Le norme igieniche non venivano rispettate (infatti i soldati non si potevano
cambiare per settimane, non si lavavano) e il loro alimento di base erano le gallette.
I soldati erano anche molto arretrati rispetto al resto della società perchè loro
rimanevano chiusi nelle trincee a "marcire, mentre la massa nelle città andava avanti.
Infatti, le industrie siderurgiche divennero industri militari; quelle d'abbigliamento
diventarono fabbriche di divise e scarponi; le miniere dovevano fornire il loro
carbone alle fabbriche; le industrie alimentari furono dirottate per il rifornimento
per il fronte;gli operai specializzati furono richiamati tutti nelle fabbriche e
le donne lavoravano nelle fabbriche o nei campi al posto degli uomini.
Poiché tutto questo lavoro non bastava lo stesso, gli alleati si rivolsero agli
Stati Uniti per ottenere rifornimenti d’armi e alimenti.
Gli operai della città facevano una vita durissima sia per il regime militare nelle
fabbriche sia per il prezzo elevato del cibo e la mankanza di esso. Per questo motivo
negli ultimi mesi di guerra in Italia, in Germania, in Austria e in Francia scoppiarono
violentissimi scioperi, sebbene fossero proibiti e repressi nel sangue. Gli operai
furono indotti dalla Russia, dove una rivoluzione era riuscita a far uscire il paese
dalla guerra.
Gli scioperi erano organizzati dai partiti socialisti che scatenando una rivoluzione
avrebbero sperato di intimorire i governi e indurli a trattare la pace.
Nelle trincee, languivano i contadini che formavano la stragrande maggioranza dei
soldati di leva e che invidiavano gli operai richiamati nelle città al riparo di
mitragliatrici e dai cannoni. Quando questi operai cominciarono a scioperare molti
estremisti di destra, sobillarono i fanti contadini contro i proletari marxisti.
Li definirono imboscati, descrivevano la loro come una vita dorata, al riparo da
fatiche e pericoli e, in molti casi, riuscivano a resuscitare quella rivalità tra
città e campagna.
All’inizio le trincee erano concepite come un rifugio provvisorio, ma con il passare
dei tempi divennero i quartieri permanenti dei reparti di prima linea.
Tutta la zona in kui immensi eserciti in lotta si fronteggiavano fu coperta da una
serie di fossati paralleli sempre più larghi; essi furono dotati di baracche di
legno, protetti da reticolati di filo spinati e collegati tra loro per mezzo dei
“camminamenti”.
In trincea la vita scorreva con una monotonia insopportabile, interrotta solo dal
grido che tutti temevano, lanciato a giorni alterni dagli ufficiali dell’uno e dell’altro
schieramento: “All’attacco!”. Questo grido era il segnale dell’assalto alla baionetta,
un rito tanto inutile quanto sanguinoso, che falciava ogni giorno centinaia di vite
umane. Gli assalti iniziavano di regola alle prime ore del mattino e venivano preceduti
da un tiro d’artiglieria che in genere riusciva solo a togliere il vantaggio della
sorpresa. Contemporaneamente, la fanteria doveva arrampicarsi lungo le pareti del
fossato, salire allo scoperto e gettarsi in massa contro le recinzioni di filo spinato
delle trincee nemiche, sotto il fuoco di sbarramento delle loro mitragliatrici.
Quelli che poi riuscivano a non rimanere impigliati nei fili spinati e a non essere
colpiti, avevano il compito di gettarsi nei fossati nemici e di colpirne i difensori
con la baionetta. Se superavano i propri avversari delle prime file, dovevano subire
il contrattacco alla baionetta delle seconde e terze file. Così milioni di soldati
morirono.
I soldati di fanteria e gli ufficiali inferiori restavano in prima linea senza ricevere
il cambio. Vivevano in kondizioni prive d’igiene, erano esposti al caldo, al freddo,
al vento e ai bombardamenti. Gli ufficiali superiori trattavano le truppe con arroganza
e disprezzo.
La prima guerra mondiale non era odiata da tutti. Vi era una minoranza che la considerava
una bell’ avventura.
Questa minoranza era formata dai piloti dell'aviazione che ingaggiavano duelli nel
cielo e comparivano nel giornale ad ogni vittoria. I piloti alloggiavano nelle ville
nobiliari e brindavano con champagne ad ogni vittoria della squadriglia; spesso
essi venivano da famiglie aristocratiche.
Poi vi erano i combattenti dei reparti d'assalto: essi usavano, per combattere,
pugnali, bombe a mano e lanciafiamme e avevano il compito di sabotare le linee nemiche,
aggirarle sorprendendole da dietro e fingere un attacco per distrarli da uno eventualmente
reale. Essi non provenivano dall'aristocrazia come i primi, ma dalla classe media,
quindi erano soggetti di molte frustrazioni, nella vita reale, mentre in guerra
si sentivano degli eroi.
Questi combattenti avevano diversi nomi: in Germania venivano chiamati sturmtruppen,
"truppe d'assalto", mentre in Italia venivano chiamati arditi.
Il bravo soldato doveva andare all'attacco in posizione eretta e a testa alta. Strisciare
a terra o ripararsi dal fuoco, era considerato vigliacco e veniva processato. Il
generale Cadorna scrisse un apposito libretto che i soldati dovevano impararsi a
memoria.
Cadorna sosteneva che ogni soldato doveva cucinarsi il cibo da sé perchè ciò rafforzava
lo spirito e il morale delle truppe. Dovevano raccogliere la legna, accendere il
fuoco in modo che il cibo fosse caldo, ma ciò equivaleva ad un suicidio. Anche i
generali francesi la pensavano allo stesso modo. Al contrario, il kaiser Guglielmo
che aveva previsto cucine da campo mobili su carretti, accudite da soldati addetti;
ad egli era venuta l’idea guardando il circo Barnum.
Rimanere feriti o ammalarsi divenne la speranza di tutti perché era l’unico modo
per essere allontanati dalle trincee. Chiunque veniva ferito doveva aspettare la
notte perché i barellieri venissero a prelevarlo. Gli ospedali erano molto indietro
nelle retrovie e nei primi due anni di guerra i feriti da ricoverare venivano trasportati
su infernali carrette trainate da muli su strade piene di buche.
Piccoli ospedali da campo furono poi sistemati abbastanza vicini alle prime linee.
Quelli tedeschi avevano un’attrezzatura per fare le radiografie.
La frustrazione dei chirurghi era che, dopo essere rimasti a lungo nel fango, morti
e feriti contraevano il tetano e non c’era modo di salvarli. Moltissimi erano intossicati
dai gas. Infine, c’era lo stato di shock la malattia sconosciuta che derivava dal
panico e dall’orrore per ciò che si era visto; chi ne era colpito era completamente
disorientato, sordo agli ordini e a volte paralizzato. Molti ufficiali la prendevano
per vigliaccheria e si rifiutavano di farli ricoverare. Un altro nemico del fante
in trincea erano i pidocchi. Li avevano tutti e spesso questi insetti generavano
il tifo, una malattia che a quei tempi era quasi sempre mortale.
Dopo anni di trincea i soldati di fanteria, presentavano “morale basso delle truppe”.
In molti di essi lo stato di shock era diventato una condizione perenne; vivevano
in una totale indifferenza: non reagivano agli ordini e quando veniva lanciato l’attacco,
restavano fermi nelle trincee, mentre altri tentavano la diserzione. Verso la fine
della guerra molti ricorsero all’automutilazione con la speranza di essere riformati
e mandati a casa. Questo profondo disagio sfociò in molti casi nell’ammutinamento.
Cadorna, per prevenire questi comportamenti, ricorreva alla decimazione, cioè la
fucilazione di un uomo ogni dieci, scelto a caso e accusò molti soldati di disfattismo
perché protestavano il cibo immangiabile e le strutture insufficienti.
Durante la grande guerra, le armi utilizzate erano le mitragliatrici, le baionette,
i cannoni e i fucili.
Tutte le altre (come sommergibili, siluri, periscopi, aeroplani, carri armati) non
venivano utilizzate perchè considerate "poco onorevoli".