Origine della lingua siciliana
Se dimostriamo che il Siciliano è stata la prima lingua romanza, colleghiamo la
sua origine alla dominazione romana della Sicilia, durante il terzo secolo a.C.
per un periodo di 800 anni. Se ciò può essere vero storicamente e linguisticamente,
chi può dire altrettanto però della lingua parlata dei siciliani indigeni prima
della dominazione romana? La Grecia antica aveva già colonizzato la Sicilia cinque
secoli prima dei Romani, stabilendo un appiglio a Naxos nel 735 a.C., la prima colonia
greca in Sicilia. A quel tempo, Omero, come si legge nel Libro XI dell’Odissea,
aveva già chiamato l’isola “Trinacria”, narrando il viaggio di Ulisse dopo la caduta
di Troia. Oltre ai Ciclopi, Ulisse incontrò anche dei Siciliani? Chi erano costoro
e che lingua parlavano?
o Note retrospettive.
Tutti sappiamo, secondo la nostra stessa esperienza, che la lingua della specie
umana è acquisita durante la fanciullezza. Il fanciullo impara la lingua sentendola
parlare ed associandola al suono. Gradualmente poi impara a ripeterla. Ciò sta a
significare che la lingua parlata è il primo strumento di comunicazione linguistica
umana . Sappiamo altresì che se non si impara a parlare durante la fanciullezza,
non si può mai imparare a farlo dopo. Questo può valere anche per altre caratteristiche
della lingua.
La forma scritta di una lingua, di solito, è imparata dopo la forma parlata. E,
per di più, la scrittura esprime solo in parte i veri suoni della lingua parlata.
Alcune espressioni scritte della lingua non sono collegate al suono della parola,
ma solamente al suo significato. Per il Siciliano non è così. L’alfabeto siciliano
coincide con il suono siciliano.
Alcune lingue hanno suoni unici che possono essere riprodotti solamente dai nativi.
Quando un alfabeto è connesso ai suoni di una lingua, diventa necessario, ogni tanto,
innovare il carattere originale per rappresentare l’unicità del suono. Il singolo
carattere cirillico rappresentato qui come:bl e chiamato “ierì”, è un esempio di
un carattere che fu aggiunto all’alfabeto cirillico per rappresentare uno dei suoni
unici della lingua russa.
I nativi stessi, pur parlano la loro lingua ed avendo il loro sistema unico di suoni,
hanno difficoltà o impossibilità a produrre alcuni suoni che appartengono ad altre
lingue. Sebbene la specie umana abbia lo stesso apparato uditivo e vocale, il suo
sviluppo durante la fanciullezza determina la capacità della vita adulta. Fino ad
ora la maggior parte dei Siciliani ha imparato i primitivi suoni del siciliano tra
le braccia della mamma, continuando poi a farlo dentro la cerchia della famiglia.
o L’influenza romana.
Dallo studio dell’origine della lingua siciliana si evince che essa è una lingua
romanza e che si sviluppò nel corso degli otto secoli della dominazione romana nell’isola.
Lo stesso dicasi, con la differenza di un centinaio d’anni in più o in meno, per
l’origine del Portoghese, Spagnolo, Francese, Italiano, Rumeno e di altre lingue.
Oltre alla dominazione dei Romani, la posizione della Sicilia al centro del Mediterraneo,
nell’arco di tempo dei 2700 anni trascorsi, favorì la instaurazione di tante altre
dominazioni, a cominciare dai Greci nel 735 a.C. e per finire con gli Italiani d’oggi.
Così, oltre al vocabolario latino di base, la lingua siciliana contiene parole che
sono di origine greca, araba, tedesca, francese e spagnola.
Però la lingua che i Siciliani parlano ancora oggi conserva alcuni caratteri di
unicità linguistica e fonetica che non appartengono all’alfabeto scritto né possono
essere attribuiti alla lingua dei dominatori dell’isola. Forse quelle caratteristiche
sono il residuo non documentabile del linguaggio del popolo indigeno precedente:
gli Elimi, i Siculi e i Sicani, i più antichi abitanti. Isolare quelle caratteristiche
per confrontarle con quelle simili di altre lingue potrebbe essere una strategia
di ricerca fruttuosa.
o Il misterioso passato.
I graffiti nella grotta Addaura nel monte Pellegrino a Palermo sono tra le più recenti
tracce dell’insediamento umano in Sicilia. Risalgono a circa 7000 anni a.C. I Sicani
arrivarono nell’isola attorno al 6000 a.C. e la loro colonia più importante fu Sant’Angelo
Muxaro vicino Agrigento. Non sappiamo da dove venissero o che lingua parlassero.
Da un lato, Tucidide sostiene che i Sicani siano stati i primi abitanti della Sicilia,
ma dall’altro sostiene che essi siano venuti dall’ Iberia e che derivassero il loro
nome dal fiume chiamato Sicano.
Tucidide trasse queste convinzioni dalla lettura del IX volune dell’opera di Antioco
di Siracusa.
Si crede che i Siculi siano arrivati in Sicilia verso il 1400 a.C. Secondo Tucidide,
essi arrivarono in Italia attraversando lo stretto di Messina per sfuggire agli
Osci. Egli sostiene anche che essi combatterono contro i Sicani, occupando la parte
orientale dove si trovava la terra più fertile e confinandoli nella parte di sud-ovest
dell’isola. Ignazio La lingua siciliana ha radici preistoriche e probabilmente risulta
essere la combinazione delle lingue parlate dai Sicani e dai Siculi. I Siculi, arrivati
dal Lazio, parlavano una lingua appartenente al sottogruppo italico delle lingue
indo-europee.
Si crede che gli Elimi siano arrivati in Sicilia verso il 1200 a.C. Essi fondarono
le città di Erice, Entella e Segesta. Lo storico Dionigi d’Alicarnasso racconta
che essi furono i discendenti dei Troiani. Virgilio lo conferma nell’Eneide. Tuttavia,
dopo la diffusione dell’Ellenismo in Sicilia, gli Elimi scomparvero.
Di questo gruppo, i Fenici furono gli ultimi ad arrivare in Sicilia, attorno al
1000 a.C. Essi stabilirono basi commerciali a Motya (Mozia), Solus (Soluto) e Panormos
(Palermo). Sebbene sia noto che avessero rapporti commerciali con tutti gli abitanti
della Sicilia, il fatto che si trovassero vicino agli Elimi e ai Sicani fa supporre
che esistesse un’affinità linguistica tra di loro. Successivamente, i Fenici incrementarono
i loro commerci a Cartagine e in Sicilia, aumentando così la propria presenza fisica,
come abitanti. Forse qualche studioso di Arabo potrà meglio far luce su questo periodo
preistorico.
Per ora la remota preistoria della Sicilia rimane solo una questione di congettura.
Abbiamo ancora tante domande e poche risposte:
- perché i Sicani abitavano nella parte sud occidentale della Sicilia? Forse perché
vi sbarcarono volontariamente o perché vi approdarono per salvarsi dall’eruzione
del vulcano Etna?
- I Siculi e i Sicani coabitavano in pace o invece i Sicani fuggirono dalla Sicilia
orientale, dopo la battaglia contro i Siculi?
- I Sicani arrivarono dall’Iberia o dall’Africa del nord oppure furono abitanti
indigeni della Sicilia?
Tucidide sostiene entrambe le tesi. Se le loro lingue sono fuse in un’unica lingua,
allora essi non potevano essere popoli semiti di lingua araba e perciò provenienti
dall’Africa
Un altro modo per scoprire il passato preistorico attiene alla geografia genetica:
un popolo linguisticamente composito conserva solo una delle sue lingue verso cui
i geni si concentrano, in rapporto alle loro parentele ancestrali. C’è una corrispondenza
marcata tra l’albero genetico del popolo mondiale e l’albero genetico delle famiglie.
L’antropologia tradizionale e l’assenza di documenti storici hanno fino ad ora impedito
la scoperta dell’origine degli abitanti preistorici della Sicilia. Si spera che
un futuro progresso di ricerca in campo genetico possa chiarire il mistero.
o L’antico passato
Con la colonizzazione greca di Naxos nel 735 a.C. comincia la storia scritta della
Sicilia. A questo punto della storia sappiamo che già esistevano quattro gruppi,
i Sicani a sud-ovest, i Siculi ad est, gli Elimi a nord-ovest e i Fenici distribuiti
in zone commerciali sulle coste del nord e dell’occidente. Già nel 735 a.C. le zone
fenice stavano diventando colonie cartaginesi. Linguisticamente parlando, ci furono
quelli che ad occidente parlavano Arabo, i Cartaginesi, quelli che ad oriente parlavano
Greco, i Greci, e quelli che parlavano Sicano, o Siculi, o Elimi.
Attorno al 450 a.C. Ducezio, il re dei Siculi combattè contro i Greci e, sconfitto
dai Greci Siracusani, fu esiliato a Corinto. Siracusa ottenne il controllo delle
colonie greche di Agrigento e Gela nella costa meridionale, Catania e Messina ad
oriente e Himera nella costa settentrionale. La linea di controllo di Himera e di
Agrigento limitava l’espansione dei Cartaginesi ad occidente e consolidava il controllo
della parte orientale della Sicilia.
Forse è ragionevole notare che, parlando di sfera d’influenza dei Cartaginesi o
dei Greci, il sistema di trasporto a quei tempi non era avanzato e che ogni città
costituiva un mondo a sé e che le città rivaleggiavano l’una contro l’altra.
Dal punto di vista linguistico, un altro fatto curioso è che Ducezio, re dei Siculi
esiliato a Corinto, ebbe l’abilità di convincere una forza armata di Corintiani
a ritornare con lui in Sicilia e ad occupare la città di Cale Acte, nella costa
settentrionale.(Spoto, 267). E’ curioso perché il re siciliano a quanto pare parlava
abbastanza bene il Greco. Anche lo storico Erodoto (Libro VI, Erato), menziona il
luogo della città di Cale Acte sulla costa nord, prospiciente il mar Tirreno. Diodoro
Siculo, storico del I° secolo a.C., la colloca anche lui sulla costa nord, quasi
a metà strada tra Messina ed Himera. Questo fatto testimonia per noi l’esistenza
di un popolo che durante il V° secolo a.C. era ancora grande.
o Conclusione
Sappiamo, per diretta esperienza, che la prima lingua parlata è quella imparata
dai nostri genitori. Alcune lingue hanno suoni (fonia, fonemi) unici. La forma scritta
della lingua è soltanto un’approsimazione delle vere fonie della lingua. Ma la forma
scritta, quando esiste, permette di descrivere la lingua e determinare le varie
connessioni. In mancanza dell’archivio scritto della lingua, possiamo dedurre la
sua derivazione antecedente, isolando le fonie particolari e facendo un confronto
con le stesse fonie che conosciamo.
Come spiegare l’esistenza del Siciliano dopo tante dominazioni di stranieri? Ci
sono almeno due possibilità. La prima concerne la ricerca delle fonie, e il loro
confronto con il lessico normale. Il risultato potrà essere che la lingua siciliana
sia unica oppure che sarà necessario trovare un aggancio ad un antico antenato comune.
La seconda riguarda l’utilizzazione delle ricerche del codice genetico linguistico.
E’ certo che la Sicilia occupata per così lunghi periodi da ogni potere o dominazione
mediterranea forse ha perso la sua identità nativa. Ma il terreno montagnoso e l’esistenza
di tanti piccoli e remoti villaggi posti in cima alle colline ci fanno ben sperare
che una ricerca esauriente possa essere rivelatrice dell’unicità di una lingua e
di un popolo.
In Sicilia è nata la letteratura italiana, ma non la lingua italiana, che invece
è nata in Toscana.
I poeti della cosiddetta corte sveva, verso la metà del XIII secolo, componevano
poesie secondo il modello trovadorico, ma non in occitano, bensì nella loro lingua,
il siciliano.
Dunque, i poeti siciliani scrivevano in siciliano. Com'era questo siciliano? Più
o meno così:
Pir meu cori alligrari,
chi multu longiamenti
senza alligranza e joi d'amuri è statu,
mi ritornu in cantari ...
Questo è l'inizio di una canzone di Stefano Protonotaro da Messina, uno dei pochissimi
testi di questa scuola poetica che ci sia arrivato nel dettato originale.
Infatti i poeti toscani raccoglievano e studiavano con autentica devozione i manoscritti
della poesia siciliana, ma poiché a loro questo dialetto (lingua?) sembrava troppo
strano, copia oggi, copia domani, correggevano il testo, rendendolo sempre più simile
alla favella (ecco!) toscana.
Ecco dunque che la lingua di Giacomo da Lentini divenne, nel giro di una sola generazione:
Meravigliosa-mente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn'ora ...
Cioè qualcosa che assomiglia decisamente di più al toscano che al siciliano.
La poesia siciliana fu quindi imitata nei contenuti, nelle forme metriche (la canzone
e il sonetto, in primo luogo), nei temi dominanti, ma non nella lingua. Già Dante
era convinto che i poeti siciliani usassero non la loro parlata (ehm!) isolana,
ma un « volgare illustre », che in sostanza è il toscano.
Quest'equivoco ha lasciato nella poesia italiana dei secoli successivi un curioso
fossile.
I toscani trovavano in molti testi siciliani parole con vocale tonica o rimare con
u, e parole con la e rimare con la i. Non sapevano che in realtà questi testi erano
stati modificati, e che nell'originale si avevano due u o due i; per esempio, nel
testo di Giacomo da Lentini vediamo, pochi versi dopo quelli citati, taciri rimare
con diri. Essi pensarono dunque che tacere potesse rimare con dire; e chiamarono
questo fenomeno « rima siciliana ».
Per questo Dante scrisse:
.... Come
dicesti? elli ebbe? non viv'elli ancora?
non fere gli occhi suoi lo dolce lume?
con una rima come - lume che copisti ignoranti corressero introducendo un improbabile
lome, e che il Petrocchi ha brillantemente ristabilito nella sua edizione del Poema.
È infine per l'ignoranza di questa curiosa regola che il Manzoni sparò l'atroce
rima nui - Lui nel Cinque Maggio - e lì c'è poco da correggere.