<p>IL DIALETTO PER DILETTO<br> Sostenere le proprie ragioni a colpi di sedia, sulle teste altrui, a seguito di questioni filologiche, anzi, fonetico-ortografiche, può sembrare esagerazione, ma gli appassionati studiosi siciliani dell’Ottocento, per amore del dialetto, affrontavano con nonchalance simili eventualità.<br> Nel 1870, si doveva scrivere Xiuri o Sciuri? Xiacca o Ssciacca? O Ciuri e Ciacca? Questo era il problema.<br> Fior di studiosi sostennero appassionatamente or l’una or l’altra risoluzione senza addivenire per la verità ad un risultato pacificamente condiviso. Non che il dilemma sia stato risolto, a distanza di un secolo, anzi, si è aggravato, quando dai fatti concernenti l’ortografia si è passati alle stesse parole da scrivere e da pronunciare. Basti pensare all’infinita varietà del pronome più egoisticamente pronunciato: ìu, iù, eu, ia, iè, iò, i...<br> Altri esempi: a Casteltermini il coltello si dice cutìddu, a Canicattì l’uovo si dice uèvu, a Nicosia le dita si dicono didi. In uno stesso paese i buoi si possono chiamare vo oppure vua. Il grembiule cambia nome di pari passo ai piatti tipici preparati in varie parti della Sicilia da chi l’indossa: fallaru, fasdali, fadali, falari ... Dal lessico alla sintassi: ad Alì si dice ai ragiuni mi ti lagni per &quot;hai ragione di lagnarti&quot;, a Frassanò dicci mi trasi per &quot;digli di entrare&quot;, a Roccella Valdemone dàtimi mi bbìu per &quot;datemi da bere&quot; e a Milazzo mi a vitti spugghiàri si curca per &quot;la vidi spogliare per coricarsi&quot;. Un poeta di San Fratello può scrivere: Cam na zzita chi ghj passea / u schient di la prima vauta / s’abbanauna e si dèscia aner, /Accuscì, suparari li ndecisiuoi, / misg a nu i miei pinsier... (Come una sposa cui è passato / il timore della prima volta / s’abbandona e si lascia andare, / così, superate le titubanze, / ho messo a nudo le mie preoccupazioni...<br> E la trottola? Furrìa con un nome nel palermitano e firría sotto altro nome nell’agrigentino. L’Università di Palermo vi ha dedicato uno studio.<br> Non si pensi che a questo caos i grammatici e gli studiosi non abbiano tentato di mettere ordine, l’hanno fatto scrivendo grammatiche, caldeggiando ortografie anche bizzarre, ipotizzando koiné, soprattutto ad uso dei poeti, i veri e pressoché unici artefici a quanto pare del dialetto siciliano scritto; ma proprio loro non ne hanno mai voluto sapere di seguire regole e regolette ritenendole un attentato alla libera creatività: ognuno ha scritto e scrive come gli pare e piace. La difformità tra l’italianizzante Giovanni Meli e Alessio Di Giovanni fonografista, Santo Calì di Schisò e Ignazio Buttitta di Bagheria, per non parlare dei galloitalici, suona come chiara smentita contro coloro che vorrebbero conferire al siciliano status e spessore di lingua, aeterna quaestio che volentieri tralasciamo: teniamo alla nostra incolumità.<br> Per fortuna, o per sfortuna: da un punto strettamente linguistico, si capisce, è intervenuta l’unità d’Italia, che ha unificato oltre che le tasse e il servizio di leva anche i vari dialetti nel senso che li ha saltati a piè pari, relegando in secondo piano le accalorate questioni dialettali. Si è avuto così un popolo di italofoni che scriveva in italiano e parlava, abusivamente, in dialetto. Nei Seminari, i clerici venivano puniti con l’accipe se incocciati a pronunciare frasi o semplici interiezioni paesane, cioè dialettali; nelle scuole il dialetto era unicamente elemento &quot;inquinante&quot;, spia di degradata origine sociale, di rozzezza e maleducazione, non solo linguistica: da segnare con la matita blu nei distillatissimi temi.<br> L’italiano era la lingua del potere. Per la borghesia era segno di distinzione o schermo per non far trapelare &quot;meccaniche&quot; origini. Uno Sciascia arrabbiatissimo ha bollato &quot;l’amorfa borghesia siciliana&quot; per avere addolcito e italianizzato il cacuminale &quot;ddu&quot; del lacerante grido &quot;Hanno ammazzato compare Turiddu&quot;, nella Cavalleria rusticana.<br> Poi Pasolini lanciò l’allarme: con la scomparsa delle lucciole si rischiava la scomparsa di tante altre cose, compreso il dialetto e il mondo di cui esso era corpo e voce. Cambiò l’atteggiamento, nella società, nella cultura, in parte nell’editoria, si riscoprì come un valore quello che prima era stato bistrattato e bandito.<br> E siamo ai giorni nostri. Dopo tanti appelli provenienti da linguisti, antropologi, poeti, uomini di cultura e semplici cittadini, in favore del dialetto siciliano, e qui si citano solo Giovanni Ruffino e Salvatore Di Marco in rappresentanza del mondo accademico e dei liberi cultori del dialetto, la Regione siciliana ha emanato la circolare n. 11, prot. 535 del 7 luglio 2000 con cui si rendono efficaci ed operative le precedenti leggi intese &quot;a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche delle scuole dell’Isola&quot;. Per accedere ai finanziamenti, le scuole hanno presentato appositi progetti.<br> Nel declinare il proprio, la scuola media &quot;Quasimodo&quot; di Palermo, ad esempio, con la benevola approvazione del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, si è prefissa l’obiettivo di fare scoprire le regole ortografiche e i nessi logico-sintattici attraverso l’analisi della produzione dialettale sia colta che popolare; avviare un confronto tra la struttura grammaticale della lingua ufficiale e la produzione dialettale; porre la problematicità delle trascrizioni dialettali e delle possibili soluzioni secondo le diverse scuole; studiare il lessico dal punto di vista etimologico; studiare l’evoluzione storica della lingua dal punto di vista del lessico e grammaticale. Per non parlare dei contenuti ovvero dello studio della società nei suoi diversi aspetti: lavoro, amore, mondo dell’infanzia, feste dell’anno secondo il calendario religioso e il ciclo delle stagioni, etc.<br> Sono cadute insomma le cateratte che impedivano alle istituzioni scolastiche statali siciliane di guardare con maggiore consapevolezza e senza pregiudizi a ciò che intorno ad esse si muoveva, specialmente sotto l’aspetto linguistico.<br> Nasce così dalla curiosità, sostanziata di tante buone e acquisite ragioni, l’intervista al presidente onorario dell’Accademia du Crivu, anzi, come voleva prima il suo fondatore, Kademia du Krivu, e come vuole ora: Akkademia du Krivu. Krivu è lo staccio, arnese usato per separare tra l’altro la farina dalla crusca.<br> L’Akkademia, nata nel 1995, si prefigge la scoperta e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, si è fatta promotrice di singolari iniziative come la messa celebrata in lingua siciliana il 26 dicembre dello stesso anno, con tanto di approvazione ecclesiastica, ma soprattutto si propone di restaurare in via sperimentale la vera grafia del siciliano antico.<br> Dottor Provitina, non bastavano le ortografie esistenti?<br> R. Intanto, preciso che il mio vero nome è Prufètina, deriva da una famiglia bizantina che aveva capacità divinatorie, in seguito grecizzato con il suffisso ina e significa &quot;figlia del Profeta&quot;; non solo il mio ma tutti i nomi siciliani dovrebbero essere cambiati per come erano scritti originariamente.<br> Una bella impresa! Si può immaginare il disagio per i cittadini e gli uffici anagrafici che dovrebbero &quot;correggere&quot; tutti i loro documenti.<br> R. Non dico questo, la mia è una provocazione ma anche una proposta sperimentale. E vengo così alla sua domanda iniziale. Non solo per i cognomi, ma per scrivere tutte le parole siciliane finora sono stati adottati i segni alfabetici dell’italiano, questo è stato ed è l’errore delle varie ortografie esistenti.<br> E invece?<br> R. Invece bisognerebbe adottare la tabedda fonika siciliana.<br> Sarebbe?<br> R. Adottare i ventisette segni alfabetici del siciliano per indicare i suoni di qualsiasi parola dialettale siciliana, di ieri e di oggi e anche di domani.<br> Non sarebbe un voler versare il vino nuovo in otri vecchi?<br> R. Ci riteniamo innovatori, non conservatori, anche se non abbiamo la presunzione di rifare la lingua siciliana. O ce l’ha o non ce l’ha un popolo la sua scrittura. Il popolo siciliano ce l’ha. È sbagliato volere scrivere il siciliano con l’alfabeto italiano. Tutto qui. In particolare rivendichiamo il ripristino di k, x, j. La storia ci dà ragione. Nella prima metà del XIV secolo troviamo il segno k al posto di c dura. Nel XV secolo, sci veniva scritto x e nel XVIII e XIX secolo si utilizzava il segno grafico j invece del corrispondente gi appartenente alla tabella fonica italiana. Inorridisco quando in televisione, dovendo leggere Caltanissetta Xirbi, pronunciano Csirbi invece di Scirbi. Vicino Roccapalumba esiste il monte Sciarra, scritto anticamente Xarra. Tuttora troviamo ancora dei pastori analfabeti o quasi che cercando di imparare a scrivere utilizzano la k per esprimere c dura, poiché è un fatto genetico, è dentro di noi.<br> Come mai queste soluzioni finora non sono state adottate sistematicamente?<br> R. Anche noi du Krivu ci chiediamo come mai il Pitrè, ad esempio, ha ceduto a scrivere una grammatica dove l’uso dei segni graf¦ci non corrisponde a quello siciliano nonostante ne fosse a conoscenza. Ma sappiamo la risposta: perché altrimenti non avrebbe avuto la storia. Oggi è impensabile che uno studio coraggioso quale possa essere quello fatto da noi du Krivu attraverso il mio libretto Lezioni di beddu skriviri sicilianu possa essere sostenuto da un istituto di cultura, riconosciuto da una università qualunque o appoggiato da una classe politica, è impensabile proprio perché è una novità talmente dirompente che nessuno ha il coraggio di sostenerlo; per fare pubblicare da altri il mio libretto e farlo circolare, dovrei far sparire la k, la x, la j, dovrei far sparire la verità. Nun si podi ammucciari u suli ku u krivu. È quello che hanno fatto il Pitrè, il Piccitto e lo stesso Salvatore Camilleri. Lo stesso Meli non scrisse nel siciliano che sapeva sicuramente scrivere.<br> Il professore Salvatore Trovato dell’università di Catania ha in preparazione una pubblicazione sull’ortografia siciliana...<br> R. E vabbé, ognuno pubblica la sua, ma sono tutte sbagliate e chi le pubblica sa che sbaglia, io lo so che loro sanno di sbagliare perché ne abbiamo parlato. Con molti studiosi ho avuto scambi di opinione, anche con lo stesso Ruffino, fatto sta che chi vuol fare strada deve nascondere la verità. Io posso rendere pubbliche le mie convinzioni perché non ci debbo campare. Se io dovessi far sopravvivere la mia famiglia, dovrei pubblicare le mie cose trasformandole, eliminando quello che la politica vuole che non si dica.<br> A proposito di politica, come reputa l’attuazione della legge regionale sull’insegnamento del dialetto nelle scuole?<br> Sicuramente non tempestiva. Lo sarebbe stata se fosse stata attuata già negli Anni Ottanta, quando uscì la legge. Che sia opportuna, non c’è dubbio. Che possa essere utile e positiva, ne sono convintissimo, perché la salvaguardia dei tanti dialetti siciliani significa la salvaguardia della lingua siciliana. Guai se si perdesse questo patrimonio. Ah, se ci fosse stata l’Akkademia du krivu due secoli fa!<br> Cosa sarebbe cambiato?<br> Molto. Pensi: alla base di ogni popolo c’è la cultura e alla base di ogni forma culturale c’è la lingua che la esprime. Ebbene, la regola fondamentale per chi vuol far parte della nostra accademia è di pensare, parlare, leggere e scrivere in siciliano.<br> È una fede!<br> Sì, è una fede nella nostra identità.<br> </p>
  Ortografia     Sishilianu    

 


     - Fonetica
     - Testo Italiano
     - 'A me verra' di nonno Peppe.
     - Unni vaiu vaiu
     - A sciarra di Pachinu
     - Kolapisci
     - Giufà
     - Kùntura r'Esòpu.
        O R T O G R A F I A:

    - Scriviri i cunzunanti
    - I Nomi
    - L' articuli
    - Verbu Ausiliariu
    - Verbi
    - Frasi chi cunzunanti palisi.
    - U Sonnu - Kanzuna
    - Komu si munna a ficurinnia

 

 

 



Scriviri i cunzunanti




I cunzunanti composti
     Generalmenti, kuannu si scrivi, s'accoppianu na cunzunanti e na vocali pi scriviri un zonu chi veni ri n mucca. Però, comu è saputu nta tutti i linghui ru munnu, tanti voti unn abbasta na cunzunanti pi rapprisintari un zonu chi veni parlatu e allura s'accoppianu dui, tri, o addirittura kuattru cunzunanti, komu sannu bonu i tedeski, pi putiri scriviri u sonu di na cunzunanti parlata.
    N zishilianu aemu na pocu ri cunzunanti k'unn zunnu parlati nna nuddha autra parti ru munnu. Li chiamamu "Cunzunanti autoctoni", pickì sunnu parlati sulu ni niautri. E komu l'am'a scriviri, ch'unn esisti nall'arfabbetu latinu a cunzunanti adatta?
Pigghiamu na parola komu fu tintatu di scrivila no passatu:
  • Hjiocca: Pitrè a scrissi accussì.
  • Xocca: Ci fu cu usau a 'X' pi fari ssu sonu cunzunanticu.
  • Sciocca: Addirittura fu pigghiata sta cunzunanti chi kanuscemu, e ki sapemu ch'unn appatta
  • Shocca: Ora stamu usannu sta 'Sh' chi è kanusciuta nternaziunalmenti
Ma i linghuisti s'hann'a dishidiri, unn ponnu fari finta di nenti e lassari n manu e pueti, ch'a menti r'iddhi nata n mezzu e sonnura, u modu di parlari e scriviri a linghua parlata re sishiliani.
    Komu ssa cunzunanti chi vittimu, na linghua sishiliana ci n'è na rishina, ch'am'a truvari u modu di scrivili. Stu sturiu è na pruposta e n'azioni pratica, n mankanza di dishisioni pigghiati no passatu. Unn pirmettu chi mi si rishi chi a linghua sishiliana si scrivi accussi o accussà sulu pickì a scrivinu i pueti.
    Vi ricu a virità: Haiu parenti pueti e ghiò a me linghua sishiliana n manu a iddhi unn ci a lassu.


 



Kunzunanti autoctoni

Digrammi
Ch      +  i, e Kunzunanti 'C rura' aspirata              autoctona
Ci      +  a, o, u  
Ck      +  i, e                   (*)  
Dh      +  i, e, a, o, u Kunzunanti D palatali                          autoctona
Gh      +  i, e  
Gi      +  a, o, u  
Gl      +  i  
Gn      +  i, e, a, o, u  
nK      +  i, e C rura gutturali
nK      +  a, o, u C rura, impregnata di N, tracheali    autoctona
Rk      +  i, e                   (*)  
Sc      +  i, e Sibilanti
Sc      +  a, o, u Gutturali
Sh      +  i, e, a, o, u 'C rushi' debbuli                                   autoctona
Sk      +  i, e                   (*)  
Tr      +  i, e, a, o, u    (**)  
   
Trigrammi  
Chi      +  e, a, o, u Palatali                                                  autoctona
Gli      +  e, a, o, u Linghuali
nGh      +  i, e, a, o, u 'G rura' ku N mprignanti                     autoctona
nGn      +  i, e, a, o, u 'G rushi' ku N mprignanti
Sci      +  a, o, u  
Scr      +  i, e, a, o, u  
   
Kuatrigrammi  
nChi      +  e, a, o, u     (*) palatali                                                 autoctona


 

(*) Ck-i,e; Cc-a,o,u;   -  Rk-i,e; Rc-a,o,u;  -   Sk-i,e; Sc-a,o,u;
Nk-i,e;  Nk-a,o,u (Gutturale); - N chi+e,a,o,u. (palatale).

(**) Na fonetica già u vittimu comu si prununzianu i dentali ca R.


I Nomi

    I nomi sishiliani hannu origgini di tanti culturi: Fenishi, Greshi, Latini, Arabbi, Normanni, Spagnoli, Francisi. Ognunu ri ssi populi lassau na nostra terra Usanzi e linghua, e ci fu unni privaleru i greshi comu na Sishilia orientali, o i Fenishi comu na Sishilia occidentali. Kancianu i paroli, kancia u modu di parlari, kancianu l'usanzi. Ma in linia ri massima putemu riri chi a linghua chi ni lassau a mpronta chiù forti fu u latinu, pi kissu a linghua sishiliana è katalogata ntra i linghui neolotini.
    Puru s'i paroli unn zunnu paraggi, c'è un modu sishilianu di parlari ki si pò chiamari 'Linghua'. E' komu i paroli vennu mpustati na frasi, komu vennu adattati e murritiati pi ffari arrinesciri u riscursu. Perciò unn tinemu accura i diffirenzi chi ci sunnu, ma valorizzamu a rickizza di sonura, di paroli, di tanti frasi nostri, du modu di parlari alla palermitana, alla catanisi, alla missinisi, alla marsalisa e di tutti i parti ra Sishilia, ch'ogni paisi havi u so linguaggiu.

1a Declinazione 2a Declinazione 3a Declinazione
a canna
a pasta
a sella
a testa
a scena
a cura
a spiaggia
a scala
a risata
i canni
i pasti
i selli
i testi
i sceni
i curi
i spiaggi
i scali
i risati
u caddhu
l' occhiu
u sceccu
u saccu
l' arvulu
u mutu
u sheusu
u tavulu
u specchiu
i caddhi
l' occhi
i scecchi
i sacchi
l' arvuli
i muti
i sheusi
i tavuli
i specchi
u pani
a matri
a pishi
u pisci
u cani
a utti
a faushi
u peri
u renti
i pani
i matri
i pishi
i pisci
i cani
i utti
i faushi
i peri
i renti
4a Declinazione 5a Declinazione 6a Declinazione -furma astratta*
l' 0vu
u pisu
u pusu
u iritu
l' uvitu
u rologgiu
u rimu
u firraru
u sicchiu
l' ova
i pisa
i pusa
i irita
l' uvita
i rologgia
i rima
i firrara
i sicchia
u carvuni
u saluni
u casciuni
u maruni
u scaluni
u arzuni
u cantuni
u timuni
u miluni
i carvuna
i saluna
i casciuna
i maruna
i scaluna
i arzuna
i cantuna
i timuna
i miluna
u feu
u tettu
u sonnu
u jocu
u pettu
u leccu
u shirku
u trenu
u cuntu
i feura
i tettura
i sonnura
i jocura
i pettura
i leccura
i shirkura
i trenura
i cuntura

* Si usa pi agghiunciri un zignificatu astrattu a certi nomi:
  • I tetti staianu carennu, pi kissu li fishi aggiustari.
  • Ne banni nostri i tettura sunnu a tirrazzi.


  • A stazioni ci sunnu dui treni fermi.
  • I trenura caminanu supr'e binari.


L' Articuli

 


    I nomi sishiliani chi nkumincianu cu na vocali vonnu l' articulu determinativu L',
tutti l' autri nomi prifiriscinu l' articulu determinativu cuntrattu:  ū, ā, ī.

Articuli

Pripusizioni

L' U A I Un note
Di
Ri
Di l'
Ri l'

Du
Ru
Da
Ra
Di
Ri
Dun
Run
Forma debole D in R
Di + prep. In = *
A All' O A E On -
Da
Ra
Dall'
Rall'
Do
Ro
D2
Ra
De
Re
Don
Ron
Forma debole D in R
Ku
Cu
Kull'
Cull'
Ku
Cu
Ka
Ca
Ki
Chi
Kun
Cun
Forma debole K in C dura aspirata.
Pi Pill' Pu Pa Pi Pun Pi + prep. In = **
In -' N Ni l' Nu Na Ni Nun nel, nella
In a Nall' No Na Ne Non sopra/presso a il
Inta a Ntall' Nto Nta Nte Nton dentro a il

* Ri n marca, pi taliari u funnu ru mari ci voli u strumentu chiamatu 'u specchiu'.

** Pi ghiri a Roma è megghiu pigghiari l' apparecchiu,
      ma ... pi m Palermu abbasta a currera.

(A 'N' ravanti a labbiali stabbili 'P' addiventa 'M'. Ma a stessa frasi havi un zò modu a ssicunnu ru nomi:
  • ... pi n Trapani abbasta a currera.
  • ... pi Messina abbasta a currera.
  • ... pir Enna abbasta a currera.

  • Kissu pickì è na sinzibbilità ru linghuaggiu ri sishiliani unn criari 'cacofonii' no parlari ... e no scriviri.)

     

     

    Verbu ausiliariu


    Verbu aviri avutu avennu ha aviri
    haiu avia happi avissi
    Tu hai avivi avisti avissi
    Iddhu havi avia happi avissi
    Niautri avemu * aviamu happimu avissimu
    Viautri aviti aviavu avistuvu avissivu
    Iddhi hannu avianu happiru avissiru
    * ausiliario: Aemu: Amu: Emu: amu statu, emu jutu, unn amu finutu . . .

    haiu a ha   ffari
    Tu hai a ha   ffari
    Iddhu havi a hav' a   ffari
    Niautri avemu a aem' a am'a - em'a ffari
    Viautri aviti a ait' a at'a ffari
    Iddhi hannu a hann' a   ffari

    avia a     ghiri
    Tu avivi a aviv' a   ghiri
    Iddhu avia a     ghiri
    Niautri aviamu a aviam' a   ghiri
    Viautri aviavu a     ghiri
    Iddhi avianu a avian' a   ghiri

    happi a happ' a   kurriri
    Tu avisti a avist' a   kurriri
    Iddhu happi a happ' a   kurriri
    Niautri happimu a happim' a   kurriri
    Viautri avistuvu a     kurriri
    Iddhi happiru a happir' a   kurriri
    U stessu pi    'avissi'

     

     

    I Verbi

    Verbu essiri statu essennu ha essiri
    sugnu era fui fussi
    Tu eri fusti fussi
    Iddhu è, esti, eni era fu fussi
    Niautri semu eramu fomu fussimu
    Viautri siti eravu fustivu foravu
    Iddhi sunnu eranu foru fussiru
    Verbu putiri pututu putennu ha putiri
    pozzu putia potti putissi
    Tu poi putivi putisti putissi
    Iddhu putia potti putissi
    Niautri putemu putiamu pottimu putissimu
    Viautri putiti putiavu putistuvu putissivu
    Iddhi ponnu putianu pottiru (puteru) putissiru

    Verbu stari statu stannu ha stari
    staiu stava stesi stassi
    Tu stai stavi stasti stassi
    Iddhu sta stava stesi stassi
    Niautri stamu stavamu stesimu stassimu
    Viautri stati stavavu stastivu stassivu
    Iddhi stannu stavanu stesiru stassiru

    Verbu jiri jutu jennu ha ghiri
    vaiu jia jivi jissi
    Tu vai jivi jisti jissi
    Iddhu va jia jiu jissi
    Niautri jemu jiamu jemu jissimu
    Viautri jiti jiavu jistivu jissivu
    Iddhi vannu jianu jeru jissiru

     

    U Tempu Futuru

         N zishilianu unn zi rishi "Iu virrò arrè l' annu vunturu", ma "Iu vegnu arrè l' annu vinturu". U tempu futuru è usatu ku tempu presenti nta tutti i casi.
         U tempu futuru è usatu sulu non modu dubitativu:

         - pi ghiri ri m Palermu a Katania ci vurrà na trina r' uri.
         - Sarà comu rishi tu, ma a mmia unn mi cunminci!
         - "Sicunnu tia cuant' anni havi?" - "Mah! Avirrà na vintina r' anni!"

     

    Kunzunanti misi a vvista.

        Pi pputiri sturiari u scrittu sishilianu, fashemu chi mmittemu palisi tutti i cunzunanti, puru chiddhi chi nnormalmenti unn mennu scritti. Accussi, viremu comu i paroli vennu travagghiati rintra a frasi manu manu chi ss'intreccia u riscursu.
        Ora chi kanuscemu tutti i nghranaggi putemu leggiri e scriviri komu u populu sishilianu parla.
        Unn ni pigghiamu pinzeri ru fattu ki ddi na banna a nnautra ra Sishilia si usanu palori diffirenti. Ognunu hav'a scriviri komu si mparau a pparlari, usannu a tecnica ch'amu vistu fin'a ora, pickì è bbona pi ttutti i parti ra Sishilia, essennu ch'unn mennu canciati i palori, ma, pi kurpa ri l'accenti chi viremu appressu, sulu a prima cunzunanti chi c'è ravanti e palori.
    • Paroli chi finiscinu cull'accentu brevi: ă (prep.), Accussì, Chiù, ĕ (cong.), Kĭ, Kŭ (prep.), Kuarkĕ, Né, ognĭ, Pĭ (prep.), S ĭ (cong.), Trĭ, e i verbi è, Sì, Sù, Fù, Fà, Pò, stă, vă.
    • Dopu l'accentu longhu ci va a sillabba debbuli o semplishi.
    • Dopu l'accentu bbrevi ci va a sillabba forti o ddoppia.
    • Dopu a 'N':
      • A C si scrivi N K-.
      • A D addiventa N: N N-.
      • A G e a G asp. addiventanu N Gh- + i,e,o,a,u. Prununzia autoctona.
      • A J addiventa Gn: N GN-.  U Jornu - Un Gnornu. Jiri - unn gniri
      • A S addiventa Z
    • A B, a D stabbili, e a G stabbili sunnu sempri ddoppi, n principiu e n mezzu a parola.
    Dhu vecchhiu camina n mezzu a strata. 
    Nun è lu veru.
    Kogghi i shuri pu vasu n zalottu
    Adduma u focu pi ffari cauru.
    Hai a testa rura!
    Rumpilu chi renti.
    I sirvizza si fannu di jornu.
    Racci a manciari o attu.
    U vinu ra utti havi sapuri megghiu.
    Dh' omu è bbecchiu.
    Nun è bberu.
    I rosi hannu spini e ciuri
    st' jornu fa chiù kauru r' aeri.
    Hai a testa chiù ddura di na balata!
    t'ha ddifenniri cu ddenti e ugna!
    Ha aspittari cuarke ghiornu e ti rugnu i sordi.
    Kani e ggattu unn mannu raccordu
    No malasenu tegnu tri vvutti ri vinu bbonu.

     

    ESEMPIU
         Un tali kinu ri raggia contr' a vurpi chi cci arricava ddannu, na bbona vota a nkagghiau e ssi vosi pigghiari na bbeddha vinnitta. Ci attaccau na cura ristuccia china r' ogghiu e cci retti focu.
        Ma un Ddiu* guidau a vurpi propriu no siminatu ri chiddhu chi cci avia ratu focu.
        Era u tempu di metiri, e kiddhu c' jia appressu chiancennu dispiratu, pickì ankora unn avia mitutu nenti.

        S' hav' a essiri tulliranti senza lassarisi pigghiari ra raggia, pickì pi rraggia spissu l'omini rabbiusi vannu nkontru a granni ddanni.


        Un sceccu karricu ri sali staia passannu un ciumi. Sciddhicau e kariu nall' accua, unni u sali si slavau. E u sceccu, attruvannusi chiù lleggiu, fu kuntentu assai ri soccu successi.
        Nautra ota, juntu ch' un karricu ri spugni na sponta ru shumi, critti ki ss' avissi carutu, n' avissi nisciutu chiù lleggiu, e accussì sciddhicau apposta nall' accua. Però successi ki i spugni si jinkeru tutti r' accua e u sceccu, unn arriniscennu chiù a nnesciri ra currenti, morsi anniatu.

        A stessa manera, l' omini unn zi nn' addunanu ki sunnu i maniati r' iddhi stessi a ghittalli ne ddisgrazzi.

     

    U Sonnu
    Sta canzuna a ntisi ri nicu. A cantavanu i carritteri cuann' avianu a ffari sthrata longha.

     

    Komu si munna a ficurinnia





    Si tagghianu i rui punti ru fruttu



    Si ntagghia pi mezzu shentimetru ri parti a pparti



    Ki ru' irita rossi si rapi a scorcia



    Si libbira u fruttu



    Si pigghia e ssi mancia.

    Kuannu si cogghinu i ficurrinnia
    s' hav' a star' attentu e spini.
    P' unn spinarisi
    è megghiu mettisi i nghuanti,
    o cogghili cu na pezza
    o cun pezz' 'i cartuni.