Perché vogliamo che il parlare dei siciliani sia chiamato “Lingua” ?
La lingua è l'anima di un popolo, la lingua è quella che da la libertà ad un popolo,
la lingua è la storia di un popolo attraverso i secoli.
La lingua è quello che distingue un popolo.
La lingua è "un dialetto con un passaporto ed un esercito".
Ed il popolo siciliano merita la sua lingua.
• Il dialetto
La parlata propria di un ambiente geografico e culturale ristretto (come la regione,
la provincia, la città o anche il paese), contrapposta ad un sistema linguistico
affine per origine e sviluppo, ma anche, per diverse ragioni politiche, letterarie,
geografiche, ecc., da dialetto si può imporre come lingua letteraria e ufficiale.
Le differenze tra la lingua ufficiale e un suo dialetto, sono soprattutto politiche
e sociali, la prima rappresenta il paese nella sua unità politica e militare ed
è utilizzata normalmente per documenti, leggi, ecc., detta anche standard o formale,
il secondo rappresenta invece un’unità geografica ma soprattutto culturale più limitata
nell’estensione ma non meno ricca di storia e di valore.
La lingua italiana ha una forma ufficiale come il linguaggio aulico o letterario,
proprio degli scrittori e dei poeti, e quello popolare o colloquiale proprio della
gente comune e usato nel quotidiano in cui si distinguono le parlate dei dialettofoni,
ossia le persone che parlano esclusivamente dialetto o in parte dialetto e in parte
italiano, quando un dialettofono integrale tenta di parlare nella lingua ufficiale
genera una serie di errori che danno luogo, specie nei bambini, ad una confusione
linguistica difficilmente correggibile. Per cui il linguaggio non è un blocco monolitico
fatto solo di norme grammaticali e fonetiche, la lingua si trasforma e muta, articolandosi
in un serie di forme adattabili ai diversi usi che di essa facciamo.
Anche il dialetto non è “monolitico”, ma si evolve e muta nel tempo presentando
forme diverse come il dialetto letterario, proprio degli scritti poetici, altrimenti
detto regionale perché cerca di limare le diverse particolarità espressive dei singoli
paesi per ricreare una lingua pura rispettosa di precise norme linguistiche generali
e comuni, o come le diverse parlate dei capoluoghi e dei paesini che presentano
un ventaglio di variazioni fonetiche che le rendono talvolta anche drasticamente
diverse tra loro.
Ciò che caratterizza in maniera determinante la differenza tra dialetto e lingua
ufficiale è il prestigio, la condizione di prestigio dipende in maniera determinante
dalla considerazione che del dialetto e della lingua ufficiale hanno i suoi parlanti:
A Firenze i professori parlano correntemente dialetto nelle aule universitarie o
anche tra di loro, senza presentare alcun imbarazzo o tentennamento, viceversa la
Sicilia è ancora immersa nei pregiudizi che riguardano il dialetto, esso presenta
il tasso più basso di prestigio, la gente considera ancora una discriminante negativa
parlare correntemente dialetto e nonostante negli ultimi tempi si stia cercando,
attraverso un’assidua opera di rivalutazione della lingua, della cultura e delle
tradizioni di questa terra, di rinvigorire di nuovo orgoglio questo dialetto troppo
spesso mortificato, i risultati tardano a vedersi e i pregiudizi continuano ad esistere.
• La Lingua siciliana
Della lingua siciliana si hanno notizie fin dal 1230, quando una colta élite di
burocrati e funzionari della corte di Federico II - monarca del regno svevo proclamato
imperatore nel 1220 - si diede a coltivare l'arte della poesia volgare. Lo splendore
del volgare siciliano fu tale che lo stesso Dante Alighieri nella sua opera "De
vulgari eloquentia" definì tutta la produzione poetica siciliana col nome di "scuola
siciliana" e affermò che i primi "pionieri" nel campo della produzione letteraria
e poetica in lingua volgare italiana furono proprio i poeti siciliani appartenenti
a questa scuola. Palermo divenne la culla della poesia siciliana.
Tra i più famosi poeti di lingua siciliana troviamo Cielo D'Alcamo, giullare particolarmente
colto di cui si hanno poche notizie, che scrisse il celebre componimento "Rosa fresca
aulentissima" e Giacomo da Lentini, da molti ritenuto l'inventore del "sonetto".
Dante gli attribuì il titolo di caposcuola della lirica siciliana dato che nei suoi
componimenti erano presenti tutti gli stili letterari siciliani fino ad allora usati:
sonetto, canzone e canzonetta.
Qualche tempo dopo, l'influenza della lingua siciliana si espanse anche nel nord
Italia, specialmente in Toscana dove si venne a formare una corrente di poeti, i
poeti siculo-toscani, che in seguito avrebbe dato origine alla scuola del dolce
stil novo e alla lingua italiana che si affermò come lingua del popolo italiano
al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.
In tempi recenti il dialetto siciliano è salito nuovamente alla ribalta grazie ad
autori come Pirandello, Verga, Capuana, il grande poeta dialettale Ignazio Buttitta
fino al contemporaneo Andrea Camilleri.
La Sicilia fu anche Nazione, con il suo governo e con una sua lingua anch’essa molto
antica, anche se talune volte tra un territorio e l’altro si notano delle piccole
variazioni attribuibili più al suono che al vocabolo stesso.
Il fenomeno di uniformità della lingua, fu osservato da molti studiosi di glottologia
uno di questi fu il tedesco Gerald Rohlfs che scrisse “ esiste nell’isola un dialetto
unitario”. Le differenze che si possono notare nel lessico derivano quasi elusivamente
dalla presenza più o meno di avanzi del greco e dell’arabo. Il lessico latino presenta
in tutta l’Isola una uniformità che raramente si trova nelle altre regioni d’Italia.
Tutto ciò non significa che la lingua siciliana di oggi, si formò tutta nello stesso
tempo, anche se buona parte (quella più antica) è stata per sempre persa. Le lingue
sono sempre in movimento; e come in qualunque cosa il processo di evoluzione è sempre
presente. La lingua siciliana è una lingua stratificata.
Apuleio, uno scrittore siciliano del II° secolo d.C., definisce i siciliani trilingue,
(pechè parlavano tre lingue), il Greco, il Punico ed il Latino. Più tardi con l’occupazione
Araba, un’altra lingua si aggiunge alle altre, e non è la fine della stratificazione,
poiché con l’arrivo dei Normanni abbiamo anche il Francese che si mescola alla nostra
lingua già tanto complicata.
Con la fine della dinastia Normanna il regno di Sicilia passo agli Svevi e Federico
II, (chiamato “Splendor Mundi”, per il suo grande ingegno di uomo politico scienziato
e letterato), non solo aggiunse parole tedesche al nostro vocabolario (non molte
comunque), ma per lottare contro la religione Islamica che si era a suo tempo diffusa
nell’isola, da cristiano che era, cominciò un programma di rivitalizzazione della
lingua Latina per tutta la Sicilia e la bassa Italia. Per questa ragione la lingua
siciliana perse la rimanenza delle forme del Latino antico e acquistò quelle del
latino ecclesiastico che era un Latino più giovane, rendendo la lingua siciliana
più elegante e più piacevole come suono. A quel tempo il Greco era ancora usato
nell’isola, tanto che quando Federico II° pubblicò “Le costituzioni Malfitane” ha
dovuto pubblicarle anche in greco, poiché il latino quasi non esisteva più, dopo
tanti secoli di assenza.
Il processo di rilatinizzazione, cominciato da Federico II, durò fino al secolo
X IV, poiché un’altra dinastia, quella Aragonese era venuta in Sicilia. Con la seguente
dominazione Spagnola, un altro strato di vocaboli si aggiunge alla lingua siciliana,
vocaboli che ancora oggi persistono.
Con l’unificazione d’Italia e l’imposizione della lingua Italiana ai Siciliani,
un altro vocabolario venne messo al di sopra di tutti gli altri, e non è tutto,
poiché in Sicilia dopo l’occupazione Americana del 1943 alcuni americanismi si aggiunsero
alla lingua.
Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua, è impresa assai ardua
e, il più delle volte, non si riuscirà a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra
le poche cose certe, possiamo dire senz'altro che la Lingua Siciliana è una lingua
che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e che negli ultimi
nove secoli, nonostante mai sia divenuta "lingua di stato", è stata usata con estrema
continuità dal popolo siciliano.
• Le ipotesi
Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli studiosi hanno formulato
circa l'origine e la formazione della Lingua Siciliana. Quelle che, per vari motivi,
ci sembrano essere degne di attenzione e che noi, per opportunità, semplificheremo,
sono le seguenti: Siciliano come lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come
lingua derivata dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana
dell'isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza; Siciliano come lingua sorta
in seguito a un processo di neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi.
o Siciliano: lingua pre-esistente alla Lingua Latina
Secondo tale ipotesi, la Lingua Siciliana sarebbe stata parlata dalla maggior parte
della popolazione dell'isola ben prima della conquista della stessa da parte dei
Romani. Sarebbe una specie di evoluzione della Lingua Sicula e, attraverso processi
evolutivi successivi di scarsa consistenza, si sarebbe trasmessa con continuità
sino ai nostri giorni. Tale ipotesi è stata sostenuta con forza nell'800 da molti
patrioti siciliani: Il fondo indelebile del dialetto siciliano e le sue più essenziali
caratteristiche sono dovuti a quei popoli di razza antichissima italiana passati
in Sicilia avanti la fondazione di Roma.
Questa ipotesi va spesso di pari passo con quella che vuole le lingue così dette
"romanze" generatesi non dal latino, bensì da parlate più antiche dalle quali lo
stesso latino si generò, diventando la lingua colta ma mai soppiantando nel popolo
i vari idiomi a esso precedenti.
o Siciliano: lingua derivata dal Latino poco dopo la conquista romana dell'isola
Questa ipotesi considera la Lingua Siciliana come lingua neo-latina ma prospetta,
a differenza di quanto normalmente ritenuto per le altre lingue neo-latine, che
il processo di passaggio dal Latino al Siciliano si sia completato non nel Medio
Evo, bensì circa mille anni prima. Dopo la conquista romana della Sicilia, il Latino
avrebbe preso l'avvento sulle altre lingue e, parlato nelle bocche dei Siciliani,
sarebbe diventato Siciliano; un Siciliano non molto dissimile da quello di oggi.
o Siciliano: lingua neo-latina al pari dell'Italiano
La Lingua Siciliana viene considerata una lingua romanza al pari dell'Italiano,
del Francese, dello Spagnolo, del Portoghese, del Rumeno, del Catalano e di tutti
quei dialetti o lingue (anche estinte) che sono derivate dal passaggio progressivo
dal Latino a una lingua "volgare", completatosi nelle linee più importanti intorno
al periodo medioevale.
o Siciliano: lingua formatasi dopo la cacciata degli arabi per un processo di neo-romanizzazione
Secondo questa ipotesi, formulata dal noto studioso tedesco Rohlfs intorno agli
anni '30 del secolo scorso, durante la dominazione musulmana l'arabo divenne la
lingua del popolo siciliano, avendo soppiantato il latino, con l'eccezione della
parte nord-orientale, dove si sarebbe continuato a parlare il greco.
Tale teoria, che sin dal primo momento non ricevette molto credito dagli studiosi,
prendeva spunto dal fatto che il Siciliano (comprendente anche il dialetto della
Calabria meridionale), a livello lessicale, appariva, agli occhi del Rohlfs, come
il più moderno tra i dialetti meridionali "mancando del tutto di un fondo latino
antico" (il Siciliano, rispetto agli altri idiomi meridionali, ha baragghiàri invece
che "alàre" - lat. HALARE - ; testa invece di "capa" - lat. CAPUT - ; dumàni invece
che "crai" - lat. CRAS - ; etc.). Da quì la deduzione che vi fosse stata una brusca
interruzione della latinità in Sicilia a causa della dominazione araba e che il
Siciliano fosse sorto non da un processo evolutivo continuo della lingua latina
iniziatosi ai tempi della conquista dell'isola, bensì da un nuovo processo di romanizzazione
cominciato in epoca normanna.
o Cosa è verosimilmente accaduto
Ogni ipotesi così semplificata sopravvaluta un aspetto rispetto agli altri. L'opinione
corrente è, comunque, più prossima alla terza ipotesi, arricchita da alcuni concetti
moderni.
Innanzitutto bisogna aver chiaro il moderno concetto di lingua come qualcosa di
non statico; la Lingua Siciliana, così come la maggior parte delle lingue attualmente
parlate, è stata ed è una lingua in continua evoluzione alla quale hanno contribuito
(e contribuiranno), in misura più o meno rilevante, una serie di idiomi parlati
dalle popolazioni indigene e conquistatrici (in senso lato, quindi anche a livello
di influsso culturale esterno, come quello esercitato attualmente nel mondo dalla
Lingua Inglese).
In particolare si ritiene che l'influsso maggiore alla formazione del Siciliano
sia arrivato dalla Lingua Latina nel senso che la stessa sia addirittura da ritenersi
come base per il Siciliano stesso in quanto, con processo lento, si impose nell'isola
ai precedenti idiomi che, però, contribuirono alla formazione della varietà regionale
di Latino Volgare che, con un altrettanto lento processo, avrebbe portato, nell'età
medioevale, a un idioma ormai distinto dal Latino, appunto, il Siciliano.
• Quale Latino
Quando parliamo di Latino, prima di ogni cosa, dobbiamo essere coscienti del fatto
che il Latino non fu uno solo, anche se l'insegnamento ricevuto a scuola ci ha potuto
portare involontariamente a pensare ciò. Il latino che abbiamo studiato a scuola
presenta delle caratteristiche particolari: innazitutto è un Latino dell'età classica;
poi è un Latino da "gente colta"; per di più è un latino scritto.
Ma il Latino:
a) come qualsiasi lingua, ha subito una evoluzione, dei cambiamenti, nel corso degli
anni;
b) parlato dal popolo, doveva essere abbastanza diverso da quello usato dagli uomini
di cultura;
c) nella sua forma scritta, doveva differire non poco da quella parlata;
d) si differenziava anche a seconda del territorio.
Il Latino che arrivò in Sicilia in seguito alla conquista romana, vi arrivò con
un processo senz'altro lento e lungo.
• Lingue di sostrato
Quando si impara una lingua straniera (tale sarà stato lo status del Latino all'inizio
della colonizzazione romana della Sicilia) si tende a introdurre in essa dei tratti
tipici della propria lingua madre; ciò porta a un cambiamento parziale dei suoni,
del lessico e della grammatica. Tale processo è in gran parte all'origine e spiega
la maggior parte delle divergenze tra le varietà di latino parlate nelle diverse
provincie dell'Impero Romano che poi avrebbero dato luogo alle diverse lingue romanze,
a causa anche di influssi posteriormente pervenuti, soprattutto in seguito ad invasioni
di popoli parlanti altri idiomi (superstrato). A tal proposito risulta interessante,
innanzitutto, analizzare quali popolazioni e quali relativi idiomi (sostrato linguistico)
erano presenti o erano stati presenti nell'isola prima della conquista romana.
o Iscrizione sicula di Centuripe (V sec. a.C.)
Partendo dai tempi remoti, possiamo dire, attenendoci alle fonti storiche, che i
primi idiomi parlati in Sicilia sarebbero stati il Sicano, il Siculo e l'Elimo;
furono questi i primi popoli che, all'alba della storia, abitarono l'isola. Non
bisogna però dimenticare, in un periodo ancor anteriore, un certo influsso egeo.
A quanto pare il Sicano e l'Elimo, di cui si sa ben poco, non erano idiomi indo-europei,
anche se la questione a tal proposito è molto controversa. Il Siculo, invece, era
una lingua di origine indo-europea, molto imparentato con il latino, come traspare
dalla più lunga iscrizione in Siculo, risalente al V sec. a. C., trovata a Centuripe
in un askos (vaso schiacciato), oggi conservato al museo archeologico di Karlsruhe
(Germania), o dalla famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria murato
sul lato est del vano di ingresso della porta urbica meridionale della città di
Mendolito e disposto in due righe ad andamento, anche questo, sinistroso (è l'unica
epigrafe sicula di natura pubblica finora conosciuta, il cui testo è ancora di controversa
interpretazione e databile alla seconda metà del VI sec. a.C).
o Epigrafe pubblica di Mendolito (VI sec. a.C.)
Ben presto (1000 a.C. circa) nell'isola (costa occidentale) si parlò anche il Fenicio,
lingua semitica, anche se la presenza fenicia in Sicilia ebbe sempre carattere sporadico
di insediamento commerciale limitato più che di vera e propria conquista di territori
estesi. Comunque, intorno al 400 a.C., l'arrivo nell'isola dei Cartaginesi dovette
ridare un certo vigore alle parlate semitiche.
In seguito, a cominciare dall'anno 735 a.C., data di fondazione di Naxos, la prima
colonia greca in Sicilia secondo Tucidide, si introdusse nell'isola anche la lingua
Greca con la venuta di genti dapprima dall'Eubea (Calcidesi, quindi, di stirpe e
dialetto ionici), poi da altre parti della Grecia (soprattutto genti di stirpe e
dialetti dorici) che si stanziarono principalmente sulle zone costiere della parte
orientale.
E' questa la situazione linguistica che troveranno i Latini al momento della loro
conquista della Sicilia, cominciata nell'anno 264 a.C. e giunta a termine nel 241
a.C..
o Situazione linguistica nella Sicilia pre-romana
Influenza delle lingue di sostrato sul Latino di Sicilia
Escludendo gli influssi della lingua Greca (notevoli, anche se rimane difficile
da stabilire quali provenienti da un'epoca pre-romana) e premettendo che, ancor
più che altrove, in questo campo si può null'altro fare se non ipotizzare partendo
da pochissimi dati certi, ci si può azzardare a dire che:
- la pronuncia cacuminale (lingua contro il palato anziché contro i denti) degli
antichi gruppi latini in -ll- (passati a -dh- in Siciliano) e quella dei gruppi
-strh- e -trh-
- la forte palatizzazione del tipo chiù e del tipo shuri
siano dovute ad un influsso delle lingue mediterranee non indo-europee.
Sul piano lessicale si può ipotizzare che i seguenti termini rappresentino un'eredità
del sostrato mediterraneo: alàstrha (calicotome infesta o spinosa - pianta delle
leguminose simile alla ginestra -, pianta spinosa), ammarràri (munire di argini
un luogo per difenderlo da inondazioni), calankùni (onda di fiume), calanna (scoscendimento,
frana di rocce di un fianco montuoso, terreno in forte pendio), carrivàli (roccia
rossastra), limàrra (terra intenerita dall'acqua, melma, fango). Inoltre lavànka
(luogo scosceso e sdrucciodevole, frana, dirupo) dovrebbe essere, per il suffisso
-anka, un termine pre-latino ed è presente anche nell'antico provenzale "lavanca".
Infine, dovrebbero essere d'origine sicana alcuni toponimi terminanti in -ara (Hykkara,
Indara, Makara).
| H O M E | Sishilianu |
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I sishiliani,
i funemi autoctoni, ni mparamu a prununzialli ri nichi, ma a scrivili è tutta nautrha cosa ki n'am'a mparari. Scrivi n zishilianu, komu si parrassi n famigghia; e viri a diffirenza: L' idei, nmeshi chi ri n testa, nescinu du cori. |
![]() Testo Italiano dello studio 'Ortografia e Fonetica siciliana' |
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