Il siciliano
Il siciliano (nome nativo siculu o sicilianu) è una lingua parlata in Sicilia, appartenente
alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel Gruppo meridionale estremo
al pari del salentino e del calabrese centro-meridionale. Molti filologi descrivono
il siciliano come «abbastanza distinto dall'italiano tipico tanto da poter essere
considerato un idioma separato».
Il siciliano è correntemente parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre
che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati delle
aree geografiche dove il siciliano è madrelingua, in particolare quelle trasferitesi
nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish),
in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.
La ricchezza di influenze della lingua siciliana (greco, latino, arabo, francese,
lombardo, provenzale, tedesco, catalano, spagnolo e naturalmente dall'italiano)
deriva dalla posizione geografica dell'isola, la maggiore del Mediterraneo, visitata
durante i millenni da molte delle popolazioni mediterranee dai cui idiomi ha ereditato
il vocabolario e le forme grammaticali.
o Substrato arcaico
Prima della conquista greca e fenicia, la Sicilia è stata occupata dalle popolazioni
autoctone: sicani, elimi e siculi (fra il secondo e il primo millennio a.C.).
L'élimo, lingua parlata dal popolo che occupava la Sicilia sud-occidentale, era
probabilmente di ceppo indoeuropeo, più precisamente di tipo anatolico. Lo studio
di questa lingua è relativamente recente e risale agli anni sessanta. Non si sa
quasi nulla del sicano, lingua del popolo della Sicilia centro-occidentale. Vengono
considerate sicane tutte le iscrizioni non indoeuropee rinvenute nell'isola, ma
si tratta solo di supposizioni. Per quanto riguarda il siculo, idioma del popolo
della Sicilia orientale, è quasi sicuramente una lingua italica, vicina al latino.
Non si hanno neanche in questo caso certezze perché probabilmente i documenti conservati
sono stati influenzati dalle successive migrazioni di romani. Altre supposizioni,
riguardo l'origine del linguaggio dei siculi, vorrebbero quest'ultimo apparentato
con il sanscrito.
Successivamente l'isola fu occupata da fenici (fra decimo ed ottavo secolo a.C.)
e greci (dall'ottavo secolo a.C.). Elimi, sicani e siculi si ritirarono all'interno
dell'isola, conservando lingua e tradizioni. Sulle coste occidentali, le colonie
parlavano la lingua cartaginese, con la presenza delle città fenicie di Mozia, Lilibeo,
Palermo e Solunto. Su quelle orientali, si diffuse invece il greco. Quest'ultima
lingua per secoli fu quella della cultura dell'isola, anche dopo la conquista da
parte dei romani nel III secolo a.C.. In questo periodo, nella zona dello Stretto,
si stanziò anche una popolazione italica, i Mamertini, che portarono con sé la propria
lingua del ceppo Osco-Umbro affine al Sannita.
L'arrivo del latino intaccò fortemente l'identità linguistica siciliana. Il punico-cartaginese
si estinse nel primo periodo dell'Impero romano, le parlate indigene andarono poco
a poco scomparendo, il greco sopravvisse ma fu prevalentemente la lingua delle classi
povere della città. I ceti urbani più ricchi e la popolazione delle campagne adottarono
invece la lingua dei nuovi dominatori, che fu favorita anche dalla cristianizzazione.
Le influenze più antiche, visibili in siciliano ancora oggi, esibiscono sia gli
elementi mediterranei preistorici che gli elementi indoeuropei preistorici ed occasionalmente
un punto d'incrocio di entrambi. Si può dire con certezza che rimangono parole preindoeuropee
in siciliano di un'origine mediterranea antica, ma, senza fonte, non si può essere
più precisi di così. Si può talvolta ritenere che una certa parola abbia derivazione
preistorica, ma non è sempre certo se i siciliani l'abbiano ereditata direttamente
dalle popolazioni autoctone o se il termine sia arrivato per un'altra via.
Le parole con una derivazione mediterranea preistorica si riferiscono spesso alle
piante della regione mediterranea o ad altre caratteristiche naturali.
* alastra - generica di alcune specie di leguminose spinose
* ammarrari - costruire un canale, un passaggio e simile; fermare, bloccare, ad
esempio una corrente d'acqua
* kalankuni - onda alta e impetuosa di fiume o di torrente in piena
* rashòppu - raspollo, da tema mediterraneo rak
* timpa, timpuni - poggetto, balza, collina (ma notate greco týmba, tumolo, latino
tumba e tumulus, da cui anche catalano timba, dirupo).
Ci sono inoltre parole siciliane con un'origine indoeuropea antica che non sembrano
derivare dai gruppi di lingue principali connesse normalmente con il siciliano,
cioè si sospetta che siano passate al siciliano da una fonte indoeuropea molto antica.
Il Siculo è una fonte possibile come fonte di tali parole, ma esiste inoltre la
possibilità di un punto d'incrocio fra le parole mediterranee antiche e le forme
indoeuropee introdotte. Alcuni esempi delle parole siciliane con un'origine indoeuropea
antica:
* rudda - mora; come indoeuropeo roudho, gallese rudd, serbo rud, lituano rauda
significando il colore "rosa"; Romeno "duda"
* scrozzu - infermiccio, venuto su a stento, imbozzacchito; come lituano su-skurdes
arrestato nella sua crescita.
* sfunnacata - moltitudine, indoeuropeo und/Fund acqua
o Influenza greca
L'influenza greca rimane fortemente visibile. Per una parola di origine greca non
è facile capire a partire da quale periodo greco i siciliani iniziarono ad usarla
(se in occupazione pre-romana o in periodo bizantino) o, ancora, se la stessa parola
non sia arrivata in Sicilia per vie diverse. Ad esempio, per quando i romani avevano
occupato la Sicilia nel III secolo AC, la lingua latina aveva già preso in prestito
diverse parole dalla lingua greca.
Le seguenti parole siciliane sono di origine greca (sono inclusi alcuni esempi dove
è poco chiara se la parola derivi direttamente dal greco, o attraverso il latino):
* appizzari - appendere/attaccare (da (eks)èpeson)
* babbalushi/vavalushi - lumaca (da boubalàkion)
* babbiari - scherzare (da babazo, da cui abbiamo: babbazzu e babbu - stupido; ma
notate latino babulus e spagnolo babieca, da baba, e anche bobo, stupido, dal latino
balbus, balbuziente)
* bucali - boccale (da baukalion)
* bùmmulu - piccola brocca per l'acqua (da bombule; ma latino bombyla)
* kàntaru - tazza (da kantharos)
* kantunèra - angolo (da kanduni)
* karteddha - grande cesta intessuta di canne o altro materiale legnoso (da kartallos;
ma latino cratellum)
* karusu - ragazzo (da kouros; ma latino carus - caro, sanscrito caruh - amabile)
* kasèntaru - lombrico (da gâs ènteron)
* shirasa - ciliegia (da kerasos; ma latino cerasum, e spagnolo cereza)
* cishulìu - dolce pasquale di forma circolare (da kyclos)
* kona - icona (da eikona; ma latino icona)
* carcocciuli - carciofi
* crastu - montone (da kràstos)
* kuddhura - pane di forma circolare (da kollyra; ma latino collyra)
* grasta o rasta - vaso per piantarvi fiori (da gastra; ma latino gastra)
* liccu - ghiotto (da liknos).
* naca - culla (da nake)
* nicu - piccolo (da nicròs o micròs)
* ntamari - sbalordire (da thambeo)
* partuallu - arancia (da portokali)
* pistiari - mangiare (da esthìo)
* pircòcu - albicocco (da praicòcchion)
* pitrusinu - prezzemolo (da petroselinon)
* timugna - cumulo di grano (da themoonia)
* tuppiàri o tuppuliari - bussare (da typto).
o Influenza araba
Nel 535, l'imperatore Giustiniano I di Bisanzio fece diventare la Sicilia una provincia
dell'impero bizantino e, per la seconda volta nella storia siciliana, la lingua
greca risuonava forte attraverso l'isola. Mentre il potere dell'impero di Bisanzio
iniziava a diminuire, la Sicilia venne conquistata progressivamente dai Saraceni
dell'Africa del nord, dalla metà del nono secolo alla metà del decimo secolo. Durante
il periodo di governo degli emiri arabi la Sicilia poté godere di un periodo di
continua prosperità economica e di una viva vita culturale e intellettuale. L'influenza
araba si trova in circa 300 parole siciliane di notevole importanza, la maggior
parte delle quali si riferiscono all'agricoltura ed alle attività relative. Ciò
è comprensibile perché i saraceni introdussero in Sicilia un sistema di irrigazione
moderno e nuove specie di piante agricole, che rimangono tutt'oggi endemiche nell'isola.
Alcune parole di origine araba:
* bagghiu - cortile (da bahah).
* burnia - giarra (da burniya; ma latino hirnea)
* rais - capo, capobanda (da rais; capo)
* kafìsu - misura per l'acqua (e, soprattutto, per l'olio) (da qafiz, in realtà
misura per aridi)
* karrubba - frutto del carrubo (da harrub)
* kassata - una torta tipica siciliana, con ricotta (da qashata; ma latino caseata
– qualcosa fatta di formaggio; spagnolo quesada o quesadilla)
* dammusu - soffitto (dal verbo dammus, "cavità, caverna")
* favara - sorgente d'acqua (da fàra rigoglio e gorgoglio che emette l'acqua che
sgorga dalla fonte)
* gebbia - vasca di conservazione dell’acqua utilizzata per l’irrigazione (da già-bìa)
* giuggiulena - seme di sesamo (da giulgiulan)
* jarrùsu - giovane effeminato (da arùsa, sposa)
* limbìccu - moccio (da al-ambiq)
* maìddha - recipiente in legno usato per impastare la farina (da màida mensa)
* miskinu - poverino, meschino (uso letterario, arcaico o regionale) (dall'arabo
miskin, cfr. spagn. mezquino, sardo mischinu)
* saia - canale (da saqiya)
* sciàbaca o sciabachèju - rete da pesca (da sabaka)
* tabbutu - bara (da tabut)
* taliàri - guardare, osservare (da ?ala?a´; spagnolo atalaya, torre, altura, e
atalayar, registrare il campo da una torre o altura, osservare, spiare, dall'arabo
ispanico attaláya´)
* tannùra - cucina in muratura (da tannur, forno)
* tùmminu - tomolo (misura agraria) (da tumn)
* vaddhara - ernia (da adara)
* zabbara - agave (da sabbara)
* zaffarana - zafferano (dal persiano za?faran; spagnolo azafrán, dall'arabo ispanico
azza´farán)
* zàgara - fiore dell'arancio (da zahr, fiore; spagnolo azahar, dall'arabo ispanico
azzahár)
* zàccanu - recinto per le bestie (da sakan)
* zibbibbu - tipo di uva a grossi chicchi (da zabib, "uva passita") da cui deriva
il vino
* zìrru - recipiente (da zir)
* zuccu - tronco della vigna (da suq; ma aragonese soccu e spagnolo zoquete, quest'ultimo
forse dal celtico tsucca)
Numerosi sono anche i toponimi arabi:
* Alcàntara deriva da al-quantar (il ponte)
* Calascibetta, Calatabiano, Calatafimi, Caltagirone, Caltanissetta, Caltavuturo,
derivano da qalta (cittadella, fortificazione)
* Marsala, Marzamemi da marsa (porto)
* Mongibello, Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa da gebel (monte)
* Racalmuto, Regalbuto, Ragalna, Regaleali da rahl (luogo di soggiorno, quartiere)
Nonché, forse, alcuni cognomi:
* Fragalà - "gioia di Allah"
* Vadalà, Badalà - "servo di Allah"
* Zappalà - "forte in Allah"
Sviluppo linguistico dal medioevo.
Verso l'anno 1000 tutta l'Italia meridionale, compresa la Sicilia, era una miscela
complessa di piccoli stati, di lingue, religioni e origini etniche. Tutta la Sicilia
era dominata dai Saraceni, tranne la parte nord-orientale, che era principalmente
greca e cristiana. L'estremo sud della penisola italiana faceva parte dell'Impero
bizantino e vi si parlava principalmente il greco, anche se molte comunità godevano
di una certa indipendenza da Constantinopoli. Il principato di Salerno era lombardo.
I lombardi (o langobardi) inoltre avevano cominciato a trasformare alcuni dei territori
bizantini ed erano riusciti a stabilire alcune città-stati indipendenti. Era in
questo contesto che i normanni entravano nella storia dell'Italia meridionale in
numero sempre crescente durante la prima metà del XI secolo.
o Influenza franco-normanna
Quando i due condottieri normanni più famosi dell'Italia meridionale, Ruggero I
di Sicilia e suo fratello, Roberto il Guiscardo, iniziarono la conquista della Sicilia
nel 1061, controllavano già l'estremo sud dell'Italia (la Puglia e la Calabria).
A Ruggero sarebbero stati necessari altri 30 anni per completare la conquista della
Sicilia (Roberto morì nel 1085). Durante questo periodo, la Sicilia si latinizzò
e cristianizzò per la seconda volta. Un gran numero di parole normanne vennero assorbite
dalla lingua siciliana, per esempio:
* accattari - comprare (dal normanno acater, francese moderno acheter )
* accia - sedano (da ache)
* ammintuari o muntuari - accennare, nominare (dal normanno mentevoir')
* ammuarru o armaru - armadio (da armoire)
* appujari - appoggiare (da appuyer)
* bucceri (vucceri) - macellaio (da bouchier)
* buatta - latta, barattolo (da boîte)
* custureri - sarto (da coustrier, francese moderno coutourier)
* firranti - grigio (da ferrant)
* fuoddi - pazzo (da fol)
* giugnettu - luglio (da juignet)
* ladiu o lariu - brutto (da laid)
* largasìa - generosità (da largesse)
* magasè - magazzino (da magasin)
* mustàzzi - baffi (da moustache)
* perciàri/pirciàri - bucare
* puseri - pollice (da poucier)
* racìna - uva (da raisin)
* raggia - rabbia (da rage)
* testa - testa (da teste)
* travagghiari - lavorare (da travaller, francese moderno travailler, ma in spagnolo
trabajar dal latino. tripaliare, de tripalium)
* trippari o truppiccari - inciampare (dal normanno triper; ma anche provenzale
trepar)
* tummari o attummuliari - cadere (da tomber)
I seguenti avvenimenti, durante o subito dopo la conquista normanna, sono stati
determinanti nella formazione della lingua siciliana:
* I normanni hanno portato con loro non soltanto i propri parenti francofoni (anche
se è probabile che il loro numero fosse esiguo), ma anche i soldati di ventura dall'Italia
meridionale, soprattutto di origine lombarda (con il loro idioma gallo-italico)
ed altri italiani dalla Campania. Questi ultimi avrebbero importato in Sicilia il
latino vulgare, una lingua non molto diversa da quelle parlate nell'Italia centrale.
* La guerra di conquista, durata trent'anni, e la restaurazione della chiesa cristiana
provocarono la cacciata dei Saraceni dalle zone centrali della Sicilia: molti di
loro ripararono nell'Africa settentrionale.
* Il ripopolamento, specialmente con cristiani dal continente europeo, fu promosso
da Ruggero I. Le zone occidentali della Sicilia furono pertanto colonizzate da immigrati
della Campania. Le zone orientali-centrali della Sicilia furono ripopolate invece
da coloni della Padania che importarono la propria lingua gallo-italica. Dopo la
morte di Ruggero I e sotto la reggenza di Adelaide (lei stessa proveniente dall'Italia
del nord) durante la minore età di suo figlio, Ruggero II, il processo di colonizzazione
lombarda fu intensificato.
Questi i fattori principali che concorsero allo sviluppo della lingua siciliana
come la conosciamo oggi. La variante campana del latino vulgare era simile al latino
vulgare del centro-Italia (e quindi, implicitamente, abbastanza simile al latino
vulgare della Toscana alla base dell'Italiano, lingua franca, unificatrice e, dal
1861, ufficiale in tutta l'Italia). Questo substrato linguistico campano fu contaminato
da molte componenti linguistiche galliche presenti in Sicilia (normanna, francese
e longobarda). La nuova lingua, evolvendosi, sostituì diverse parole arabe e greche,
ma centinaia di queste parole sono rimaste nel vocabolario della nuova lingua romanzesca.
o Altre influenze galliche
L'influenza lombarda ci interessa particolarmente. Anche oggi, ritroviamo i cosiddetti
dialetti galloitalici nelle zone dove l'immigrazione longobarda fu più consistente,
vale a dire a San Fratello, Novara di Sicilia, Nicosia, Sperlinga, Valguarnera Caropepe,
Aidone e Piazza Armerina. Il dialetto galloitalico non è sopravvissuto in altre
colonie importanti lombarde, come Randazzo, Bronte e Paternò (anche se ha influenzato
il vernacolo siciliano locale). L'influenza lombarda inoltre si ritrova nelle seguenti
parole della lingua siciliana comuni a tutti i dialetti:
* soggiru - suocero (da suoxer - latino socer)
* cugnatu - cognato (da cognau - latino cognatum)
* figghiozzu - figlioccio (da figlioz - latino filiolum)
* orbu - cieco (da orb - latino orbum)
* arricintari - risciacquare (da rexentar, notare insubre resentà)
* unni - dove (da ond - latino unde)
* i nomi dei giorni della settimana:
o lunniri - lunedì (da lunes)
o martiri – martedì (da martes)
o mercuri - mercoledì (da mèrcor)
o joviri - giovedì (da juovia)
o venniri - venerdì (da vènner)
Un'altra influenza gallica, quella del provenzale antico, ha tre possibili cause.
1. come detto precedentemente, il numero di normanni in Sicilia (provenienti dalla
Normandia vera e propria) è difficile da definire, ma non fu mai superiore a 5.000
persone. A questi si aggiungono i soldati di ventura dall'Italia meridionale, ma
è inoltre possibile che quest'ultimi siano nati in regioni ancora più lontane, come
la Francia meridionale. Durante i primi anni dell'occupazione della parte nord-orientale
della Sicilia, i Normanni costruirono una cittadella a San Fratello. Ancora oggi
(ma sempre meno) a San Fratello si parla un dialetto siculo-gallico influenzato
chiaramente del vecchio provençal, che porta a dedurre che un numero significativo
di soldati chiamati a difendere la cittadella proveniva dalla Provenza. In realtà,
ciò può spiegare il dialetto parlato soltanto a San Fratello, ma non spiega del
tutto l'importazione di molte parole provenzali nella lingua siciliana. Su questo
punto si possono formulare altre due ipotesi.
2. alcune parole del provençal potrebbero essere entrate a far parte del Siciliano
durante il regno della regina Margherita fra il 1166 e il 1171 quando suo figlio,
Guglielmo II di Sicilia fu incoronato all'età di 12 anni. I consiglieri più vicini
della regina provenivano dal sud della Francia e molte parole del provençal si sono
aggiunte alla lingua durante questo periodo.
3. la scuola siciliana poetica (discussa sotto) è stata influenzata fortemente della
tradizione provenzale dei trovatori (troubadours). Questo elemento è una parte importante
della cultura siciliana: per esempio, la tradizione delle marionette siciliane (l'òpira
dî pupi) e la tradizione dei cantastorii . Non c'è dubbio che i trovatori provenzali
erano attivi durante il regno di Federico II del Sacro Romano Impero e che alcune
parole del provençal siano state assimilate nella lingua siciliana in questo modo.
Alcuni esempi di parole siciliane derivate dal provençal:
o addumari – accendere (da allumar; notare sardo logudorese allumare)
o aggrifari – rapinare (da grifar)
o banna - lato, posto (da banda)
o burgisi – cittadini, proprietario (da borges)
o lascu - sparso, sottile, raro (da lasc)
o lavanca - precipizio (da lavanca)
o paru - uguale (da paratge)
o Influenza delle lingue iberiche
L'influenza delle lingue iberiche (aragonese e catalano prima, castigliano poi)
è, probabilmente, la più importante e la più evidente. Agisce su tutti gli aspetti
linguistici, dal lessico (che è quello più facilmente influenzabile) alla grammatica
e alla sintassi. Per esempio, sono peculiari di alcune parlate siciliane le terminazioni
verbali dell'imperfetto (-ìa, come in dicìa, facìa) e del condizionale (-ìa, es:
dirìa, farìa). Infine, sopravvivono degli autentici "relitti" linguistici, come
l'esclamazione "Vàia" che, anche se estranea alle strutture esistenti della lingua,
viene utilizzata comunemente. L'influenza che la lingua spagnola ebbe sul siciliano
nei secoli passati è probabilmente riscontrabile nella cosiddetta metafonesi di
alcune parlate dell'isola:
Siciliano -> Castigliano (spagnolo) -> Italiano
tiempu -> tiempo -> tempo
vientu -> viento -> vento
(Dittongazione della e tonica breve latina)
così come della palatalizzazione e perdita dei gruppi latini pl-, cl-
chianu --> llano --> piano
chiavi --> llave --> chiave
chiamari --> llamar --> chiamare
Alcune parole della Lingua Siciliana sono ormai entrate a pieno titolo a far parte
del lessico ufficiale della lingua italiana. Alcuni di questi apporti del Siciliano
all'Italiano sono:
abbuffarsi (mangiare fino a riempirsi)
Propriamente vuol dire "gonfiarsi come un rospo"; infatti il rospo in siciliano
è detto "buffa". Questo verbo è entrato nella lingua italiana nell'ottocento (le
prime documentazioni portano all'ambiente dell'Accademia navale di Livorno), anche
se nella VIII edizione dello "Zingarelli" (marzo 1959) non era ancora presente.
Il termine è oramai diffusissimo e di uso comune su tutto il territorio italiano,
assieme al sostantivo "abbuffata" (grande mangiata) e alle varianti meno comuni
"abboffarsi" e "abboffata".
canestrato (tipo di formaggio)
Il termine (cannistratu) deriva dal fatto che questo tipo di formaggio, simile al
pecorino, si ripone in ceste di vimini a forma di canestro (cannistri). E' entrato
a far parte della lingua italiana dagli anni settanta circa del '900 e, dato il
suo ingresso recente, non è ancora parola molto conosciuta anche se registrata da
tutti i vocabolari.
cannolicchio (specie di mollusco)
Nome di varie specie di molluschi della famiglia dei Solenidi, ordine Veneroidi,
specialmente del Solen Vagina, di forma molto allungata, che vivono infilati verticalmente
nella sabbia marina.
cannolo (dolce tipico siciliano ripieno di ricotta)
Questa delizia della pasticceria siciliana è ormai conosciuta in tutto il mondo;
la bontà del prodotto ha contribuito non poco alla facile diffusione del termine
che deriva dalla parola siciliana "cannolu" (da "canna") che indica oggetti cilindrici
cavi, nonché il rubinetto. Entrata nella lingua italiana agli inizi del '900.
carpetta (cartella per fogli e/o documenti)
Questo termine, giunto probabilmente al siciliano nei secoli scorsi dallo spagnolo
(carpeta), è passato all'italiano solo in tempi recenti.
cassata (torta di ricotta ricoperta da pasta reale e canditi)
Anche questa parola deve la sua popolarità alla squisitezza del prodotto. Già nel
1897 nel menù di un ristorante di Milano si poteva leggere questo termine. Le origini
sembrano di matrice araba; qa'sat in arabo indica una scodella grande e profonda;
da alcuni è stata avanzata, invece, l'ipotesi della derivazione dal latino caseus,
formaggio.
coppola (copricapo basso e rotondo, provvisto di visiera)
Parola siciliana (còppula) e meridionale, sembra essere penetrata in italiano soprattutto
attraverso il Siciliano.
cosca (combriccola mafiosa)
Una delle parole del gergo mafioso passate dal siciliano all'italiano. Cosca in
siciliano indica originariamente la parte interna e nascosta del carciofo; come
si può dedurre, l'immagine si ben prestava ad indicare una banda segreta.
dammuso (abitazione in pietra con il tetto a volta)
La parola dammùsu arriva al siciliano dall'arabo "dammus". Tale tipo di costruzione
è tipico dell'isola di Pantelleria; con la scoperta dell'isola da parte del turismo
italiano, la parola è pian piano penetrata nella lingua italiana.
demanio (complesso dei beni inalienabili dello stato e degli enti pubblici territoriali
e, per estensione, ufficio che sovrintende all’amministrazione di tali beni)
Parola penetrata in Siciliano probabilmente attraverso i Normanni (ant. francese
= demaine) e diffusasi in tutto il Meridione per poi passare all'italiano.
incazzarsi (arrabbiarsi, adirarsi)
Questo espressivo verbo siciliano (ncazzàrisi), nel corso del '900, è penetrato
pian pianino nella lingua italiana acquisendo, tra i suoi sinonimi, uno spazio di
notevole rilevanza, assieme all'aggetivo derivato "incazzato" (arrabbiato).
intrallazzo (affare illecito, imbroglio)
La parola siciliana ntrallàzzu o ntrilàzzu varcò i confini siciliani per entrare
con grande successo nella lingua italiana, pare, solo alla fine della seconda guerra
mondiale. Originariamente il verbo ntrallazzàri aveva il significato di intrecciare,
specie trattative ed affari (dallo spagnolo "entrelazar"); solo in seguito allo
sviluppo del mercato nero durante la seconda guerra mondiale, il termine ntrallàzzu
assunse valore negativo di "affare non lecito".
lampara (grossa lampada delle barche dei pescatori)
Parola siciliana passata all'italiano per indicare quella grossa lampada che si
appende a poppa delle imbarcazioni per la pesca notturna del pesce azzurro e, per
estensione, per indicare l’imbarcazione stessa così attrezzata e la rete utilizzata
per questo tipo di pesca, costituita da una specie di sacco a bocca molto larga.
lupara (fucile a canne mozze)
Pare che, originariamente, il termine volesse significare nella lingua siciliana
non il fucile, bensì le munizioni usate per uccidere i lupi. Dagli anni sessanta
entra nell'uso della lingua italiana.
mafia (associazione criminale segreta siciliana)
In origine tale termine pare che avesse il significato di valentia, superiorità,
eccellenza. L'attuale significato le sarebbe stato dato nel 1863, dopo la rappresentazione
di un opera teatrale dialettale, "I Mafiusi di la Vicaria", che raffigurava le abitudini
e la mentalità di un gruppo di reclusi del carcere palermitano della Vicarìa. In
documenti ufficiali, il termine è presente per la prima volta in un rapporto del
prefetto di Palermo F. A. Gualtiero, inviato nell'aprile del 1865 al ministro dell'interno,
per definire una "associazione malandrinesca". Il termine derivato mafioso comparirà
per la prima volta nel 1876 nell'inchiesta sulla Sicilia di L. Franchetti e S. Sonnino.
La parola dovrebbe essere di origine araba, anche se le ipotesi sono molteplici.
mattanza (uccisione di tonni)
Questo termine, di origine spagnola (matanza), dovrebbe essere passato all'italiano
direttamente dal siciliano.
omertà (legge del silenzio)
Parola di origine incerta, conosciuta già dal 1800; la teoria più convincente la
fa risalire alla parola latina HUMILITAS (umiltà) che, con gli attesi passaggi,
diventa in Siciliano umirtà. Oggi viene usata comunemente per definire l'ostinatezza
al silenzio, anche per ambiti non strettamente mafiosi. Molto usato in italiano
anche l'aggettivo derivato "omertoso".
picciotto (giovanotto, ragazzo)
Iniziò la sua penetrazione nell'italiano con l'impresa dei Mille di Garibaldi (in
una lettera del 24 giugno 1860 Ippolito Nievo scrive "vuol dire ragazzi e così noi
chiamiamo quelli delle Squadre perché tra loro si chiamano così").
pizzo (tangente estorta dalla malavita)
Termine presente nel siciliano con questo significato già dall'800, è stato introdotto
nella lingua italiana solo negli anni '80 del secolo scorso.
rimpatriata (riunione di amici che non si vedevano da tempo)
In questo senso il termine (già presente in italiano con altro significato evidente)
entra a far parte della lingua italiana solo nel novecento e il suo uso è oramai
diffuso in tutta la penisola.
sciabica (rete da pesca a strascico)
Parola di origine araba (shabaka), penetrata nella lingua italiana attraverso il
siciliano già nel 1600.
scuocere (cuocere oltre il dovuto)
Dalla seconda metà del '900 fa parte della lingua italiana ed è verbo usatissimo
in merito alla cottura di pasta e riso; molto usato anche il participio passato
e aggettivo "scotto".
solfara (miniera di zolfo)
Parola siciliana per "miniera di zolfo" passata all'italiano, assieme al sostantivo
"solfataro" (minatore di solfara) per indicare tale tipo di miniera o anche un giacimento
di zolfo.
trazzera (sentiero, strada sterrata, che attraversa i campi)
Parola siciliana passata all'italiano per indicare soprattutto tali tipi di strade
esistenti in Sicilia.
zagara (fiore d'agrume)
Parola siciliana per "fiore d'arancio", ha etimologia araba (zahara = splendere
del bianco) e fu acquisita dal siciliano durante la dominazione dei saraceni. Era
praticamente sconosciuta al resto d'Italia fin tanto che Gabriele D'annunzio la
usò per la prima volta nel "Piacere" e poi, ripetutamente, nel "Trionfo della morte",
nel "Forse che sì forse che no" e nel "Notturno".
Alcuni altri termini presenti in Siciliano ed anche in altri dialetti meridionali,
fanno oggi parte del lessico della lingua italiana ma è difficoltoso capire se vi
siano penetrati esclusivamente attraverso il Siciliano:
calamaro (tipo di molllusco commestibile)
Parola siciliana e meridionale in genere.
capitone (tipo di pesce simie all'anguilla)
Parola siciliana e meridionale in genere, era conosciuta in italiano già dal 1800.
cernia (tipo di grosso pesce)
Parola siciliana e meridionale in genere, documentata a Napoli da vari secoli.
lava (massa magmatica che fuoriesce dai vulcani in eruzione)
Parola siciliana e meridionale (in particolare napoletana, con significato di "torrente")
legata ai vulcani Vesuvio ed Etna.
pastetta (accordo a scopi illeciti, broglio elettorale)
Parola siciliana e meridionale per "pastella"; è entrata in italiano soprattutto
con il suo significato figurativo.
scippo (furto compiuto da qualcuno che poi fugge velocemente)
Parola siciliana e meridionale entrata in italiano, anche con il suo significato
figurativo, assieme al verbo "scippare" e al sostantivo "scippatore".
sfarzo (ostentazione di lusso, di ricchezza)
Parola siciliana (sfarzu) e comune ai territori dell'Italia meridionale influenzati
dalla dominazione spagnola; ha origine, probabilmente, dallo spagnolo "disfrazo",
maschera. Presente in italiano anche l'aggetivo derivato "sfarzoso".
sfuso (non confezionato in pacchetti, scatole, bottiglie e simili)
Parola siciliana (sfusu) e comune a diversi territori dell'Italia meridionale.
Inrfine, è presumibile che alcune delle seguenti parole di origine araba passarono
all'italiano, in tempi antichi, anche attraverso il contributo del Siciliano: arancia
(arància; arabo: narangi; persiano: narang), azzurro (azzùrru; arabo: lazwardi;
persiano: lazward; la l iniziale cadde perché scambiata per articolo), cotone (cuttùni;
arabo: qutun), dogana (duàna; arabo: diwan = libro dei conti), limone (limúni; arabo:
limun: persiano: limu), magazzino (magasènu; arabo: makahzan, pl. makahzin, = deposito)
meschino (mischìnu; arabo: miskin = povero), zafferano (zafarànu; arabo: zafaran),
zecca (zicca; arabo: sikka) , zucchero (zùccaru; arabo: sukkar; la coltivazione
della canna da zucchero fu introdotta in Italia dapprima in Sicilia intorno alla
metà del XII secolo).
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Fonetica | Sishilianu |
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(*) A
'H' unn è na Cun-zunanti, ma un zegnu 'senza sonu'.
Servi pi fari segnu a la cunzunanti cu kui è abbinata, ki c'è na prununzia particulari.
(**) Ck-i,e; Cc-a,o,u;
Rk-i,e; Rc-a,o,u; - Sk-i,e; Sc-a,o,u;
Nk-i,e; Nk-a,o,u(Gutturali autoctona);
N chi+e,a,o,u. (palatali autoctona).
(***) Tutti i cunzunanti dentali unni c'è a littira
R
n zishilianu hannu a prununzia autoctona: Trenu, NDria, Strata;
ma no ku ll'autri lettiri: Vrazza, Crita.
Kuatru ri cunzunanti instabbili
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Sonu Kunzunanti |
debbuli | forti | Palatali | Mprignatu di |
noti |
| C-Rushi | Sh-i, u, o, a, e |
C-i, e Ci-a, o, u |
_ | N C- | _ |
| C-Rura |
Ch-i, e C-a, o, u |
K-i, u, o, a, e | Chi-u, o, a, e | N K-i, e N k-a, o, u |
Ch- C-: aspirati NK+aou: Autoctona |
| D | R- (mezza R) | D- | Dh- | N N- | _ |
| J- G Rushi | J- | palatali Ghi+eaou | Ghi-e, a, o, u | N Gn- | _ |
| G-Rura | ' aspir. |
Gh-i, e G-a, o, u |
Ghi-e, a, o, u | N Gh- | N Gh: Autoctona |
| R | - | - | _ | - |
D, S, T, St,+ R fonemi autoctoni |
| S | _ | _ | _ | N Z- | Z rushi |
| V | ' aspir. | V- | _ |
N M- F/P V/B |
_ |
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Palori rinfurzanti
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Kummentu o cuatru ri cunzunanti instabbili |
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| U sceccu |
| Avia nu sciccareddhu ma veru sapuritu a mmia mi l' ammazzaru poviru sceccu meu. Ki beddha vushi avia paria nu ran tinuri, sciccareddhu di lu me cori Komu jò ti pozzu scurdà. E kuannu arragghiava fashia HI-HO HI-HO HI-HO Sciccareddhu di lu me cori Komu jò ti pozzu scurdà. |
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A ciappula p' asheddhi.
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Pi
parari i cciappuli r'asheddhi, s' hav' a circari un postu adattu unni si
sapi ki cci vannu spissu. Si fa un fossisheddhu n terra tunnu e pulitu. |
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Si
pigghia na pal' 'i ficurinnia beddha larga. E Si cci fa na finistreddha, pickì l' asheddhi unn hann'a soffriri. |
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Si
prova supr'o fossu chi fishimu, e ssi va ccercanu dui ligni fini pi fari i stecketti. |
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I
stecketti s' appizzanu unu n terra e unu na pala, ki karennu, u lignu unn l' hav' a fari arristari aisata. Si cala a pala, e i punti ri stecketti hann'a ppuiari unu supr'all' autru. N mezzu e rui punti si cci metti u nniscu: na punta n mezzu e rui stecketti, e nall' autra punta si cci metti un vermi, komu si viri na fotografia. |
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Ora
a ciappula è parata. Quannu ci va u asheddhu e ssi mancia u vermi, fa satari u nniscu ki teni i stecketti, e a pala cari. Kummeni jirisinni e turnari a sira. S' ashedu nkagghia unn zoffri, pickì pigghia aria ra finistreddha. Però unn zacciu si ora i ciappuli si ponnu parari chiù comu na vota. E poi, s' avissuvu a pigghiari un passaru o un pettarrussu, ki n'ait' a ffari? lassatilu vulari! |
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I cunzunanti ddoppi B D G
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