<p>Origine della lingua siciliana<br> <br> Se dimostriamo che il Siciliano è stata la prima lingua romanza, colleghiamo la sua origine alla dominazione romana della Sicilia, durante il terzo secolo a.C. per un periodo di 800 anni. Se ciò può essere vero storicamente e linguisticamente, chi può dire altrettanto però della lingua parlata dei siciliani indigeni prima della dominazione romana? La Grecia antica aveva già colonizzato la Sicilia cinque secoli prima dei Romani, stabilendo un appiglio a Naxos nel 735 a.C., la prima colonia greca in Sicilia. A quel tempo, Omero, come si legge nel Libro XI dell’Odissea, aveva già chiamato l’isola “Trinacria”, narrando il viaggio di Ulisse dopo la caduta di Troia. Oltre ai Ciclopi, Ulisse incontrò anche dei Siciliani? Chi erano costoro e che lingua parlavano?<br> <br> o Note retrospettive.<br> <br> Tutti sappiamo, secondo la nostra stessa esperienza, che la lingua della specie umana è acquisita durante la fanciullezza. Il fanciullo impara la lingua sentendola parlare ed associandola al suono. Gradualmente poi impara a ripeterla. Ciò sta a significare che la lingua parlata è il primo strumento di comunicazione linguistica umana . Sappiamo altresì che se non si impara a parlare durante la fanciullezza, non si può mai imparare a farlo dopo. Questo può valere anche per altre caratteristiche della lingua.<br> <br> La forma scritta di una lingua, di solito, è imparata dopo la forma parlata. E, per di più, la scrittura esprime solo in parte i veri suoni della lingua parlata. Alcune espressioni scritte della lingua non sono collegate al suono della parola, ma solamente al suo significato. Per il Siciliano non è così. L’alfabeto siciliano coincide con il suono siciliano.<br> <br> Alcune lingue hanno suoni unici che possono essere riprodotti solamente dai nativi. Quando un alfabeto è connesso ai suoni di una lingua, diventa necessario, ogni tanto, innovare il carattere originale per rappresentare l’unicità del suono. Il singolo carattere cirillico rappresentato qui come:bl e chiamato “ierì”, è un esempio di un carattere che fu aggiunto all’alfabeto cirillico per rappresentare uno dei suoni unici della lingua russa.<br> <br> I nativi stessi, pur parlano la loro lingua ed avendo il loro sistema unico di suoni, hanno difficoltà o impossibilità a produrre alcuni suoni che appartengono ad altre lingue. Sebbene la specie umana abbia lo stesso apparato uditivo e vocale, il suo sviluppo durante la fanciullezza determina la capacità della vita adulta. Fino ad ora la maggior parte dei Siciliani ha imparato i primitivi suoni del siciliano tra le braccia della mamma, continuando poi a farlo dentro la cerchia della famiglia.<br> <br> o L’influenza romana.<br> <br> Dallo studio dell’origine della lingua siciliana si evince che essa è una lingua romanza e che si sviluppò nel corso degli otto secoli della dominazione romana nell’isola. Lo stesso dicasi, con la differenza di un centinaio d’anni in più o in meno, per l’origine del Portoghese, Spagnolo, Francese, Italiano, Rumeno e di altre lingue.<br> <br> Oltre alla dominazione dei Romani, la posizione della Sicilia al centro del Mediterraneo, nell’arco di tempo dei 2700 anni trascorsi, favorì la instaurazione di tante altre dominazioni, a cominciare dai Greci nel 735 a.C. e per finire con gli Italiani d’oggi. Così, oltre al vocabolario latino di base, la lingua siciliana contiene parole che sono di origine greca, araba, tedesca, francese e spagnola.<br> <br> Però la lingua che i Siciliani parlano ancora oggi conserva alcuni caratteri di unicità linguistica e fonetica che non appartengono all’alfabeto scritto né possono essere attribuiti alla lingua dei dominatori dell’isola. Forse quelle caratteristiche sono il residuo non documentabile del linguaggio del popolo indigeno precedente: gli Elimi, i Siculi e i Sicani, i più antichi abitanti. Isolare quelle caratteristiche per confrontarle con quelle simili di altre lingue potrebbe essere una strategia di ricerca fruttuosa.<br> <br> o Il misterioso passato.<br> <br> I graffiti nella grotta Addaura nel monte Pellegrino a Palermo sono tra le più recenti tracce dell’insediamento umano in Sicilia. Risalgono a circa 7000 anni a.C. I Sicani arrivarono nell’isola attorno al 6000 a.C. e la loro colonia più importante fu Sant’Angelo Muxaro vicino Agrigento. Non sappiamo da dove venissero o che lingua parlassero. Da un lato, Tucidide sostiene che i Sicani siano stati i primi abitanti della Sicilia, ma dall’altro sostiene che essi siano venuti dall’ Iberia e che derivassero il loro nome dal fiume chiamato Sicano.<br> Tucidide trasse queste convinzioni dalla lettura del IX volune dell’opera di Antioco di Siracusa.<br> <br> Si crede che i Siculi siano arrivati in Sicilia verso il 1400 a.C. Secondo Tucidide, essi arrivarono in Italia attraversando lo stretto di Messina per sfuggire agli Osci. Egli sostiene anche che essi combatterono contro i Sicani, occupando la parte orientale dove si trovava la terra più fertile e confinandoli nella parte di sud-ovest dell’isola. Ignazio La lingua siciliana ha radici preistoriche e probabilmente risulta essere la combinazione delle lingue parlate dai Sicani e dai Siculi. I Siculi, arrivati dal Lazio, parlavano una lingua appartenente al sottogruppo italico delle lingue indo-europee.<br> <br> Si crede che gli Elimi siano arrivati in Sicilia verso il 1200 a.C. Essi fondarono le città di Erice, Entella e Segesta. Lo storico Dionigi d’Alicarnasso racconta che essi furono i discendenti dei Troiani. Virgilio lo conferma nell’Eneide. Tuttavia, dopo la diffusione dell’Ellenismo in Sicilia, gli Elimi scomparvero.<br> <br> Di questo gruppo, i Fenici furono gli ultimi ad arrivare in Sicilia, attorno al 1000 a.C. Essi stabilirono basi commerciali a Motya (Mozia), Solus (Soluto) e Panormos (Palermo). Sebbene sia noto che avessero rapporti commerciali con tutti gli abitanti della Sicilia, il fatto che si trovassero vicino agli Elimi e ai Sicani fa supporre che esistesse un’affinità linguistica tra di loro. Successivamente, i Fenici incrementarono i loro commerci a Cartagine e in Sicilia, aumentando così la propria presenza fisica, come abitanti. Forse qualche studioso di Arabo potrà meglio far luce su questo periodo preistorico.<br> <br> Per ora la remota preistoria della Sicilia rimane solo una questione di congettura. Abbiamo ancora tante domande e poche risposte:<br> - perché i Sicani abitavano nella parte sud occidentale della Sicilia? Forse perché vi sbarcarono volontariamente o perché vi approdarono per salvarsi dall’eruzione del vulcano Etna?<br> - I Siculi e i Sicani coabitavano in pace o invece i Sicani fuggirono dalla Sicilia orientale, dopo la battaglia contro i Siculi?<br> - I Sicani arrivarono dall’Iberia o dall’Africa del nord oppure furono abitanti indigeni della Sicilia?<br> <br> Tucidide sostiene entrambe le tesi. Se le loro lingue sono fuse in un’unica lingua, allora essi non potevano essere popoli semiti di lingua araba e perciò provenienti dall’Africa<br> <br> Un altro modo per scoprire il passato preistorico attiene alla geografia genetica: un popolo linguisticamente composito conserva solo una delle sue lingue verso cui i geni si concentrano, in rapporto alle loro parentele ancestrali. C’è una corrispondenza marcata tra l’albero genetico del popolo mondiale e l’albero genetico delle famiglie. L’antropologia tradizionale e l’assenza di documenti storici hanno fino ad ora impedito la scoperta dell’origine degli abitanti preistorici della Sicilia. Si spera che un futuro progresso di ricerca in campo genetico possa chiarire il mistero.<br> <br> o L’antico passato<br> <br> Con la colonizzazione greca di Naxos nel 735 a.C. comincia la storia scritta della Sicilia. A questo punto della storia sappiamo che già esistevano quattro gruppi, i Sicani a sud-ovest, i Siculi ad est, gli Elimi a nord-ovest e i Fenici distribuiti in zone commerciali sulle coste del nord e dell’occidente. Già nel 735 a.C. le zone fenice stavano diventando colonie cartaginesi. Linguisticamente parlando, ci furono quelli che ad occidente parlavano Arabo, i Cartaginesi, quelli che ad oriente parlavano Greco, i Greci, e quelli che parlavano Sicano, o Siculi, o Elimi.<br> <br> Attorno al 450 a.C. Ducezio, il re dei Siculi combattè contro i Greci e, sconfitto dai Greci Siracusani, fu esiliato a Corinto. Siracusa ottenne il controllo delle colonie greche di Agrigento e Gela nella costa meridionale, Catania e Messina ad oriente e Himera nella costa settentrionale. La linea di controllo di Himera e di Agrigento limitava l’espansione dei Cartaginesi ad occidente e consolidava il controllo della parte orientale della Sicilia.<br> Forse è ragionevole notare che, parlando di sfera d’influenza dei Cartaginesi o dei Greci, il sistema di trasporto a quei tempi non era avanzato e che ogni città costituiva un mondo a sé e che le città rivaleggiavano l’una contro l’altra.<br> <br> Dal punto di vista linguistico, un altro fatto curioso è che Ducezio, re dei Siculi esiliato a Corinto, ebbe l’abilità di convincere una forza armata di Corintiani a ritornare con lui in Sicilia e ad occupare la città di Cale Acte, nella costa settentrionale.(Spoto, 267). E’ curioso perché il re siciliano a quanto pare parlava abbastanza bene il Greco. Anche lo storico Erodoto (Libro VI, Erato), menziona il luogo della città di Cale Acte sulla costa nord, prospiciente il mar Tirreno. Diodoro Siculo, storico del I° secolo a.C., la colloca anche lui sulla costa nord, quasi a metà strada tra Messina ed Himera. Questo fatto testimonia per noi l’esistenza di un popolo che durante il V° secolo a.C. era ancora grande.<br> <br> o Conclusione<br> <br> Sappiamo, per diretta esperienza, che la prima lingua parlata è quella imparata dai nostri genitori. Alcune lingue hanno suoni (fonia, fonemi) unici. La forma scritta della lingua è soltanto un’approsimazione delle vere fonie della lingua. Ma la forma scritta, quando esiste, permette di descrivere la lingua e determinare le varie connessioni. In mancanza dell’archivio scritto della lingua, possiamo dedurre la sua derivazione antecedente, isolando le fonie particolari e facendo un confronto con le stesse fonie che conosciamo.<br> <br> Come spiegare l’esistenza del Siciliano dopo tante dominazioni di stranieri? Ci sono almeno due possibilità. La prima concerne la ricerca delle fonie, e il loro confronto con il lessico normale. Il risultato potrà essere che la lingua siciliana sia unica oppure che sarà necessario trovare un aggancio ad un antico antenato comune. La seconda riguarda l’utilizzazione delle ricerche del codice genetico linguistico. E’ certo che la Sicilia occupata per così lunghi periodi da ogni potere o dominazione mediterranea forse ha perso la sua identità nativa. Ma il terreno montagnoso e l’esistenza di tanti piccoli e remoti villaggi posti in cima alle colline ci fanno ben sperare che una ricerca esauriente possa essere rivelatrice dell’unicità di una lingua e di un popolo.<br> <br> <br> In Sicilia è nata la letteratura italiana, ma non la lingua italiana, che invece è nata in Toscana.<br> <br> I poeti della cosiddetta corte sveva, verso la metà del XIII secolo, componevano poesie secondo il modello trovadorico, ma non in occitano, bensì nella loro lingua, il siciliano.<br> <br> Dunque, i poeti siciliani scrivevano in siciliano. Com&#39;era questo siciliano? Più o meno così:<br> <br> Pir meu cori alligrari,<br> chi multu longiamenti<br> senza alligranza e joi d&#39;amuri è statu,<br> mi ritornu in cantari ... <br> <br> Questo è l&#39;inizio di una canzone di Stefano Protonotaro da Messina, uno dei pochissimi testi di questa scuola poetica che ci sia arrivato nel dettato originale.<br> Infatti i poeti toscani raccoglievano e studiavano con autentica devozione i manoscritti della poesia siciliana, ma poiché a loro questo dialetto (lingua?) sembrava troppo strano, copia oggi, copia domani, correggevano il testo, rendendolo sempre più simile alla favella (ecco!) toscana.<br> Ecco dunque che la lingua di Giacomo da Lentini divenne, nel giro di una sola generazione:<br> <br> Meravigliosa-mente<br> un amor mi distringe<br> e mi tene ad ogn&#39;ora ... <br> <br> Cioè qualcosa che assomiglia decisamente di più al toscano che al siciliano.<br> <br> La poesia siciliana fu quindi imitata nei contenuti, nelle forme metriche (la canzone e il sonetto, in primo luogo), nei temi dominanti, ma non nella lingua. Già Dante era convinto che i poeti siciliani usassero non la loro parlata (ehm!) isolana, ma un « volgare illustre », che in sostanza è il toscano.<br> <br> Quest&#39;equivoco ha lasciato nella poesia italiana dei secoli successivi un curioso fossile.<br> I toscani trovavano in molti testi siciliani parole con vocale tonica o rimare con u, e parole con la e rimare con la i. Non sapevano che in realtà questi testi erano stati modificati, e che nell&#39;originale si avevano due u o due i; per esempio, nel testo di Giacomo da Lentini vediamo, pochi versi dopo quelli citati, taciri rimare con diri. Essi pensarono dunque che tacere potesse rimare con dire; e chiamarono questo fenomeno « rima siciliana ».<br> <br> Per questo Dante scrisse:<br> <br> .... Come<br> dicesti? elli ebbe? non viv&#39;elli ancora?<br> non fere gli occhi suoi lo dolce lume? <br> <br> con una rima come - lume che copisti ignoranti corressero introducendo un improbabile lome, e che il Petrocchi ha brillantemente ristabilito nella sua edizione del Poema.<br> È infine per l&#39;ignoranza di questa curiosa regola che il Manzoni sparò l&#39;atroce rima nui - Lui nel Cinque Maggio - e lì c&#39;è poco da correggere.<br> &nbsp;</p> </body> </html>
    H O M E Testo in
ITALIANO
    SISHILIANU    

 


       - Fonetica
       - Ortografia
       - 'A me verra' di nonno Peppe.
       - A Burgata
       - Unni vaiu vaiu
       - A sciarra di Pachinu
       - Colapisci
       - Giufà
       - I kùntura r'Esopu.

        Testo in Italiano:
    - Introduzione
    - Alfabeto
    - Consonanti instabili
    - Parole con accenti brevi
    - Commento sulle consonanti instabili
    - Cosonanti doppie B, D, G
    - Gli alberi di ulivo
    - Il fucile di canna

Introduzione

   La Lingua siciliana scritta dai poeti, chiamata "Siciliano Standard", non rispecchia la lingua siciliana, con i suoi fonemi unici ed autoctoni, parlata dai siciliani. Purtroppo i linguisti non hanno ancora deciso, come in molte altre nazioni orgogliosi della propria lingua hanno fatto, di usare i segni particolari ( Ç, Ð, Ñ, ß, þ, Ğ, Ģ, ŋ, Ŧ, ſ, ƒ) per riprodurre in iscritto questi fonemi.
  Questo studio vuole essere d' aiuto a leggere e scrivere la lingua siciliana rispettando la fonetica di chi il siciliano lo parla: I siciliani.

 

*    *    *


   Tre considerazioni ci aiuteranno ad accostarci alla Lingua Siciliana ed a scoprirne l' incanto fonetico:

  1. Alcune consonanti Instabili hanno, nel parlare, una forma debole ed una forte; e certune hanno pure una forma palatale.

  2. La pronuncia di una sillaba può essere breve o lunga ed ha il corrispettivo  accento breve "ă" o lungo "ā" sulla sua vocale.

    • Una consonante instabbile ( anche se si trova all' inizio parola) che
      segue una sillaba breve . . . diventa forte.


    • Una consonante instabbile ( anche se si trova all' inizio parola) che
      segue una sillaba Lunga . . . diventa debole.


    • Una consonante stabile, sia dentro la parola, che all' inizio di parola, dopo una sillaba lunga resta semplice, dopo una sillaba breve viene raddoppiata. Ma siamo ancora restii a scrivere doppie le consonanti stabili rafforzate all' inizio di parola.

         Le consonanti stabili B, D e G,  si pronunciano sempre doppie.

  3. Alcune consonanti precedute dalla "N" vengono da questa stravolte e mutate in un altro suono.


    Gli Accenti brevi e lunghi non vanno scritti. L' accento lungo si pronuncia con un leggero e calmo allungare della vocale. L' accento breve si pronuncia con uno stacco rapido e nervoso della vocale. Alcune parole, con l' accento breve sulla sillaba finale, determinano la mutazione della consonante iniziale della parola appresso.
   Un' ultima considerazione:
   Da un paese all' altro della Sicilia cambia molto il modo di parlare. Non c' è una diversità fonetica, ma una diversità linguistica. E questo studio, pur basandosi sul parlare della Sicilia Occidentale, ha un valore basilare per tutti i dialetti della sicilia. Anche se ogni città, ogni paese ha il proprio modo di intercalare, di 'cantare' il proprio idioma.

ESEMPI

-Siciliano Standard-

Li surci     (G. Meli)

Un surciteddu di testa sbintata
avia pigghiatu la via di l`acitu
e facìa `na vita scialacquata
cu l`amiciuna di lu so partitu.

Lu ziu circau tirarlu a bona strata,
ma zappau all`acqua pirchì era attrivítu
e di chiù la saimi avia liccata
di taverni e di zàgati peritu.

Finalmenti Mucidda fici luca,
iddu grida: Ziu!-Ziu! cu dogghia interna;
sò ziu pri lu rammaricu si suca;

poi dici: "Lu to casu mi costerna,
ma ora mi cerchi? chiaccu chi t`affuca!
Scutta pi quannu isti a la taverna!"
-Come si legge-

Li surci

Un zurciteddhu ri testa sbintata
avia pigghiatu la via ri l' ashitu,
e ffashia na vita scialaccuata
Ku l' amishuna ri lu so partitu.

Lu ziu shircau tirallu a bbona strhata,
ma zappau all' accua pickì era attrhivitu,
e ddi chiù la saìmi avia liccata,
di taverni e ddi zàgati perìtu.

Finarmenti Mushiddha fishi luca;
iddhu grida:- Ziu, ziu-, ku dogghia interna;
sò ziu pri lu rhammaricu si suca;

poi rishi :- Lu to casu mi costerna;
ma ora mi sherki ? chiaccu chi t' affuca!
Scutta pi kuannu isti a la taverna -.


Lu labbru     (G. Meli)

Dimmi, dimmi, apuzza nica:
unni vai cussí matinu?
Nun c'è cima chi arrussica
di lu munti a nui vicinu;

trema ancora, ancora luci
la ruggiada 'ntra li prati:
duna accura nun ti arrusci
l'ali d'oru delicati!

Li ciuriddi durmigghiusi
'ntra li virdi soi buttuni
stannu ancora stritti e chiusi
cu li testi a pinnuluni.

Ma l'aluzza s'affatica!
Ma tu voli e fai caminu!
Dimmi, dimmi, apuzza nica,
unni vai cussí matinu?

Cerchi meli? E s'iddu è chissu,
chiudi l'ali e 'un ti straccari;
ti lu 'nzignu un locu fissu,
unni ài sempri chi sucari:

lu conusci lu miu amuri,
Nici mia di l'occhi beddi?
'Ntra ddi labbri c'è un sapuri,
'na ducizza chi mai

'ntra lu labbru culuritu
di lu caru amatu beni
c'è lu meli chiú squisitu:
suca, sucalu, ca veni.


Lu labbru     (G. Meli)

Rimmi, rimmi, apuzza nica:
unni vai 'kussí mmatinu?
Nun c'è cima chi arrussica
di lu munti a nnui vishinu;

trhema ankora, ankora lushi
la rhuggiada ntrha li prati:
duna accura nun ti arrusci
l'ali d'oru dilicati!

Li shuriddi durmigghiusi
ntrha li virdi soi buttuni
stannu ankora strhitti e chiusi
cu li testi a pinnuluni.

Ma l' aluzza s'affatica!
Ma tu voli e ffai caminu!
Rimmi, rimmi, apuzza nica,
unni vai 'kussí mmatinu?

Sherki meli? E ss' iddhu è kissu,
chiuri l'ali e unn ti strhaccari;
ti lu nzignu un locu fissu,
unni hai sempri chi ssucari:

lu conusci lu miu amuri,
Nishi mia di l' occhi beddhi?
Ntrha ddhi labbri c' è un zapuri,
na rushizza chi mmai perdi

ntrha lu labbru culuritu
di lu caru amatu bbeni
c' è lu meli chiú scuisitu:
suca, sucalu, ca veni.
torna sopra



Arfabeto



A a . . .Vucali  ā ă
B b . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
C c . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
D d . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
E e . . .Vucali  ē ĕ
F f . . . . . . . . . . . . . Stabbili
G g . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
H h    muta (*)
I i . . . .Vucali  ī ĭ
J j . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . instabbili
K k . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  instabbili (**)
L l . . . . . . . . . . . . . .Stabbili
M m . . . . . . . . . . . . Stabbili
N n . . . . . . . . . . . . . Stabbili
O o . . .Vucali  ō ŏ
P p . . . . . . . . . . . . .Stabbili
Q q     nzishilianu unn c' è
R r . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
S s . . . . . . . . . . . . .Stabbili. Ma  nS = nZ (Zeta Rushi).
T t . . . . . . . . . . . . . Stabbili
U u . . .Vucali  ū ŭ
V v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
Z z . . . . . . . . . . . . . Stabbili.


(*) La 'H' non è un segno 'con-suono' (consonante), ma un segno 'senza suono'.
E' un segno che indica una pronuncia particolare nella consonante cui è abbinata.

(**) Ck-i,e;   Cc-a,o,u;    -  Rk-i,e;  Rc-a,o,u;   -  Sk-i,e;  Sc-a,o,u;
Nk-i,e;  Nk-a,o,u(Gutturale autoctona); - N chi+e,a,o,u(palatale).


Cuadro delle consonanti instabili

Suono


Consonanti

debole forte Palatale Impregnato
di
note
C-Dolce Sh-i, u, o, a, e C-i, e
Ci-a, o, u
 _ N C _
C-Dura Ch-i, e
C-a, o, u
K-i, u, o, a, e Chi-u, o, a, e N K Ch- C-: aspirati
nk+a,o,u Gutturali


D R- (mezza R) D- Dh- N N- _
J- G Dolce J- Ghi-eaou   palatale Ghi-e, a, o, u N Gn- _
G-Dura ' aspir. Gh-i, e
G-a, o, u
Ghi-e, a, o, u N Gh- N Gh:Gutturale
R Rh- R- _   S, T, D, St, + Rh
suoni autoctoni
S _ _ _ N Z- Z dolce
V ' V- _ N M-
F/P-   V/B-
_




Accenti brevi e lunghi

Una vocale con l' accento lungo viene pronunciata un pò più lunga di una con l' accento breve.

  • Una sillaba breve ha sulla sua vocale l' accento breve: ă
    Ua sillaba breve rinforza la consonante iniziale della sillaba che viene appresso


    • Ă ccena; ddenti bianki; Ă ttia.
  • Una sillaba lunga ha sulla sua vocale l' accento lungo: ā
    Una sillaba lunga non rinforza la consonante iniziale della sillaba che viene appresso:


    • Ā shena; Ī renti lordi; Ū tianu.

Lista di parole rinforzanti
( Alcune parole che hannu l' accentu breve sull' urtima sillaba )

ă    - Preposizione

  Nelle combinazioni in cui la preposizione "a" sta all' ultimo, questa parola è rinforzante e la parola che segue comincia con  una consonante forte ( o doppia):

    • M'ha dari i sordi = Mi hai ă dari. . . .
    • Ti nn'ha ghiri! = Ti nni hai ă ghiri.
    • Unn ha kariri chi ti strhuppì. = non hai ă kariri....
    • U cuararu non ni l'ha ciaccari. = ... lu hai ă ciaccari.
    • A ghiornu fattu. = ă ghiornu . . .
    • Trhavagghiari ă ghiurnata.
   - ā   Articolo ... non è rinforzante.
    • Ma runi a pignata? = Mi la runi . . .
    • Pa jucata ci l' hai i sordi?= pi ā jucata . . .
    • Diu ni scanzi e libberi ra caruta vascia.= ri a . . .
    • Ka shaccatina u cuararu perdi= ku a . . .
    • A jurnata è bona . . . U tempu l' avemu . . .

 

Accussì        avverbiu.

    • S' ammutti accussi fforti mi fai cariri.
    • Accussì ppicca mi ni metti? E ki ssugnu n' ashiddhuzzu?

 

chiù. . . .

    • Shoshu: Chiù cioshu ri tia non ci nn'è.
    • Chinu: U piattu fammillu chiù kinu
    • Rura: Hai a testa chiù dura di una balata
    • Jochu: Chiù ghiochi, chiù ghietti sordi.
    • Rhina: ... C'è chiù rina chi cimentu

 


   - Preposizione

    • A shesta: ku cesti e panara . . .
    • I shimishi: ku cimishi e pirocchi . . .
    • U capuzzuni: ku kapuzzuna e sauti . . .
    • U riscursu: ku discursa fracchi non zi nni vinci partita

 

- Ku preposizione articolata non è rinforzante: kŭ + ū= kū;   kŭ + ā= kā    kŭ + ī= kī

    • Ku cuteddhu. Ku shascu. ku rhinocchiu. Ku immu. Ku jornu.

    • Ka shira; Ki shuri
      - Ku Pronome non è rinforzante:
    • A ku sherki?; Rimmi cu joca

 


. . . .

    • Ki cerchi?
    • U shauru di shuri: Ma chi ciauru e ciuri!
    • Ma chi kickì?
    • Mizzica chi kinata.
    • I cosa rushi... ki dushi chi sunnu!

 

          -ki =ku ī  ... non rinforza

    • Ammuttalu chi rhinocchia. Ki sheusi t' allordi. Rhumpilu chi renti

 


ĕ. . . .congiunzione

    • e Ghiachu. Jachu e ghiò
    • Shauru e ciuri. Shuri e ciauru

 


- Alcune voci del verbo essere
è. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona singolare.
. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 2° persona singolare.
. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona plurale. tronc
o di sunnu
. . . .verbo . . . .indicativo / passat / 3° persona singolare.
fu'. . . verbo . . . .indicativo / passato / 1° pers. sing. :Tronc
o di Fui

    - Altri verbi
. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona singolare. Di Fari
. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona singolare. Di Putiri
stă. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona singolare. Di Stari
. . . .verbo . . . .indicativo / presente / 3° persona singolare. Di Iri

    • Nè testa né kura. Né ghiò né tu. Né ciauru né ciuri.


ognĭ     E'  impregnante come la "N"
    • Ogni gnornu. Ogni denti chi kari. Ogni ciusciata 'i ventu.


    • Pi certu. pi kissu. pi ttia. pi mmia. pi ddhocu. Iddhu rhiri tantu pi rhiriri (in questo caso tre consonanti uguali fanno cacofonia e perciò la prima da forte viene cambiata a debole)
               -
Pĭ+ ū= pū;   Pĭ+ ā= pā;    Pĭ+ ī= pī  non sono rinforzanti.

Kuarqĕ
    • I renti ci l'hai tutti? He! Cuarke denti va karennu!.
    • Kuarke ghiornu avvishinu.


s ĭ      Congiunzione
    • A shena è e setti ri sira e si ceni cu niautrhi ha veniri n tempu.
    • Si kari ti strhuppì.


Trhi     numero
    • Trhi ghirita; Trhi ciuri; Trhi denti; trhi ghiorna;  Trhi kani

Quindi una consonante Instabile si pronuncia e si scrive debole o forte a secondo della sillaba che c'e prima:

  • Se davanti ha una sillaba con l'accento lungo, questa consonante è debole


    1. accua ē sheusi = (dare) Acqua ai gelsi = innaffiarli.
    2. pī reshi vegnu = per le dieci vengo
    3. ā Rhoma vincìu; = la Roma ha vinto
    4. Ū jornu; = il giorno
    5. Nā utti. = una botte


  • Se davanti ha una sillaba con l'accento breve, questa consonante è forte.


    1. Pani ĕ (c)ceusi; = (mangiare) pane e gelsi
    2. Vali pĭ (d)deshi; = vale per dieci
    3. Vaiu ă (r)Roma; = vado a Roma
    4. È ghiornu; = è giorno
    5. Trhĭ (v)vutti. = tre botti


 


Le consonanti Stabili, dopu una sillaba breve, raddoppiano:

  • Se sono interne alla parola si scrivono doppie,
    • Dĕbbuli, Sĭllăbba, Pĭnnata, Cŏffa.
  • In principio di parola si pronunciano doppie, ma, a secondo il caso, si possono scrivere semplici:
      • Kĭ (d)duluri!, ă (m)mia, ă (t)tia, ă (R)roma, trhĭ (p)punta.

 

• Le consonanti iniziali cambiano.

— Quando la vocale finale con l' accento breve si trova in una proposizione precedente, e la consonante appartieni alla proposizione seguente, non viene rinforzata.

    • Sock' è   chi vvoi? . . . - é kistu chi vvogghiu.


    • Unn ni vogghiu chiù   ushi e nfernu . . . - chiù vushi e nfernu fai, chiossai abbuski.


    • Kista unn è   rhina r' a mmari . . . - è rina ru shumi.


    • Accussì   rittu cca pari fashili . . . - accussì ddittu è n uffisa!


    • A partita unn    jucata mali . . . - fù ghiucata pi pperdiri!

      (In questa frase dal valore enfatico,
      lo sbalzo da forte a debole dà un senso di tragico.
      In questa appresso, invece, il valore diventa discorsivo:


      - A partita unn fu ghiucata mali!
— Talvolta non si capisce se una sillaba è rinforzante o meno, perchè è la combinazione di più sillabe, dove all' ultimo ci può essere l' accentu brevi o l' accentu lungo. In questi casi, in base alla grammatica se ne può conoscere la combinazione.

    • ha ghiri = jò haiu ă ghiri;
    • Tu l'hă kanusciri = tu la hai ă kanusciri;
    • Ti nn'hă dari = ti nni haiu ă dari.

— In principio di frase ortografica (dopo un punto) o retorica (quando si vuole dare a una frase o una parola un significato nuovo o più forte), la consonante Instabile si scrive forte o debole secondo l' intenzione.
  In linea ri massima le consonanti forti e deboli esprimono lo stato d' animo di chi parla o scrive.

  • Mi pari chiù ppicca!  (me n' hanno rubato)
  • Mi pari chiù picca.  (va a mancare)
  • Ramminni chiù ppicca!  (botte, che fanno male)
  • Ramminni chiù picca.  (.dammi meno pasta, che sono sazio)

  • Vā sherca!     - Espressione enfatica: Va sherca comu stannu i cosi!
  • Vă cerca!       - Qui è invece imperativo
  • Vā sherca!     - Con un tono basso di minaccia
  • Iddhu vă cerca soccu ni servi, e nnuatrhi aspittamu cca!   - Discorsivo

  • Ě ttu chĭ vvoi? = E tu che cosa vuoi?
  • Ě ttu chī voi = E tu (vai) con i buoi
  • Ē tu chī voi = Etu (va) con i buoi


  • Kĭ vvoi tu? = Che cosa vuoi tu?
  • K' ī voi tu? = Che li vuoi tu?
  • Kī voi, tu! = Con i buoi, (ci vai) tu!
  • K' ī voi? = Che, li vuoi?
  • Kī voi! = Con i buoi!
   In casi particolari si mette la consonante forte invece della debole.
Allora si interrompe la frase, e si riattacca con la consonante forte che acquista più valore.

  • Ci sunnu cosi chi tt' ha ddiri a ssulu.

  • Ci sunnu cosi    ki tt' ha ddiri!



  • Quando due o tre consonanti simili, specialmente deboli, sono una vicino all' altra, quella che da più fastidio si cambia in "forte". Questo fastidio si chiama cacofonia:

      • "A cunzunanti si cancia ripenni ru riscursu" -cacofonia
      • oppure "A cunzunanti si cancia dipenni ru riscursu" - ancora no
      • oppure "A cunzunanti si cancia ripenni du riscursu" -Si
      • ma già "A cunzunanti si cancia dipenni du riscursu" è troppo.


    • Frasi dinamiche

    Solo scrivendo con questo dinamismo le parole (consonanti forte e deboli) si può riprodurre in isritto la lingua parlata dai siciliani, perchè è una lingua viva e dinamica che non si può governare con un sistema aulico tradizionale, altrimenti viene snaturata l' anima stessa di chi la parla.
    Anche ' apostrofo aiuta a questo dinamismo

       _ Ki nn' ha ffari    _ Happ' a ghittar' u broru    _ S' hav' a far' accussì
       _ A fform' 'i shircu    _ Ti nn' aviss' a ddari    _ Megghi' accussì
       _ Ni nn' am' a gghiri    _ Supr' on arvulu    _ K' hann' a ddir' i genti?
       _ Vishin' a mmia    _ Kom' ogni vota    _ K'hann' a ddir' 'i tia?
       _ K' em' a fari?    _ Fin' a kissu    _ Sutt' e seggi
       _ Fin' a tannu    _ Mank' apposta    _ Kom' aeri
       _ D' or' a nn avanti    _ Ven' a ddiri    _
      • L' accattai pi ttia e ppī to frati.  - l'ho comprato per te e per i tuoi fratelli.
        L' accattai pi ttia e ppĭ tto frati. - l'ho comprato per te e per tuo fratello.
      • -Po veniri ca un c' è nnenti. - puoi venire che non c' è niente
        -Po veniri, ka un c' è nnenti. - Puoi venire, qua non c' è niente


    Commento al quadro
    delle consonanti instabili

    C: dolce debole: Sh

    Sh e Sc sono due consonanti differenti:
    - Sh è la forma debole della consonante C. E' Instabile e perciò a secondo della sillaba che ha davanti, da Sh può cambiare in c.

    • Ā shena cambia ă cena.

    -La Sc è una consonante stabile che pur avendo davanti una sillaba rinforzante non c
    ambia. Il suo suono sibilante, viene pronunciato a denti stretti.

    • Ā scena resta ă scena.

    -Quando si pronuncia "SC" gli incisivi, sopra e sotto, sono in linea. La punta della lingua è abbassata dietro ai denti per far passare l' aria che però è strozzata dalla lingua nel palato per darle il particolare suono strisciato della consonante.

    - Per pronunciare Sh si tira indietro il mento di mezzo centimetro. Con una leggera tensione si allarga un pò la cavità orale. Ora, al centro, la lingua è posata bassa; la punta è in sospeso dietro i denti per far turbinare l' aria e dare alla consonante quel suono arioso:

    • Shhhh... shauru, shuri, shoshu, shusciari, shusciuliari, shushuliari, cashara.

    C: dolce forte: Ci

    Quando si prununcia C gli incisivi sono stretti e in linia sopra e sotto. La punta della lingua, fino a un paio di centimetri più indietro, è pressata nella parte davanti del palato fino all' attaccatura dei denti. Quando viene dato il colpo d' aria si stacca e fa il suono caratteristico della consonante.

    • Si cioshu. unn ciusciari chiù. pi ciusciuliari ci voli u muscaloru. A ciushuliari vi mittistuvu? Ma chi ciauru e ciuri!

     


    C: dura forte: K- i, u, o, a, e.

        Il muscolo centrale della lingua deve strozzare contro il palato e, per pronunciare dura la consonante K, si deve staccare d' un c
    olpo.

    • Kist' è kani di mannara. Ti parlu a kori apertu. Kuariari a karvuni. Mizzica chi kirkiriddhu!

     

    C: dura debole: Ch-i, e;  C-a, o, u.

        Il muscolo centrale della lingua stringe ma non si appoggia al palato, lascia passare un pò d'aria, e quando si pronuncia la lettera K, questa rimane sfiatata, aspirata, debole. Ki-Chi, Ku-Cu, Ko-Co, Ka-Ca, Ke-Che

    • U cani. U cori. U chirkiriddhu. Adduma u carvuni chi teni cauru.

     

    C: Palatale: Chi + e a o u

    La pronuncia di questa consonante è caratteristica della Sicilia:
    Eccetto la punta, tutta la lingua viene appiattita contro il palato. Il colpo d' aria la fa scollare e fa questo suono linguale, palatale.

    • Chiappara, chiummu, chiovu, acchiappari, chiossai.

     

    C: Gutturale mpregnata di N:    n K + a o u

    A cunzunanti nasali N ammutta a K r' arrè o nasu n funnu o cannarozzu. A rharica ra lingua  batti forti contrh' o cannarozzu fausu, e fa stu sonu cavirnusu:

    • Unka! Un kafisu. Unn kurriri. Unn kariri. T' aiss' a beniri unn korp' i sali. Mettilu n kap' a tavula.
      'Nka chi! (komu rishinu m Palermu).

    Ma pò essiri chi ccerti voti, o a ccerti banni ra sishilia a n K veni prununziata nno balataru.

    D Stabile: D

    Alcune parole in D sono stabili:

    • Dati, Dijunu, Dammiggiana, Debbitu, Duluri, dutturi . . .

     

    D: Forte: D

    La punta della lingua si appoggia contro denti di sopra verso le gengive e si fa staccare con un c
    olpo secco e poca aria, altrimenti diventa "t" .

    • Renti: Ki denti chi hai!
    • reshi: vali pi deshi
    • riri: e diri chi ...
    • rari: m'ha dar' i documenti
    • rumani: fin' a dumani.

     

    D: Debole: R

    la forma debole della D è una R leggera leggera, quasi manc
    o pronunciata.

    • -Renti, reshi, riri, roti, rari, rumani, . . .

     

     

    D: Palatale: Dh

     

    Questa è una consonante tutta nostra, e ne siamo orgogliosi.
    Chi non è siciliano, per pronunciarla, la deve imparare:

    Si  capovolge  la lingua all' indietro, e col latu di sotto della punta della lingua, che ora però si trova sopra, si da un c
    olpo al palato come a dire  D.

    • Unn ha ghiri dhochu, ha ghir' addhabbanna.
    • Sti dhattuli su dushi. Dhi dhattuli si stannu pirdennu.
    • Ha ghiri una dhu dutturi.
    • Adduma dhu lumi.

    C' è però da dire che in certe parti della Sicilia la lingua non viene capovolta fino in fondo, così che la punta non può arrivare fino al centro del palato, ma arriva solo fin dietro ai denti, e fa un suono  un pò liquido di "R".

     

    D: Impregnata di N diventa N

    La nasale n c
    ambia tutta la natura della D: Ndrhia=Nniria

    • I riscursa (debole)
    • Essir'a discursu (forte).
    • Fari un niscursu (impregnata).


    • Riri cosi fausi (debole).
    • Pi diritill'a tia ... (forte):
    • unn niri nenti (impregnata)

     


    G: Stabile: G- i e; G- a o u

    Alcune parole hanno la G stabile.

    • Giacketta, gira, giuggiulena, giugnu, giummarra, gonna, gabbella . . .

     

    G: dolce debole: J-

    La J non è I, ma è una consonante, e per pronunciarla si deve appressare la lingua contro il palato:

    • Jocu, Jornu, Jardinu, Jimenta, Jettatura, Jacu, . . .

     

    G: dolce forte: Palatale
         Guardare nel quadro della G Palatale.


    G dolce impregnata di N diventa : Gn-

    • un gnardinu, un gnornu, non gnucari,un gnimmu. unn gnittari nenti


    G: Dura debole: ' (aspirata)

    La G aspirata non si sente.

    • 'Attu, 'Addhu, 'Arzuni, 'Amma, 'Ana, 'Immu, 'Umma, 'Uvitu, . . .

     

    G: Dura forte: resta aspirata : ' (1)

    • Ogni 'attu, quarke 'addhu, chiù 'arzuni, unn è 'ana, kist'è 'immu, pi 'umma, è 'uvitu

     

    G: Dura forte: diventa Palatale (2)

    Guardare nel quadro della G Palatale.


    G Palatale: Ghi- e, a, o, u.

    Mentre la lingua, appena passa il fiotto d' aria, si scolla da  palato, nella Chi-  si tende in avanti e si sente un c
    olpo di polmoni per far uscire l'aria; nella Ghi-  tende a tirarsi indietro e i polmoni sono immobili: il suono si forma con l' aria che c'è in bocca.

    • Quarke ghimenta figghia muli.
    • Ogni gnornu va fazzu a spisa, jornu pi ghiornu.
    • Quannu ci ha ghiri a far' a spisa?(...ci hai ă ghiri...)
    • Ssi cosi un zi fannu pi ghiochu
    • Na sta cuntrhata abbunnanu puzzura e ghiardina.
    • Cu ghiatt' e kani.
    • Mi pigghiastuvu per ghiarzuni?
    • Ma chist' è ghimmu!

     


    G dura impregnata di N adiventa: N Gh-

    Il palato molle è una membrana posta in fondo alla bocca. Quando ci si appoggia la lingua, blocca l' aria dei polmoni. Appena si scolla fa  il caratteristico suono rafforzato dalla nasale 'N'.

    • Un ghattu, un ghaddhu, un gharzuni, n ghana, n ghamma

     


    R: Stabile: R-

          Resto di elisioni:

      (G)Rasta, (G)Ruppu, (G)Rutta, (G)Ruttu, (A)resta (du furmentu, ma rhesta di rhistari).


    R: Forte: R-

          La punta della lingua (2 cm circa) appoggia nelle gengive di sopra. Quando passa il fiato, vibra e fa il sonu R.

    • Ha rimari pi siari; No mpastu ci ha mettiri chiù rina; pi restu mi retti du' sordi.

     

    R: Debole: Rh

    Ora invece la punta della lingua va dritta contro le gengive di sopra. E quando passa l'aria, non vibra, ma la fa passare strisciata, sibilante e sonora contro i denti quasi chiusi.
    La modulazione all' aria strisciata gliela da il tremolio delle vibrazioni delle cordie Vocale.

    • Rhina, rhistuccia, rhàrica, rharìsha, rhaggia, rhietta, rhariri.
    • Metti i rhima a bordu; Ramm' u rhestu;
    • S' a rhina finiu metticci u cantunazzu.

     

    D, Sd, T, St + Rh-

    Le combinazioni Trh, Drh, Strh, Sdrh, si scrivono con l'H di Rh.
    Per pronunciare il fonema Trh, appoggiamo forte il sotto della punta della lingua contro le gengive di sopra, e diciamo Tr. Data la posizione la lingua non può vibrare, ma l' effetto è potente e sonoro:

    • Trhenu, Trhapani, Ntrhugghiu, Trhonu.
    e continuando con le altre combinazioni....:
    • Drhappu, Ndrhia, Strhata, strhattu, strhaniu, trhussu, strhittu, ...Sdrharicari.

     

     


    S: Impregnata di N diventa N Z-

          La Z si pronuncia dolce.

    • Si o unn zi stanku. Pickì s' unn zi stanku m' ha aiutari.
    • Rittu n zenzu bbonu soccu rishi havi un zenzu.
    • N zishilianu unn zi rish' accussì.
    • Ci ha ghiri n zutta n zutta.
    • N zoccu cunzisti stu mpignanti to chiffari?

     

     

    V: Stabile: V.

    • Vai,Vina, Vinu, Veru, Vasciu, Voscu, Vetta . . .

    In linia di massima si può dire che la V instabbile è aspirata solo in V + U ='U, e V con le altri vocali:
    Varca: I rhimi n marca; 'Ucca: Ficu carimi n mucca.

    V:Debole: '

    • A 'utti. A 'ucca.U 'ugghiu. A 'ushi. (l' apostrofo no).
      Ka  ucca è fashili far' i cosi. una  utti di lignu si fa u vinu bonu. U ugghiu nisciu.

     

    V: Forte: V

    • chiamalu a vushi. Ogni vutti fa u so vinu. C' è vugghiu chi nesci. per vushi non u passa nuddhu.
      Chiù vugghiu nesci chiossai asciuca u broru. Ki vucca hai? tutta lorda!

     

    V: Impregnata di N diventa M.

    • ['Ucca] Ficu carimi n mucca; [Vushi] Un mushiari; U nmernu; Nmeshi [nveshi].Un miulatu [viulatu di Violu].[Veniri] K'ha fari, ha veniri? non meniri chiù, ch' accabbai.

     

    V: Impregnata di P adiventa B. [ma pure  "V"].

    • Assazza ssa pasta pi biriri s' è vugghiuta; pi bugghir' a pasta ci vol' u sali. pi bushiari ...= pi vushiari ci voli shatu.

     

    V: Impregnata di F diventa V. [ma puru "B" ].

    • Fa bugghiri ssa pasta; Fa vushiari a to frati accussì abbuski.


    Il problema delle consonanti doppie: B, D e G.


         Facendo prove pratiche, secondo la pronuncia, dovremmo scoprire il perché di questa anomalia fonetica: la pronuncia doppia delle B, D e G, dopo una sillaba lunga.

    1. ā pasta              ă pperi
    2. ā bbacketta        ă bbacketta
    1. ē  tempi             ĕ tteni!
    2. ē ddebiti            ĕ ddebiti
    1. kī shira               kĭ Ccira?
    2. kū ggira?             Kŭ ggira!  (con Gira: una verdura)

     

        Chiunqua abbia studiato latino conosce gli accenti brevi o lunghi della 'metrica' (ma anche la 'prosodia') latina: āăă|āā|āăă|āā|āăă|āă
    Composta da gruppi di sillabe con un nome specifico:
  • Spondeo: āā
  • Trocheo: ăā
  • Coliambo: ăā
  • Dattilo: āăă
  • Anapesto: ăăā
  • Tribraco: ăăă
  • E' quindi normale che la lingua siciliana abbia ereditato dal latino (o anche dal greco) il loro uso nella pronuncia.

     

    La consonante doppia

    1.     Pronunciamo a lungo una sillaba:

      piiiiiiii, puuuuu, pooooo, paaaaa, peeeee.


    2.     Ora, mentre la pronunciamo, diamo un colpo di diaframma, a spingere polmoni e gola fino a bloccare il palato molle. L' effetto sulla sillaba dovrebbe essere questo:

      - piiiiiìk, puuuuuuùk, poooooòk, paaaaaaaaàk, peeeeeeeeeèk.

          (Questo effetto ci aiuterà nella formazione delle vocali brevi e delle consonanti doppie.)


    3.     Accoppiamo due sillabe lunghe: Kiiiii peeeeri.


    4.     Ora inseriamo tra le due sillabe il colpo di polmoni che abbiamo già provato. Lo segniamo con i trattini e l' interruzione: -------- |

      - kiiiiiĭp ppeeeeena.

          E' successo che appena sbloccata la gola, il colpo d' aria ha fatto pronunziare doppia la p.

          Questo è il meccanismo che crea la consonante doppia.

     

     

    La sillaba breve

        Questo maccanismo crea anche la sillaba breve:

    • aaaaaa poooosta
    •   (sillabe lunghe)

    • aaaaaăp ppoosta  (consonante doppia)
      ---------|

    • ăp pposta   (sillaba breve)
      --|
    Ma la sillaba breve si può eseguire in due modi:

    • O il colpo di polmoni si da sopra la sillaba breve, allora avviene il fenomeno che abbiamo visto prima, ma molto abbreviato:
      • ăp pposta
        --|
      • chĭf ffai
        ---|
      • U rishi pĭv vveru?
                 ---|

    • Oppure si da immediatamente prima della sillaba breve, e allora succede che se la sillaba breve ha la consonante, questa viene rinforzata.
      • ------| ĕt ttannu?
      • -----| kĭb bboi

      Anzi viene proprio sopraffatta dal soffio d'aria, e appena appena pronunziata.

      • ------| ă pperi
      • ------| è ghiornu
      • ------| Kŭ ddui.
      • ------| kĭ ddishi?



      * * *

          Ora che ho imparato il meccanismo della doppia consonante dopo una sillaba breve, debbo vedere perchè B, D e G vengono raddoppiate anche dopo una sillaba lunga.
          In realtà il fenomeno lo abbiamo già visto. E' quello di dare alla sillaba lunga una accelerazione, fino a farla sembrare breve.

    • Ā backetta                    āāāāāāāăb bbacchetta
    • Ū dutturi                       ūūūūūūŭd ddutturi
    • Jucamu ē dati                ēēēēēēĕd ddati
    • koshi ā gira                   āāāāāāāăg ggira



    •     Il colpo di polmoni è dato sulla sillaba allungata, questa, rubando la consonante alla sillaba appresso durante il blocco della gola, ne rafforza la pronunzia.

          Ma perché?

          In Francia dicono ... le genou.
          In Italia dicono ... la giara.

          Perché in Sicilia debbiamo dire ...
      • ū ggiummu
      • ū ggessu
      • ā ggiarra
      • ā bbeddha matrhi!
      • ī ddati

      • ?

          Non l' ho capito!


    L' Alivi
       Kuannu nascinu l'alivi, finu a na rishina r'anni, sunnu comu st' arvulu chi si viri.
       Na stu tempu unn hannu fattu tantu fruttu pickì a chiantima è ankora nica.


       Pi kissu n mezzu all'alivi, kuannu sunnu nichi, si cci siminanu vigni, e puru carcocciuli e pumaroru.
       I vigni hannu na produzioni chi dura na vintina r'anni e poi morinu. Giustu u tempu pi fari addivintari ranni e forti l'arvuli r'alivi chi poi continuanu a so produzioni ricca e abbunnanti.


       Si l'arvuli r'alivi unn mennu curati, addiventanu na macchia nfuta k'unn zi cci pò chiù manku avvishinari.
       Accussì addivintaru i campagni nall'anni '60 e '70, kuannu tutti i viddhani si nni scappavanu n città a trhavagghiari ne fabbrichi e ne putì.
       A campagna abbannunata fashia pena a talialla.
       Finarmenti i campagnoli kaperu u valuri chi havi a terra, e ora cuminciaru arrè a scaddhuzzari, a rimunnari, a putari vigni e alivi. E kom'havi valuri lu beddhu ogghiu e lu beddhu vinu!


       Havi milli e milli anni ki l'alivi vennu trhavagghiati sempri a stessa manera: Dopu l'estati si cogghinu e ssi skipentanu pi faricci nesciri l'ogghiu, no misi di Ottoviru. Poi no nmernu si rhimunnanu pi livari i rhami morti e falli rhinfurzari.
       Na vota ci vulianu scali p'acchianari fin'a n cima all'arvuli, ma ora ne tempi moderni li rhimunnanu vasci e larghi, accussì si ponnu cogghiri ri n terra senza arrampicarisi.


       Pi centu e centu anni un arvulu r'aliva veni trhavaggiatu di generazioni e generazioni ri viddhani.
       Unn moli terra speshiali, e manku accua assai. Sulu chiddha chi kari ri n celu.
       St'arvulu chi si viri havi chiossai di shinkushent'anni e ankora havi rhamisheddhi virdi e forti chi fannu alivi.
      


       Si spacca pezza pezza, ma unn z'arrenni mai: Komu si fa a unn amari un arvulu accussì?
       Virissuvu comu n kampagna si parla cu rispettu di l'alivi. Sunnu a shiviltà di la terra.


       Kuannu poi, dopu chiossai di milli anni mori, i so rharichi sunnu sempri ddha, a daricci vita e so figghi.
       N kampagna si virinu spissu gruppi di rui, trhi o cuattrhu arvuli unu vishin'all'autrhu. Sunnu i figghi di n'arvulu chi fishi u so shiclu millenariu, e ora n'accuminciau nautrhu pi autrhi milli e milli anni.


     

    *       *       *

    A kaccia
    ku fushili ri canna




    O tempu ri nostrhi avi, ne campagni, no vucceri si cci jia na para di voti l' annu, ne festi ranni.
    Masino, pa carni, s' accummirava cu annuzzu, ku ll' ova, e kuannu si vulia fari sprazzu,
    si jia ne vurghi a kacciari cuarke kunigghiu o leppiru. Unn era sport, na nishissità.









    I picciriddhi già ri nichi jianu a kaccia chi frecci: elasticu e mmanicu r' aliva. Ma già u patrhi
    ci fashia u primu fushili ri canna p' abbituallu a gghiri appressu all' armali sarvaggi
    cu ntentu ri pigghialli ri mira. Ma i picciriddhi, ku ddhu fushili pi ghiucari ... ci jucavanu.
    Jurnati ammucciati n mezz' e pal' 'i ficurinnia, o ne casi vecchi strhegati, a ffari scattari i fushili
    e a bbusharisi un cu ll' autrhu ' Mani in alto!'.













         U fushili era un pezzu ri canna tagghiata a na sherta manera, ki kuannu si tirava u grillettu fashia un scattu surdu e fforti di canna vacanti.
         I picciriddhi si cci addivirtianu, puru pickì unn avianu tant' autrhi cosi pi gghiucari:
         Karretti fatti chi pali ri ficurinnia, u piripicchiu fattu ca scorcia da nushi, i spati fatti chi rhami di l'arvuli, e autrhi cosi accussi.
         Viri ora!?!?