<p>Perché vogliamo che il parlare dei siciliani sia chiamato “Lingua” ?<br> <br> La lingua è l&#39;anima di un popolo, la lingua è quella che da la libertà ad un popolo,<br> la lingua è la storia di un popolo attraverso i secoli.<br> La lingua è quello che distingue un popolo. <br> La lingua è &quot;un dialetto con un passaporto ed un esercito&quot;.<br> <br> Ed il popolo siciliano merita la sua lingua.<br> <br> • Il dialetto<br> <br> La parlata propria di un ambiente geografico e culturale ristretto (come la regione, la provincia, la città o anche il paese), contrapposta ad un sistema linguistico affine per origine e sviluppo, ma anche, per diverse ragioni politiche, letterarie, geografiche, ecc., da dialetto si può imporre come lingua letteraria e ufficiale.<br> <br> Le differenze tra la lingua ufficiale e un suo dialetto, sono soprattutto politiche e sociali, la prima rappresenta il paese nella sua unità politica e militare ed è utilizzata normalmente per documenti, leggi, ecc., detta anche standard o formale, il secondo rappresenta invece un’unità geografica ma soprattutto culturale più limitata nell’estensione ma non meno ricca di storia e di valore.<br> <br> La lingua italiana ha una forma ufficiale come il linguaggio aulico o letterario, proprio degli scrittori e dei poeti, e quello popolare o colloquiale proprio della gente comune e usato nel quotidiano in cui si distinguono le parlate dei dialettofoni, ossia le persone che parlano esclusivamente dialetto o in parte dialetto e in parte italiano, quando un dialettofono integrale tenta di parlare nella lingua ufficiale genera una serie di errori che danno luogo, specie nei bambini, ad una confusione linguistica difficilmente correggibile. Per cui il linguaggio non è un blocco monolitico fatto solo di norme grammaticali e fonetiche, la lingua si trasforma e muta, articolandosi in un serie di forme adattabili ai diversi usi che di essa facciamo.<br> <br> Anche il dialetto non è “monolitico”, ma si evolve e muta nel tempo presentando forme diverse come il dialetto letterario, proprio degli scritti poetici, altrimenti detto regionale perché cerca di limare le diverse particolarità espressive dei singoli paesi per ricreare una lingua pura rispettosa di precise norme linguistiche generali e comuni, o come le diverse parlate dei capoluoghi e dei paesini che presentano un ventaglio di variazioni fonetiche che le rendono talvolta anche drasticamente diverse tra loro.<br> <br> Ciò che caratterizza in maniera determinante la differenza tra dialetto e lingua ufficiale è il prestigio, la condizione di prestigio dipende in maniera determinante dalla considerazione che del dialetto e della lingua ufficiale hanno i suoi parlanti:<br> <br> A Firenze i professori parlano correntemente dialetto nelle aule universitarie o anche tra di loro, senza presentare alcun imbarazzo o tentennamento, viceversa la Sicilia è ancora immersa nei pregiudizi che riguardano il dialetto, esso presenta il tasso più basso di prestigio, la gente considera ancora una discriminante negativa parlare correntemente dialetto e nonostante negli ultimi tempi si stia cercando, attraverso un’assidua opera di rivalutazione della lingua, della cultura e delle tradizioni di questa terra, di rinvigorire di nuovo orgoglio questo dialetto troppo spesso mortificato, i risultati tardano a vedersi e i pregiudizi continuano ad esistere.<br> <br> <br> <br> • La Lingua siciliana<br> <br> Della lingua siciliana si hanno notizie fin dal 1230, quando una colta élite di burocrati e funzionari della corte di Federico II - monarca del regno svevo proclamato imperatore nel 1220 - si diede a coltivare l&#39;arte della poesia volgare. Lo splendore del volgare siciliano fu tale che lo stesso Dante Alighieri nella sua opera &quot;De vulgari eloquentia&quot; definì tutta la produzione poetica siciliana col nome di &quot;scuola siciliana&quot; e affermò che i primi &quot;pionieri&quot; nel campo della produzione letteraria e poetica in lingua volgare italiana furono proprio i poeti siciliani appartenenti a questa scuola. Palermo divenne la culla della poesia siciliana.<br> <br> Tra i più famosi poeti di lingua siciliana troviamo Cielo D&#39;Alcamo, giullare particolarmente colto di cui si hanno poche notizie, che scrisse il celebre componimento &quot;Rosa fresca aulentissima&quot; e Giacomo da Lentini, da molti ritenuto l&#39;inventore del &quot;sonetto&quot;. Dante gli attribuì il titolo di caposcuola della lirica siciliana dato che nei suoi componimenti erano presenti tutti gli stili letterari siciliani fino ad allora usati: sonetto, canzone e canzonetta.<br> <br> Qualche tempo dopo, l&#39;influenza della lingua siciliana si espanse anche nel nord Italia, specialmente in Toscana dove si venne a formare una corrente di poeti, i poeti siculo-toscani, che in seguito avrebbe dato origine alla scuola del dolce stil novo e alla lingua italiana che si affermò come lingua del popolo italiano al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.<br> <br> <br> In tempi recenti il dialetto siciliano è salito nuovamente alla ribalta grazie ad autori come Pirandello, Verga, Capuana, il grande poeta dialettale Ignazio Buttitta fino al contemporaneo Andrea Camilleri.<br> <br> La Sicilia fu anche Nazione, con il suo governo e con una sua lingua anch’essa molto antica, anche se talune volte tra un territorio e l’altro si notano delle piccole variazioni attribuibili più al suono che al vocabolo stesso.<br> <br> Il fenomeno di uniformità della lingua, fu osservato da molti studiosi di glottologia uno di questi fu il tedesco Gerald Rohlfs che scrisse “ esiste nell’isola un dialetto unitario”. Le differenze che si possono notare nel lessico derivano quasi elusivamente dalla presenza più o meno di avanzi del greco e dell’arabo. Il lessico latino presenta in tutta l’Isola una uniformità che raramente si trova nelle altre regioni d’Italia.<br> <br> Tutto ciò non significa che la lingua siciliana di oggi, si formò tutta nello stesso tempo, anche se buona parte (quella più antica) è stata per sempre persa. Le lingue sono sempre in movimento; e come in qualunque cosa il processo di evoluzione è sempre presente. La lingua siciliana è una lingua stratificata.<br> <br> Apuleio, uno scrittore siciliano del II° secolo d.C., definisce i siciliani trilingue, (pechè parlavano tre lingue), il Greco, il Punico ed il Latino. Più tardi con l’occupazione Araba, un’altra lingua si aggiunge alle altre, e non è la fine della stratificazione, poiché con l’arrivo dei Normanni abbiamo anche il Francese che si mescola alla nostra lingua già tanto complicata.<br> <br> Con la fine della dinastia Normanna il regno di Sicilia passo agli Svevi e Federico II, (chiamato “Splendor Mundi”, per il suo grande ingegno di uomo politico scienziato e letterato), non solo aggiunse parole tedesche al nostro vocabolario (non molte comunque), ma per lottare contro la religione Islamica che si era a suo tempo diffusa nell’isola, da cristiano che era, cominciò un programma di rivitalizzazione della lingua Latina per tutta la Sicilia e la bassa Italia. Per questa ragione la lingua siciliana perse la rimanenza delle forme del Latino antico e acquistò quelle del latino ecclesiastico che era un Latino più giovane, rendendo la lingua siciliana più elegante e più piacevole come suono. A quel tempo il Greco era ancora usato nell’isola, tanto che quando Federico II° pubblicò “Le costituzioni Malfitane” ha dovuto pubblicarle anche in greco, poiché il latino quasi non esisteva più, dopo tanti secoli di assenza.<br> <br> Il processo di rilatinizzazione, cominciato da Federico II, durò fino al secolo X IV, poiché un’altra dinastia, quella Aragonese era venuta in Sicilia. Con la seguente dominazione Spagnola, un altro strato di vocaboli si aggiunge alla lingua siciliana, vocaboli che ancora oggi persistono.<br> <br> Con l’unificazione d’Italia e l’imposizione della lingua Italiana ai Siciliani, un altro vocabolario venne messo al di sopra di tutti gli altri, e non è tutto, poiché in Sicilia dopo l’occupazione Americana del 1943 alcuni americanismi si aggiunsero alla lingua.<br> <br> Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua, è impresa assai ardua e, il più delle volte, non si riuscirà a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra le poche cose certe, possiamo dire senz&#39;altro che la Lingua Siciliana è una lingua che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e che negli ultimi nove secoli, nonostante mai sia divenuta &quot;lingua di stato&quot;, è stata usata con estrema continuità dal popolo siciliano.<br> <br> <br> • Le ipotesi<br> <br> Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli studiosi hanno formulato circa l&#39;origine e la formazione della Lingua Siciliana. Quelle che, per vari motivi, ci sembrano essere degne di attenzione e che noi, per opportunità, semplificheremo, sono le seguenti: Siciliano come lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come lingua derivata dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana dell&#39;isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza; Siciliano come lingua sorta in seguito a un processo di neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi.<br> <br> <br> o Siciliano: lingua pre-esistente alla Lingua Latina<br> <br> Secondo tale ipotesi, la Lingua Siciliana sarebbe stata parlata dalla maggior parte della popolazione dell&#39;isola ben prima della conquista della stessa da parte dei Romani. Sarebbe una specie di evoluzione della Lingua Sicula e, attraverso processi evolutivi successivi di scarsa consistenza, si sarebbe trasmessa con continuità sino ai nostri giorni. Tale ipotesi è stata sostenuta con forza nell&#39;800 da molti patrioti siciliani: Il fondo indelebile del dialetto siciliano e le sue più essenziali caratteristiche sono dovuti a quei popoli di razza antichissima italiana passati in Sicilia avanti la fondazione di Roma.<br> <br> Questa ipotesi va spesso di pari passo con quella che vuole le lingue così dette &quot;romanze&quot; generatesi non dal latino, bensì da parlate più antiche dalle quali lo stesso latino si generò, diventando la lingua colta ma mai soppiantando nel popolo i vari idiomi a esso precedenti.<br> <br> <br> o Siciliano: lingua derivata dal Latino poco dopo la conquista romana dell&#39;isola<br> <br> Questa ipotesi considera la Lingua Siciliana come lingua neo-latina ma prospetta, a differenza di quanto normalmente ritenuto per le altre lingue neo-latine, che il processo di passaggio dal Latino al Siciliano si sia completato non nel Medio Evo, bensì circa mille anni prima. Dopo la conquista romana della Sicilia, il Latino avrebbe preso l&#39;avvento sulle altre lingue e, parlato nelle bocche dei Siciliani, sarebbe diventato Siciliano; un Siciliano non molto dissimile da quello di oggi.<br> <br> <br> o Siciliano: lingua neo-latina al pari dell&#39;Italiano<br> <br> La Lingua Siciliana viene considerata una lingua romanza al pari dell&#39;Italiano, del Francese, dello Spagnolo, del Portoghese, del Rumeno, del Catalano e di tutti quei dialetti o lingue (anche estinte) che sono derivate dal passaggio progressivo dal Latino a una lingua &quot;volgare&quot;, completatosi nelle linee più importanti intorno al periodo medioevale.<br> <br> <br> o Siciliano: lingua formatasi dopo la cacciata degli arabi per un processo di neo-romanizzazione<br> <br> Secondo questa ipotesi, formulata dal noto studioso tedesco Rohlfs intorno agli anni &#39;30 del secolo scorso, durante la dominazione musulmana l&#39;arabo divenne la lingua del popolo siciliano, avendo soppiantato il latino, con l&#39;eccezione della parte nord-orientale, dove si sarebbe continuato a parlare il greco.<br> <br> Tale teoria, che sin dal primo momento non ricevette molto credito dagli studiosi, prendeva spunto dal fatto che il Siciliano (comprendente anche il dialetto della Calabria meridionale), a livello lessicale, appariva, agli occhi del Rohlfs, come il più moderno tra i dialetti meridionali &quot;mancando del tutto di un fondo latino antico&quot; (il Siciliano, rispetto agli altri idiomi meridionali, ha baragghiàri invece che &quot;alàre&quot; - lat. HALARE - ; testa invece di &quot;capa&quot; - lat. CAPUT - ; dumàni invece che &quot;crai&quot; - lat. CRAS - ; etc.). Da quì la deduzione che vi fosse stata una brusca interruzione della latinità in Sicilia a causa della dominazione araba e che il Siciliano fosse sorto non da un processo evolutivo continuo della lingua latina iniziatosi ai tempi della conquista dell&#39;isola, bensì da un nuovo processo di romanizzazione cominciato in epoca normanna.<br> <br> <br> o Cosa è verosimilmente accaduto<br> <br> Ogni ipotesi così semplificata sopravvaluta un aspetto rispetto agli altri. L&#39;opinione corrente è, comunque, più prossima alla terza ipotesi, arricchita da alcuni concetti moderni.<br> <br> Innanzitutto bisogna aver chiaro il moderno concetto di lingua come qualcosa di non statico; la Lingua Siciliana, così come la maggior parte delle lingue attualmente parlate, è stata ed è una lingua in continua evoluzione alla quale hanno contribuito (e contribuiranno), in misura più o meno rilevante, una serie di idiomi parlati dalle popolazioni indigene e conquistatrici (in senso lato, quindi anche a livello di influsso culturale esterno, come quello esercitato attualmente nel mondo dalla Lingua Inglese).<br> <br> In particolare si ritiene che l&#39;influsso maggiore alla formazione del Siciliano sia arrivato dalla Lingua Latina nel senso che la stessa sia addirittura da ritenersi come base per il Siciliano stesso in quanto, con processo lento, si impose nell&#39;isola ai precedenti idiomi che, però, contribuirono alla formazione della varietà regionale di Latino Volgare che, con un altrettanto lento processo, avrebbe portato, nell&#39;età medioevale, a un idioma ormai distinto dal Latino, appunto, il Siciliano.<br> <br> <br> <br> • Quale Latino<br> <br> Quando parliamo di Latino, prima di ogni cosa, dobbiamo essere coscienti del fatto che il Latino non fu uno solo, anche se l&#39;insegnamento ricevuto a scuola ci ha potuto portare involontariamente a pensare ciò. Il latino che abbiamo studiato a scuola presenta delle caratteristiche particolari: innazitutto è un Latino dell&#39;età classica; poi è un Latino da &quot;gente colta&quot;; per di più è un latino scritto.<br> <br> Ma il Latino:<br> <br> a) come qualsiasi lingua, ha subito una evoluzione, dei cambiamenti, nel corso degli anni;<br> <br> b) parlato dal popolo, doveva essere abbastanza diverso da quello usato dagli uomini di cultura;<br> <br> c) nella sua forma scritta, doveva differire non poco da quella parlata;<br> <br> d) si differenziava anche a seconda del territorio.<br> <br> Il Latino che arrivò in Sicilia in seguito alla conquista romana, vi arrivò con un processo senz&#39;altro lento e lungo. <br> <br> • Lingue di sostrato<br> <br> Quando si impara una lingua straniera (tale sarà stato lo status del Latino all&#39;inizio della colonizzazione romana della Sicilia) si tende a introdurre in essa dei tratti tipici della propria lingua madre; ciò porta a un cambiamento parziale dei suoni, del lessico e della grammatica. Tale processo è in gran parte all&#39;origine e spiega la maggior parte delle divergenze tra le varietà di latino parlate nelle diverse provincie dell&#39;Impero Romano che poi avrebbero dato luogo alle diverse lingue romanze, a causa anche di influssi posteriormente pervenuti, soprattutto in seguito ad invasioni di popoli parlanti altri idiomi (superstrato). A tal proposito risulta interessante, innanzitutto, analizzare quali popolazioni e quali relativi idiomi (sostrato linguistico) erano presenti o erano stati presenti nell&#39;isola prima della conquista romana.<br> <br> <br> o Iscrizione sicula di Centuripe (V sec. a.C.)<br> <br> Partendo dai tempi remoti, possiamo dire, attenendoci alle fonti storiche, che i primi idiomi parlati in Sicilia sarebbero stati il Sicano, il Siculo e l&#39;Elimo; furono questi i primi popoli che, all&#39;alba della storia, abitarono l&#39;isola. Non bisogna però dimenticare, in un periodo ancor anteriore, un certo influsso egeo.<br> <br> A quanto pare il Sicano e l&#39;Elimo, di cui si sa ben poco, non erano idiomi indo-europei, anche se la questione a tal proposito è molto controversa. Il Siculo, invece, era una lingua di origine indo-europea, molto imparentato con il latino, come traspare dalla più lunga iscrizione in Siculo, risalente al V sec. a. C., trovata a Centuripe in un askos (vaso schiacciato), oggi conservato al museo archeologico di Karlsruhe (Germania), o dalla famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria murato sul lato est del vano di ingresso della porta urbica meridionale della città di Mendolito e disposto in due righe ad andamento, anche questo, sinistroso (è l&#39;unica epigrafe sicula di natura pubblica finora conosciuta, il cui testo è ancora di controversa interpretazione e databile alla seconda metà del VI sec. a.C).<br> <br> o Epigrafe pubblica di Mendolito (VI sec. a.C.)<br> <br> Ben presto (1000 a.C. circa) nell&#39;isola (costa occidentale) si parlò anche il Fenicio, lingua semitica, anche se la presenza fenicia in Sicilia ebbe sempre carattere sporadico di insediamento commerciale limitato più che di vera e propria conquista di territori estesi. Comunque, intorno al 400 a.C., l&#39;arrivo nell&#39;isola dei Cartaginesi dovette ridare un certo vigore alle parlate semitiche.<br> <br> In seguito, a cominciare dall&#39;anno 735 a.C., data di fondazione di Naxos, la prima colonia greca in Sicilia secondo Tucidide, si introdusse nell&#39;isola anche la lingua Greca con la venuta di genti dapprima dall&#39;Eubea (Calcidesi, quindi, di stirpe e dialetto ionici), poi da altre parti della Grecia (soprattutto genti di stirpe e dialetti dorici) che si stanziarono principalmente sulle zone costiere della parte orientale.<br> <br> E&#39; questa la situazione linguistica che troveranno i Latini al momento della loro conquista della Sicilia, cominciata nell&#39;anno 264 a.C. e giunta a termine nel 241 a.C..<br> <br> o Situazione linguistica nella Sicilia pre-romana<br> <br> Influenza delle lingue di sostrato sul Latino di Sicilia<br> <br> Escludendo gli influssi della lingua Greca (notevoli, anche se rimane difficile da stabilire quali provenienti da un&#39;epoca pre-romana) e premettendo che, ancor più che altrove, in questo campo si può null&#39;altro fare se non ipotizzare partendo da pochissimi dati certi, ci si può azzardare a dire che:<br> <br> - la pronuncia cacuminale (lingua contro il palato anziché contro i denti) degli antichi gruppi latini in -ll- (passati a -dh- in Siciliano) e quella dei gruppi -strh- e -trh-<br> <br> - la forte palatizzazione del tipo chiù e del tipo shuri<br> <br> siano dovute ad un influsso delle lingue mediterranee non indo-europee.<br> <br> Sul piano lessicale si può ipotizzare che i seguenti termini rappresentino un&#39;eredità del sostrato mediterraneo: alàstrha (calicotome infesta o spinosa - pianta delle leguminose simile alla ginestra -, pianta spinosa), ammarràri (munire di argini un luogo per difenderlo da inondazioni), calankùni (onda di fiume), calanna (scoscendimento, frana di rocce di un fianco montuoso, terreno in forte pendio), carrivàli (roccia rossastra), limàrra (terra intenerita dall&#39;acqua, melma, fango). Inoltre lavànka (luogo scosceso e sdrucciodevole, frana, dirupo) dovrebbe essere, per il suffisso -anka, un termine pre-latino ed è presente anche nell&#39;antico provenzale &quot;lavanca&quot;. Infine, dovrebbero essere d&#39;origine sicana alcuni toponimi terminanti in -ara (Hykkara, Indara, Makara).<br> <br> &nbsp;</p>
    H O M E Sishilianu   


    I sishiliani, i funemi autoctoni, ni mparamu a prununzialli ri nichi,
ma a scrivili è tutta nautrha cosa ki n'am'a mparari.
    Scrivi n zishilianu, komu si parrassi n famigghia; e viri a diffirenza:
L' idei, nmeshi chi ri n testa, nescinu du cori.

Testo Italiano dello studio
'Ortografia e Fonetica siciliana'

 

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Parrannu cu ttia . . .

 

1  Talia socc'attrhuvai na grammatica di Pitrè a paggina 7:

-      "Questi popoleschi linguaggi resi più o men dispetti all' aristocrazia letteraria che li voleva spenti o ignorati, debbono ora venire a loro volta interrogati dalla democrazia letteraria, seguace della scuola storico-grammaticale.
. . . Forse un giorno, ricco di nuovi documenti vernacoli, sorretto da altri studi, munito di segni grafici che rendano il meglio possibile la fonetica popolare, e soprattutto rinfrancato nel corpo e nello spirito oramai stanchi, io potrò fornire opera meno imperfetta e più degna della benevolenza di coloro che hanno a cuore le cose siciliane."    

      A stu puntu iu ha kuntinuari:
  M peri!
      "In nomi di Pitrè, dichiaru, chi stu sturiu s'hav' a kumplitari e s'hav'a fari canusciri nta tutta a Sishilia!!!"

      Ora ci vulissi cui, avennu sturiatu e avennu na menti discibblinata na sti cosi, sapissi mpustari tutti sti nfurmazioni chi iu haiu accugghiutu, nna na manera scentifica. Ma unn'è?
     Stu sturiu u didicai a tutti chiddhi ki havi na vita chi kummattinu ch'a divulgazioni da cultura sishiliana.
     Si kuarkerunu pigghia spuntu re me paggini pi perfezionari a nostrha linghua, mi fa tantu piashiri. Megghiu fussi si pigghiassiru 'in toto' i me scuperti pi realizzalli ne so scritti e ne so risherki.


 

 

 



2  I segni fonetishi.

Ku sturia u parrari sishilianu, avia assai chi ll' avia a fari: Pigghiari i segni adatti pi nostrhi fonemi autoctoni.
Autrhi populazioni, ch' hannu orgogliu ra propria linghua, u fishiru. Pi kissu nall' arfabbetu nternaziunali si nkontrhanu sti segni:

Å Æ Ç Ð Ñ Ø Ý Þ ß Ę Ģ Ķ Ł Ņ Ŗ Ş Ŧ Ų

Pickì am' a scriviri iddhu nmeshi ri iddu?
Niautrhi sishiliani u sapemu a diffirenza fonetica ki c'è trha 'iddu' e 'friddu'.
Niautrhi sishiliani u sapemu a diffirenza fonetica ki c'è trha 'ciauru' e 'ciappula'.
Sunnu l' autrhi ch' unn u sannu. Pi kissu fussi u casu di scriviri i nostrhi fonemi autoctoni cu na grafia propria.
Manku pi distinghuili ra linghua italiana, ma, simmai, pi mpustari a linghua sishiliana n mezzu all' autrhi linghui di 'fonetica neolatina'.

Avemu un prubblema praticu. Kuantu ri nuautrhi sishiliani amu mai scrittu na littrha, un missaggiu, na rhelazioni n zishilianu? A parti i pueti, nuddhu.

Ammittemu ca mi mettu ravanti a na tastera e vvulissi scriviri na littřa řispittannu i funemi autoctoni. pi esempiu:

  • Ç
  • Đ
  • n Ğ
  • Ř
A tastera ‘QWERTY’ nun aiuta a scriviri sti segni ra Mappa di Carattiri (Font) nternaziunali.

Nun c'è nuđđu n ğana e ddirimi comu modificari i lettiri da tastera pi falli addivintari comu ssi cunzunanti autoctoni siçiliani? Masinò am’a kuntinuari a scriviri i nostři fonemi siçiliani mittennucci a ‘H’ comu signali:

  • Sh
  • Dh
  • n Gh
  • Rh
Ogni kunzigghiu è accittatu, s'è datu pi perfezzionari u modu di scriviri i paroli, comu i sishiliani li parrramu.

 

 

 

 



3  A parola Soccu.

Soccu fai u fai pi ttia.
Zoccu fai u fai pi ttia.
Cio che fai lo fai per te.

      Scriviri 'Zoccu fai', trharushennu u 'Ciò' nu 'Zo', pari giustu s' unn fussi pu fattu ch' u sishilianu unn è na linghua trharushuta dall' italianu. Sta parola 'Ciò' unn esisti no modu di pinzari, parrari e scriviri di sishiliani. C' è cu scrivi 'Zoè = Cioè' chi n zishilianu unn nishemu:

E con cio? - E ku zo? - usamu n meshi: E ku kissu?
Ciò detto, continuiamo. - Zo rittu, cuntinuamu. - usamu n meshi: Rittu chissu, cuntinuamu.

      'Ciò' e 'Zo' unn kurrispunninu. Veru è, nmeshi, ki ghiò haiu sempri sintutu, ri tutti i sishiliani, di tutt' i parti ra Sishilia, prununziari 'Soccu':

Ki kosa voi? - Soccu voi?
Kiddhu chi fai u fai pi ttia. - Soccu fai u fai pi ttia.

 

 

 

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4 L' autrhi linghui:

Stu sishilianu 'popolesco, vernacolo', kom' u chiama Pitrè, è kamurriusu a leggiri e a scriviri?
E ki ti pari chi ll' autrhi linghui sa passanu megghiu ri niautrhi?
Viremu comu sunnu cumminati:

* E' beru ch' i Nghlisi scrivinu a na manera e poi legginnu a nautrha manera:
'Active, Alive, Alibi' legginu 'Activ, Elaiv, Elibai'.
Ma pickì scrivinu non modu differenti paroli cuasi paraggi?
'Ancient - Answer' legginu 'Ansient - Ansuear'
Photograph, Phase - Forfeit, Fashion
Celeb, Cellular - Self, Select       (seleb, sellular, self, select)

*Puru i francisi ci tennu e particulari da so prununzia.
ça, façon, façade - sa, asile, désir     (sa, fason, fasad, sa, asil, désir)
Cela - Selon      (selà, selon)
côté e cca hann' a scriviri puru tutti l' accenti.
'Chance' legginu 'Scians'; 'Fasciner' legginu 'Fassiner'

* Viremu i spagnoli:
Celoso - Seleccion      (seloso, selecsion)
'Chico- Ciclo - Silla' legginu 'cico, siclo, silla'
'Gnomo - Niño' legginu 'gnomo, nigno' e cci hann' a mettiri puru ss'accentu strhanu.

* Puru i tedeschi hannu i so fisimi:
'Schweiß - Straße - St' legginu 'scvaiss, strasse, stoss
      ma unn' a eru a pigghiari ssa cunzunanti?
Ma scrivinu puru 'Assessor, assistent'.
'Vier - Fieber' legginu 'fiir, fiiber

 

 

 

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5 Scrivi!

      U sishilianu u po' scriviri sulu cu è sishilianu e parla sishilianu.
masinò si l'hav'a mparari!
      Ntantu viu ch'unn c'esti un vocabbolariu Italianu - Sishilianu, e ssi ssai chi c'è fammillu sapiri.
      Poi viu ch' a maggior parti ra genti [eccettu i pueti!] scrivinu u sishilianu, komu mancianu 'a la cafuna' sherti picciuttunazza cuannu propriu si vonnu fari skifiari: acchiappanu chi manu pasta, sarsa e karni e ss' a nzivanu n mucca. Accussì fannu tanti, chi kuannu scrivinu n italianu (o nta nautrha linghua) canuscinu tutti i rheuli e l'eccezioni, appena scrivinu n zishilianu si jettanu a la cafuna - tantu è na linghua chi nuddhu canusci e k'a nuddhu ntiressa, e perciò, penzanu, su ponnu pirmettiri.
      A sti pirsuni jo ci ricu:
- A ku canusci u francisi: viriti comu i francisi ci tennu a scriviri a so lingua rhispittannu ogni minimu particulari da so prununzia?
- A ku canusci u spagnolu ci ricu: Viriti comu i spagnoli arrinisceru a scriviri paru paru a linghua r' iddhi ki havi cuasi a stessa storia nostrha?
- A ku scrivi n italianu ci ricu: L' italianu si scrivi accussì picchì accussì si leggi e ssi parla.

      Accussì niautrhi! Skupremu tanti particulari ra nostrha prununzia? E ll'am'a rispittari!



 

 

 

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6 U Vucabbolariu.

     Ora chi sapemu comu scriviri a nostrha linghua pigghiamu n manu u vucabbolariu.
     Jò haiu u . . .

Vocabolario Siciliano-Italiano
di Antonio Traina
Reprint s.a.s. Milano - 1159 pagine.
A 'prifazioni' è ru 25 giugnu 1868.

     Cca, ne paroli du vucabbolariu, si nkontrhanu tutti l' idei e l' ipotesi supra a linghua sishiliana.

     Dui seculi n arré, u sapianu chi i cunzunanti sishiliani sunnu e si scrivinu instabbili. U vucabbolariu, na bbona parti, è scrittu accussì:

Sciàccula. V. Ciaccula.
Sciancu. V. Ciancu. eccetira

E unn ci pò essiri cunfusioni, picki . . .

Sciaccu. ital. Sciacquo, unni u varveri ammogghia u pinzeddhu, è scrittu giustu, e puru ...
Sciara. Ki è un chianu di lava, oppuru un chianu trhoppu pitrhusu.

     Komu viri u prubblema u canuscianu ma unn l' avianu sturiatu, komu nmeshi fishiru autrhi, distinghuennu a diffirenza trha i rui cunzunanti 'SC' e 'SH', e puru 'R' e 'RH', eccetira.

 

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Pagina in Italiano:<br> Ortografia e fonetica siciliana: studio dei fonemi autoctoni siciliani. Come pronunciarli e come scriverli.<br> Dialogo: La borgata dove abita lo zio Mommu Shona. Aneddoti della sua vita.<br> La poesia di mio Nonno: La grande guerra 1915-&#39;18. Mio nonno nell&#39; inferno delle trincee. Le sue peripezie, il suo ricordo.<br> Le favole di Esopo: Esopo ha scritto racconti dove gli animali fanno e dicono cose umane.<br> Dalle mie parti: Dappertutto, dove vado, debbo guardare, toccare, conoscere.<br> Scriviamo in siciliano: I siciliani, i fonemi autoctoni, li abbiamo imparato a pronunciarli da piccoli. Ma a scriverli è tuttaun&#39;altra cosa che dobbiamo imparare!<br> Scrivi in siciliano come se parlassi in famiglia e vedi la differenza: Le idee, piuttosto che dalla mente, escono dal cuore.<br> 1- In base a cosa ho trovato nella Grammatica di Giuseppe Pitrè, debbo continuare: -In piedi! &quot;In nome di Pitrè, dichiaro che questo studio s&#39;ha da completare e farlo conoscere in tutta la sicilia! Ora ci vorrebbe chi, avendo studiato e avendo una mente disciplinata in questi argomenti, sapesse impostare tutte le informazioni che ho raccolte in un modo scientifico. Ma chi?<br> Questo studio è dedicato a tutte le persone che da una vita si dedicano alla divulgazione della cultura siciliana.<br> Se c&#39;è chi, prendendo spunto dalle mie pagine, perfeziona la nostra lingua, mi fa tanto piacere. Il massimo sarebbe se utilizzasse &#39;in toto&#39; le scoperte che ho fatto e le realizzasse nei suoi scritti, nelle sue ricerche.<br> 2- I segni Fonetici: Chi studia il linguaggio siciliano avrebbe dovuto farlo da tempo: Prendere i segni adatti per trascrivere i nostri fonemi autoctoni.<br> Altre popolazioni, con l&#39; orgoglio della propria lingua l&#39;hanno fatto. Per questo nell&#39; alfabeto internazionale si incontrano questi segni:<br> Å Æ Ç Ð Ñ Ø Ý Þ ß &#280; &#290; &#310; &#321; &#325; &#342; &#350; &#358; &#370;<br> Perché dobbiamo scrivere &#39;iddhu&#39; invece di &#39;iddu? Noi siciliani conosciamo la differenza fonetica tra &#39;iddhu&#39; e &#39;friddu&#39;.<br> Noi siciliani conosciamo la differenza fonetica tra &#39;Shauru&#39; e &#39;ciappula&#39;.<br> Sono gli altri a non saperlo. Per questo i nostri fonemi si debbono scrivere con una grafia propria. Non per distinguerli dalla lingua italiana, ma, semmai, per dare alla lingua siciliana un rango tra le lingue neolatine, cioè di fonetica neolatina.<br> 3- La parola &#39;Soccu&#39;: Scrivere la parola &#39;Zoccu&#39;, traducendo l&#39; italiano &#39;Ciò&#39; in &#39;Zo&#39;, sembrerebbe giusto se non fosse per il fatto che il siciliano non è una lingua tradotta dall&#39; italiano. &#39;Ciò=Zo&#39; non esiste nel modo di pensare, parlare e scivere dei siciliani. C&#39;è chi vorrebbe scrivere &#39;Zoè= Cioè&#39;, che i siciliani mai abbiamo detto.<br> &#39;Ciò e Zo&#39; non corrispondono. Vero è, invece, che da sempre ho sentito pronunciare da tutti i siciliani, in tutte le parti della Sicilia, la parola &#39;Soccu &#39;.<br> 5- Accussì niautrhi! Skupremu tanti particulari ra nostrha prununzia? E ll&#39;am&#39;a rispittari! Scrivi!<br> Il siciliano può essere scritto solo da chi è siciliano e parla siciliano. Altrimenti lo deve imparare!<br> La maggior parte delle persone scrivono il siciliano, come i ragazzacci che mangiano alla cafona: agguantano pasta, salsa e carne e se la stropicciano in bocca.<br> Così in tanti, quando scrivono in italiano, o altra lingua, conoscono tutte le regole e le eccezioni, quando scrivono in siciliano si buttano alla cafona; tanto è una lingua che nessuno conosce e che a nessuno interessa, perciò pensano di poterselo permettere.<br> 6- Il Vocabolario siciliano: Adesso che sappiamo come scrivere la nostra lingua, consultiamo un vocabolario: Confrontando i tanti riporti<br> Sciàccula. V. Ciaccula.<br> Sciancu. V. Ciancu<br> si vede che il problema delle consonanti deboli era conosciuto, ma non Studiato, distinguendo tra &#39;Sc&#39; e &#39;Sh&#39;, Tra &#39;R&#39; e Rh&#39;, eccetera.<br>