’ anni ri peni.
scusati si sbagliassi a lu parlari,
s’ unn m’ accumpagna giustu lu pinzeri.
Ki nfernu, chi fastidiu, chi sfirnìshi
chi scuppiau o novishentucuinnishi.


E vinticuattru ri Majiu na jurnata,                  2
jornu di la mobilitazioni,
l’ Austria hav’ a verra dichiarata
cu la ran bannera triculuri.
Ognunu rispunnemu a la chiamata
Tutti r’ un zensu, ‘n attu r’ un valuri.
Ni chiama a classi a classi a li so’ mprisi
nenti sapennu ca si perd’ i spisi.


P’ ognunu chi lassamu lu paisi                       3
Cu li famigghi tutti affrittulusi,
e massimamente cuarke burgisi
chi lassau a l’ abbannunu li so chiusi,
scuppiau sta ran forti crisi
puru pi li famigghi chiù kunfusi.
Senza chi nuddhu ri vui s’ affinnirìa
nominu sulu la famigghia mia.


Spartimi ra famigghia unn mi vulia,                 4
a mmia mi parsi un gran trarimentu
sei misi avia ch’ era pi kasa mia
ci avia arrivatu pi sforzu e pi stentu
s’ iddhu l’ avia rittu un ci criria
d’ essiri trattatu ri stu senzu
stu valantomu ven’ a cerc’ a mmia
mentri jò a iddhu nun lu penzu.


Ogni putenti voli fari verra.                           5
Armanu tutti, juvini e nkiffarati,
ku cummatti pi mmari kui pi tterra
senza aviri di nui nuddha pietati.
Su' kom' un mastrurascia cu la serra
ki tagghia tutti i rossi e li minuti,
armanu puru pi fari la verra
tutti li zoppi, shunki, orvi e muti.


Rishinu iddhi ch’ è nishissitatati                     6
A fannu puru i figghi ri papà.
Iddhi si la virino nte teatri
e a niautri nni la fannu fari ka.
Tutti li so strumenti su’ accurdati
k’ ognunu r’iddhi a mbuscari si va
e a nniautri scarsi tutti armati
ni runan’ ‘i mazza senza pietà.


Kistu riscursu lassamulu cca.                           7
Vi cuntu un pocu di la vita mia
fashennu lu surdatu nta shittà.
Kuantu autri partìri viria,
e s’iddhu ven’ a mmia comu si fa?
E mentri la me menti lu rishia
m’ arriva l’ ordini di partiri ddhà
a lu settantashinku fanteria.


E vintishinku ri giugnu si partia,                    8
lassamu la shittà di jorn’ e n gnornu,
a sorti chi ni port’ a la stranìa
jò speru chi ni sarva lu ritornu.
Mentri lu trenu tagghia la via
pinzava sempri la notti e lu jornu,
pinzava sempri a la famigghia mia,
e pashi unn avia, cuetu e sonnu.


E vintishinku arrivamu di jornu,                      9
scinnemu di lu trenu a Cirvignanu,
un trummitteri sunau lu cornu
a lu cumannu di lu capitanu.
Sparanu li cannuna r’ iddhi ‘ntornu,
dunanu allarmi pi n aeroplanu;
mi misi n kulaturi pi ssu jornu
ki c’ era di lavari peri e manu.


A Cirvignanu fishimu riposu                                   10
E subbitu armamu accampamentu,
avìamu un kumannanti mafiusu
chi vulia fari tuttu non momentu,
ma era na patata skifiusa,
a notti si sintiu bummardamentu
iddhu si ntisi veniri u nirvusu
e partiri vulia comu lu ventu.


Eramu cuasi shinkushentu                              11
Tutti a kampu apertu chi chiuvia
nta trona e lampi, accua e forti ventu
ognunu la so tenna si fashia.
Era un puntu ri cuncentramentu,
cu’ pi na strata cu’ pi nautra via
partiri viria nu reggimentu
tutti curaggiusi com’ a mmia.


L’ ordini di partìri u nnumani vinia                   12
dhitti pi lu front’ ‘i Monfalconi
zainu a spaddha e si nkumincia la via
a peri caminamu pi ssei uri,
mentri bummardari si sintia
la ranni città di Monfalcuni,
e niautri tanti poveri surdati
ni nn' jìamu a lu mashellu cunnannati.


Junti chi fomu appena na ddhu nfernu             13
Unn vi lu pozzu riri chi virìa
na ddha ran forti lotta e ddhu shimentu
kuantu cumpagni carìri viria,
tutti ni sparpagghiamu nton momentu
s’ iddhu l’avia rittu un ci criria
kissu fu nu veru spaventu
crirennuni chi dhocu ni tinia.


A li shinku r’ Austu si rishia                           14
r’ iri a dari l’assaltu a lu tammuru,
un tirantunnu ki è, gir’ e firria,
tuttu ntunniatu ri sacchett’ a mmuru.
Un kannuni di la cumpagnia
S’ avanza pi l’ assaltu e spara puru.
M’ arresta pi ricordu ssa sirata
Na cannunata si lu porta n fumu.


D' Austu scinnemu a lu vintunu                     15
E pi furtuna turnamu a ripusari
U nimicu attacca arrè u tammuru,
Eramu tutti cu cori rimossu.
A nostr’ artiglieria chi spara puru
Contr’ o nimicu chi stava a riddossu.
E nui partemu e arrivamu di notti
nton paisi chiamatu Tri Sordi.


E vintinovi r’ Austu si rishia                           16
di partiri pu front’ ‘i san Micheli
u nnumani partìri s’ avia
pi gghiri a passari autri peni
mentri mi fannu fari n’ autra via
ki fashia veniri lu friddu e la frevi,
mi portanu a lu fronti Santa Lucia
unni chi mi piscaru nta  li peri.


O vintinovi eramu n trinceri                        17
s’ avia nkuminciatu l’avanzata,
ni taliavamu tutti nta li sheri:
“sa comu ni finisci sta jurnata”.
Mentri l’ austriashi artiglieri
cuntinuavanu la so sparata
na nica scheggia mi firisci un peri,
scappu ri dha vita dispirata.


Ssa vita l’ amu fattu chiù ri unu                     18
e nni fa a tutti troppu mprissioni,
mangiatu ri pirocchi e stari nuru
ognunu suppurtari chiù nun moli.
Diciotto misi passai, fora r’ ognunu,
n mezzu ddhu focu ùnni chi si mori
e ku l’ aiutu di Gesù e Maria,
arrivai nautra vota n kasa mia.


Ssennu a lishenza, ch’ era n kasa mia,          19
un gnornu sentu leggiri u giurnali,
c’ era na scrittura chi dishia
“ai nostri ci toccava rinkolare”.
kuasi nuddhu veru ci criria,
vintottu misi sempri r’ avanzari,
tutti li beni Cadorna ch’ avia
n tempu sei jorna ci l’ appi a lassari.


Comu si spiega ora amishi cari                  20
Ch’ è successu stu putenti dannu?
Jornu e notti sempri r’ avanzari
Pigghiari lu tirrenu  parmu a parmu
N’ mezz' a ddhi vòscura, muntagni e ciumari
cuantu me frati morti ci stannu,
e a nnui ni li tocca abbannunari
senza sapiri r’ unni veni u dannu.


Sintennu chissu, Signuri vi nghannu,          21
Un zacciu s’ aiu fattu cuark’ erruri,
passannu tutti sti peni e st’ affannu,
allura m’aiu datu disirturi.
Va bbeni pi la patria è un dannu,
ma avennu a la famigghia tantu amuri,
e la fortuna amentri mi rishia,
“Si vvoi campari t’ ha ppigghiari ssa via”.


E vintitri ri Marzu la matina                       22
di l’annu novishenturishiottu
pinzava a la famigghia cu gran stima
dubitannu di farici un tortu,
avia la me casa pi katina
ki mi tirava senzu a stari accortu,
m’arrestanu a li reshi ri matina
tannu lu cori meu si ntisi mortu.


Si prisintaru a li sò maneri,                        23
mi puntanu u fishili ri vishinu
du’ sbirrazzi brutti crudeli
vennu a arristari a mmia e a mme cushinu.
Rishiottu misi passai, fora r’ ognunu,
n mezzu ddhu focu unni chi si mori
pinzannu a la famigghia, e ddha jurnata
mi purtaru a caserma ra Baddhata.


Stesimu ddha rintra na nuttata,                24
pi n Trapani partemu lu nnumani
mi spartu ra famigghia ddha jurnata
pinzava sempri chi vulia scappari,
taliava ch’ era forti nkatinatu
era vardatu di tri grossi cani,
penzu “sarà ch' è lu me distino”
mentri nkumincia lu caminu.


Fashennu ddha vita sempri ri cuntinuu          25
n Trapani arrivamu a mezzujornu,
un brigaderi ch’ era un sbirru finu,
ch’ era cuntintuni pi ddhu jornu,
sutt’ occhi tinia a me cushinu
e a mia mi firriava sempri ntornu
e Vanni “u zoppu” cu la so fracata
ni purtau a caserma ra Mocata.


Junti chi fomu pi ddha jurnata                      26
ni pigghia u nomi nautru brigaderi
paria ch’ avia na mala livata
ni pigghiau a tutti propriu ri beni
vulia cuntata tutta la passata:
“Vi prisintastu cu li vostri peri?”
Jò ci arrispunnii cu kurtisia:
“S’ unn era capitatu unn ci vinia”.


Ora vi cuntu senza buggia                            27
cuantu amishi truvai na ddhi cuntorni
Ku me cushinu, era n kumpagnia
di cuarantotto, mi paria un gnornu,
ma penzu sempri a la famigghia mia
pashi nun mi po’ cuetu e sonnu,
ora vi parlu cu la viritati
com’ eramu sirvuti e rispettati.


Eramu nchiusi rintr’e cammarati             28
cuntannu sempri a nostra vittoria,
pi ranciu ni passavano patati
e kuarke gghiornu baccalà e cicoria.
Eramu propriu boni sistimati
pi fari rinfriscari la memoria,
e ss’ a famigghia nun porta manciari
avemu beddhi cosi ri cuntari.


Kuaranta jorna vittimu passari,                  29
a li reshi di Majiu vinni l’ura
prestu lu trenu ni fannu pigghiari
accompagnati ri tri tartaruna
e pi m Palermu ni fannu avviari
rishennu a niautri “traritura”
e arrivannu poi a la stazzioni
ni portanu ddhittu a l’ Ucciardoni.


Ni nchiurinu ddha rintr'  on kammaruni,     30
ni rispettanu di principi e ri conti.
Na vardia carciarera lazzaruna,
ch’ era niputi di Giuseppi Fonti,
appena arrivati a stu signuri
ni fa "ora partiti pi lu fronti".
Jò ci arrispunnii "un sacciu la via,
si voli vegnu appressu ri vossia."


Stesimu cuattru jorna n kumpagnia           31
ni rispittava comu veru frati
pi biviri ni porta accua ri liscia
pi mangiari pani ri patati
pigghiannu cunfirenza ni rishia
"vi portanu a viautri a villabbati,
nton gnardineddhu firriatu ri mura
nzemmula cu l'autri disirtura"


Partemu scuraggiati lu nnumani                 32
nkatinati comu du'  briganti
a tutti ci pariamu piatusi
a kiddhi chi taliavanu ri distanti,
ma poi virennu ch' eramu surdati
curaggiu ni fashianu tutti cuanti
rishianu ognunu "unn vi scantati,
vi portanu cu l' autri a Villabbati".


Junti chi ffomu appena nta stu locu             33
paria un kunmmentu ri monaci cumpletu
stavamu tutti sempri n mezz' on focu
pickì era rintra na fossa fabbricatu.
Un' aria brutta e poi manciari pocu
ognunu carìa subbitu malatu
addisiàvamu ci vinissi un motu
a ddhu carogna chi nni ci avia purtatu.


E pi gustari megghiu lu palatu                   34
avìanu nautru bruttu naturali
ogni sbirruni cu lu nervu armatu
chi nni trattava peggiu di l'armali
senz' avillu ri nuddhu cumannatu
fashianu sempri lu nervu schiuccari,
eramu rintr' on kurtigghiu cumminati
chi nuddhu putia fora scappari.

Mentri tutti stavanu a pinzari                    35
a stu nfernu chi nn' avia arrivatu,
e ku sherca mezzi pi scappari
p' unn essiri chiù malu trattatu,
mentri arriva ordini a sti nfami
di stu repartu essiri sgummiratu,
mi portanu a Milazzu lu nnumani
unni chi la gran fami amu pruvatu.


Furtuna chi ti vogghiu a lu me latu            36
fammi curaggiu e dunami aiutu
mi trovu intra Milazzu cunnannatu
scarsu, mortu ri fami arriddushutu.
cuark'  amicu ch' avia a lu me latu
prova la so parti e ssi sta mutu.
Tutti sti beni u guvernu m' ha datu
pi ricumpenza dopo tantu aiutu.


Passannu sti jurnati ri miseria                   37
stàvamu tutti cu la menti n aria
tiniamu li facci ri materia,
pariamu tutti chini di malaria,
pi travagghiari scupremu l' america
cucchiari e ggavetti jittavamu all' aria
e ppoi ogni tantu si fashia na prerica
contru ddhi sbirruna e a ddha nfamia.


Ddha rintra paria n arsinali,                   38
ognunu si fashia lu so misteri,
cu vinni ficu, pira, puma e pani
ca cu cumprava ci sintia u sapuri,
cu joca a karti sempri pi dinari
cu  allorda carta pi stampari shuri
cu fa lu camurrista pi fumari
senza nuddha vivrogna né russuri.


Ku mme cushinu stava tutti l' uri            39
passamu n tempu sta vita ri cani.
Un ghiornu fu chiamatu run sbirruni,
l' avvisu ci vinia ru tribbunali
lu portanu m Palermu all' Ucciarduni
prestu ni spartinu u nnumani.
La sorti ni destina lu stratuni
e l' avviniri ch' avemu a passari.


Jo dopu pocu jorna fui chiamatu              40
all' ottu di Novembri la matina,
veni un brigaderi e un zurdatu
mi rishi "ora parti pi Messina,
di lu tribbunali sì avvisatu,
Cca li manu ca c' è la catina".
M' attaccanu pun meru cunnannatu,
unn mi la scordu chiù chissa matina.


Subbitu partemu pi Messina,                    41
mi portanu ravanti a li giurenti
eranu fursi chiù ri na vintina
avvucati, giurati, presidenti,
prestu lu me proshessu si nkamina,
la me cunnanna la tinianu a menti,
pi tteniri firmizza e disciplina
mi runanu a suspisi anni venti.


Lassamu tribunali e prisirenti                42
dopu sei jorna ni portanu a lu fronti,
abituatu ri ddhi ranni spaventi
ch' ogni minutu chiamava li santi,
arrivavu ddha ch' unn c' era chiù nenti,
firmaru l' armistiziu sull'istanti.
Ma penzu a la cunnanna e su' scuntenti,
penzu a mogghi, figghi e tutti cuanti.


Mi passu anticchia 'i tempu cu stu scantu    43
senza aviri fattu nuddhu mali.
Lu ministru di la verra Diaz Armandu
un gnornu pubblicau na shircolari,
sennu niautri tutti o so cumannu
ordini aviamu tutti r' ascutari
lu scrittu mi ralligrau 'n autru tantu
tutta la cunnanna mia fa annullari.


Ringhraziu a Cristu e la surti, suvrani        44
ca m' assissteru sempri a tutti l'uri
a scornu ri carogna e di li nfami,
e di la genti farsa e traritura,
passu cuattru anni ri focu e di fami
senza cogghiri sanghu né kalura.
Ma speru nta poch' 'i jorna 'i cuncidarimi
cuantu vaiu a vasari la me shura.



Fiori ca di mia si sempri amata                 45
dopu cuattr' anni ti trovi rifiorita,
ora ch' è arrivata la jurnata
etta ssa fogghia trista e sculurita,
ha avutu curpa la furtuna nghrata
soffriri tantu nni la nostra vita
ma speru nta la Matri Addulurata
di riturnari cu saluti e vita.


Ora chi sta gran lotta è tirminata               46
tornanu n kori l' amuri e la vita
torna la vita vecchia addimurata
torna la paci bella rifiorita,
mi resta pi ricordu ssa jurnata,
cu appi la furtuna di villa finita,
e tutta la cuadruplici alliata
gridau "Viva l' Italia unita!"


M' aiu 'mpignatu e arrivai stanku             47
pi cuntarivi tutta l' evangelica,
a farimi sti versi nun fu franku,
vulia la menti d' un struitu mericu,
scrivu giustu la me firma e kuasi manku
vulia passari cuarke libbru tecnicu,
u nomi meu vi ricu chiaru e franku
è Amodeo Giuseppe di Domenicu.