<p>Il siciliano<br> <br> Il siciliano (nome nativo siculu o sicilianu) è una lingua parlata in Sicilia, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel Gruppo meridionale estremo al pari del salentino e del calabrese centro-meridionale. Molti filologi descrivono il siciliano come «abbastanza distinto dall&#39;italiano tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato».<br> <br> Il siciliano è correntemente parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati delle aree geografiche dove il siciliano è madrelingua, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.<br> <br> <br> La ricchezza di influenze della lingua siciliana (greco, latino, arabo, francese, lombardo, provenzale, tedesco, catalano, spagnolo e naturalmente dall&#39;italiano) deriva dalla posizione geografica dell&#39;isola, la maggiore del Mediterraneo, visitata durante i millenni da molte delle popolazioni mediterranee dai cui idiomi ha ereditato il vocabolario e le forme grammaticali.<br> <br> o Substrato arcaico<br> <br> Prima della conquista greca e fenicia, la Sicilia è stata occupata dalle popolazioni autoctone: sicani, elimi e siculi (fra il secondo e il primo millennio a.C.).<br> <br> L&#39;élimo, lingua parlata dal popolo che occupava la Sicilia sud-occidentale, era probabilmente di ceppo indoeuropeo, più precisamente di tipo anatolico. Lo studio di questa lingua è relativamente recente e risale agli anni sessanta. Non si sa quasi nulla del sicano, lingua del popolo della Sicilia centro-occidentale. Vengono considerate sicane tutte le iscrizioni non indoeuropee rinvenute nell&#39;isola, ma si tratta solo di supposizioni. Per quanto riguarda il siculo, idioma del popolo della Sicilia orientale, è quasi sicuramente una lingua italica, vicina al latino. Non si hanno neanche in questo caso certezze perché probabilmente i documenti conservati sono stati influenzati dalle successive migrazioni di romani. Altre supposizioni, riguardo l&#39;origine del linguaggio dei siculi, vorrebbero quest&#39;ultimo apparentato con il sanscrito.<br> <br> <br> Successivamente l&#39;isola fu occupata da fenici (fra decimo ed ottavo secolo a.C.) e greci (dall&#39;ottavo secolo a.C.). Elimi, sicani e siculi si ritirarono all&#39;interno dell&#39;isola, conservando lingua e tradizioni. Sulle coste occidentali, le colonie parlavano la lingua cartaginese, con la presenza delle città fenicie di Mozia, Lilibeo, Palermo e Solunto. Su quelle orientali, si diffuse invece il greco. Quest&#39;ultima lingua per secoli fu quella della cultura dell&#39;isola, anche dopo la conquista da parte dei romani nel III secolo a.C.. In questo periodo, nella zona dello Stretto, si stanziò anche una popolazione italica, i Mamertini, che portarono con sé la propria lingua del ceppo Osco-Umbro affine al Sannita.<br> <br> L&#39;arrivo del latino intaccò fortemente l&#39;identità linguistica siciliana. Il punico-cartaginese si estinse nel primo periodo dell&#39;Impero romano, le parlate indigene andarono poco a poco scomparendo, il greco sopravvisse ma fu prevalentemente la lingua delle classi povere della città. I ceti urbani più ricchi e la popolazione delle campagne adottarono invece la lingua dei nuovi dominatori, che fu favorita anche dalla cristianizzazione.<br> <br> <br> <br> <br> <br> Le influenze più antiche, visibili in siciliano ancora oggi, esibiscono sia gli elementi mediterranei preistorici che gli elementi indoeuropei preistorici ed occasionalmente un punto d&#39;incrocio di entrambi. Si può dire con certezza che rimangono parole preindoeuropee in siciliano di un&#39;origine mediterranea antica, ma, senza fonte, non si può essere più precisi di così. Si può talvolta ritenere che una certa parola abbia derivazione preistorica, ma non è sempre certo se i siciliani l&#39;abbiano ereditata direttamente dalle popolazioni autoctone o se il termine sia arrivato per un&#39;altra via.<br> <br> Le parole con una derivazione mediterranea preistorica si riferiscono spesso alle piante della regione mediterranea o ad altre caratteristiche naturali.<br> <br> * alastra - generica di alcune specie di leguminose spinose<br> * ammarrari - costruire un canale, un passaggio e simile; fermare, bloccare, ad esempio una corrente d&#39;acqua<br> * kalankuni - onda alta e impetuosa di fiume o di torrente in piena<br> * rashòppu - raspollo, da tema mediterraneo rak<br> * timpa, timpuni - poggetto, balza, collina (ma notate greco týmba, tumolo, latino tumba e tumulus, da cui anche catalano timba, dirupo).<br> <br> Ci sono inoltre parole siciliane con un&#39;origine indoeuropea antica che non sembrano derivare dai gruppi di lingue principali connesse normalmente con il siciliano, cioè si sospetta che siano passate al siciliano da una fonte indoeuropea molto antica. Il Siculo è una fonte possibile come fonte di tali parole, ma esiste inoltre la possibilità di un punto d&#39;incrocio fra le parole mediterranee antiche e le forme indoeuropee introdotte. Alcuni esempi delle parole siciliane con un&#39;origine indoeuropea antica:<br> <br> * rudda - mora; come indoeuropeo roudho, gallese rudd, serbo rud, lituano rauda significando il colore &quot;rosa&quot;; Romeno &quot;duda&quot;<br> * scrozzu - infermiccio, venuto su a stento, imbozzacchito; come lituano su-skurdes arrestato nella sua crescita.<br> * sfunnacata - moltitudine, indoeuropeo und/Fund acqua<br> <br> o Influenza greca <br> <br> L&#39;influenza greca rimane fortemente visibile. Per una parola di origine greca non è facile capire a partire da quale periodo greco i siciliani iniziarono ad usarla (se in occupazione pre-romana o in periodo bizantino) o, ancora, se la stessa parola non sia arrivata in Sicilia per vie diverse. Ad esempio, per quando i romani avevano occupato la Sicilia nel III secolo AC, la lingua latina aveva già preso in prestito diverse parole dalla lingua greca.<br> <br> Le seguenti parole siciliane sono di origine greca (sono inclusi alcuni esempi dove è poco chiara se la parola derivi direttamente dal greco, o attraverso il latino):<br> <br> * appizzari - appendere/attaccare (da (eks)èpeson)<br> * babbalushi/vavalushi - lumaca (da boubalàkion)<br> * babbiari - scherzare (da babazo, da cui abbiamo: babbazzu e babbu - stupido; ma notate latino babulus e spagnolo babieca, da baba, e anche bobo, stupido, dal latino balbus, balbuziente)<br> * bucali - boccale (da baukalion)<br> * bùmmulu - piccola brocca per l&#39;acqua (da bombule; ma latino bombyla)<br> * kàntaru - tazza (da kantharos)<br> * kantunèra - angolo (da kanduni)<br> * karteddha - grande cesta intessuta di canne o altro materiale legnoso (da kartallos; ma latino cratellum)<br> * karusu - ragazzo (da kouros; ma latino carus - caro, sanscrito caruh - amabile)<br> * kasèntaru - lombrico (da gâs ènteron)<br> * shirasa - ciliegia (da kerasos; ma latino cerasum, e spagnolo cereza)<br> * cishulìu - dolce pasquale di forma circolare (da kyclos)<br> * kona - icona (da eikona; ma latino icona)<br> * carcocciuli - carciofi<br> * crastu - montone (da kràstos)<br> * kuddhura - pane di forma circolare (da kollyra; ma latino collyra)<br> * grasta o rasta - vaso per piantarvi fiori (da gastra; ma latino gastra)<br> * liccu - ghiotto (da liknos).<br> * naca - culla (da nake)<br> * nicu - piccolo (da nicròs o micròs)<br> * ntamari - sbalordire (da thambeo)<br> * partuallu - arancia (da portokali)<br> * pistiari - mangiare (da esthìo)<br> * pircòcu - albicocco (da praicòcchion)<br> * pitrusinu - prezzemolo (da petroselinon)<br> * timugna - cumulo di grano (da themoonia)<br> * tuppiàri o tuppuliari - bussare (da typto).<br> <br> o Influenza araba <br> <br> Nel 535, l&#39;imperatore Giustiniano I di Bisanzio fece diventare la Sicilia una provincia dell&#39;impero bizantino e, per la seconda volta nella storia siciliana, la lingua greca risuonava forte attraverso l&#39;isola. Mentre il potere dell&#39;impero di Bisanzio iniziava a diminuire, la Sicilia venne conquistata progressivamente dai Saraceni dell&#39;Africa del nord, dalla metà del nono secolo alla metà del decimo secolo. Durante il periodo di governo degli emiri arabi la Sicilia poté godere di un periodo di continua prosperità economica e di una viva vita culturale e intellettuale. L&#39;influenza araba si trova in circa 300 parole siciliane di notevole importanza, la maggior parte delle quali si riferiscono all&#39;agricoltura ed alle attività relative. Ciò è comprensibile perché i saraceni introdussero in Sicilia un sistema di irrigazione moderno e nuove specie di piante agricole, che rimangono tutt&#39;oggi endemiche nell&#39;isola.<br> <br> Alcune parole di origine araba:<br> <br> * bagghiu - cortile (da bahah).<br> * burnia - giarra (da burniya; ma latino hirnea)<br> * rais - capo, capobanda (da rais; capo)<br> * kafìsu - misura per l&#39;acqua (e, soprattutto, per l&#39;olio) (da qafiz, in realtà misura per aridi)<br> * karrubba - frutto del carrubo (da harrub)<br> * kassata - una torta tipica siciliana, con ricotta (da qashata; ma latino caseata – qualcosa fatta di formaggio; spagnolo quesada o quesadilla)<br> * dammusu - soffitto (dal verbo dammus, &quot;cavità, caverna&quot;)<br> * favara - sorgente d&#39;acqua (da fàra rigoglio e gorgoglio che emette l&#39;acqua che sgorga dalla fonte)<br> * gebbia - vasca di conservazione dell’acqua utilizzata per l’irrigazione (da già-bìa)<br> * giuggiulena - seme di sesamo (da giulgiulan)<br> * jarrùsu - giovane effeminato (da arùsa, sposa)<br> * limbìccu - moccio (da al-ambiq)<br> * maìddha - recipiente in legno usato per impastare la farina (da màida mensa)<br> * miskinu - poverino, meschino (uso letterario, arcaico o regionale) (dall&#39;arabo miskin, cfr. spagn. mezquino, sardo mischinu)<br> * saia - canale (da saqiya)<br> * sciàbaca o sciabachèju - rete da pesca (da sabaka)<br> * tabbutu - bara (da tabut)<br> * taliàri - guardare, osservare (da ?ala?a´; spagnolo atalaya, torre, altura, e atalayar, registrare il campo da una torre o altura, osservare, spiare, dall&#39;arabo ispanico attaláya´)<br> * tannùra - cucina in muratura (da tannur, forno)<br> * tùmminu - tomolo (misura agraria) (da tumn)<br> * vaddhara - ernia (da adara)<br> * zabbara - agave (da sabbara)<br> * zaffarana - zafferano (dal persiano za?faran; spagnolo azafrán, dall&#39;arabo ispanico azza´farán)<br> * zàgara - fiore dell&#39;arancio (da zahr, fiore; spagnolo azahar, dall&#39;arabo ispanico azzahár)<br> * zàccanu - recinto per le bestie (da sakan)<br> * zibbibbu - tipo di uva a grossi chicchi (da zabib, &quot;uva passita&quot;) da cui deriva il vino<br> * zìrru - recipiente (da zir)<br> * zuccu - tronco della vigna (da suq; ma aragonese soccu e spagnolo zoquete, quest&#39;ultimo forse dal celtico tsucca)<br> <br> Numerosi sono anche i toponimi arabi:<br> <br> * Alcàntara deriva da al-quantar (il ponte)<br> * Calascibetta, Calatabiano, Calatafimi, Caltagirone, Caltanissetta, Caltavuturo, derivano da qalta (cittadella, fortificazione)<br> * Marsala, Marzamemi da marsa (porto)<br> * Mongibello, Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa da gebel (monte)<br> * Racalmuto, Regalbuto, Ragalna, Regaleali da rahl (luogo di soggiorno, quartiere)<br> <br> Nonché, forse, alcuni cognomi:<br> <br> * Fragalà - &quot;gioia di Allah&quot;<br> * Vadalà, Badalà - &quot;servo di Allah&quot;<br> * Zappalà - &quot;forte in Allah&quot;<br> <br> Sviluppo linguistico dal medioevo.<br> <br> Verso l&#39;anno 1000 tutta l&#39;Italia meridionale, compresa la Sicilia, era una miscela complessa di piccoli stati, di lingue, religioni e origini etniche. Tutta la Sicilia era dominata dai Saraceni, tranne la parte nord-orientale, che era principalmente greca e cristiana. L&#39;estremo sud della penisola italiana faceva parte dell&#39;Impero bizantino e vi si parlava principalmente il greco, anche se molte comunità godevano di una certa indipendenza da Constantinopoli. Il principato di Salerno era lombardo. I lombardi (o langobardi) inoltre avevano cominciato a trasformare alcuni dei territori bizantini ed erano riusciti a stabilire alcune città-stati indipendenti. Era in questo contesto che i normanni entravano nella storia dell&#39;Italia meridionale in numero sempre crescente durante la prima metà del XI secolo.<br> <br> o Influenza franco-normanna <br> <br> Quando i due condottieri normanni più famosi dell&#39;Italia meridionale, Ruggero I di Sicilia e suo fratello, Roberto il Guiscardo, iniziarono la conquista della Sicilia nel 1061, controllavano già l&#39;estremo sud dell&#39;Italia (la Puglia e la Calabria). A Ruggero sarebbero stati necessari altri 30 anni per completare la conquista della Sicilia (Roberto morì nel 1085). Durante questo periodo, la Sicilia si latinizzò e cristianizzò per la seconda volta. Un gran numero di parole normanne vennero assorbite dalla lingua siciliana, per esempio:<br> <br> * accattari - comprare (dal normanno acater, francese moderno acheter )<br> * accia - sedano (da ache)<br> * ammintuari o muntuari - accennare, nominare (dal normanno mentevoir&#39;)<br> * ammuarru o armaru - armadio (da armoire)<br> * appujari - appoggiare (da appuyer)<br> * bucceri (vucceri) - macellaio (da bouchier)<br> * buatta - latta, barattolo (da boîte)<br> * custureri - sarto (da coustrier, francese moderno coutourier)<br> * firranti - grigio (da ferrant)<br> * fuoddi - pazzo (da fol)<br> * giugnettu - luglio (da juignet)<br> * ladiu o lariu - brutto (da laid)<br> * largasìa - generosità (da largesse)<br> * magasè - magazzino (da magasin)<br> * mustàzzi - baffi (da moustache)<br> * perciàri/pirciàri - bucare<br> * puseri - pollice (da poucier)<br> * racìna - uva (da raisin)<br> * raggia - rabbia (da rage)<br> * testa - testa (da teste)<br> * travagghiari - lavorare (da travaller, francese moderno travailler, ma in spagnolo trabajar dal latino. tripaliare, de tripalium)<br> * trippari o truppiccari - inciampare (dal normanno triper; ma anche provenzale trepar)<br> * tummari o attummuliari - cadere (da tomber)<br> <br> I seguenti avvenimenti, durante o subito dopo la conquista normanna, sono stati determinanti nella formazione della lingua siciliana:<br> <br> * I normanni hanno portato con loro non soltanto i propri parenti francofoni (anche se è probabile che il loro numero fosse esiguo), ma anche i soldati di ventura dall&#39;Italia meridionale, soprattutto di origine lombarda (con il loro idioma gallo-italico) ed altri italiani dalla Campania. Questi ultimi avrebbero importato in Sicilia il latino vulgare, una lingua non molto diversa da quelle parlate nell&#39;Italia centrale.<br> * La guerra di conquista, durata trent&#39;anni, e la restaurazione della chiesa cristiana provocarono la cacciata dei Saraceni dalle zone centrali della Sicilia: molti di loro ripararono nell&#39;Africa settentrionale.<br> * Il ripopolamento, specialmente con cristiani dal continente europeo, fu promosso da Ruggero I. Le zone occidentali della Sicilia furono pertanto colonizzate da immigrati della Campania. Le zone orientali-centrali della Sicilia furono ripopolate invece da coloni della Padania che importarono la propria lingua gallo-italica. Dopo la morte di Ruggero I e sotto la reggenza di Adelaide (lei stessa proveniente dall&#39;Italia del nord) durante la minore età di suo figlio, Ruggero II, il processo di colonizzazione lombarda fu intensificato.<br> <br> Questi i fattori principali che concorsero allo sviluppo della lingua siciliana come la conosciamo oggi. La variante campana del latino vulgare era simile al latino vulgare del centro-Italia (e quindi, implicitamente, abbastanza simile al latino vulgare della Toscana alla base dell&#39;Italiano, lingua franca, unificatrice e, dal 1861, ufficiale in tutta l&#39;Italia). Questo substrato linguistico campano fu contaminato da molte componenti linguistiche galliche presenti in Sicilia (normanna, francese e longobarda). La nuova lingua, evolvendosi, sostituì diverse parole arabe e greche, ma centinaia di queste parole sono rimaste nel vocabolario della nuova lingua romanzesca.<br> <br> <br> o Altre influenze galliche <br> <br> L&#39;influenza lombarda ci interessa particolarmente. Anche oggi, ritroviamo i cosiddetti dialetti galloitalici nelle zone dove l&#39;immigrazione longobarda fu più consistente, vale a dire a San Fratello, Novara di Sicilia, Nicosia, Sperlinga, Valguarnera Caropepe, Aidone e Piazza Armerina. Il dialetto galloitalico non è sopravvissuto in altre colonie importanti lombarde, come Randazzo, Bronte e Paternò (anche se ha influenzato il vernacolo siciliano locale). L&#39;influenza lombarda inoltre si ritrova nelle seguenti parole della lingua siciliana comuni a tutti i dialetti:<br> <br> * soggiru - suocero (da suoxer - latino socer)<br> * cugnatu - cognato (da cognau - latino cognatum)<br> * figghiozzu - figlioccio (da figlioz - latino filiolum)<br> * orbu - cieco (da orb - latino orbum)<br> * arricintari - risciacquare (da rexentar, notare insubre resentà)<br> * unni - dove (da ond - latino unde)<br> * i nomi dei giorni della settimana:<br> o lunniri - lunedì (da lunes)<br> o martiri – martedì (da martes)<br> o mercuri - mercoledì (da mèrcor)<br> o joviri - giovedì (da juovia)<br> o venniri - venerdì (da vènner)<br> <br> Un&#39;altra influenza gallica, quella del provenzale antico, ha tre possibili cause.<br> <br> 1. come detto precedentemente, il numero di normanni in Sicilia (provenienti dalla Normandia vera e propria) è difficile da definire, ma non fu mai superiore a 5.000 persone. A questi si aggiungono i soldati di ventura dall&#39;Italia meridionale, ma è inoltre possibile che quest&#39;ultimi siano nati in regioni ancora più lontane, come la Francia meridionale. Durante i primi anni dell&#39;occupazione della parte nord-orientale della Sicilia, i Normanni costruirono una cittadella a San Fratello. Ancora oggi (ma sempre meno) a San Fratello si parla un dialetto siculo-gallico influenzato chiaramente del vecchio provençal, che porta a dedurre che un numero significativo di soldati chiamati a difendere la cittadella proveniva dalla Provenza. In realtà, ciò può spiegare il dialetto parlato soltanto a San Fratello, ma non spiega del tutto l&#39;importazione di molte parole provenzali nella lingua siciliana. Su questo punto si possono formulare altre due ipotesi.<br> 2. alcune parole del provençal potrebbero essere entrate a far parte del Siciliano durante il regno della regina Margherita fra il 1166 e il 1171 quando suo figlio, Guglielmo II di Sicilia fu incoronato all&#39;età di 12 anni. I consiglieri più vicini della regina provenivano dal sud della Francia e molte parole del provençal si sono aggiunte alla lingua durante questo periodo.<br> 3. la scuola siciliana poetica (discussa sotto) è stata influenzata fortemente della tradizione provenzale dei trovatori (troubadours). Questo elemento è una parte importante della cultura siciliana: per esempio, la tradizione delle marionette siciliane (l&#39;òpira dî pupi) e la tradizione dei cantastorii . Non c&#39;è dubbio che i trovatori provenzali erano attivi durante il regno di Federico II del Sacro Romano Impero e che alcune parole del provençal siano state assimilate nella lingua siciliana in questo modo. Alcuni esempi di parole siciliane derivate dal provençal:<br> <br> <br> o addumari – accendere (da allumar; notare sardo logudorese allumare)<br> o aggrifari – rapinare (da grifar)<br> o banna - lato, posto (da banda)<br> o burgisi – cittadini, proprietario (da borges)<br> o lascu - sparso, sottile, raro (da lasc)<br> o lavanca - precipizio (da lavanca)<br> o paru - uguale (da paratge)<br> <br> o Influenza delle lingue iberiche <br> <br> L&#39;influenza delle lingue iberiche (aragonese e catalano prima, castigliano poi) è, probabilmente, la più importante e la più evidente. Agisce su tutti gli aspetti linguistici, dal lessico (che è quello più facilmente influenzabile) alla grammatica e alla sintassi. Per esempio, sono peculiari di alcune parlate siciliane le terminazioni verbali dell&#39;imperfetto (-ìa, come in dicìa, facìa) e del condizionale (-ìa, es: dirìa, farìa). Infine, sopravvivono degli autentici &quot;relitti&quot; linguistici, come l&#39;esclamazione &quot;Vàia&quot; che, anche se estranea alle strutture esistenti della lingua, viene utilizzata comunemente. L&#39;influenza che la lingua spagnola ebbe sul siciliano nei secoli passati è probabilmente riscontrabile nella cosiddetta metafonesi di alcune parlate dell&#39;isola:<br> <br> Siciliano -&gt; Castigliano (spagnolo) -&gt; Italiano<br> <br> tiempu -&gt; tiempo -&gt; tempo<br> vientu -&gt; viento -&gt; vento<br> (Dittongazione della e tonica breve latina)<br> <br> così come della palatalizzazione e perdita dei gruppi latini pl-, cl-<br> <br> chianu --&gt; llano --&gt; piano<br> chiavi --&gt; llave --&gt; chiave<br> chiamari --&gt; llamar --&gt; chiamare<br> <br> <br> Alcune parole della Lingua Siciliana sono ormai entrate a pieno titolo a far parte del lessico ufficiale della lingua italiana. Alcuni di questi apporti del Siciliano all&#39;Italiano sono:<br> <br> abbuffarsi (mangiare fino a riempirsi)<br> <br> Propriamente vuol dire &quot;gonfiarsi come un rospo&quot;; infatti il rospo in siciliano è detto &quot;buffa&quot;. Questo verbo è entrato nella lingua italiana nell&#39;ottocento (le prime documentazioni portano all&#39;ambiente dell&#39;Accademia navale di Livorno), anche se nella VIII edizione dello &quot;Zingarelli&quot; (marzo 1959) non era ancora presente. Il termine è oramai diffusissimo e di uso comune su tutto il territorio italiano, assieme al sostantivo &quot;abbuffata&quot; (grande mangiata) e alle varianti meno comuni &quot;abboffarsi&quot; e &quot;abboffata&quot;.<br> <br> <br> <br> canestrato (tipo di formaggio)<br> <br> Il termine (cannistratu) deriva dal fatto che questo tipo di formaggio, simile al pecorino, si ripone in ceste di vimini a forma di canestro (cannistri). E&#39; entrato a far parte della lingua italiana dagli anni settanta circa del &#39;900 e, dato il suo ingresso recente, non è ancora parola molto conosciuta anche se registrata da tutti i vocabolari.<br> <br> <br> <br> cannolicchio (specie di mollusco)<br> <br> Nome di varie specie di molluschi della famiglia dei Solenidi, ordine Veneroidi, specialmente del Solen Vagina, di forma molto allungata, che vivono infilati verticalmente nella sabbia marina.<br> <br> <br> <br> cannolo (dolce tipico siciliano ripieno di ricotta)<br> <br> Questa delizia della pasticceria siciliana è ormai conosciuta in tutto il mondo; la bontà del prodotto ha contribuito non poco alla facile diffusione del termine che deriva dalla parola siciliana &quot;cannolu&quot; (da &quot;canna&quot;) che indica oggetti cilindrici cavi, nonché il rubinetto. Entrata nella lingua italiana agli inizi del &#39;900.<br> <br> <br> <br> carpetta (cartella per fogli e/o documenti)<br> <br> Questo termine, giunto probabilmente al siciliano nei secoli scorsi dallo spagnolo (carpeta), è passato all&#39;italiano solo in tempi recenti.<br> <br> <br> <br> cassata (torta di ricotta ricoperta da pasta reale e canditi)<br> <br> Anche questa parola deve la sua popolarità alla squisitezza del prodotto. Già nel 1897 nel menù di un ristorante di Milano si poteva leggere questo termine. Le origini sembrano di matrice araba; qa&#39;sat in arabo indica una scodella grande e profonda; da alcuni è stata avanzata, invece, l&#39;ipotesi della derivazione dal latino caseus, formaggio.<br> <br> <br> <br> coppola (copricapo basso e rotondo, provvisto di visiera)<br> <br> Parola siciliana (còppula) e meridionale, sembra essere penetrata in italiano soprattutto attraverso il Siciliano.<br> <br> <br> <br> cosca (combriccola mafiosa)<br> <br> Una delle parole del gergo mafioso passate dal siciliano all&#39;italiano. Cosca in siciliano indica originariamente la parte interna e nascosta del carciofo; come si può dedurre, l&#39;immagine si ben prestava ad indicare una banda segreta.<br> <br> <br> <br> dammuso (abitazione in pietra con il tetto a volta)<br> <br> La parola dammùsu arriva al siciliano dall&#39;arabo &quot;dammus&quot;. Tale tipo di costruzione è tipico dell&#39;isola di Pantelleria; con la scoperta dell&#39;isola da parte del turismo italiano, la parola è pian piano penetrata nella lingua italiana.<br> <br> <br> <br> demanio (complesso dei beni inalienabili dello stato e degli enti pubblici territoriali e, per estensione, ufficio che sovrintende all’amministrazione di tali beni)<br> <br> Parola penetrata in Siciliano probabilmente attraverso i Normanni (ant. francese = demaine) e diffusasi in tutto il Meridione per poi passare all&#39;italiano.<br> <br> <br> <br> incazzarsi (arrabbiarsi, adirarsi)<br> <br> Questo espressivo verbo siciliano (ncazzàrisi), nel corso del &#39;900, è penetrato pian pianino nella lingua italiana acquisendo, tra i suoi sinonimi, uno spazio di notevole rilevanza, assieme all&#39;aggetivo derivato &quot;incazzato&quot; (arrabbiato).<br> <br> <br> <br> intrallazzo (affare illecito, imbroglio)<br> <br> La parola siciliana ntrallàzzu o ntrilàzzu varcò i confini siciliani per entrare con grande successo nella lingua italiana, pare, solo alla fine della seconda guerra mondiale. Originariamente il verbo ntrallazzàri aveva il significato di intrecciare, specie trattative ed affari (dallo spagnolo &quot;entrelazar&quot;); solo in seguito allo sviluppo del mercato nero durante la seconda guerra mondiale, il termine ntrallàzzu assunse valore negativo di &quot;affare non lecito&quot;.<br> <br> <br> <br> lampara (grossa lampada delle barche dei pescatori)<br> <br> Parola siciliana passata all&#39;italiano per indicare quella grossa lampada che si appende a poppa delle imbarcazioni per la pesca notturna del pesce azzurro e, per estensione, per indicare l’imbarcazione stessa così attrezzata e la rete utilizzata per questo tipo di pesca, costituita da una specie di sacco a bocca molto larga.<br> <br> <br> <br> lupara (fucile a canne mozze)<br> <br> Pare che, originariamente, il termine volesse significare nella lingua siciliana non il fucile, bensì le munizioni usate per uccidere i lupi. Dagli anni sessanta entra nell&#39;uso della lingua italiana.<br> <br> <br> <br> mafia (associazione criminale segreta siciliana)<br> <br> In origine tale termine pare che avesse il significato di valentia, superiorità, eccellenza. L&#39;attuale significato le sarebbe stato dato nel 1863, dopo la rappresentazione di un opera teatrale dialettale, &quot;I Mafiusi di la Vicaria&quot;, che raffigurava le abitudini e la mentalità di un gruppo di reclusi del carcere palermitano della Vicarìa. In documenti ufficiali, il termine è presente per la prima volta in un rapporto del prefetto di Palermo F. A. Gualtiero, inviato nell&#39;aprile del 1865 al ministro dell&#39;interno, per definire una &quot;associazione malandrinesca&quot;. Il termine derivato mafioso comparirà per la prima volta nel 1876 nell&#39;inchiesta sulla Sicilia di L. Franchetti e S. Sonnino.<br> <br> La parola dovrebbe essere di origine araba, anche se le ipotesi sono molteplici.<br> <br> <br> <br> mattanza (uccisione di tonni)<br> <br> Questo termine, di origine spagnola (matanza), dovrebbe essere passato all&#39;italiano direttamente dal siciliano.<br> <br> <br> <br> omertà (legge del silenzio)<br> <br> Parola di origine incerta, conosciuta già dal 1800; la teoria più convincente la fa risalire alla parola latina HUMILITAS (umiltà) che, con gli attesi passaggi, diventa in Siciliano umirtà. Oggi viene usata comunemente per definire l&#39;ostinatezza al silenzio, anche per ambiti non strettamente mafiosi. Molto usato in italiano anche l&#39;aggettivo derivato &quot;omertoso&quot;.<br> <br> <br> <br> picciotto (giovanotto, ragazzo)<br> <br> Iniziò la sua penetrazione nell&#39;italiano con l&#39;impresa dei Mille di Garibaldi (in una lettera del 24 giugno 1860 Ippolito Nievo scrive &quot;vuol dire ragazzi e così noi chiamiamo quelli delle Squadre perché tra loro si chiamano così&quot;).<br> <br> <br> <br> pizzo (tangente estorta dalla malavita)<br> <br> Termine presente nel siciliano con questo significato già dall&#39;800, è stato introdotto nella lingua italiana solo negli anni &#39;80 del secolo scorso.<br> <br> <br> <br> rimpatriata (riunione di amici che non si vedevano da tempo)<br> <br> In questo senso il termine (già presente in italiano con altro significato evidente) entra a far parte della lingua italiana solo nel novecento e il suo uso è oramai diffuso in tutta la penisola.<br> <br> <br> <br> sciabica (rete da pesca a strascico)<br> <br> Parola di origine araba (shabaka), penetrata nella lingua italiana attraverso il siciliano già nel 1600.<br> <br> <br> <br> scuocere (cuocere oltre il dovuto)<br> <br> Dalla seconda metà del &#39;900 fa parte della lingua italiana ed è verbo usatissimo in merito alla cottura di pasta e riso; molto usato anche il participio passato e aggettivo &quot;scotto&quot;.<br> <br> <br> <br> solfara (miniera di zolfo)<br> <br> Parola siciliana per &quot;miniera di zolfo&quot; passata all&#39;italiano, assieme al sostantivo &quot;solfataro&quot; (minatore di solfara) per indicare tale tipo di miniera o anche un giacimento di zolfo.<br> <br> <br> <br> trazzera (sentiero, strada sterrata, che attraversa i campi)<br> <br> Parola siciliana passata all&#39;italiano per indicare soprattutto tali tipi di strade esistenti in Sicilia.<br> <br> <br> <br> zagara (fiore d&#39;agrume)<br> <br> Parola siciliana per &quot;fiore d&#39;arancio&quot;, ha etimologia araba (zahara = splendere del bianco) e fu acquisita dal siciliano durante la dominazione dei saraceni. Era praticamente sconosciuta al resto d&#39;Italia fin tanto che Gabriele D&#39;annunzio la usò per la prima volta nel &quot;Piacere&quot; e poi, ripetutamente, nel &quot;Trionfo della morte&quot;, nel &quot;Forse che sì forse che no&quot; e nel &quot;Notturno&quot;.<br> <br> <br> Alcuni altri termini presenti in Siciliano ed anche in altri dialetti meridionali, fanno oggi parte del lessico della lingua italiana ma è difficoltoso capire se vi siano penetrati esclusivamente attraverso il Siciliano:<br> <br> <br> <br> calamaro (tipo di molllusco commestibile)<br> <br> Parola siciliana e meridionale in genere.<br> <br> <br> <br> capitone (tipo di pesce simie all&#39;anguilla)<br> <br> Parola siciliana e meridionale in genere, era conosciuta in italiano già dal 1800.<br> <br> <br> <br> cernia (tipo di grosso pesce)<br> <br> Parola siciliana e meridionale in genere, documentata a Napoli da vari secoli.<br> <br> <br> <br> lava (massa magmatica che fuoriesce dai vulcani in eruzione)<br> <br> Parola siciliana e meridionale (in particolare napoletana, con significato di &quot;torrente&quot;) legata ai vulcani Vesuvio ed Etna.<br> <br> <br> <br> pastetta (accordo a scopi illeciti, broglio elettorale)<br> <br> Parola siciliana e meridionale per &quot;pastella&quot;; è entrata in italiano soprattutto con il suo significato figurativo.<br> <br> <br> <br> scippo (furto compiuto da qualcuno che poi fugge velocemente)<br> <br> Parola siciliana e meridionale entrata in italiano, anche con il suo significato figurativo, assieme al verbo &quot;scippare&quot; e al sostantivo &quot;scippatore&quot;.<br> <br> <br> <br> sfarzo (ostentazione di lusso, di ricchezza)<br> <br> Parola siciliana (sfarzu) e comune ai territori dell&#39;Italia meridionale influenzati dalla dominazione spagnola; ha origine, probabilmente, dallo spagnolo &quot;disfrazo&quot;, maschera. Presente in italiano anche l&#39;aggetivo derivato &quot;sfarzoso&quot;.<br> <br> <br> <br> sfuso (non confezionato in pacchetti, scatole, bottiglie e simili)<br> <br> Parola siciliana (sfusu) e comune a diversi territori dell&#39;Italia meridionale.<br> <br> <br> Inrfine, è presumibile che alcune delle seguenti parole di origine araba passarono all&#39;italiano, in tempi antichi, anche attraverso il contributo del Siciliano: arancia (arància; arabo: narangi; persiano: narang), azzurro (azzùrru; arabo: lazwardi; persiano: lazward; la l iniziale cadde perché scambiata per articolo), cotone (cuttùni; arabo: qutun), dogana (duàna; arabo: diwan = libro dei conti), limone (limúni; arabo: limun: persiano: limu), magazzino (magasènu; arabo: makahzan, pl. makahzin, = deposito) meschino (mischìnu; arabo: miskin = povero), zafferano (zafarànu; arabo: zafaran), zecca (zicca; arabo: sikka) , zucchero (zùccaru; arabo: sukkar; la coltivazione della canna da zucchero fu introdotta in Italia dapprima in Sicilia intorno alla metà del XII secolo).<br> <br> &nbsp;</p>
  Fonetica     Sishilianu    

 


     - Ortografia
     - Testo Italiano
     - 'A me verra' di nonno Peppe.
     - Unni vaiu vaiu
     - A sciarra di Pachinu
     - Colapisci
     - Giufà
     - I cùntura r'Esopu.
        F O N E T I C A:
     - Ntroduzioni
     - Arfabbetu
     - Kuatru ri cunzunanti instabbili
     - Accenti brevi e longhi
     - Lista di paroli rinfurzanti
     - Kunzunanti forti e debbuli
     - Kummentu o cuatru ri cunzunanti instabbili
     - I cunzunanti doppi: B, D, G. I vucali brevi.
     - U sceccu. Canzuna pupulari
     - A ciappula p' asheddhi

 

 

 



Ntroduzioni




    A linghua sishiliana è na linghua neolatina comu l'Italianu, u Francisi, u Spagnolu, u Portughisi. E komu l'autri linghui, pi scriviri cu l'alfabbetu latinu u linghuaggiu parlatu r'iddhi, appiru a strummintiari i cunzunanti scritti a na sherta manera ( Å Æ Ç Ð Ñ Ø ß ), accussì
    n zishilia, unni stu prubblema l'avemu puru, am'a truvari u modu ri scriviri a na sherta manera dha rishina di cunzunanti autoctoni k'unn zi ponnu scriviri chi lettiri di l'arfabbetu latinu.

    Kà unn trattamu i paroli sishiliani, ma u meccanismu chi reula l'accoppiamentu tra na parola e nautra. Anzi sulu a prima sillabba r'ogni parola ki kumincia cu na cunzunanti. Kistu è funnamuntali sapillu, pickì, puru cuannu i paroli unn zunnu paraggi, stu meccanismu funziona u stissu n ogni parti ra Sishilia..

    Na linghua sishiliana esisti un finominu k'unn kanusciu nall'autri linghui: E' u rafforzamentu da cunzunanti dopu l'accentu brevi (˘). Sunnu na vintina i paroli, ki finennu cu l'accentu brevi (ă, accussĭ, cuarkĕ, ĕ, ecc.), fannu canciari a cunzunanti appressu, komu viremu na stu sturiu.




 

 



Arfabbetu


A a . . .Vucali  ā ă
B b . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
C c . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . instabbili
D d . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
E e . . .Vucali  ē ĕ
F f . . . . . . . . . . . . . . . . Stabbili
G g . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
H h     muta (*)
I i . . . .Vucali  ī ĭ
J j . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . instabbili
K k . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  instabbili (**)
L l . . . . . . . . . . . . . . . . .Stabbili
M m . . . . . . . . . . . . . . . Stabbili
N n . . . . . . . . . . . . . .  . Stabbili
O o . . .Vucali  ō ŏ
P p . . . . . . . . . . . , , , . .Stabbili
Q q     nzishilianu unn c' è
R r . . . . . . . . . . . . . . . .Stabbili (***)
S s . . . . . . . . . . . . . . . .Stabbili. Ma  nS = nZ (Zeta Rushi).
T t . . . . . . . . . . . . . .  . Stabbili
U u . . .Vucali  ū ŭ
V v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .instabbili
Z z . . . . . . . . . . . . . . . Stabbili.


 

(*) A 'H' unn è na Cun-zunanti, ma un zegnu 'senza sonu'.
Servi pi fari segnu a la cunzunanti cu kui è abbinata, ki c'è na prununzia particulari.

(**) Ck-i,e; Cc-a,o,u;     Rk-i,e; Rc-a,o,u;  -   Sk-i,e; Sc-a,o,u;
Nk-i,e;  Nk-a,o,u(Gutturali autoctona);    N chi+e,a,o,u. (palatali autoctona).

(***) Tutti i cunzunanti dentali unni c'è a littira R
n zishilianu hannu a prununzia autoctona: Trenu, NDria, Strata;
ma no ku ll'autri lettiri: Vrazza, Crita.

 

Kuatru ri cunzunanti instabbili

Sonu


Kunzunanti

debbuli forti Palatali Mprignatu
di
noti
C-Rushi Sh-i, u, o, a, e C-i, e
Ci-a, o, u
 _ N C- _
C-Rura Ch-i, e
C-a, o, u
K-i, u, o, a, e Chi-u, o, a, e N K-i, e
N k-a, o, u
Ch- C-: aspirati
NK+aou: Autoctona


D R- (mezza R) D- Dh- N N- _
J- G Rushi J- palatali Ghi+eaou Ghi-e, a, o, u N Gn- _
G-Rura ' aspir. Gh-i, e
G-a, o, u
Ghi-e, a, o, u N Gh- N Gh: Autoctona
R - - _ - D, S, T, St,+ R
fonemi autoctoni
S _ _ _ N Z- Z rushi
V ' aspir. V- _ N M-
F/P   V/B
_

 



Accenti brevi e longhi


I sishiliani kuannu parlamu usamu accenti brevi e accenti longhi. Na vucali cu l' accentu longhu veni prununziata anticchia chiù longha di una cu l' accentu brevi. A prununzia ri sillabbi cu l'accentu brevi o cu l'accentu longhu nu mparamu ri nichi kuannu nkuminciamu a parlari. Ma a scriviri è tutta nautra cosa . . . ki n'am' a mparari.
  • Na sillabba longha havi na so vucali l' accentu longhu:ā
    Na sillabba longha unn rinforza a cunzunanti iniziali ra sillabba chi vveni appressu:

    • Ā shena; Rumpilu chī renti; Nī tia; Nā ota; Nō shascu c'è vvinu.
  • Na sillabba brevi havi na so vucali l' accentu brevi: ă
    Na sillabba brevi rinforza a cunzunanti iniziali ra sillabba chi vveni appressu:

    • Ă ccena; Kĭ ddenti bianki; Pĭ ttia; Ognĭ vvota;
      Kistu è ciascu ri vinu.


 

 

 

 

 

Palori rinfurzanti


    Ci sunnu 20 paroli chi finiscinu cu nna sillabba brevi, perciò a cunzunanti iniziali ra parola chi vveni appressu veni rinfurzata, e, si è cunzunanti instabbili veni scritta sempri forti, si è cunzunanti stabbili si prununzia doppia, ma si scrivi semplishi:

    ă, ĕ, Kĭ, Kŭ, Pĭ, Sĭ,  senza accentu, si cunfunninu cu
    ā, ē, Kī, Kū, Pī, Sī  e a frasi pigghia nautru significatu.

     I cunzunanti stabbili dopu sti 6 paroli rinfurzanti si scrivinu doppi:
  • Nprincipiu ri frasi.
  • Kuannu u significatu si pò kunfunniri.
  • Kuannu si voli nkarcari un zignificatu chiù forti.
Parola
rinfurzanti
Noti e esempi
ă

Kuannu na parola è kumminata ca priposizioni "ă" misa all'urtimu, sta parola è rinfurzanti e i paroli chi vennu appressu nkumuncianu cu na cunzunanti forti:
    • M'hă dari i sordi chi ti pristai! = Mi hai ă dari. . .
    • Ti nn'hă ghiri ri cca! = Ti nni hai ă ghiri.
    • U vă cercu jo = u vaiu ă cercu . . .
    • Travagghiari ă ghiurnata.
    • Chiovi ă celu apertu
    • I vă pigghiu e tti rugnu
    • = i vaiu ă pigghiu . . .
    • Ă ttia e ă mmia ssi cosi unn n' interessanu!
    • Ci u rissi ă mme frati.
    • Unn zi sta ă testa nugghia no nmernu
    • Ă ttesta nugghia cu stu friddu kari malatu
    • Ă ghiornu fattu jemu o paisi.
   - ā   Articulu -   unn è rinfurzanti.
  • Mā runi a pignata? = Mi ā runi . . .
  • Pā jucata ci l' hai i sordi?= pĭ ā jucata ...
  • E ku kissu mi fishi a jurnata!
  • Kā shaccatina u cuararu perdi= kŭ ā ...
  • Ā jurnata è bona . . . U tempu l' avemu ...
  • Ā testa è k'unn zenti!
___ ______________
Accussì
  • Accussì cioshu unn ti fashia!
  • U rumpisti tuttu. Accussì ruttu chi nn'ha fari chiù
  • R' accussì vvasciu unn ci arrivu a pigghiallu
  • S' ammutti accussi forti u fai cariri.
  • Accussì picca mi ni metti? Jinkimi ssu piattu!
___ ______________
Chiù
  • Shoshu: Chiù cioshu ri tia unn ci nn'è.
  • Chinu: U piattu fammillu chiù kinu
  • Rura: Hai a testa chiù dura di na balata
  • Jochu: Chiù ghiochi, chiù ghietti sordi.
  • Rina: ... C'è chiù rina chi cimentu
___ ______________
ĕ
  • Shauru e ciuri. Shuri e ciauru
  • E gghietta ssi fissarì!
  • V' accatta pani e pasta
  • E ppasta nenti?
Ă + ī = ē    priposizioni articulata.
Unn è rinfurzanti
  • E reshi am' a ghiri o shinima.
  • Socc' arristau raccillu e atti.
  • E peri ti cci curki tu!
___ ______________

  • U shauru ri shuri: Ma chi ciauru e ciuri!
  • Ki kozzu chinu chi hai!
  • Mizzica chi kinata.
  • I cosa rushi... ki dushi chi sunnu!
  • Ki tteni n manu sti cosi lordi!
  • A ttia chi ti rissiru di fari?
  • Rimmi chi bboi.
  • Ki ddishi?
  • A ttia chi tti rissiru di fari?
  • Kiddhi chi vvennu dardu arrestanu fora.
  • U pani chi kari n terra si pigghia e ssi vasa.
  • I cosi chi Cicciu ti purtau ti li mannai jo.
  • A  priposizioni articulata  Kŭ + ī = Kī
    unn rinforza a cunzunanti appressu.
    • Ammuttalu chi rinocchia.
    • Ki sheusi t' allordi.
    • Rumpilu chi renti
  • Na certi parti ra Sishilia a Cungiunzioni è ditta e unn è rinfurzanti:
    • Kiddhi cā vennu tardu . . .
    • U pani cā cari n terra . . .
    • I cosi cā Shicciu ti purtau . . .
    ___ ______________

    • A shesta: ku cesti e panara . . .
    • I shimishi: ku cimishi e pirocchi . . .
    • U capuzzuni: ku kapuzzuna e ssauti . . .
    • U riscursu: ku discursa fracki unn zi nni vinci partita.
    • Ku ttimpurala e trona si prisintau ruminica!
    • Ku ttetti shaccati si pò abbitari n kasa?
    • Ti fazzu arraggiunari jo, ku timpulati e boffi.
    • Unn zi ni tocca giurnali ku manu vagnati
    Ku priposizioni articulata:
  •   kŭ + ū= kū
  •   kŭ + ā= kā
  •   kŭ + ī= kī
  • unn zunnu rinfurzanti:
      • Ku cuteddhu. Ku shascu. ku rinocchiu.
        Ku immu. Ku jornu
      • Ka sharamira, Ka jimenta, Ka rattalora, Ki uita,
        Ki atti.
    -Ku Prunomi unn è rinfurzanti:
      • A ku sherki?
      • Rimmi cu joca
      • Ku shauriau no piattu meu?
    ___ ______________
    Kuarkĕ
      • Kuarke denti va karennu!.
      • Kuarke vota pickì unn avvishini?
      • Kuarke ghiornu avvishinu.
      • Porta cuarke ciascu ri vinu
      • Rammi cuarke sordu.
      • Kuarke tettu s' hav' a riparari.
    ___ ______________

    • Né ciauru né ciuri.
    • Nè testa né kura.
    • Né ghiò né tu.
    • Né rina né cimentu.
    ___ ______________
    ognĭ
    • Ogni denti chi kari.
    • Ogni ciusciata 'i ventu.
    • Ogni ghiocu havi i so reuli.
    • Ogni ritata un munzeddhu ri pisci
    • ogni ghiornu chi passa.
    Ogni + jornu (N mprignanti) si pò puru scrivivi ...:
    • U viu passari ogni gnornu.
    ___ ______________

    • Pi certu.
    • Pi kissu.
    • Pi ddhocu.
    • Pi ghiucari ci vonnu sordi.
    • Pi rimari ci voli farza ri pusa.
    • Pi teniri u ferru cauru t' ha mettiri i nghuanti.
    • Pi ssordi ha veniri ni mia.
    • Pi ssei euru fai tutti sti stori?
    • Pi tto frati ci penzu jò.
    • Pi ttesta unn u passa nuddhu.
    • Pi ppicca unn gnivi a sbattiri no muru
    - Pi preposizioni articulata:
  • pĭ + ī = pī
  • pĭ + ā = pā
  • pĭ + ū = pū
  • unn zunnu rinfurzanti:
    • lassu a pasta pu cuscusu
    • Pi jorna appressu fashemu accussì
    • .
    • unn ci a fazzu chiù pu shatu curtu.
    • U nmernu unn mi piashi pi rosuli.
    • Sti riali sunnu pī to frati, kistu  nmeshi pĭ tto soru Maria.
    • Pi rimari ci voli forza ri pusa.
    • Jiri a fari visita e toi sarvamunillu pa jurnat' 'i ruminica.
    ___ ______________
    S ĭ
    • Si shena e setti ri sira ma si cceni cu nuautri ha veniri n tempu.
    • Si kari ti struppì.
    • Si ghiochi ha binciri, masinò levaci manu.
    • Si rimi accussì arashu unn arrivamu mai.
    • Si ppunti assai addiventi o scarsu o riccu
    • Si dishi di veniri vegnu.
    • Si ssapi unn' am' a ghiri jemuci appressu.
    • Si mmanci assai addiventi un porcu.
    Si riflessivu unn è rinfurzanti.
    Si affermativu unn è rinfurzanti.
    • Si shena e setti.
    • Si joca a scupa.
    • Si rima p' a ghiri n arré.
    • Sì, joca tu!.
    ___ ______________
    Trĭ
    • Tri ghirita.
    • Tri ciuri.
    • Tri denti.
    • Tri ghiorna.
    • Tri kani
    • .
    • Tri rami.
    • a Tri ttubba. (Kuannu na cosa è fatta a zzanfasò, o funziona mali)
    ___ _______ V E R B I _______
    é
    verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna singhulari.

    verbu Indicativu / prisenti / 2° pirsuna singhulari.

     verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna plurale. Trunku ri sunnu
     
    verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna singhulari.
      
    verbu Ind./ pres. / 3° pirsuna singhulari. Di Fari (e puru mpirativu)
       
    verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna singhulari.
    stă
    verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna singhulari. Di Stari
      
    verbu Indicativu / prisenti / 3° pirsuna singhulari. Di Jiri




     

     

     



    Kunzunanti forti e debbuli


    Na cunzunanti instabbili si prununzia e si scrivi debbuli o forti a sicunnu ra sillabba chi c'è prima r'iddha:
    • Si davanti havi na sillabba cu l'accentu longhu, sta cunzunanti è debbuli:


      1. accua ē sheusi = (dare) Acqua ai gelsi = innaffiarli.
      2. pī reshi vegnu = per le dieci vengo
      3. ā Roma vincìu; = la Roma ha vinto
      4. Ū jornu; = il giorno
      5. Nā utti. = una botte


    • Si davanti havi na sillabba cu l'accentu brevi, sta cunzunanti è forti:.


      1. Pani ĕ (c)ceusi; = (mangiare) pane e gelsi
      2. Vali pĭ (d)deshi; = vale per dieci
      3. Vaiu ă (r)Roma; = vado a Roma
      4. È ghiornu; = è giorno
      5. Trĭ (v)vutti. = tre botti



    I cunzunanti stabbili, dopu na sillabba brevi, Si prununzianu e si scrivinu doppi:

    • Si ssunnu rintr' a parola si scrivinu sempri doppi


      • Pĕnnula, Ăttushu, Pĭnnata, Cŏffa, Rĭzzagghiu, ămmatula.
    • N principiu ri parola si prununzianu sempri doppi, puru cuannu sunnu scritti semplishi:


      • Kĭ (d)duluri!, ă (m)mia, kŭ (t)tia, pĭ (s)soccu. chiù (f)forti.




    — Sherti voti unn zi capisci si na sillabba è rinfurzanti o menu, pickì è kumminata di rui o tri paroli nzemmula, unni all' urtimu ci pò essiri l' accentu brevi o l' accentu longhu.
    Na sti casi s' hav' a kanusciri a grammatica e sapiri cuali paroli ci sunnu rintra.
      • ha ghiri = jò haiu ă ghiri;
      • Tu l'hă kanusciri = tu la hai ă kanusciri;
      • Ti nn'hă dari = ti nni haiu ă dari.
      • U va cercu jò = u vaiu ă cercu jò



    • I cunzunanti iniziali cancianu



    — Kuannu a vucali cu l' accentu brevi è nta na parola c' apparteni a na proposizioni prima, a cunzunanti c' apparteni a proposizioni dopu unn meni rinfurzata.

      • Sock' è      chi vvoi? . . . - é kistu chi vvogghiu.


      • Unn ni vogghiu chiù      ushi e nfernu . . . - chiù vushi e nfernu fai, chiossai abbuski.


      • Kista unn è     rina r'a mmari . . . - è rina ru shumi.


      • Accussì       rittu cca pari fashili . . . - accussì dittu è n uffisa!


      • A partita unn         jucata mali . . . - fù ghiucata pi pperdiri!

        Ne frasi chi hannu un valuri enfaticu, u sbarzu di forti a lleggiu ci runa un zignificatu cuasi traggicu.
        Nmeshi na stautri u valuri è discursivu, senza patemi:


      • E ki boi?
      • Unn mogghiu chiù vushi e nfernu na sta casa.
      • Kista unn è rina shirnuta.
      • A partita unn fu ghiucata mali!



    — N principiu ri frasi ortugrafica (dopu un puntu) o retorica (kuannu si voli rari a na frasi o a na parola un zignificatu novu o chiù forti), i cunzunanti si scrivinu forti o debbuli a sicunn'o senzu chi si cci voli rari.
      In linia ri massima i cunzunanti forti o debbuli rishinu ru statu d' animu ri chiddhu chi parla o scrivi.
    • Mi pari chiù ppicca!  (mi n'appiru a 'rrubbari anticchia!)
    • Mi pari chiù picca.  (ha ghiutu mankannu)
    • Ramminni chiù ppicca!  (...lignati, chi ffannu duluri)
    • Ramminni chiù picca.  (...pasta, chi sugnu saziu)

    • Vā sherca!     - Espressione enfatica: Va sherca comu stannu i cosi!
    • Vă cerca!       - Ka si rish'a nautru d' ir'a circari na cosa veramenti. (mpirativu)
    • Vā sherca!     - Rittu cu vvushi vasha e ku tonu r'amminazzari.
    • Iddhu vă cerca soccu ni servi, e nnuatri aspittamu cca!  (riscursivu)

    • Ě ttu chĭ vvoi? = E tu che cosa vuoi?
    • Ě ttu chī voi = E tu (vai) con i buoi
    • Ē tu chī voi = Etu (va) con i buoi

    • Kĭ vvoi tu? = Che cosa vuoi tu?
    • K' ī voi tu? = Che li vuoi tu?
    • Kī voi, tu! = Con i buoi, (ci vai) tu!

     - I sishiliani ci semu mparati da nascita a sta sinzibbilità funetica. K'unn è ssishilianu s' a pò mparari, ma chiù chi autru, l' hav'a 'mmirari.
       Sherti voti si metti a cunzunanti forti (o ddoppia) nmeshi ra ddebbuli. Na sti casi, pi prununzialla, si nterrumpi a frasi e ss' attacca arrè ca cunzunanti forti ki pigghia valuri:

  • Ci sunnu cosi chi t' ha ddiri a ssulu.

  • Ci sunnu cosi   |  ki tt' ha ddiri!




  • Kuannu ci sunnu rui o tri kunzunanti paraggi, speshiarmenti debbuli, un'appress' a nautra, kiddha chi duna chiù fastiddiu si cangia a forti. Stu fastiddiu si chiama kacofonia:
      • "A cunzunanti si cangia ripenni ru riscursu" Kacofonia
      • oppuru "A cunzunanti si cancia dipenni ru riscursu" Ankora no
      • oppuru "A cunzunanti si cancia ripenni du riscursu" Si
      • ma già "A cunzunanti si cancia dipenni du riscursu" è troppu.


    • Frasi dinamishi



    U sishilianu, ku sti paroli chi kancianu di na manera a nautra fa mprissioni. Ma è ssulu accussì chi si po' scriviri a linghua parlata re sishiliani, pickì è na linghua viva e dinamica k' unn zi pò guvirnari ch'un zistema aulicu tradizionali, masinò veni snaturata l' anima stessa ri chiddhi ca parlanu.
      L'apostrofu usatu a na giusta manera, rispetta a dinamica du riscursu:

     

       _ Ki nn'ha ffari    _ Happ' a ghittar'u broru    _ S' hav' a far'accussì
       _ A fform' 'i shircu    _ Ti nn'aviss' a dari    _ Pi kuann'è?
       _ Ni nn'am' a gghiri    _ Supr'on arvulu    _ K' hav' a dir'a genti?
       _ Vishin'a mmia    _ Kom' ogni vota    _ K' hann'a dir''i tia?
       _ K' em' a fari?    _ Fin'a kissu    _ Sutt' e seggi
       _ Fin'a tannu    _ Mank' apposta    _ Kom' aeri
       _ D' or'a nn avanti    _ Ven'a diri    _ Kom' e gghiè


     


    Kummentu o cuatru
    ri cunzunanti instabbili
    C: rushi debbuli: Sh   

    Sh e Sc sunnu dui cunzunanti differenti, e ssiccomu nall'alfabbetu latinu unn c'è a lettira adatta pi scrivili, si scrivinu cu dui lettiri accuppiati, u chiù vishinu possibbili a prununzia r'iddhi.
    - A Sh è a forma debbuli ra cunzonanti C. E' instabbili e perciò a sicunnu ra sillabba chi havi ravanti, di Sh pò kangiari a C.

    • Ā shena cancia ă cena.

    - A Sc è na cunzonanti stabbili ki unn kangia cuannu havi ravanti na sillabba rinfurzanti. U sonu è strittu e sibilanti pickì si prununzia , a denti stritti.

    • Ā scena resta ă scena.

    - Kuannu si prununzia "SC" i rent' 'i ravanti, supra e sutta, sunnu in linia..A linghua strinci contr’ o balataru ‘i ravanti, ma a punta è ammucciata rarrè i renti di sutta. I labbira sunnu aperti, ma a ucca è kuasi chiusa pi ffari u particulari sonu strisciatu ra cunzunanti.

    - Pi prununciari "Sh" si tira l'angularu n'arrè di mezzu shentimetru. A linghua è kalata vascia, ma a punta è n macanti rarrè i renti, pi fari turbinari l' aria e daricci a cunzunanti stu sonu ariusu e liggeru:

    • Shhhh... shauru, shuri, shoshu, shusciari, shusciuliari, shushuliari, kashara.

    C: rushi forti: Ci   

    Kuannu si prununzia C i renti 'i ravanti sunnu stritti e in linia supra e sutta. A punta r'a linghua, un centimetru chiù n arrè, è nkasciata no balataru 'i ravanti. Kuannu veni ratu u corpu r'aria si scoddha e fa u sonu caratteristicu da cunzunanti.

    • Si cioshu. Unn ciusciari chiù. Pi ciusciuliari ci voli u muscaloru. A ciushuliari vi mittistuvu? Ma chi ciauru ri shuri!

    C: dura forte: K- i, u, o, a, e.   

        U musculu shentrali ra linghua hav'a strozzari contr' o balataru e, pi prununziari ruru a cunzunanti K, s' hav' a staccari run korpu.

    • Kist' è kani ri mannara. Acchiana a kavaddhu. Kuariari a karvuni.
      Mizzica chi kirkiriddhu! Pi kom' è.

    C: dura debole: Ch-i, e;  C-a, o, u.   

        U musculu shentrali ra linghua si strinci no balataru, ma lassa passari anticchia r'aria, e kuannu si prununzia a lettera K, kista arresta sfiatata, aspirata, debbuli. Ki-Chi, Ku-Cu, Ko-Co, Ka-Ca, Ke-Che

    • U cani. U cori. U chirkiriddhu. Adduma u carvuni chi teni cauru.

     

    C: Palatale: Chi + e a o u    

    A prununzia ri sta cunzunanti è karatteristica ra Sishilia:
    eccettu a punta, tutt' a linghua veni acchiappata contru o balataru. U corpu r'aria a fa scuddhari e fa stu sonu linghuali, palatali.

    • Chiappara, chiummu, chiovu, acchiappari, chiossai.

     

    C: Gutturale mpregnata di N:    n K + a o u   

    A cunzunanti K prununziata dopu a N, ammutta a rarica ra linghua, n funnu, a struzzari contr'o cannarozzu fausu. E ppoi, scuddhannusi, fa stu sonu cavirnusu:

    • Unka! Un kafisu. Unn kurriri. Unn kariri. T' aiss' a beniri unn korp' i sali. Mettilu n kap' a tavula.
      'Nka chi!? (komu rishinu m Palermu).

    Ka I e ka E, a 'n K' è prununziata no balataru: Un kilu.

    D stabbili: D         Taliari u sturiu a pparti.    

    Ci sunnu paroli chi hannu a lettira D stabbili:

    • Dati, Dijunu, Dammiggiana, Debbitu, Duluri, dutturi . . .

    D: Forte: D   

    A punta ra linghua s'appoia ne renti ri supra versu i gingivi e si fa staccari fashennu sentiri chiossai u scusciu ru staccu, e nno l'aria du corp' 'i purmuna, masinò addiventa "t" .

    • Renti: ki denti chi hai!
    • reshi: vali pi deshi
    • riri: e diri chi ...
    • rari: m'ha dar'i documenti
    • rumani: fin' a dumani.

     

    D: Debole: R   

    A forma debbuli ra D è na R leggia leggia, cuasi manku ritta.

    • -Ra, rari, rarrè, ravanti, riffishili, reshi, renti, riaulu, rica, rishina, rishirìa, rinàri, rintra, riri, riscinnenza, riscibblina, riscepulu,  riscòpriri, riscuprìri, riscurriri, riscursu, risdignari, risgrazia, rormiri, roti, rushi, rui, rumani, ruminica, rurari, ruru.

     

     

    D: Palatale: Dh   

    dha, dhani, dhattula, dhittu, dhocu, dhu, dhi.
    Kista è na cunzunanti tutta nostra, e ni semu urgugliosi.
    K' unn è sishilianu, pi prununzialla, si l'hav' a mparari:

    S' arrotula a linghua n arrè, e ku latu ri sutta da linghua, chi ora però s'attrova supra, si runa un korpu o balataru comu a diri D.

    • Unn ha ghiri dhocu, ha ghiri addhabbanna.
    • Sti dhattuli su dushi. Dhi dhattuli si stannu pirdennu.
    • Ha ghiri na dhu dutturi.
    • Adduma dhu lumi.
    • Kamina dhittu p' a ghiri dhani.

    Na certi banni ra sishilia a linghua unn meni arrutuliata n arrè fin'a n funnu,
    a punta arresta chiù  nn avanti tra i renti e u balataru, e fa un zonu anticchia licuitu di "R": ddr:   Addhevu - Addrevu

     

    D: Mpregnata di N addiventa N   

    A cunzunanti nasali "n" kancia tutta a natura ra D: Ndria=Nniria

    • I riscursa (debbuli)
    • Essiri a discursu (forti).
    • Fari un niscursu (mprignata).


    • Riri cosi fausi (debbuli).
    • Ha diri a virità(forti):
    • unn niri nenti (mprignata)

    S' hav' a stari però attentu, spesharmenti cuannu si usanu paroli taliani sishilianizzati:

    • Quindi / kuinni - N zishilianu unn esisti: E pperciò
    • Onda / unna - Mai ntisu n zishilianu: Onta
    • Sponda / Sponna - Ma cuannu mai: Sponta


    G: stabbili: Gi;        Taliari u sturiu a pparti.

    Ci sunnu sherti paroli ki hannu a lettera G stabbili, e unn kancianu kuannu hannu o unn hannu na parola rinfurzanti ravanti. Raddoppianu sulu.

    • giacca, giallu, giarra, giarraffa, gibberna, giganti, gigghia, gigghiu, gilari, gilusia, ginocchiu, giora, giurnali, gira, girannula, girari, giru, giseri, giubba, giubbottu, giuccu, giuricari, giuriziu, Giufà, giuggiana, giuggiulena, giugnu, giuiri, giulivu, giummarra, giummu, giunta, giurana, giurari, giurnali, giustizza, giustizia, giostra, giustu, giuvini, giuvari.

     

    G: rushi debbuli: J-   

    Sta J unn è I, ma è na conzunanti, e pi prununzialla s'hav'a stringiri a linghua contr' o balataru:

    • Jocu, Jornu, Jardinu, Jimenta,  Jacu, Jashi, Jattanza, Jènnaru, Jiri, Jittari, Jimmu, Jissu, Jittatura, Joviri, Jucari, Jurishi, Junciri, Junta, Jurnata, Jusu, Juvari, Juvini.

     

    G: rushi forti: Palatale
         Taliari no cuatru ra G Palatali.


    G rushi (J) impregnata di N addiventa : N Gn-   

    • un gnardinu, un gnornu, unn gnucari,un gnimmu.


    G: Dura debole: ' (aspirata)

    A G aspirata unn zi senti.

    • 'Addhu, 'addhina, 'affa, aggia, amma, ammaru, ana, anciu, angha, anghata, arbu, arofalu, astimi, attu, attalora, rara, rarigghia, ramigna, rampa, ranatu, ranni, raneddhu, ranfa, ranfata, rapiri, ranuni, rasciu, rassu,. rasta, rattari, rattalora, rausu, razia, regna, resta, revia, (a-)riddhu, rossu, runku, ruppu, rutta, ruttu, uappu, umma, uvitu.

     

    G: Dura forte: arresta aspirata :' (1) 

    • Ogni 'attu, quarke 'addhu, chiù 'arzuna, unn è 'ana, kist'è amma,
       pi 'umma, è 'uvitu

     

    G: Dura forte: addiventa Palatali (2)

    Taliari no quatru ra G Palatali.



    G Palatale: Ghi- e, a, o, u.   

    Kuannu a linghua, appena passa u frusciu r'aria, si scoddha ro balataru, puru s'unn zi movi, na C e na Chi tenta a ghiri n avanti e si senti un korpu ri purmuna pi fari nesciri l'aria; na G e na Ghi a linghua blocca i purmuna, u sonu si forma appena iddha si scoddha.

    • Kuarke ghimenta figghia muli.
    • Ogni gnornu va fazzu a spisa, jornu pi ghiornu.
    • Quannu ci ha ghiri a far'a spisa?(...ci hai ă ghiri...)
    • Ssi cosi un zi fannu pi ghiocu.
    • Na sta cuntrata abbunnanu puzzura e ghiardina.
    • Ku ghiatti e kani.
    • Mi pigghiastuvu pi ghiarzuni?
    • Ma chist' è ghimmu!

     


    G rura impregnata di N addiventa: N Gh-   

    U palatu moddhu esti na membrana n funnu a ucca, ki, kuannu ci appoia a linghua fa u stagghiu tra l'aria di purmuna e l' aria di fora. Kuannu a linghua, appoiannusi na stu palatu moddhu, fa nkoddha e scoddha, fa stu sonu autoctonu  caratteristicu.

    • A angha, Un ghattu, un ghaddhu, un gharzuni, n ghana, n ghamma, a nghuantera



    R: Stabbili

         U supra ra punta ra linghua (2 cm shirca) appoia ne gengivi nterni ri supra. Kuannu passa u shatu vibbra contru i gengivi e fa u sonu R.

    • Ha rimari pi siari; No mpastu ci ha mettiri chiù rina; Pi restu mi retti dui sordi.

         Na certi parti ra Sishilia occidintali, hannu na prununzia propria: a punta ra linghua va dhitta contru l' attaccu tra i renti e i gengivi ri supra. Kuannu passa l'aria, nun vibbra, ma a fa passari strisciata, sibilanti e sunora contru i renti quasi chiusi.
    A modulazioni all' aria strisciata ci a runa u trimuliu ri vibrazioni di cordi vucali.

    • Rina, ristuccia, ràrica, rarìsha, raggia, rietta, rariri, Rashina, raggiuni, rama, rankata, rappa
    Ma nuautri unn am'a kunzidirari a particularità locali, ma chiddhi generali ra Sishilia.

    D, S, T, St + R   

    A littira R kuannu veni junciuta ne cumminazioni Tr, Dr, Str, Sr, ci runa un zonu autoctonu.
    Pi prununziari u fonema Tr appuiamu forti u sutta ra punta ra linghua contru i gengivi ri supra, e dishemu Tr. Data a posizioni, a linghua unn pò vibbrari, ma l'effettu è putenti e sunoru:

    • Trenu, Trapani, Ntrugghiu, Tronu.
    e kuntinuannu a stessa manera pi l' autri cumminazioni....:
    • Drappu, Ndria, Strata, strattu, straniu, trussu, strittu, ...Sraricari.

    Ma a stessa cosa unn zucceri cuannu a R è agghiunciuta all'autri cunzunanti: Brocculu, Crita, Frevi, Prescia, Vrazza.

     


    S: Impregnata di N addiventa N Z-   

    A Z si prununzia rushi.
    • Si o unn zi stanku?  Pickì s' unn zi stanku m' ha aiutari.
    • Rittu n zenzu bbonu, soccu rishi havi un zenzu.
    • N zishilianu unn zi rish' accussì.
    • Ci ha ghiri n zutta n zutta.
    • N zoccu cunzisti stu mpignanti to chiffari?

    V: stabbili: V.   

    • Vai,Vina, Vinu, Veru, Vasciu, Voscu, Vetta . . .

    In linia ri massima si pò diri ki a V instabbili è aspirata sulu na V + U ='U, e V cu l' autri vucali:
    Varca: Kissu è na varka 'i sardi; 'Ucca: Pi vucca unn u passa nuddhu.
    Ucca, ushi, ureddhu, ugghiu, urricari, urza, utti.

    V:Debbuli: '   

    • A 'utti. A 'ucca.U 'ugghiu. A 'ushi. (l' apostrofu  evitari di scrivilu).
      Ka  ucca è fashili far'i cosi. Na  utti ri lignu si fa u vinu bonu. U ugghiu nisciu.

     

    V: Forti: V   

    • chiamalu a vushi. Ogni vutti fa u so vinu. C' è vugghiu chi nesci. Pi vushi unn u passa nuddhu.
      Chiù vugghiu nesci chiossai asciuca u broru. Ki vucca hai? tutta lorda!

     

    V: Impregnata di N addiventa M.   

    • Ushiari unn zervi a nnenti (debbuli)
      A vushiari ti mittisti? (forti)
      Unn mushiari chiù! (mprignata)

    • Unn zi parla ca ucca china. (debbuli)
      Ki vucca lorda chi hai! (forti)
      Ficu carimi n mucca (mprignata)

    • Nno veniri nkuntrai a Cicciu. (debbuli)
      K' ha ffari, ha vveniri? (forti)
      Unn meniri chiù! (mprignata)

    Kuannu a 'V' canciata a 'M' runa nautru significatu a parola, a 'V' si lassa 'V':

    • Un maluri / un valuri.
    • Unn mi sentu / unn vi sentu
    • Unn ma fazzu pigghiari / unn va fazzu pigghiari

     

    V: Impregnata di P addiventa B. [ma puru  "VV"].   

    • Sentu ugghiri l' accua (debbuli)
      L' accua si misi a vvugghiri, pickì unn ci jetti a pasta? (forti)
      Pi bugghiri a pasta ha aumintari u focu (mprignata)

    • Sentu ushiari! (debbuli)
      Pi fariti sentiri ha vushiari! (forti)
      Pi bushiari ci voli shatu. (mprignata)

    • Unn è u veru. (debbuli)
      Unn è vveru! (forti)
      Pi bberu !(mprignata)

    • U veniri tardu fa perdiri u trenu (debbuli)
      Ha vveniri cu tto frati (forti)
      Unn meniri chi manu vacanti (mprignata ri N)
      Iddhu pò beniri, tu no! (mprignata ri P)

     

    V: Impregnata di F addiventa V. [ma puru  "B"].   

    • Fa bugghiri ssa pasta; Fa vvushiari a to frati accussì abbuski. U uttaru fa vvutti ri lignu


    U sceccu  
    Avia nu sciccareddhu
    ma veru sapuritu
    a mmia mi l' ammazzaru
    poviru sceccu meu.

    Ki beddha vushi avia
    paria nu ran tinuri,
    sciccareddhu di lu me cori
    Komu jò ti pozzu scurdà.

    E kuannu arragghiava fashia
    HI-HO HI-HO HI-HO
    Sciccareddhu di lu me cori
    Komu jò ti pozzu scurdà.


     

    *       *       *

     

    A ciappula p' asheddhi.   


    Pi parari i cciappuli r'asheddhi, s' hav' a circari un postu adattu unni si sapi ki cci vannu spissu.
    Si fa un fossisheddhu n terra tunnu e pulitu.
    Si pigghia na pal' 'i ficurinnia beddha larga.
    E Si cci fa na finistreddha, pickì l' asheddhi unn hann'a soffriri.
    Si prova supr'o fossu chi fishimu,
    e ssi va ccercanu dui ligni fini pi fari i stecketti.
    I stecketti s' appizzanu unu n terra e unu na pala,
    ki karennu, u lignu unn l' hav' a fari arristari aisata.
    Si cala a pala, e i punti ri stecketti hann'a ppuiari unu supr'all' autru.
    N mezzu e rui punti si cci metti u nniscu: na punta n mezzu e rui stecketti, e nall' autra punta si cci metti un vermi, komu si viri na fotografia.
    Ora a ciappula è parata.
    Quannu ci va u asheddhu e ssi mancia u vermi, fa satari u nniscu ki teni i stecketti, e a pala cari.
    Kummeni jirisinni e turnari a sira. S' ashedu nkagghia unn zoffri, pickì pigghia aria ra finistreddha.
    Però unn zacciu si ora i ciappuli si ponnu parari chiù comu na vota.
    E poi, s' avissuvu a pigghiari un passaru o un pettarrussu, ki n'ait' a ffari? lassatilu vulari!

     

         

    I cunzunanti ddoppi   B  D  G

       Ci vulissi cu è kumpitenti pi ffarini kapiri stu nghippu. Ma, stannu attentu a soccu ascutu e a komu parlu, e pruvannu, e arraggiunannucci supra, viremu si putemu arrivari a na conclusioni: Am' a vviriri com' è ki  puru dopu na sillabba longha, a B, a D e a G  vennu prununziati ddoppi.

       Si ssemu abbituati a parlari n zishilianu, am' a ttaliari u nostru cannarozzu, a nostra linghua e a nostra ucca mentri rishemu sti paroli:
    1. ā pasta              ă pperi
    2. ā bbacketta        ă bbacketta
    1. ē  tempi             ĕ tteni!
    2. ē ddebiti            ĕ ddebiti
    1. kī shira               kĭ cira?
    2. kū ggira?             Kŭ ggira!  (Cca a GIRA è a virdura [bieta])


       n'aem’ a llivari ri n testa l' idea k' i vucali brevi e longhi sunnu un vezzu linghuisticu o foneticu. Tutti i pueti latini e greshi, sti accenti, i canuscianu bboni. Tant’ è bberu ki a puisia r’ iddhi unn avia a rima comu a kiddha nostra, ma na serii di misuri accintati variabbili mpustati rintr’ o versu, ki putia pariri accussì:
    āăă|āā|āăă|āā|āăă|āă. A ogni lettira kurrispunnia na sillabba, e i misuri si chiamavanu:
  • Spondeo:  āā
  • Trocheo:   āă
  • Coliambo: ăā
  • Dattilo:    āăă
  • Anapesto:ăăā
  • Tribraco:  ăăă


  •    Ku sti misuri iddhi fashianu tanti tipi ri versi.
       E unn era sulu na metrica (puisia), ma puru na prosodìa ( no parlari), chi declinazioni, avianu sta speshalità. Iddhi a puisia e u parrari si li gudianu accussì.

    A cunzunanti doppia   

    1. Kuannu niautri prununziamu na sillabba, rapemu a ucca a na sherta manera, e mentri strincemu i purmuna e nesci l' aria, fashemu vibbrari i cordi vucali:
      piiii, puuuu, pooo, paaa, peee.

    2. Accuppiamu dui sillabbi longhi: kiiii peeeeri.

    3. Ora, mentri rishemu sti sillabbi, am' a ddari un korpu di purmuna, a nkuminciari du diaframma, k' hav' a ssatari u stommachu, e ffari strinciri u cannarozzu contru u palatu moddhu.
         A sillabba veni 'strunkata' a sta manera:

      - piiiiiìk, puuuuuuùk, poooooòk, paaaaàk, peeeeèk.

    4. E ora accuppiamu arrè dui sillabbi rannucci però, n mezzu, u  corpu di purmuna chi pruvamu prima. Signamu chi trattini u corpu di purmuna e l'interruzioni.

      - kiiiiiĭp   ppeeeeeri.
      -------|

      Ki ssuccessi?
      U corpu di purmuna bluccau a vucali 'i'.
      Appena rapemu u cannarozzu, nisciu un frusciu r'aria cumpressa ki fishi prununziari ddoppia a cunzunanti appressu, 'p'.:

      - Kuuuu tiiiaaaanu (sillabbi longhi)

      - Kuuuut    |    ttiiiaaa.  (strunku)
      ------------|


      E finarmenti scupremu u meccanismu ki crea i cunzunanti ddoppi.


       Ora chi cci staiu fashennu casu, jo portai na cunzunanti, da sillabba appressu, na sillabba prima. Nmeshi di scriviri kŭ ttia, scrissi kŭt ttia. Kissu ddipenni ddu meccanismu chi vittimu prima:

       Taliannu a cunzunanti chi vveni appressu, jo mi mpostu a ucca pi prununzialla: Kuannu u corpu di purmuna blocca u cannarozzu, a ucca staia prununziannu dha sillabba, ki accussì arresta n zuspisu:

    - Kuuuuŭt   |

    • I purmuna preminu com' un stantuffu p' a gghir'ar autu;
    • U cannarozzu è bluccatu;
    • U mussu a ffurma di U;
    • A linghua cu a T n pizzu;
    • E ll' occhi chi mi stannu niscennu ri fora.


    • Finarmenti, di corpu, sbloccu u cannarozzu:
      N mucca arriva na sufunata d' aria cumpressa, e a T veni libbirata.
       |  tttiiiaaa.

    A Sillabba brevi  

       Ku stu meccanismu si ggeneranu puru i sillabbi brevi.
       A carrica du corp' 'i purmuna succeri n kapu a sillabba prima, e accussì a prununzia ri sta sillabba si rumpi e addiventa brevi: Sta vucali brevi a gginiramu appena ramu u corpu di purmuna.

       Mittemu stu signali   -------|   komu si ffussi u corpu di purmuna e ffashemu esempi:

    • aaaaaa poooosta   (sillabbi longhi)
    • aaaaaăp ppooooosta.   (Kunzunanti doppia)

    • ---------|
    • ăp pposta   (sillabba brevi)

    • --|



    A sillabba brevi si pò prununziari a ddu maneri:

    • O ch'un korp' 'i purmuna supra a sillabba stessa, e allura succeri comu vittimu prima, ma assai chiù brevi:
      • ăp pposta
        --|
      • chĭf ffai?
        ---|
      • U rishi pĭv vveru?
                 ---|

    • Oppuru si runa subbitu prima ra sillabba, e allura succeri ki s'a sillabba prima havi a cunzunanti, kista veni rinfurzata.
      • ------| ĕt ttannu?
      • -----| kĭb bboi

      Anzi veni propriu arrunzata ru sbuffu r'aria, e kuasi manku si prununzia.

      • ------| ă pperi
      • ------| è ghiornu
      • ------| Kŭ ddui.
      • ------| kĭ ddishi?



         I cunzunanti instabbili, kuannu ri ddebbuli addiventanu forti, stu forti unn è  ssemplishi, ma forti ddoppiu:

      • i renti                  kid ddenti!
      • A shena               sic cceni fora unn cinari sempri a pizziati.
         Ma pi scrivili si usa a reula gginirali.

       

      * * *




         Fishimu tuttu stu riscursu p' arrivari a un puntu: Kom'è chi dopu i sillabbi longhi, B, D, G, vennu prununziati doppi?

         Ma niautri già u sapemu comu s' addumestica na cunzunanti longha!

    • Ā backetta                    āāāāāāāăb bbacchetta
    • Ū dutturi                       ūūūūūūŭd ddutturi
    • Jucamu ē dati                ēēēēēēĕd ddati
    • koshi ā gira                   āāāāāāāăg ggira

    •    Unn è chi ll' am' a ffari accussì tiatrali! E mmanku ni veni fora na vera vucali brevi. A nniautri n'abbasta ki kun korpisheddhu 'i purmuna, a fashemu addivintari na farsa brevi, kuant' abbasta pi rinfurzari sti nostri cari cunzunanti.

         Kuannu B, D e G sunnu nta na parola a ssulu, allura vennu rinfurzati komu vittimu prima, ma na stu casu, unn essennucci na sillabba ravanti risurta sulu a fasi finali:

    • ------| Bboooniii!
    • ------| Ddaccillu!!!
    • ------| Ggenti tinta!
    • ------| Bbasta!


    •    N urtima cosa, ki già aissimu a sapiri, e finemu.
         Na ota chi sti tri kunzunanti si prununzianu sempri ddoppi, a ki sservi l'accentu brevi o longhu na sillabba prima?
         U fattu è k'a sillabba prima, a ssicunnu l' accentu, veni prununziata non modu differenti, spesharmenti s'u corpu di purmuna veni ratu prima ra sillabba brevi.

    • ā backetta         ă backetta
    • ē debiti             ĕ debiti
    • gira?             gira!  (cca 'gira' è a virdura [Bieta])



    • Ā bacchetta si rumpiu.           ( āāāāāāāăb  backetta)
    • Ă backetta tenilu, k' è tostu!    (ăb bbacketta)


    • Ki penzi ē debbiti?                  (ēēēēēēěd ddebbiti)
    • Malasort' ĕ debbiti                  (ĕd ddebbiti)


    • gira sta rota?                   (kūūūūūūŭg ggira)
    • gira si shena!                    (Kŭg ggira)
    •  

         Ora scrivennu, sapemu soccu scrivemu. E parrannu, sapemu soccu parramu. Stu meccanismu, na linghua sishiliana, è usatu na tanti autri maneri. Spesharmenti no parrari, fa ddivintari arzilli tanti frasi ki masinò fussiru smorti.